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I valori del vangelo non sono ancora stati interiorizzati in profondità

L’inculturazione, la povertà evangelica e il superamento dell’appartenenza etnica sono le sfide principali della missione evangelizzatrice

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Il tema della missione in Africa oggi è molto complesso e ampio. Mi limiterò quindi a condividere la mia esperienza in Repubblica democratica del Congo. Dopo aver lavorato, dal 2006 al 2013 a Kisangani, nella formazione di giovani che desiderano diventare comboniani (postulanti), dal 2014 sono impegnato come superiore provinciale dei comboniani in Rd Congo, mia terra di nascita e di missione. Cercherò di rispondere alle due domande che seguono: quale trasformazione ha avuto la missione di evangelizzazione in Congo, e quali sono le priorità e le sfide della missione oggi nel paese. La missione di evangelizzazione in Congo ha una storia lunga più di un secolo che si potrebbe suddividere in tre fasi distinte, corrispondenti alle vicende che il mio paese ha conosciuto. Durante il periodo coloniale, il lavoro missionario ha portato avanti con l’annuncio del vangelo anche uno sviluppo umano-sociale secondo il modello occidentale. Nel periodo dopo l’indipendenza – dall’inizio degli anni ’60 fino agli anni ’90 – la sensibilità missionaria si è aperta al problema e alla sfida dell’inculturazione. Dagli anni ’90 ad oggi è cresciuta la sensibilità pastorale orientata verso l’autosostentamento. Durante il periodo coloniale, tempo dello sviluppo umano-sociale secondo il modello occidentale, il lavoro missionario consisteva a costruire e far funzionare grandi strutture, opere caritative e sociali, con gli aiuti dell’Occidente cristiano. La scuola, l’ospedale, lo sport, il mercato, il divertimento, il lavoro, tutto girava attorno al luogo dove era costruita la chiesa. L’obiettivo ultimo dei missionari era quello di far passare la gente dalle sue tradizioni ancestrali (cattive o buone che fossero), considerate come selvagge e pagane, alla tradizione “cristiana”, che aveva come punto di riferimento i parametri morali e sociali della cultura occidentale. Questo ha fatto sì che i valori del vangelo siano stati poco interiorizzati. Nel credente congolese c’era un conflitto d’identità: la sua coscienza oscillava fra le due tradizioni, quella delle diverse etnie congolesi e quella cristiano-occidentale. Dopo l’indipendenza, fino agli anni ’90, è venuta a maturare una sensibilità orientata all’inculturazione. Il lavoro missionario ha cercato di recuperare alcuni valori culturali tradizionali, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche e sacramentali. Fu così che un passo da gigante fu realizzato nell’inculturazione della liturgia congolese. Nelle celebrazioni eucaristiche, nelle preghiere delle assemblee dei fedeli, nei diversi incontri della comunità cristiana si incoraggiava l’apporto delle culture congolesi. Però, anche in questa fase, siccome il lavoro di inculturazione era limitato soprattutto alla liturgia, l’interiorizzazione profonda e inculturata dei valori del vangelo ha continuato a rimanere deficitaria.

 

Non solo autosostentamento

Nell’attuale fase della missione in Rd Congo, dagli anni ’90 ad oggi, la sensibilità pastorale si è orientata verso l’autosostentamento, inteso come processo verso la maturità missionaria delle Chiese locali in cui i fedeli sono impegnati a farsi carico della propria “comunità” e delle attività pastorali. La maturità missionaria di cui parliamo è visibile, ad esempio, nel fatto che tutte le diocesi in Congo sono guidate da vescovi congolesi che, con un clero locale numericamente importante, decidono una propria linea pastorale da seguire. La sensibilità pastorale oggi prevalente è quella di animare i fedeli a sostenere, anche economicamente, la vita della Chiesa e le sue attività pastorali e sociali. Purtroppo, però, l’impressione è che le preoccupazioni economiche per il sostentamento delle strutture ecclesiali prevalgano sulla necessità di un’impostazione missionaria e pastorale in grado di rispondere alle sfide di fondo e all’esigenza di una interiorizzazione inculturata dei valori del vangelo. La missione di evangelizzazione in Congo continua comunque il suo cammino di trasformazione, passando da una sensibilità missionaria a un’altra, dall’enfasi sullo sviluppo umano-sociale a quella sull’inculturazione fino all’autosostentamento. Trasformazioni e sensibilità missionarie e pastorali che però spesso sembrano rimanere in superficie, non penetrando l’anima profonda del cristiano congolese. I valori evangelici sono ancora poco interiorizzati: lo si vede nella vita quotidiana della società, dove sono spesso gli anti-valori cristiani a prevalere nella vita sociale e politica del paese. E questo, mentre quasi il 90% della popolazione si dichiara “cristiana” e frequenta i luoghi di culto delle diverse denominazioni ecclesiali.  

 

Nuovi impegni

La missione evangelizzatrice in Congo si potrebbe quindi definire ancora agli inizi. Il vangelo e i suoi valori necessitano di un lungo cammino per essere profondamente interiorizzati. A mio parere, quindi, tre sono le priorità, che rappresentano anche delle sfide, della missione oggi in Congo: l’inculturazione biblica e sacramentale; l’accettazione della povertà evangelica; la costruzione di una nuova famiglia cristiana cattolica che supera i legami etnici. 1.         Inculturazione biblica e sacramentale. È il lungo lavoro da compiere per fare conoscere e interiorizzare la parola di Dio con il suo appello esigente. Nelle migliaia di Chiese cristiane “indipendenti” presenti in Congo, la parola di Dio viene tagliata su misura di chi l’ascolta. La parola di Dio, invece che servire a liberare dal male per condurre la vita nuova dei figli di Dio, viene usata in modo ingannevole e predicata come un talismano per chi cerca soluzioni ai propri problemi di povertà, salute, lavoro, matrimonio, ecc. La parola di Dio rimane conosciuta e quindi nient’affatto interiorizzata. Una vita secondo il vangelo si afferma quindi troppo lentamente nel cuore dei credenti. Di qui un bisogno urgente dell’inculturazione dei sacramenti. In alcune diocesi, ad esempio, sono più della metà i catechisti che non hanno ricevuto il sacramento del matrimonio, e che quindi non si accostano alla tavola santa. E questo rappresenta una grossa sfida all’annuncio del vangelo, anche semplicemente perché in molti villaggi sono i catechisti gli annunciatori e i primi custodi della fede. 2.         Accettazione della povertà evangelica. È un lungo processo di “kenosis”, cioè il passaggio da un livello alto di organizzazione e di funzionamento di strutture pesanti e richiedenti uno sforzo finanziario non indifferente, a quello di un’organizzazione più semplice e vicina alla realtà della gente. La Chiesa cattolica in Congo è vista ancora come un’organizzazione che dispone di mezzi per risolvere i problemi sociali: la gente si rivolge alle strutture ecclesiali più per usufruire di servizi sociali di base che per quelli di fede. Anche se rimane vero che la Chiesa, per ragioni di carità evangelica, svolge in ambito sociale un ruolo che apparterrebbe allo stato – che spesso per la gente fa ben poco, nell’attuale catastrofica situazione socioeconomica del paese –, è urgente che possa liberarsi da strutture pesanti che a volte la riducono a fare quello che fanno le organizzazioni non governative o le associazioni di difesa dei diritti umani. La Chiesa congolese deve accettare di seguire l’esempio di Cristo che, «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). La vicinanza concreta dei pastori delle Chiese locali con strutture semplici e accoglienti, è la sfida di “credibilità” dell’annuncio del vangelo a un popolo congolese reso povero da politiche economiche capitaliste. 3.         Costruzione di una vera famiglia cristiana cattolica che va oltre i legami etnici. È il lungo processo di passaggio dall’etnia, vissuta come primo riferimento morale e socioculturale, alla comunità dei credenti, dove sui legami di sangue e di etnia dovrebbero prevalere quelli evangelici e battesimali. In Congo, come in tanti altri paesi africani, quando si tratta di decisioni di vita da prendere, i legami etnici rivelano tutta la loro solidità e finiscono facilmente per avere il sopravvento su quelli cristiani. Un esempio è quello del matrimonio: la famiglia biologica e la comunità etnica hanno ancora un peso molto forte sul come e quando celebrarlo. La sfida è dunque quella di un lavoro missionario e pastorale che dia spazio a cammini di formazione interetnici e interculturali basati sul vangelo, capaci di portare i credenti a costruire la loro vita in comune sulla base dei valori proposti da Gesù. La missione in Rd Congo vive un momento in cui si impone un serio cammino di approfondimento dei contenuti evangelici. Un cammino che richiede tempo, perché l’interiorizzazione dei valori evangelici non dipende tanto dalla bravura dei missionari, dei vescovi, dei preti, dei religiosi e religiose, o dei catechisti, ma soprattutto dalla grazia di Dio e dalla trasformazione interiore che soltanto Dio può portare a compimento. Queste priorità e sfide alla missione evangelizzatrice in Congo vanno incentivate e strutturate in piani di pastorale sia a livello di Conferenza episcopale sia a livello delle diverse diocesi. La Chiesa è chiamata, partendo da una serena, ma profonda valutazione critica dell’opera evangelizzatrice realizzata in passato ‒ rilevandone le forze e i punti deboli, gli errori commessi e le trasformazioni positive sperimentate nella vita dei credenti ‒ a programmare piani missionari e pastorali concreti, capaci di rispondere alle priorità e alle sfide di questo secolo ai suoi inizi.  

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