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Steve Biko

Portavoce per il risveglio della Black Consciousness

Steve Biko
"Potete spegnere
una candela
ma non potete spegnere
un fuoco..."

"La società dei bianchi ha un debito così enorme verso i neri che nessuno dei suoi appartenenti può attendersi di sfuggire alla condanna generale che obbligatoriamente sarà pronunciata dal mondo nero".

(Steve Biko) 

Pretoria, prigioni di Stato, 12 settembre 1977: un uomo nudo giace rantolando sul pavimento di una cella. Si cerca un dottore, ma è ormai tardi. Al suo arrivo, il medico si limiterà a constatare l'avve­nuto decesso del detenuto.

 Così 30 anni fa, moriva Steve Biko. Un altro nome che si aggiunge alla lunga lista delle scom­parse «misteriose» di prigionieri politici avvenute nei meandri delle carceri sudafricane. Vittime più o meno note di una lotta contro l'assurdo della di­scriminazione applicata in base al colore della pelle.

« Non siamo perseguitati come individui » aveva affermato Biko alcuni mesi prima del suo arresto, « siamo perseguitati perché siamo neri » .

All'indomani della morte del leader nero, Do­nald Woods, giornalista del Daily Dispatch, dichia­rava commosso: «Avevo avvisato James Kruger, il ministro della difesa, che Steve Biko era l'ultima speranza di una pace razziale in Sudafrica: ora que­sta speranza non esiste più ».

Subito dopo, anche Woods pagava per le sue dichiarazioni e atteggiamenti troppo « liberali »: ve­niva infatti allontanato dalla direzione del suo gior­nale e iscritto nelle « liste nere » dei servizi di si­curezza sudafricani.

La notizia della morte di Biko riusciva a sca­tenare un'ondata di indignazione in ogni parte del mondo. Di fronte a questa reazione unanime, è spontaneo chiedersi chi sia stato realmente Biko, per attirare su di sé l'attenzione dell'opinione pub­blica internazionale, quella stessa che si era limi­tata a lanciare appena uno sguardo tra le quinte in occasione delle precedenti quarantacinque scom­parse in carcere di detenuti politici sudafricani dal 1963 fino ad oggi. Era in verità un semplice sov­versivo (« il pericolo numero uno del paese », come ha sostenuto il ministro Kruger), o un sostenitore della pace e della riconciliazione razziale, come af­fermano coloro che, bianchi o neri, hanno avuto occasione di trovarsi a contatto con lui?

 

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                                                                    Vita in attivo 

Stephen Biko nasce nel 1946 a King William's Town, una cittadina della provincia del Capo. In­telligente e brillante negli studi, si iscrive alla facol­tà di medicina dell'università di Natal. Partecipa subito alle attività dell'Unione Nazionale degli Stu­denti Sudafricani (NUSAS) : un'organizzazione che riuniva giovani di ogni razza, in lotta per un Suda­frica libero dall'apartheid.

Ma la sensazione che gli studenti bianchi, più numerosi dei neri nelle università, influenzassero in modo troppo preponderante le decisioni del movi­mento, induce Steve ad uscire dal NUSAS e a fon­dare, nel 1968, l'Organizzazione degli Studenti Su­dafricani (SASO), formata unicamente da giovani di colore.

« Ci accusano di essere contro i bianchi ‑ ave­va dichiarato Biko parlando del suo movimento ‑ma noi abbiamo solamente bisogno di tempo per esaminare i nostri problemi, e non lasciarli risolve­re da chi non conosce la terribile esperienza di vi­vere nelle riserve per gente di colore ».

Scocca così la scintilla della « Black Conscious­ness », la « coscienza nera ».

Si tratta di un vero e proprio capovolgimento di valori: la presa di coscienza di essere un nero diventa, secondo le stesse parole di Biko, la forza irresistibile che spinge a « combattere contro tutti quelli che cercano di usare il nostro colore della pelle come un marchio che ci condanna ad essere considerati uomini di seconda categoria ».

La pericolosità di un ideale che unisca la popo­lazione nera sudafricana non passa inosservato agli occhi della polizia. Biko viene espulso dall'Univer­sità per attività sovversive, e gli appartenenti alla SASO e al BPC (Convenzione del Popolo Nero, il movimento fondato per sostenere politicamente gli ideali della coscienza nera) vengono messi al bando.

Biko diventa così un « banned man », un pro­scritto. E ci sono un'infinità di cose che un proscrit­to per motivi politici non può fare: è costretto al domicilio coatto, non può viaggiare, non può par­tecipare a raduni, non può comunicare con altri proscritti, può ricevere la visita di una sola per­sona alla volta, e la polizia non manca di andarlo a trovare di frequente.

Biko però non si scoraggia. Nel 1975 infatti fon­da lo Zimele Trust Fund, per aiutare le famiglie dei prigionieri politici, e il Ginsberg Educational Trust, che assiste gli studenti neri. Gli arresti tra i giovani militanti si fanno più serrati. Steve Biko viene più volte imprigionato. Nel 1976 il congresso della Convenzione del Po­polo Nero lo elegge presidente « ad honorem » del­l'organizzazione. La sua fama aumenta: i suoi ar­resti non fanno che moltiplicarla. Fino al 18 agosto 1977: è l'ultimo atto. Biko viene catturato e trasferito nelle carceri di Port Eli­sabeth.


                                                                La Coscienza nera 

Quattro milioni e mezzo di bianchi, 18 milioni di neri, oltre 2 milioni di coloured (meticci) e 850.000 asiatici, per lo più indiani. Questa la popolazione del Sudafrica oggi. E tre quarti di questa popolazio­ne non ha diritto di voto, non può liberamente sce­gliere la propria residenza, non può contrarre ma­trimonio con bianchi.

A tutte queste vittime dell'apartheid era rivol­ta l'instancabile predicazione di Steve Biko. Men­tre alcuni leader del tipo del nazionalista nero A. M. Lembede (le cui idee furono riprese nel 1958 dal Congresso Panafricanista), rigettavano la cooperazione con gli altri gruppi non bianchi presenti nel paese, e propugnavano una lotta di liberazione di colore unicamente nero, l'azione di Biko era diret­ta a coinvolgere « tutti coloro che sono discriminati per motivi razziali » , coloured e asiatici inclusi.

L'idea di una « coscienza nera » non era, comun­que del tutto nuova: i suoi concetti richiamano alla mente quelli della negritudine, diffusa nell'Africa francofona fin dal 1940, o certe sfumature del black power, il movimento di liberazione dei neri ameri­cani. Nel movimento vi si ritrovano pure ispira­zioni provenienti dalla black theology (teologia ne­ra) degli Stati Uniti, dalla teologia della liberazione dell'America latina e dall'esperienza della coscien­tizzazione di Paolo Freire. Ma, più che altro, la « co­scienza nera » era destinata a raccogliere l'eredità lasciata dal Congresso Nazionale Africano (ANC), l'organizzazione soppressa nel 1960. Una serie di processi avevano condannato al confino i suoi espo­nenti più rappresentativi, come Nelson Mandela e Walter Sisulu.

Il posto lasciato vuoto dall'ANC venne occupa­to nel 1970 dall'Organizzazione degli Studenti Su­dafricani, il movimento creato da Biko. L'anno suc­cessivo, in occasione del secondo congresso genera­le del movimento, venne proclamato il manifesto della « coscienza nera ».

Era il periodo in cui il governo di Pretoria cer­cava di moltiplicare i provvedimenti tendenti ad isolare i diversi gruppi razziali: anche le organiz­zazioni e i partiti politici formati da razze miste vennero infatti ritenuti illegali. A questa tempesta di divisione, la « coscienza nera » rispondeva richia­mando imperiosamente all'unità. Un'unità fondata in primo luogo sull'orgoglio di essere neri: un sen­timento che veniva a sconfiggere il senso di inferio­rità acquisito fin dalla nascita nei confronti dei bianchi; era la consapevolezza e la volontà di sentir­si cittadini della propria patria e per questo padro­ni di decidere il suo sistema di governo.

Nel Sudafrica c'è posto per i bianchi e per i neri ‑ affermava il manifesto della SASO ‑ ma poiché i bianchi godono tuttora di privilegi e so­stengono un regime razzista, devono essere esclusi dalla lotta per la realizzazione delle legittime aspi­razioni del popolo nero. « Il razzismo bianco ‑scriveva Biko ‑ può avere una sola antitesi: una solida unità nera per controbilanciare le parti ».

Questo accento posto ad oltranza sull'orgoglio della propria razza era ‑ come affermava Mam­phela Ramphele ‑ « l'ultima fase della resistenza nera alla dominazione bianca, l'antidoto alla schizo­frenia creata dalla polizia e dalle miriadi dei suoi informatori ».


C'era chi incolpava Biko di aver creato un fe­nomeno parallelo di razzismo nero. Un'accusa in­fondata. Si trattava infatti unicamente della volon­tà di camminare da soli sulla strada verso la rea­lizzazione di una società in cui ci sarebbe stato po­sto per tutti, bianchi inclusi.

Negli ultimi tempi, anche i leader dell'ANC in esilio avevano criticato questa posizione oltranzista di Biko nei confronti della partecipazione dei bian­chi alla lotta di liberazione. Un articolo apparso nel 1976 sul Sechaba ‑ l'organo di informazione del­l'ANC, pubblicato a Londra ‑ affermava che il suc­cesso della « coscienza nera » dipendeva dal vuoto politico lasciato in Sudafrica dalla messa al bando dell'ANC. Ma il movimento di Biko aveva commes­so un errore di fondo: aveva dimenticato che il ne­mico da combattere era la dominazione bianca e i suoi sostenitori, e che perciò « ogni rivoluzionario, bianco o nero che sia, deve prendere parte alla lotta rivoluzionaria per rovesciare la dominazione bianca ».

Ciò nonostante, Donald Woods aveva ben ra­gione di affermare: « Ricordatevi il nome di Steve Biko: in un modo o nell'altro, avrà ampia risonan­za nel Sudafrica di domani ». Woods ed altri infatti lo ritenevano il più quotato candidato alla carica di primo ministro in un Sudafrica libero dalle barriere razziali.

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                                                            Non violenza 

C'era un altro aspetto della predicazione di Ste­ve Biko che riusciva a guadagnargli le simpatie dei bianchi più liberali e di parte del mondo occidenta­le: egli era un profondo assertore dei metodi non violenti. Gandhi, il grande maestro della non vio­lenza, aveva elaborato proprio nella patria di Biko quest'arma che poi utilizzerà per l'indipendenza del­l'India. Biko, come Gandhi e come Martin Luther King, era un pacifista convinto, e credeva nel dia­logo e nel confronto. Non è facile scegliere la via della non violenza in una situazione così assurda e ingiusta come quella del Sudafrica. Ma l'atteggiamento di Biko non nasceva da una scelta ideologi­ca, bensì dalla sua fede nel Vangelo. E questo di­ventava spontaneamente il motivo fondamentale del suo stile d'azione. Biko è stato chiarissimo in pro­posito: « Non voglio neppure mettere in discussio­ne ‑ affermava ‑ la verità fondamentale che è al centro del messaggio cristiano ».


Il riconoscimento più immediato dell'ideologia non violenta da lui propugnata gli venne indiret­tamente proprio dallo stesso governo sudafricano, durante il processo contro nove esponenti della SASO e del BPC, nel 1975.

In occasione della liberazione del Mozambico e dell'Angola dalla dominazione portoghese, i due movimenti avevano organizzato dimostrazioni di sim­patia nei confronti dei due popoli da poco indipen­denti. La polizia era intervenuta, facendo numerosi arresti. Nel corso del processo comunque, gli stes­si giudici furono costretti a riconoscere che né la SASO né il BPC avevano le caratteristiche di veri e propri « gruppi rivoluzionari ». Quello che però compresero perfettamente fu che il diffondersi del­la « coscienza nera » avrebbe significato una seria minaccia per i bianchi. La condanna per i nove militanti fu ugualmente decretata: l'accusa di « ter­rorismo » veniva quindi estesa non solo a coloro che compivano atti materiali di violenza, ma anche a chi manifestava le proprie idee di disapprovazione nei confronti del regime razzista.


                                                 Tra le maglie della repressione 

Il 18 agosto 1977 Steve Biko ‑ come abbiamo detto sopra ‑ viene arrestato e condotto nella sta­zione di polizia di Walmer, a Port Elisabeth. E' rin­chiuso in una cella, dove rimane per venti giorni, completamente nudo e senza che gli sia consentito lavarsi o prendere una boccata d'aria. Il 6 settem­bre viene trasferito al comando di polizia per l'in­terrogatorio. Entra nella stanza 619, dove trascorre la notte, nudo, ammanettato, con una gamba incatenata ad un'inferriata, e sotto stretta sorveglianza delle guardie.


Si decide di trasferirlo nell'ospedale delle car­ceri di Pretoria. Un viaggio notturno di oltre 1.100 Km., durante il quale Biko è disteso, nudo e am­manettato, sul fondo della Land Rover, senza alcuna assistenza medica: unico conforto, in caso di emer­genza, un contenitore d'acqua. Solo molte ore dopo l'arrivo a Pretoria, Biko riceve la visita di un dottore.

 Che cosa sia realmente avvenuto all'interno di quella camera, non è mai stato possibile accertarlo con esattezza. Ma dalla stanza 619 Biko esce con un labbro tumefatto, mormorando parole sconnes­se. « C'è stato un incidente» , dicono le guardie. Si chiama un dottore, che non riscontra niente di anor­male nelle condizioni fisiche del detenuto. Ma da quel momento, a detta della polizia, Biko rifiuta di prendere cibo e inizia uno sciopero della fame. Vie­ne consultato un altro specialista, che suggerisce di fare al paziente una puntura lombare. Si riscontra qualche anormalità nel liquido cerebro‑spinale, ma i medici sono del parere che non ci siano ancora chiare indicazioni di una eventuale lesione cerebra­le. L'll settembre Biko viene trovato disteso sul pa­vimento della sua cella, con la bava alla bocca e gli occhi sbarrati.

 

Alla sua richiesta di informazioni circa lo stato clinico del paziente, gli si risponde semplicemente che il detenuto si rifiuta di mangiare. Il medico ordina un'endovenosa e se ne va. Nella notte, Steve Biko muore.

La prima versione fornita dalla polizia e dallo stesso ministro Kruger parla di decesso per conse­guenze di uno sciopero della fame. Un'altra « morte accidentale » quindi, che va ad unirsi ai molti casi di « suicidio » avvenuti negli ultimi anni nelle car­ceri sudafricane.

Ma l'autopsia e le perizie mediche riescono ben presto ad invalidare questa tesi. Il cadavere di Biko pesa infatti ben 87 kg., e non è del resto frequente che un detenuto che inizi lo sciopero della fame muoia dopo appena 5 giorni di digiuno.

Anche l'inchiesta che si tiene per indagare sulle circostanze del decesso di Biko e sulle possibili re­sponsabilità non riesce a sciogliere del tutto le in­quietanti domande su come egli si sia procurato tali lesioni. Qualcuno l'ha percosso, torturato? Chi? I carcerieri e i responsabili della prigione vengono tutti assolti. Il verdetto finale, letto dal presidente della corte, Martinus Prins, afferma, infatti, che, al­la luce dei fatti, la morte di Biko non fa pensare a nessun determinato intento criminale da parte di qualcuno.


Un verdetto che non chiarisce le molte zone di ombra. Prima fra tutte, il viaggio notturno fino a Pretoria, come se Port Elisabeth non avesse suffi­cienti e ben attrezzati ospedali per accogliere il de­tenuto. O la versione, molto contraddittoria, forni­ta dalla polizia circa una rissa che sarebbe avvenu­ta tra l'imputato e le guardie, durante la quale Biko si sarebbe procurato quelle lesioni battendo il capo contro il muro e quindi scivolando al suolo. Una reazione davvero insolita, come aveva affermato Da­vid Napley, il giurista britannico invitato a seguire l'inchiesta, dal momento che scagliandosi contro cin­que guardie Biko non aveva nulla da guadagnare: « Non era la reazione di un uomo normale ‑ ave­va continuato Napley ‑; è più probabile che que­sta improvvisa violenza fosse uno dei sintomi di una già avvenuta lesione cerebrale ».

Quello che è certo è che alcuni sistemi partico­lari usati per costringere gli imputati a parlare, non sono sconosciuti alla polizia sudafricana.

« Mi hanno torturato quattro giorni e tre notti, incessantemente... Mi hanno messo dei sassi nelle scarpe e mi hanno costretto a correre finché non avevo i piedi insanguinati. Ogni volta che cadevo, mi sbattevano la testa contro il muro... Quando stavo per terra, mi riempivano di calci su tutto il corpo. Mi hanno dato da mangiare due volte, ma non mi hanno mai fatto dormire. Ogni tanto, mi­nacciavano di gettarmi dalla finestra ». E' la testi­monianza di Stephen Dlamini, esponente dell'ANC, ora in esilio in Mozambico. Potrebbe essere forse la testimonianza di molti altri detenuti politici, se non fossero stati ritrovati « suicidi » nelle loro cel­le, o non fossero caduti accidentalmente ‑ come Ahmed Timol, il 21 ottobre 1971 ‑ dalla finestra del decimo piano nel corso d'un interrogatorio.


Hilda Bernstein, scrittrice sudafricana oggi in esilio, nel suo recente libro, n. 46: Steve Biko, scrive: « Quando Steve Biko entrò nella cella 619 in Sanlam Buildings, il suo destino era segnato. Il mattino del 7 settembre, ventiquattro ore dopo l'inizio dell'interrogatorio, gli vennero inflitte numerose percosse. L'uomo che aveva riso in faccia al pericolo e alle provocazioni, che aveva dato inizio ad organizzazioni e pubblicato riviste, che aveva discusso, dibattuto e promulgato idee forti, non esi­steva più. La sua vita passata era stata recisa. Ciò che rimaneva di Biko era il suo corpo, il corpo di un sofferente, muto, senza espressione, abbando­nato...

I dottori vennero, se ne andarono e vennero ancora. Non ci si può attendere granché dai poli­ziotti: il loro dovere, dopotutto, è difendere le leggi immorali dello stato razzista. Ma che dire dei dot­tori e del loro giuramento ippocratico? Se solo uno di essi avesse, anche solo con una parola o con un gesto, mostrato comprensione, preoccupazione, cu­ra per la sofferenza di quell'essere umano, di quel suo fratello la cui vita stava svanendo, si sarebbe redento. Ma no: tutti lo hanno condannato al to­tale isolamento. E in questo isolamento si incam­minò, nella incomprensione e nel buio, verso la morte ». « Quando chi non ha lottato solo viene uc­ciso, il nemico non ha ancora vinto » ha scritto Bertolt Brecht. Ma il governo di Pretoria non vuole capire. « Vi scongiuro, in nome di Dio ‑ ha loro urlato Desmond Tutu, il vescovo anglicano del Le­sotho, durante i funerali di Biko ‑: ascoltateci, finché c'è ancora una possibilità di soluzione pa­cifica ».

http://www.nigrizia.it/doc.asp?id=9993

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Pietro Veronese

Cometa Biko

 Il leader nero brillò una sola notte. Con lui il Sudafrica sarebbe diverso

Non sapremo mai che cosa sarebbe stato il Sudafrica di Bantu Stephen Biko. Quale politica, quale diverso gruppo dirigente, quale altro ruolo avrebbe oggi il suo Paese se a quella stella che brillò nel deserto fosse stato concesso di essere più di una cometa, che attraversa il buio e scompare. Tale fu invece il destino di Steve Biko, nato nel 1946, cacciato nel '72 a causa del suo impegno politico dall'università per non-bianchi (non-Europeans), dove studiava medicina; bandito nel '73; arrestato nel '76; nuovamente imprigionato nel '77 e morto tra le mani dei suoi carcerieri il 12 settembre di quell'anno.

Il mondo sarebbe probabilmente un po' diverso se fosse ancora in vita: tutte le testimonianze che abbiamo su di lui concordano nell'affermare che la sua era una personalità straordinaria, e il suo carisma sapeva affascinare, mobilitare e guidare gli uomini. Di lui si disse che "mangiava la vita a palate" e lasciò, quasi come un testamento, queste chiare parole: "O sei vivo e fiero, o sei morto; e se sei morto, allora che t'importa?"

Dobbiamo pur dirlo in qualche modo: Steve Biko è stato ucciso due volte.

La prima fu nella stanza 619 della questura di Port Elizabeth. Era la stanza "usata dalla sezione che si occupava delle questioni dei neri", come ha detto il capo dei suoi assassini. Il racconto della tortura, agonia e morte di Biko ricorda la passione di Cristo; come Cristo, egli fu crocifisso. Ammanettato a una grata metallica con le braccia e la gambe divaricate, dopo essere stato pestato a morte. Probabilmente a quel punto era già in coma cerebrale. La seconda volta avvenne circa dieci anni dopo ed è ben più difficile da raccontare, perché se ne sa molto poco. Si era allora in pieno stato d'emergenza. L'apartheid agonizzante si aggrappava al potere usando gli ultimi appigli che gli restavano: le forze antisommossa, la polizia segreta, il pugno di ferro. I ghetti erano in rivolta e si combattevano in Sudafrica molte guerre parallele. La maggiore era ovviamente quella tra lo Stato segregazionista e i giovani "compagni" dei ghetti, di cui il mondo era quotidianamente informato.


C'era poi la guerra tra le formazioni legate all'African National Congress (allora si chiamavano United Democratic Front) e il partito etnico degli zulu, l'Inkhata. Questo secondo conflitto, molto meno illustrato dai media, riguardava soprattutto la provincia del Natal. La propaganda di regime cercava di presentarlo come un conflitto etnico, che preannunciava quel che sarebbe accaduto in Sudafrica se mai un giorno i neri avessero preso il potere. Oggi sappiamo che le cose non stavano affatto, o non solo, così. L'Inkhata aveva il sostegno attivo e clandestino dei servizi segreti e delle forze armate sudafricane, era una specie di longa manus del potere, e dietro il suo linguaggio politico moderato, liberista, democratico, era in realtà un'organizzazione militar-tribale alleata del regime razzista. Ci fu infine una guerra segreta, ignorata all'epoca, nascosta ancor oggi. Fu quella tra i militanti dell'African National Congress e i discepoli di Steve Biko, i seguaci del movimento chiamato Black Consciousness.

 
La Black Consciousness era ideologicamente più radicale del "movimento democratico di massa" (altra espressione del tempo) che faceva riferimento al gruppo dirigente dell'Anc, all'epoca ancora clandestino oppure esiliato nel vicino Zambia. Ma naturalmente dava per scontata l'alleanza con gli altri "compagni" contro il regime dell'apartheid. Gli altri però non la pensavano così e mentre lottavano contro le forze antisommossa scatenarono una lotta senza quartiere contro quelli della Black Consciousness per il controllo politico e organizzativo del movimento. Di questa lotta si sono persi all'apparenza ricordi e testimonianze.


L'unico luogo nel quale sembra esserne rimasta traccia visibile è un libro bellissimo scritto da un bianco sudafricano: "Il mio cuore di traditore" (My Traitor's Heart) di Rian Malan. Fu, racconta Malan, una lotta mortale e vincente. Steve Biko è oggi nel pantheon dei martiri politici sudafricani, ma la sua eredità politica è inesistente, a malapena si riescono a ricostruire le sue idee, che furono sparse come cenere al vento nello stesso momento in cui si celebrava la sua memoria.


La meteora Steve Biko apparve nel firmamento dei neri sudafricani in un momento in cui esso era vuoto di stelle. L'apartheid trionfava. I dirigenti storici dell'African National Congress languivano dietro le sbarre di Robben Island. Quelli che erano riusciti a raggiungere l'esilio facevano una vita grama a Lusaka o in qualche altra capitale africana, sussidiati dai sovietici o da qualche altro Paese socialista. I rapporti col Sudafrica erano pressoché inesistenti, l'attività clandestina poca o nulla. Lo strapotente apparato repressivo dello Stato sembrava aver vinto la partita.

Fu allora che si fece avanti Steve Biko. Il suo messaggio era più quello di un predicatore che di un leader politico. Una specie di Martin Luther King sudafricano; ma un Luther King laico e di estrema sinistra. Non dimentichiamo che il movimento della Black Consciousness fu fondato nel 1969, anno di rivolta giovanile in tutto il mondo. Il suo scopo era semplice: restituire ai neri orgoglio, dignità, voglia di alzare il capo e di lottare. "Essere neri", scrisse Biko, "non dipende dalla pigmentazione della pelle. Essere neri è il riflesso di un atteggiamento mentale. La filosofia della Black Consciousness esprime l'orgoglio e la determinazione dei neri. Al cuore di questo modo di pensare c'è la presa di coscienza da parte dei neri che l'arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi". Il primo corollario di questo insegnamento è anche il lascito più controverso di Steve Biko.

Egli sosteneva infatti che i neri dovevano spezzare ogni legame associativo con i bianchi, nel lavoro, in politica, in tutti i campi.

Il suo movimento, e questa era la differenza più vistosa con l'African National Congress, era aperto ai soli neri. Seconda conseguenza era il suo disprezzo per i bianchi liberal, coloro che pretendono "di avere l'anima di un nero dentro una pelle bianca. I liberal bianchi hanno sempre preteso di sapere loro che cosa fosse buono per i neri". Terzo punto, infine, la critica di ogni integrazione tra neri e bianchi nel movimento di liberazione: "L'unico risultato di questo tipo di integrazione è che i bianchi non fanno che parlare e i neri non fanno che ascoltare. Non è questa la soluzione: sarebbe come illudersi che lo schiavo possa lavorare di comune accordo con il figlio del padrone a rimuovere tutte le condizioni che hanno portato alla sua schiavitù. No: se prima i neri da soli, con le loro forze, non si saranno liberati del loro complesso di inferiorità, tutto il resto sarà inutile".


Questa parte del Biko-pensiero s'è lasciata dietro un alone di disagio tra i liberal di ieri e di oggi. C'è persino un sospetto di razzismo nelle sue affermazioni. ("Che c'entra il razzismo?", rispondeva Biko sarcastico, "si può essere razzisti solo se si ha il potere di soggiogare. Noi non facciamo che reagire a una situazione nella quale siamo noi le vittime di un sistema razzista. Nessuno si stupisce se i lavoratori non vogliono nel loro sindacato gli esponenti del padronato!").


I pochi sopravvissuti tra i suoi discepoli sono divisi: alcuni sostengono che nell'ultimo periodo della sua vita egli ammorbidì le sue posizioni, altri niente affatto. Persino le due donne della sua vita, la vedova Ntsiki e la sua compagna Mamphela Ramphele, oggi docente universitaria, hanno ricordi opposti. La professoressa Ramphele sostiene che Biko non fu mai "anti-bianchi". A favore della tesi più rassicurante c'è anche la testimonianza del giornalista liberal Donald Woods, che fu suo grande amico. Un'amicizia raccontata nel film di Richard Attenborough Grido di libertà.


Qualunque sia la verità, è innegabile che l'ideologia della Black Consciousness provocò il risveglio della gioventù dei ghetti. Fu in quel clima che insorse Soweto, la più grande città nera del mondo. La rivolta del '76 segna la svolta storica nella lunga marcia dei neri: da allora le cose non si sono più fermate, fino alla vittoria del 1994.

Questo è il vero lascito di un uomo che aveva dalla sua nient'altro che la parola e gli scritti, pubblicati quasi tutti in una rubrica di giornale intitolata I write what I like, scrivo quello che mi pare.

 Nulla illustra meglio la distanza, la diversità tra Biko e il gruppo storico dell'African National Congress delle memorie di Nelson Mandela. Provate a guardare nell'indice dei nomi del libro del presidente sudafricano Lungo cammino verso la libertà (Feltrinelli). C'è tutto il Gotha del movimento di liberazione sudafricano; ma Steve Biko non è nominato nemmeno una volta. Certo, Biko divenne adulto, lottò e morì mentre Mandela era rinchiuso a Robben Island e i due non s'incontrarono mai. Ma anche nell'isolamento dell'Alcatraz sudafricana si sapeva bene che cos'era la Black Consciousness: i suoi militanti arrestati e condannati arrivavano anch'essi nel braccio dei politici, dove c'erano i "vecchi" dell'Anc, che avevano trent'anni più di loro. Mandela racconta un aneddoto illuminante. Un giorno va in Direzione, a parlare col maggiore che comandava la prigione. Mentre i due camminano, vedono un ragazzo che non aveva più di diciott'anni il quale, al passare del maggiore, non si alza in piedi né si toglie il cappello che aveva in capo."Prego, si tolga il cappello", fa il maggiore. Silenzio. "Si tolga il cappello!". Allora il ragazzo volge infine lo sguardo e fa: "E perché?". Il maggiore inghiotte e risponde: "È il regolamento". E l'altro: "Perché c'è questo regolamento? A che serve?".
Ecco in che cosa consisteva la Black Consciousness: nel coraggio di rispondere al proprio carceriere, di contestare il regolamento invece di subirlo. Ma la fine dell'aneddoto è ancora più rivelatrice. Il maggiore sospira e allontanandosi conclude: "Mandela, gli parli lei". Naturalmente Nelson prende le parti del nuovo arrivato, però l'episodio ci mostra il leader storico dell'Anc nel ruolo di imbarazzato intermediario tra il potere bianco e la nuova generazione di militanti. È evidente il disagio politico nel quale l'avvento della Black Consciousness gettava la vecchia leadership del movimento. Racconta Mandela che ci furono, dietro le mura del penitenziario, feroci lotte tra Anc, Bc e un terzo movimento, il Pan Africanist Congress.

Oggi la vedova di Biko accusa l'Anc, diventato ormai partito di governo, di ignorare la memoria del marito, omettendo di celebrarne gli anniversari e lasciando nell'abbandono la sua tomba. La via crucis di Steve Biko, dopo l'arresto il 18 agosto del 1977, durò 21 giorni. Con le percosse lo costringevano a stare perennemente in piedi, impedendogli di dormire. Lo interrogavano pestandolo con i pugni e i tubi di gomma o sbattendogli la testa contro il muro. Sperando nell'amnistia, i suoi cinque aguzzini, guidati dal loro capo di allora, il colonnello della Security Police Harold Snyman oggi in pensione, hanno raccontato tutto quello che gli fecero. Hanno detto che durante l'ennesimo interrogatorio Biko divenne furibondo e saltò loro addosso, allora furono costretti a placcarlo come un giocatore di rugby, ciò facendo gli fecero perdere l'equilibrio e cadendo Biko picchiò il capo contro lo spigolo della scrivania. "Poi lo incatenammo alla grata, nel caso al suo risveglio si fosse mostrato di nuovo aggressivo". Ma Biko non si risvegliò più. Spaventati, i poliziotti vollero trasferirlo a Pretoria, 700 chilometri di strada disagiata. Trovarono un medico compiacente il quale certificò che il detenuto poteva benissimo affrontare il trasferimento. Così per tutta una notte il corpo di Biko, seminudo, avvolto in una coperta, viaggiò abbandonato sul pavimento metallico di un cellulare, sbattendo il capo ad ogni buca. Questa fu la sua agonia. Quando le autorità carcerarie ammisero infine che era deceduto, il ministro dell'Interno James Kruger dichiarò tra gli applausi dei delegati al congresso del partito di governo: "La morte di Biko mi lascia freddo". I suoi stupidi assassini non hanno probabilmente ancora capito che, mentre moriva nelle loro mani, Steve Biko stava compiendo il suo capolavoro politico.
Lo aveva spiegato lui stesso in un'intervista pubblicata postuma. "O sei vivo e fiero, o sei morto; e se sei morto, allora che t'importa? Il metodo con il quale muori può essere di per sé un fatto politico. Così, se riesci a superare la paura personale della morte, già sei sulla buona strada. Lo stesso accade sotto interrogatorio. Durante il mio primo arresto il poliziotto mi diceva: "Ti ucciderò". Voleva intimidirmi. E io gli risposi: "Quanto tempo ci impiegherai?". Se mi picchiano, è a mio vantaggio. Lo posso usare. Perciò volevo che continuassero e facessero quello che potevano, così io avrei potuto usarlo. Io ero in posizione di forza, e loro nella posizione più debole. Il mio atteggiamento è: non lasciarli tranquilli mentre cercano di svolgere il loro programma. È una lotta: se hanno deciso di darmi una certa quantità di botte e non di più, la mia idea è costringerli a superare quel punto, in modo che la cosa diventi incontrollabile. Così dissi loro: "Sentite ragazzi, se volete fare le cose a modo vostro dovete legarmi mani e piedi in modo che io non possa reagire. Sappiate che se potrò reagire, lo farò. E temo che finirete per dovermi uccidere anche se non è nelle vostre intenzioni"".

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L'Eredità di Steve Biko

 

Steve Biko stava per compiere 23 anni quando espresse le aspirazioni e gli obiettivi dell'Organizzazione degli studenti sudafricani (Saso) nel suo primo congresso, che si svolse nella "sezione neri" dell'università del Natal, a Durban, nel dicembre del 1969.

Sembrava già consapevole delle pressioni dell'establishment razzista che trovavano esplicita espressione nei media in mano ai bianchi e metteva in evidenza che lui, così come l'organizzazione che presiedeva, non era razzista. La Saso doveva "far crescere il morale degli studenti non bianchi (sic) per aumentare la loro fiducia in se stessi", disse nel discorso. E aggiunse che la Saso aspirava ad "aumentare il grado di contatto non solo tra gli studenti non bianchi, ma anche tra questi e il resto della popolazione studentesca sudafricana, per far accettare gli studenti non bianchi come parte integrante della comunità studentesca sudafricana".

Si poteva pensare che stesse facendo di tutto per rendere chiaro il suo messaggio non razziale. Ma alla fine della sua breve vita, e anche in seguito, Biko è stato etichettato come "razzista nero". L'establishment razzista (e non dimentichiamo che una maggioranza crescente dell'elettorato bianco lo sostenne fino alla fine) aveva messo in piedi un'intera serie di leggi che escludevano i neri dalle istituzioni e dal diritto fondamentale all'istruzione. La dichiarazione di Biko rifletteva questa realtà, ma si spingeva al punto di offrire un ramoscello di ulivo: "Non è troppo tardi per farci salire a bordo e dirigerci insieme verso un mondo di nuove possibilità", diceva. Purtroppo le sue parole si sarebbero rivelate di poca utilità.

Alcuni mesi dopo, nel luglio 1970, fu evidente che Biko riteneva necessario aumentare leggermente la pressione. Attaccò violentemente sia i liberali sia i progressisti bianchi perché volevano condurre il dibattito politico: "I bianchi che parlano e i neri che ascoltano", ecco come Biko descriveva la situazione. "Vogliono rifuggire da ogni forma di 'estremismo'", scrisse, "condannando la 'supremazia bianca' come se fosse cattiva semplicemente come il 'Black Power!'". Il "potere nero", naturalmente, riguardava il conferimento di potere ai neri in un ambiente che glielo toglieva, e non il dominio dei neri. Ma ancora una volta questa cauta espressione della coscienza nera produsse sdegno anziché comprensione in settori troppo importanti della comunità bianca.


Nei suoi scritti Biko si spinse a esplorare perché i sudafricani neri avessero inizialmente accettato una posizione inferiore nella società sudafricana non solo fisicamente ma, soprattutto, psicologicamente, e perché dovessero reinventare il loro pensiero per superare questa condizione. Su questo verteva la sua idea di "coscienza nera". I suoi scritti affrontavano temi che, sia pur riferendosi sempre alla necessità di una liberazione nera, lasciavano aperta la porta a una società pluralistica in Sudafrica: quella che oggi chiamiamo "riconciliazione". La liberazione, diceva Biko, era uno stato della mente, necessario a tutti noi, neri e bianchi, chiunque fossimo.


Nei pochi anni della sua vita Biko fu denigrato sia dalla sinistra legale sia dalla destra conservatrice, così come dalla maggior parte di chi occupava il prudente spazio intermedio. Ma è davvero questo ciò che egli rappresentò? Soprattutto, è davvero questo il modo in cui dovremmo seppellire lo spirito altamente complesso e conflittuale di quel periodo cruciale di lotta, tra la fine degli anni sessanta e la fine degli ottanta, che poi vide l'alba precoce di un trionfo, per così dire, della lotta che tutti noi appoggiavamo?

Biko è una nota a piè di pagina della storia o è un eroe? Tutti sappiamo che è un martire, per il modo in cui fu fatto uccidere per le sue convinzioni. Ma come lo ricorderemo, oggi che possiamo valutarlo per quello che lui e noi davvero abbiamo fatto?


Qual è l'eredità del bantu Stephen Biko? Ci vorrà ancora molto tempo prima di poterlo stabilire con esattezza. Ma una parte di questa eredità è il suo coraggio fisico e intellettuale nel ricordarci che dobbiamo difenderci. E il fatto che dovette ripetere le stesse cose in continuazione, in una società ridotta al silenzio, è una prova della sua resistenza in un compito che sembrava impossibile: smuovere il blocco dell'apartheid.

Ma dovremmo anche chiederci in che modo l'eredità di Steve Biko sia rappresentata oggi in un Sudafrica trasformato. Ricordiamo davvero quello che egli sosteneva e siamo ancora pronti a pagare il prezzo delle libertà che espresse?


Ci si potrebbe chiedere cosa avrebbe fatto Biko del Nuovo Sudafrica se avesse avuto il privilegio di sopravvivere. Ma forse la sua eredità, se ogni tanto ci fermiamo a riflettere, è quella di obbligarci a mettere in discussione le scelte che compiamo nel definire la nostra identità.


Viva Steve!

















John Matshikiza

Internazionale 457, 5 ottobre 2002

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Se fosse ancora vivo, oggi avrebbe meno di 60 anni. Quando venne massacrato dal regime segregazionista sudafricano era appena trentenne. Il nostro ricordo di Steve Biko, il giovane ribelle della Coscienza Nera. E di altri due grandi protagonisti della lotta contro l’apartheid

Di Pier Maria Mazzola 

Bantu Stephen Biko nacque nel dicembre del 1946, nella provincia del Capo Orientale. Dopo gli studi secondari si iscrisse a medicina all’Università del Natal - sezione separata per i neri, beninteso. Maturava intanto in lui la coscienza politica. 

Il suo primo impegno fu con l’Unione nazionale degli studenti sudafricani (Nusas). Ma nel 1969 se ne staccò per fondare l’Organizzazione degli studenti sudafricani (Saso). Nella Nusas militavano anche giovani bianchi, la loro presenza era preponderante, Biko si convinse presto della necessità di uno spazio dove i neri in quanto tali si valorizzassero in modo autonomo. Prendeva corpo la Black Consciousness: la “Coscienza (o Consapevolezza) nera”. 

Il giovane Steve aveva annusato lo spirito del tempo, soprattutto quello che soffiava sull’Africa (la negritudine, Kwame Nhrumah, Amílcar Cabral…), sugli Stati Uniti (Malcolm X, il Black Power e la Black Theology…), sull’America Latina (Paulo Freire e la sua pedagogia degli oppressi). «Per “Coscienza nera” - spiegava Biko - io intendo la rinascita politica e culturale di un popolo oppresso. Ora i neri in Africa sanno che i bianchi non saranno conquistatori per sempre. 

Questa scoperta li conduce a porsi la domanda: “Chi sono io? Chi siamo?”. La sfida della decolonizzazione è stata condivisa dai bianchi liberali. Per qualche tempo si sono comportati come portavoce dei neri. Ma poi qualcuno di noi ha cominciato a chiedersi: “Possono forse i nostri amici liberali mettersi al posto nostro?”. La nostra risposta fu: “No!... Finché i bianchi liberali sono i nostri portavoce, non ci sarà nessun portavoce nero”».


Grido di libertà è il film girato
nel 1972 dal regista 
Richard Attenborough,
dedicato all'intensa vita
di steven Biko; una pellicola
da non perdere.

Bianco, ma amico

Da qui all’accusa di razzismo (alla rovescia), il passo era breve. Ma Biko non si lasciò spiazzare: «Ancora oggi - confessava nell’anno della sua morte - noi siamo accusati di razzismo. È un errore. Noi sappiamo che tutti i gruppi interrazziali in Sudafrica hanno rapporti nei quali i bianchi sono superiori, i neri inferiori.

Così, per cominciare, i bianchi devono rendersi conto di essere solamente “umani”, non superiori. La stessa cosa per i neri, che devono rendersi conto di essere umani, non inferiori. Per tutti noi questo significa che il Sudafrica non è europeo, ma africano». 

Grido di libertà è un film che il regista Richard Attenborough (quello di Gandhi) ha costruito proprio sull’amicizia di Biko (la prima interpretazione importante di Denzel Washington) con un giornalista, un bianco liberale. 

È grazie a lui, del resto, che sappiamo molte cose di Biko, affidate a un libro di memorie. Per Donald Woods (questo il suo nome), che pagò con l’esilio il suo rapporto con Biko, «l’amico che più apprezzavo era un uomo speciale, straordinario. Nei tre anni che lo conobbi, non ebbi mai il minimo dubbio che fosse il leader più importante dell’intero paese.

Era saggio, pieno di humour, compassionevole, brillante, altruista, modesto, coraggioso. Il governo non ha mai capito quanto Biko fosse uomo di pace. Il suo costante obiettivo era la riconciliazione pacifica di tutto il Sudafrica».

Dopo Soweto

Nel 1972 Steve Biko è tra i fondatori della Black Peoples Convention, federazione di una settantina di gruppi che si riconoscono nella filosofia della coscienza nera. In questo ambiente si prepararono le manifestazioni di protesta di Soweto, la township di Johannesburg teatro, il 16 giugno 1976, di una durissima repressione della polizia. 

Quel giorno vennero massacrati almeno cento neri. La rivolta dilagò per il paese e in un anno si contarono un migliaio di vittime. Moltissimi i giovani, anche bambini. Non era difficile, per il regime, collegare il nome di Biko alla rinnovata consapevolezza che sosteneva la gioventù nella lotta contro l’apartheid. 

Biko non fece mai parte dell’African National Congress (Anc), il movimento storico - quello di Nelson Mandela - che dal 1912 convogliava l’ansia di riscatto della maggioranza nera. Per il leader studentesco, l’Anc era in un certo senso troppo “moderato”, anche se aveva poi fatto la scelta, non condivisibile per un nonviolento come Biko, di costituire un braccio armato. 

Ma prima del suo arresto definitivo, Biko stava preparandosi, come ricorda lo stesso Mandela, a un incontro segreto con Oliver Tambo, il successore di Lutuli alla presidenza dell’Anc. Di quella nascente alleanza il governo aveva sicuramente paura. 

Forse, anche per questo Biko venne ammazzato. 

Ammazzato? «Biko vive!», gridano ancora i graffiti dai muri delle periferie sudafricane.

http://www.missionaridafrica.org/archivio_rivista/2006_02/07.htm

 

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Nel 1970 fonda il Black Consciousness Movement ("movimento per la coscienza Nera"), un movimento sorto dall'angoscia e dalla frustrazione degli africani colti, che si vedono preclusa ogni libertà a causa dell'apartheid. Il BCM si articola in tre organizzazioni: un movimento politico (Black Peoples' Convention), una centrale sindacale (Black Allied Workers' Union) e una lega studentesca (South African Students' Organisation).

Il 6 settembre 1977 Biko fu arrestato presso un posto di blocco dalla polizia sudafricana. Durante la prigionia nel carcere di Port Elizabeth subì una grave lesione al cranio, presumibilmente colpito con una spranga, e il 12 settembre 1977 morì durante il trasferimento verso un'altra prigione. Le fonti ufficiali della polizia sostennero che il decesso era da attribuirsi a un prolungato sciopero della fame.

La morte di Biko contribuì a farne un simbolo per la popolazione sudafricana nera, un eroe della resistenza contro il regime afrikaner; i suoi funerali furono l'occasione per una grande manifestazione di massa e di sfida.

Nel 1980, Peter Gabriel incide un brano di grande successo (dal titolo Biko), la cui riproduzione radiofonica viene vietata in Sudafrica.

Il regista inglese Richard Attenborough dirige il film uscito nelle sale nel 1987 Grido di libertà (titolo originale Cry Freedom), che racconta la storia degli ultimi giorni di Steve Biko.

http://it.wikipedia.org/wiki/Stephen_Biko 

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Steve Biko :


"Il "Il giorno che mi prenderanno, mi ammazzeranno, perché io o li picchierò o mi farò picchiare fino a farmi ammazzare." Ed è morto proprio così Steve Biko. Coerente e fedele alla proprie idee, Biko, a soli 31 anni, fu brutalmente picchiato e assassinato mentre si trovava in stato di arresto per aver "insultato" un agente: era il 12 settembre 1977.

Studente in medicina, ex giocatore di rugby ma, soprattuto, leader carismatico della lotta all'apartheid, Steve Biko fonda e guida alla fine degli anni '60 la "Black Consciousness", un movimento che è l'espressione di una generazione di giovani neri capaci, attraverso ideali nuovi e motivazioni profonde, di ridare impulso a quella lotta antirazzista e antisegregazionista che aveva subito colpi durissimi con la dichiarazione di illegalità dell'Anc (African National Congress) nel 1960 e con l'arresto nel 1962 e la condanna all'ergastolo nel 1964 di Nelson Mandela. Più seguace di Malcolm X e delle Black Panthers che ripropositore, da Garvey a Farrakhan, del separatismo folk, Steve Biko e il suo movimento inneggiavano alla "coscienza nera" per ricordare al popolo nero del Sudafrica la dignità, la fiducia, la fierezza della propria civiltà e alla diaspora nero-americana la necessità e l'urgenza di sanzioni economiche capaci di sgretolare il regime di Botha. Nell'aprile di qualche anno fa è stata creata in Sudafrica la Commissione per la Verità e la Riconciliazione con il compito non facile di trovare la verità sui crimini dell'apartheid e, quindi, di fare giustizia nel nome delle migliaia di vittime. Ma punire i colpevoli significherebbe innanzitutto processare l'intera società dei bianchi pertanto il nuovo Sudafrica guarda al futuro e la parola d'ordine è "riconciliazione sociale". E proprio in nome di questa riconciliazione sociale, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione presediuta dall'arcivescovo di Città del Capo Desmond Tutu (premio Nobel per la pace nell'84), è stata dotata di ampi poteri di amnistia.

"Ma il perdono", ha sottolineato più volte Nelson Mandela, "non significa dimenticare. Indispensabile è fare chiarezza". E mentre i sostenitori della Commissione continuano a sostenere che "la verità è già una forma di giusizia", gli scettici e gli arrabbiati già parlano di giustizia "mutilata dalla politica". - Molti sono stati gli artisti che hanno dedicato le loro opere a Steve Biko e alla sua lotta. Nel 1980, Peter Gabriel pubblicò una canzone dal titolo "Biko"; canzone che è poi diventata nel 1989 il motivo musicale del film "Cry freedom" (Grido di libertà) di Richard Attenborungh e interpretato da Danzel Washington che racconta, appunto, la vita e l'assassinio di Steve Biko. In un'edizione del Festival di Sanremo di qualche anno fa, molti sicuramente ricorderanno l'atmosfera suggestiva e malinconica che Bruce Springsteen seppe creare con la versione acustica di una sua canzone "The ghost of Tom Joad" che l'artista dedicò a Steve Biko.

 

Questo testo è stato tratto dal sito :

http://www.associazioni.prato.it/orsaminore/documenti/sudnord/htm/stevbiko.htm

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Desmond Tutu rende omaggio a Steve Biko nel 30° anniversario della morte


Ma chi era Biko? Era un militante nero del Sudafrica ed una delle grandi figure della lotta contro l’Apartheid...
venerdì 19 ottobre 2007, di Thierry Abdon AVI - 307 letture

L’arcivescovo sudafricano anglicano Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, ha reso omaggio, in un discorso pronunciato lunedì 8 Ottobre 2007 nella regione del Capo, al ruolo svolto per la lotta contro la segregazione razziale dall’ex dirigente della Coscienza Nera Stephen Bantu Biko.

Ma chi era Biko? Era un militante nero del Sudafrica ed una delle grandi figure della lotta contro l’Apartheid.

Nato il 18 dicembre 1946 a King William’s Town nella provincia del Capo, Steve Biko ebbe ben presto a che fare con la politica a causa di suo fratello, fermato nel 1963 per attività di militanza contro la segregazione razziale. Nel corso degli studi di medicina all’Università del Natal venne eletto membro nel Consiglio rappresentativo degli studenti neri e nel 1967 fu delegato alla conferenza del National Union of South African Students (NUSAS) all’Università di Rodi. Benché d’ispirazione non violenta, la sua filosofia militante fu più radicale di quella dell’ANC (African National Congress) di Nelson Mandela. Nel 1969, all’Università del Nord vicino a Pietersburg, partecipò al fianco di molti studenti neri del Natal alla creazione del South African Students Organisation (SASO), movimento composto da studenti che seguono la filosofia della Coscienza Nera (Black Consciousness). Venne eletto primo presidente di questo sindacato studentesco e nel 1972, fondò la Black Peoples Convention (BPC), versione post-studentesca della SASO. Nel 1973, venne messo al bando ed assegnato a residenza sorvegliata nella sua regione del Capo Orientale. Gli fu vietato di tenere discorsi in pubblico e di parlare a più di una persona contemporaneamente. In questo periodo i desideri d’emancipazione dei giovani neri, che respinsero i principi di moderazione e d’integrazione auspicata dai loro genitori nei confronti dei bianchi, gli consentirono di avere con se sempre più militanti. Nel giugno 1976 quest’evoluzione condusse dapprima ai sollevamenti popolari in tutte le townships (bidonville) del paese, al punto di far aumentare la repressione da parte delle forze di sicurezza che, in seguito, provocò la sommossa degli studenti e degli scolari contro l’imposizione dell’istruzione in Afrikaans (lingua derivata dall’olandese) che sfociò nell’efferato massacro di Soweto.

Per la durata di centouno giorni Biko fu tenuto in un luogo segreto con il divieto di spostarsi; tuttavia sfidando tali divieti girò clandestinamente la regione del Capo Orientale. Fu in questo periodo che si formò un legame d’amicizia con il giornalista progressista Donald Woods, che scriverà poi la sua biografia dalla quale si è ispirato il regista Samuel Richard Attenborough per realizzare il noto film “Grido di Libertà”.

Il 6 Settembre 1977 Steve Biko venne fermato ad un posto di blocco dalla polizia sudafricana ed arrestato. Durante la prigionia nel carcere di Port Elizabeth, ed in seguito alle torture subite, riportò una grave lesione al cranio, presumibilmente per un colpo di spranga, e il 12 Settembre 1977 morì durante il trasferimento verso un’altra prigione.

Le fonti ufficiali della polizia sostennero che il decesso era stato causato da un prolungato sciopero della fame.

Il premio Nobel Desmond Tutu paragona la morte brutale di Biko nelle mani della polizia sudafricana a quella di Gesù Cristo, perché, come Lui, è morto per una buona causa: "E’ morto per darci la libertà. L’altro giovane uomo ad aver sacrificato la proprio vita per noi è stato Gesù Cristo", ha dichiarato, ricordando che 30 anni fa le persone dovevano armarsi di coraggio per partecipare ai funerali di Biko.

Ha raccontato come lui stesso, con la moglie ed altre persone, furono aggrediti mentre prendevano l’autobus per andare ai funerali del diffusore della Coscienza Nera. Nel frattempo la polizia impediva a tutti i manifestanti di partecipare a questo raduno.

Secondo Tutu, Biko sarebbe felice di constatare che oggi molte cose sono cambiate nel paese dell’arcobaleno. "Ero presente 30 anni fa, durante i funerali, un po’ più giovane di ora. Steve deve certamente sorridere osservandoci tutti qui ", ha detto l’arcivescovo rivolto alla folla.

"No! no! no!” ha esclamato il premio Nobel, come per ribadire che queste ingiustizie non devono più accadere, sfoggiando un ampio sorriso con lo sguardo rivolto alla grande immagine che ritrae il fautore della Coscienza Nera appesa davanti al commissariato di polizia di Port Elizabeth dove Biko morì per le percosse ricevute.

L’arcivescovo ha descritto Biko come un giovane uomo straordinario che riusciva a coinvolgere tutti con il suo entusiasmo, un entusiasmo che ha aiutato anche i bianchi che pensavano di essere migliori degli altri, a ritrovare la loro umanità. "Siamo tutti uguali. Dobbiamo rispettare noi stessi e rispettare gli altri”, ha affermato.

Tutu pronunciava queste parole lunedì 8 Ottobre nel corso di un servizio di Azione di Grazia dedicato a Biko al Victoria Grounds, all’est del Capo dove 30 anni fa si svolsero i suoi funerali.

E’ doveroso ricordare anche che Steve Biko fu picchiato a morte nei locali della polizia.

Fu poi trascinato quasi nudo, legato alla parte posteriore di un furgone che da Port Elizabeth nel Sud raggiunse la prigione di Pretoria nel nord, percorrendo una distanza di oltre 1.000 chilometri.

La sua morte avvenuta nel settembre 1977 scandalizzò la Comunità internazionale che da quel momento si dichiarò apertamente contro il regime sudafricano della segregazione razziale.

http://www.girodivite.it/Desmond-Tutu-rende-omaggio-a-Steve.html

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www.resistenze.org - popoli resistenti - sudafrica - 04-10-07 - n. 197

Pur dissentendo, almeno in parte, dalla chiave di lettura dell'autore del pur stimolante articolo (Prêche è un competente studioso della realtà africana), vogliamo, con la traduzione del suo contributo, rendere omaggio alla figura di Steve Biko, martire eroico della lotta di liberazione dall'apartheid, assassinato 30 anni fa dai macellai del regime razzista sudafricano.

 

da rebelion.org

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=56307

 

Steve Biko, il martire della “Coscienza Nera”!

 

30° anniversario dell’assassinio di un grande leader sudafricano                 

 

Pierre Prêche

 

17/09/2007

 

tradotto in spagnolo da Caty R.

 

Specie di stella cometa della lotta per la liberazione dei neri del Sudafrica e del mondo, Steve Biko nacque nel 1946 in un township (insediamento urbano creato ai tempi dell'apartheid per gente di razza nera in Sudafrica N. di T.) della provincia del Capo e morì a conseguenza delle torture e maltrattamenti inflitti dalla polizia terroristica del regime dell'apartheid. Una Coincidenza?

 

Il fondatore del movimento della Coscienza Nera muore il 12 settembre del 1977, lo stesso giorno di suo padre Mzimkhayi, che morì assassinato da un poliziotto bianco il 12 settembre del 1951, durante una riunione di militanti.

 

La vita di Steve Biko è stata scritta, cantata ed immortalata dal Biko di Peter Gabriel e dal film “Cry Freedom” , che servì anche a scoprire Denzel Washington, una futura stella del cinema. La resistenza eroica di Biko è ben conosciuta, il suo percorso di disubbidienza contro l'ordine razzista e segregazionista cominciò dalla scuola secondaria, dalla quale fu espulso per il suo atteggiamento contro l'establishment. Con un padre ed un fratello impegnati nella causa antirazzista, il suo destino sembrava già segnato per qualcosa di grande.

 

Steve Biko creó il primo sindacato di studenti esclusivamente nero nel 1969, il South African Students Organisation (SASO), e fece fare un passo avanti alla lotta di liberazione concentrandosi sulla dimensione psicologica, la coscienza dei neri, un terreno da cui riteneva sarebbe scaturito un processo rivoluzionario. Per questa ragione si separò dai liberali bianchi antiapartheid dedicandosi all’unificazione delle forze dei neri. Una strategia che lo distingueva chiaramente da altri partiti impegnati nella lotta di liberazione, come l'ANC. In quest’ambiente produsse una filosofia politica, una messa a fuoco della coscienza nera che continua ad essere attuale e adattabile ai differenti ambienti sociopolitici.

 

Carismatico ed eloquente, Biko, il militante, l'antico studente della scuola di medicina, disse (1):

 

"I neri sono stanchi di essere spettatori del gioco che dovrebbero giocare. Vogliono fare da sé e per sé le cose che gli spettano."

 

"La Coscienza Nera è un atteggiamento dello spirito ed una maniera di vivere, la più positiva, che deve derivare sempre dal mondo nero. La sua essenza è la realizzazione per l'uomo nero della necessità di unirsi coi suoi fratelli intorno alla causa della sua oppressione - il colore della sua pelle - ed agire in gruppo per liberarsi delle catene che li legano alla servitù perpetua."

 

"Non abbiamo bisogno che ci ricordino chi siamo, il popolo indigeno, poveri e sfruttati nella terra dove nascemmo. Quelli sono i concetti che la Coscienza Nera vuole sradicare dallo spirito dell'uomo nero prima che la nostra società sia trascinata nel caos da irresponsabili con un bagaglio culturale fatto di Coca Cola e hamburger."

 

"Uomo nero stai nel tuo diritto, stai nella tua casa." (il motto dell'organizzazione SASO)

 

“La cosa prima che devono capire i bianchi è che sono esseri umani, non esseri superiori. E la stessa cosa i neri, devono capire che sono esseri umani, non esseri inferiori."

 

"Se non vivi con dignità sei morto, e quando sei morto non sei niente."

 

"L'arma più potente dell'oppressore è lo spirito dell'oppresso."

 

"Il principio basilare della Coscienza Nera è che il nero deve respingere tutti i sistemi di valori che tendono a fare di lui un straniero nella terra dove nacque e a ridurre la sua dignità umana fondamentale."

 

"Essere nero non è una questione di pigmentazione Essere nero è il riflesso di un atteggiamento mentale."

 

"È necessario vedere la verità, è l'unica strada per il cambiamento di questa gente che ha smarrito la sua personalità. La prima tappa è fare che l'uomo nero ritorni in sé, iniettare di nuovo la vita nel suo guscio vuoto, infondergli orgoglio e dignità e ricordargli la sua complicità nel crimine quando accetta che l'utilizzino lasciando così regnare il male supremo nel suo paese natale."

 

"Definendoci come neri, semplicemente, intraprendiamo la strada verso l'emancipazione, ci impegniamo a lottare contro tutte le forze dirette ad utilizzare la nostra negritudine come segno di servilismo."

 

Il giovane di 30 anni che la brutalità afrikáner strappò al suo popolo, continuò ad essere molto popolare e la sua eredità d’orgoglio nazionale nero contribuì a forgiare il Sudafrica d’oggi, servendo a riferimento costante della consacrazione nella lotta sincera contro il razzismo.

 

Gli accenti "fanoniani" di Biko sono facilmente riconoscibili, benché egli non si dichiari ispirato al suo fratello di lotta, il nero pensatore e rivoluzionario della Martinica. Si noti che entrambi, Fanon e Biko, formatisi in medicina, percepirono con acutezza la dimensione patologica del problema nero, il complesso di superiorità del bianco e d’inferiorità del nero. Da questo punto di vista la Coscienza Nera mise in moto una terapia che pretendeva di incidere sull'atteggiamento mentale per il quale il nero sottoscrive, quando non riproduce, il servilismo. Una messa a fuoco dell'atteggiamento mentale che probabilmente manca nella comprensione contemporanea dei comportamenti regressivi ed incoerenti che molti africani, specialmente le élite, dimostrano con un'inquietante continuità.

 

Un'eredità che deve dare i suoi frutti.

 

Grazie Biko.

 

(1) gli scritti di Steve Biko sono tratti dal libro “I Write What I Like” (Scrivo quello che voglio) Pane Macmillan South Africa, 2002.

 

Testo originale in francese: http://www.afrikara.com/index.php?page=contenu&art=1886

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«Quando cerco di dormire, di notte, riesco a sognare solo in rosso»

diceva con triste angoscia una canzone di Peter Gabriel del 1980, intitolata “Biko”. La canzone non ci mise molto tempo a diventare un generico inno anti-razzista, nemico di ogni specie di intolleranza. La melodia disperata, le percussioni tradizionali africane - inevitabilmente e tragicamente legate alla schiavitù - introducono immediatamente l’ascoltatore nel clima frastornato di chi è costretto ad assistere ad una violenza inaudita, per un motivo umanamente incomprensibile. Di estrema attualità, quindi. Merito di un artista, quale Peter Gabriel è a tutti gli effetti, o riprovevole colpa di alcuni uomini? La risposta ci preme il petto. Sappiamo solo constatare con apparente rassegnazione, come fa la canzone, che «the man is dead», l’uomo è morto. La memoria è cattiva e la storia poco insegna, basta guardarsi intorno per notare le sciocche divisioni: uomini e donne, bianchi e neri, eterosessuali ed omosessuali, neoliberismo e terzo mondo, cristiani e mussulmani. Sta di fatto che sono ancora in molti e ancora in maggioranza a non volerne più sapere di fischi di bombe, torture gratuite, esecuzioni ingiustificate. E sono sempre quelli che più ne pagano le conseguenze.

«Potete spegnere una candela, ma non potete spegnere un fuoco.»

Port Elizabeth weather fine
It was business as usual
In police room 619
Oh Biko, Biko, because Biko
Oh Biko, Biko, because Biko
Yihla Moja, Yihla Moja
-The man is dead

When I try to sleep at night
I can only dream in red
The outside world is black and white
With only one colour dead
Oh Biko, Biko, because Biko
Oh Biko, Biko, because Biko
Yihla Moja, Yihla Moja
-The man is dead

You can blow out a candle
But you can't blow out a fire
Once the flames begin to catch
The wind will blow it higher
Oh Biko, Biko, because Biko
Yihla Moja, Yihla Moja
-The man is dead

And the eyes of the world are
watching now
watching now
 

Potete spegnere una candela
ma non potete spegnere un fuoco,
una volta che le fiamme cominceranno ad attecchire,
Il vento le soffierà più in alto…

Oh Biko, Biko, perché Biko
Yihla Moja, Yihla Moja. L'uomo è morto.

E gli occhi del mondo,
ora, lo stanno guardando ora,
lo stanno guardando

  • Cry Freedom
    1987 - Directed by: Richard Attenborough

    157 minutes
     

 


LETTERA DAL SUDAFRICA CHE R-ESISTE!
Cari amici!
vittoria! i 6 compagni arrestati lo scorso 21 marzo 2007 sono stati prosciolti da tutte le accuse.
Dopo un anno di lotte, scioperi della fame e un grande sostegno nazionale ed internazionale i 6 compagni sono liberi. Questa e' la prova che tutte le accuse rivolte al movimento sono accuse politiche. I poveri fanno paura in questo  nuovo South Africa.
Il rammarico grande e' che nelle baracche  si continua a morire per incendi, innondazioni e tante altre cose che si potrebbero evitare se solo le varie municipalita' rispondessero ai bisogni della gente. Poche settimane fa un neonato e' morto perche' durante la notte, quando i genitori stavano dormendo, un topo lo ha attacato e ferito mortalmente. Questa e' la vita nelle jondolo. Ma il Risorto porta luce e speranza. Si lotta per tutti e non per i privilegi di pochi. si lotta anche perche' non si muoia piu' mangiati dai topi.
 
Grazie del vostro sostegno, soprattutto grazie a tutte quelle persone che ci hanno aiutato economicamente. 
Questa e' davvero una Pasqua di resurrezione! la tomba rimane vuota. Non si imprigiona il grido di liberta' di un popolo.
Phambili ngomzabalazo! la lotta continua!
 
Filippo 

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