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“Là lo vedrete”

L’incontro con la Parola del nostro GIM di marzo, ci porta, quasi in sintonia con il tempo liturgico che viviamo, al centro della nostra fede: la passione, morte e risurrezione di Gesù.

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Le prime parole di Gesù sulla croce sono l’inizio di un salmo, una preghiera struggente e densa, che i moribondi ebrei rivolgevano a Dio, sentendosi innocenti e circondati da nemici che ne volevano e ne ottenevano la morte. E’ la realtà di Gesù e di tutti i crocifissi della storia: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». E’ un lamento, anche se poi questo salmo si apre anche alla speranza fiduciosa in Dio e alla lode. Ci fa vedere che anche negli ultimi momenti della sua vita, quelli più drammatici e dolorosi, Gesù entra in dialogo con il Padre attraverso la preghiera.

E chinato il capo, spirò

Se Gesù fosse sceso dalla croce, salvando la sua vita, come gli chiedevano ironicamente in quegli attimi drammatici (Mc 15,30), forse il potere religioso avrebbe creduto in Lui, ma Gesù avrebbe perso la sua umanità: un uomo non può scendere da quella croce. E Gesù era veramente e pienamente uomo, e veramente e pienamente Dio. Questa è stata l’ultima grande tentazione alla quale Gesù riesce a resistere: a chi gli chiede l’ennesimo segno, l’ennesimo prodigio, Lui risponde con la fedeltà al Padre, nella piena speranza/certezza della Resurrezione. Nonostante sia inchiodato a quella croce da oltre sei ore, Gesù ha ancora la forza per gridare: è il suo ultimo gesto, il gesto di un moribondo, che grida: ma in realtà è l’amore a gridare, è la vita a gridare. Il suo forte grido, squarcia il silenzio e l’oscurità del momento. E chinato il capo, spirò: letteralmente nel greco di Marco significa dare, comunicare lo spirito.

Il grido dei crocifissi di oggi

Come scrivono i vescovi latinoamericani (e queste parole si adattano bene anche alla nostra realtà europea) nella loro assemblea di Santo Domingo del 1992, «Scoprire nei volti sofferenti dei poveri il volto del Signore è qualcosa che sfida tutti i cristiani a una profonda conversione personale ed ecclesiale. Nella fede troviamo i volti sfigurati dalla fame, conseguenza dell'inflazione, del debito estero e delle ingiustizie sociali; i volti delusi dai politici che promettono e non mantengono; i volti umiliati a causa della propria cultura che non è rispettata ed è per di più disprezzata; i volti terrorizzati dalla violenza quotidiana e indiscriminata; i volti angosciati dei minori abbandonati che camminano per le nostre strade e dormono sotto i ponti; i volti sofferenti delle donne umiliate e non considerate; i volti stanchi degli emigranti, che non trovano un'accoglienza dignitosa; i volti invecchiati dal tempo e dal lavoro di coloro che non hanno un minimo per vivere in maniera decorosa» (Documento Conclusivo Santo Domingo, n° 178).


Oggi il grido di Gesù in croce è il grido di tutti gli impoveriti della terra, di tutti gli esclusi, gli scartati, gli umiliati, gli oppressi, di tutti coloro che “in direzione ostinata e contraria” continuano a gridare che la speranza nonostante tutto grida ancora più forte del male e che l’ultima parola non può essere una parola di morte.

Il velo del tempio squarciato

La prima conseguenza diretta della morte di Gesù, come fosse quasi la risposta del Padre, è il velo del tempio che si squarcia. Marco utilizza qui lo stesso verbo che ha usato per il battesimo di Gesù, quando si squarciarono i cieli e si udì la voce di Dio. Quello che ci vuole comunicare l’evangelista è davvero molto importante. Vi era nel Tempio di Gerusalemme, l'ingresso al “Santo dei Santi”, considerata la parte più sacra del tempio, e che veniva protetta da una grande cortina che nascondeva la Presenza di Dio. Se al momento della morte di Gesù questo velo si squarcia allora vuol dire che Dio non è più nascosto in un tempio ma adesso è facilmente visibile e riconoscibile in Gesù crocifisso. Siamo in presenza di una vera e propria teofania, di una manifestazione di Dio: il vero tempio è Gesù, nel quale il Padre si rivela agli uomini per sempre.

Morire in croce come un sovversivo

Come ci ricorda dal Brasile il teologo della Liberazione Leonardo Boff, «Gesù non cercò la morte, né essa fu desiderata dal Padre. Gesù voleva vivere e si aspettava la realizzazione del suo sogno, il Regno. Ciò che il Padre voleva non era la morte del Figlio, perché Dio non è crudele, ma la sua fedeltà, che poteva comportare la morte violenta. Tra lacrime, angosce e grida di disperazione, Gesù mantenne fino alla fine la fedeltà a sé stesso, al sogno, agli uomini e donne umiliati e offesi e al Padre. Pur amando la vita, dovette consegnarla e accettare la morte, caratterizzata come un'esecuzione giudiziale».

Perché Gesù è morto su quella croce? La croce era la più terribile delle condanne a morte decretate dall’Impero Romano, per via degli atroci dolori che causava; era riservata ai sovversivi, ai ribelli, a coloro che per qualsiasi ragione, minavano la “ Pax Romana ”, e l’integrità dell’Impero. Per aver curato un uomo in giorno di sabato, i giudei cominciano a volere morto Gesù (Mc 3, 6), per un’opera buona, di bene, decidono che deve morire. Per tutti i segni di vita che ha fatto, per “aver “giocato” a fare Dio, ad essere come Lui. Per invidia (Mc 15,10) lo vogliono morto. Ma quella croce è stata la conseguenza diretta delle azioni della sua vita. Ci dice San Luca negli Atti degli Apostoli, che Gesù «passò facendo del bene perché Dio era con lui» (At, 10, 38); tutta la sua vita è stata un passare facendo il bene, ridonando vita e dignità a tutti coloro i quali la società e la religione del tempo strettamente legata al tempio, l’avevano tolta. Quella croce è la conseguenza diretta della sua opzione preferenziale per i poveri, che indica come i primi destinatari della Buona Notizia sono coloro che sono nel pianto, nel dolore, nella sofferenza, nella tristezza, coloro che umiliati, sono stati messi al margine dalla società e dalla religione e che nonostante tutto hanno piena fiducia in Dio. La croce quindi è stata la conseguenza inevitabile del suo modo di vivere. Il teologo della liberazione Ignacio Ellacuría, gesuita spagnolo assassinato nella Repubblica del Salvador il 16 novembre 1989, scrive che «Gesù lo uccisero per la vita che condusse e per la missione che compì. Se da un punto di vista teologico-storico si può dire che Gesù morì per i nostri peccati e per la salvezza degli uomini, da un punto di vista storico-teologico si deve sostenere che lo uccisero per la vita che condusse. La storia della salvezza non è mai estranea alla salvezza nella storia. Non è per caso che la vita lo abbia condotto alla morte che ebbe. La lotta per il Regno di Dio supponeva necessariamente una lotta in favore del povero ingiustamente oppresso; questa lotta lo portò allo scontro con i responsabili di tale oppressione. Per questo morì e in questa morte li vinse».

La croce e noi

Scrive San Daniele Comboni che «il missionario deve essere abituato a guardare il mondo tenendo sempre lo sguardo fisso in Gesù, amandolo teneramente e cercando di capire sempre di più cosa voglia dire un Dio morto in croce per la salvezza dell'umanità» (Scritti 2721). Ma contemplare quella croce, quel Crocifisso e tutti i crocifissi della storia, non basta. Secondo Jon Sobrino, gesuita spagnolo e teologo della liberazione, «dobbiamo scegliere tra farci carico della croce delle vittime o prenderne le distanze. Secondo Gesù, distanziarsi dalla realtà è il principio della negazione dell’umano e del divino. Di fronte ai cambiamenti dobbiamo camminare con coerenza; di fronte alle croci, con fermezza e con disponibilità a farcene carico, e questo in un mondo in cui abbonda molto più Pilato, che condanna a morte, che cirenei che aiutano a portare, o evitare, la croce. Gesù ci chiede di essere disposti a farci carico della croce dei poveri e degli oppressi, prodotto dell’ingiustizia che ricade anche su coloro che lottano contro quest’ultima».

Chi riconosce davvero Gesù

Ma è proprio sulla croce dove possiamo riconoscere davvero Gesù, come fa il centurione romano, il quale vedendolo morire in quella maniera, senza pronunciare parole di vendetta, con quello sguardo pieno di amore, capace di andare oltre gli errori, i tradimenti e le ingiustizie ricevute, lo riconosce: “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. A pronunciare una simile professione di fede, non sono i discepoli (anzi, Marco ce li presenta nel suo Vangelo come quelli che non comprendono quasi mai le parole di Gesù), né tantomeno le autorità religiose. E’ invece un centurione romano, che non apparteneva “al popolo eletto” e che quindi in quanto pagano era considerato escluso dalla salvezza. Anche oggi molte volte, sono proprio quelli che noi consideriamo “i più lontani da Dio” a riconoscerlo davvero. Il cammino che Marco ha cominciato nel suo Vangelo nel primo capitolo, quando ci diceva che Gesù era il figlio di Dio, adesso arriva al suo termine e al suo culmine. Per poter riconoscere Gesù come figlio di Dio, bisogna vederlo in croce, conseguenza diretta della sua forma di vivere, della sua piena e totale solidarietà a tutti gli impoveriti della storia e della terra, della sua maniera di intessere relazioni sincere e spontanee, per il suo sguardo “scarico” di odio e “stracarico” di tenerezza amorosa.

Gli uomini scappano, le donne restano…

Ma rimane una domanda: dove sono i discepoli di Gesù, coloro che hanno vissuto con il Maestro e condiviso tutto con lui? Non sono presenti nella “scena del delitto”, per paura di fare la stessa fine del loro Maestro, preferiscono scappare o assistere da lontano alla scena. Da lontano osservano la scena anche alcune donne: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome. A diverso titolo erano anche loro discepole di Gesù, il cui discepolato era composto da “uguali”, uomini e donne, cosa che per la mentalità dell’epoca era inammissibile: un vero Maestro poteva e doveva avere solo discepoli.

Gesù nel sepolcro…

Un membro autorevole del sinedrio, Giuseppe di Arimatea, chiese e ottenne da Pilato il corpo di Gesù, e siccome anche lui aspettava il regno di Dio, si occupò della sepoltura di Gesù. Comprò un lenzuolo nel quale avvolse Gesù e lo depose in un sepolcro scavato nella roccia, chiuso poi da un masso. Questa scena è stata osservata da quelle donne presenti nel momento della morte di Gesù. Ora anche loro conoscono il luogo dove giace Gesù. L’indicazione temporale che ci viene offerta da Marco è preziosa: quando tutto questo avviene, era la Parascève, la vigilia del sabato, giorno sacro per la religione del tempo legata al tempio e alla Legge.

Il giorno uno dopo il sabato.

Con la frase “Passato il sabato” (Mc 16, 1) Marco ci fa entrare in un’ottica nuova: scrive infatti letteralmente che era il giorno “uno dopo il sabato”: è l'inizio di una nuova era, è la “nuova creazione”, in cui il sole sorge per non tramontare mai più. E’ l’alba di un giorno senza fine, il giorno della Risurrezione! Le donne che avevano seguito da lontano la scena della morte di Gesù, adesso le troviamo di buon mattino in cammino verso il luogo del sepolcro. Queste donne avevano comprato degli aromi per imbalsamare il corpo di Gesù ma il loro gesto è….inutile! Se ricordiamo ciò che abbiamo visto nello scorso incontro Gim, c’è un’altra donna protagonista, e lei a Betania aveva unto Gesù “per la sepoltura”. L’attenzione di queste tre donne che ora sono al sepolcro, si fissa sulla pietra del sepolcro, discutendo tra loro su chi potesse spostarla visto che era davvero molto grande. Non si accorgono che la pietra è…già spostata! Infatti, è solo alzandolo sguardo, osservando con attenzione, che queste donne riescono a vedere davvero: il sepolcro è aperto! Gesù aveva parlato tante volte della sua risurrezione ma i discepoli (e ripeto, loro lo sono!) non avevano ancora capito quelle parole. Erano andate al sepolcro per compiere dei riti di sepoltura a un morto, rispettando la Legge (vanno infatti non subito, ma dopo il sabato). E trovano delle sorprese.

Trovano uno che vive e non un morto

Entrando nel sepolcro, cercano un morto ed invece trovano….una persona viva! Infatti, vi era lì un giovane, con addosso una tunica bianca, seduto. Alcuni biblisti sottolineano che questo giovane è lo stesso che nel capitolo 14 (Mc 14, 51-52), rivestito solamente con un lenzuolo, mentre tutti fuggono e abbandonano Gesù, viene fermato perché seguiva Gesù, e riuscì a fuggire lasciando il lenzuolo. Potrebbe essere lo stesso evangelista Marco questo giovane. Adesso comunque lo troviamo vestito di una veste bianca. Per molti biblisti rappresenta il catecumeno (Marco scrive prevalentemente per la comunità di Roma, con un interesse particolare per i catecumeni) che aveva ascoltato interamente la storia di Gesù e si apprestava adesso a ricevere il battesimo e a diventare testimone di Gesù e della sua Risurrezione.

Le donne però ebbero paura. Loro si aspettavano di trovare il corpo di Gesù, si aspettavano di trovare un morto, ma trovano qualcosa di diverso. Quel giovane, vestito di bianco (simbolo della Risurrezione), seduto alla destra (non viene specificato alla destra di cosa, rappresenta invece l’idea della gloria), sarà lui ad annunciare alle donne la Risurrezione di Gesù.

Prima di tutto le rassicura: “non abbiate paura”. E’ una delle 365 volte che compare quest’espressione o simili (non temere, non temete, etc) nella Bibbia e principalmente compare ogni volta che l’uomo è spaventato da qualcosa; la paura dal resto è il contrario della fiducia. Il giovane poi spiega il motivo delle sue parole: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui”. Poche parole ma cariche e dense. Loro cercavano il crocifisso. Ma il crocifisso è risorto! E non si trova nel luogo dove loro lo stanno cercando, perché loro cercano un morto. E Gesù non è morto ma è il Vivente.

E’ risorto!

La Risurrezione è davvero il tema centrale del Cristianesimo, e come scriverà l’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto «Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1 Cor 15, 14). Il nostro Dio dal resto è il Dio della Vita, il Dio dei vivi (Lc 20, 38), il Dio che vince la morte e grida forte da ogni periferia geografica ed esistenziale, che solo l’amore è in grado di donare piena vittoria!!!

La morte è stata sconfitta, la Vita trionfa. Lui è il Messia, che mostra il volto paternamente materno e maternamente paterno di Dio, un Dio non-violento, che ama e ama all’infinito, un Dio venuto per servire e non per essere servito (Mc 10, 45), un Dio che non umilia ma che si lascia umiliare, un Dio che non esclude nessuno dal suo amore, ma che si identifica con tutti gli esclusi della terra, un Dio che piange per il dolore della morte dei suoi amici, e che non fa piangere di dolore, un Dio che su quella croce, non chiede vendetta ma è capace ancora una volta di amare.

In piedi

Marco e gli altri evangelisti per parlare della Risurrezione di Gesù, utilizzano il verbo greco egheiro (Mc 16,6, Mt 28,6-7: Lc 24,6; Lc 24,34; Gv 2,22; Gv 21,14) che significa mettere in piedi, rialzare, alzare, fare risorgere. Ed è un verbo e un’azione anche per noi. Perché la posizione del cristiano non è in ginocchio, in segno di umiliazione, o di sottomissione come davanti ad un re, ma in piedi…perché con Gesù che è stato “rialzato” da Dio, anche noi veniamo e verremo “rialzati” da Dio, che è il nostro scudo, il nostro riparo, la nostra consolazione! Questo verbo mi fa pensare anche a Don Tonino Bello, e alle sue ben conosciute parole pronunciate all’Arena di Verona il 30 aprile 1989: « In piedi, allora, costruttori di pace». E come lo esprime magnificamente il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer: «A partire dalla risurrezione di Cristo può spirare un vento nuovo e purificante per il mondo d’oggi. Se due uomini credessero realmente a ciò e, nel loro agire sulla terra, si facessero muovere da questa fede, molte cose cambierebbero. Vivere a partire dalla risurrezione: questo significa Pasqua».

Il mandato alle donne

Il giovane continua dicendo alle donne di andare, le invia, le inserisce in un dinamismo missionario. Le donne adesso hanno una missione precisa: andare da Pietro e dagli altri discepoli e comunicare che Gesù li precede in Galilea e che là lo vedranno. Le manda ad annunciare la Risurrezione. Un compito davvero molto importante. Le donne, la cui testimonianza valeva meno di zero nella cultura dell’epoca, molto patriarcale, devono riferire che Gesù è risorto e li precede in Galilea, come aveva detto (Mc 14, 28). Le loro parole devono fare scaldare il cuore a Pietro e agli altri. Interessante notare come Marco nomini solo Pietro….forse perché colui che l’ha rinnegato per tre volte (Mc 14,66-72) è il primo che deve avere annunziata la Risurrezione e rallegrarsi. E’ la solita logica di Gesù, che ribalta ciò che forse avremmo fatto noi.

Galilea

La prima azione che viene indicata alle donne è quella di andare, di non rimanere a Gerusalemme, nel luogo del sepolcro, non rimanere ferme sulla morte. Mi viene in mente papa Francesco, quando ci ricorda che come cristiani non dobbiamo avere il volto da venerdì santo ma da Domenica di Risurrezione. Si riferisce forse Francesco a tutti quei cristiani (e chissà se anche noi lo siamo?!) con il volto sempre imbronciato, sempre tristi, incapaci di trasmettere gioia e scaldare il cuore degli altri. Per farlo, come le donne, dobbiamo lasciare Gerusalemme ed andare in Galilea. E’ un percorso, un cammino che dovranno fare anche i discepoli. Andare in Galilea, dove tutto è cominciato per loro. Là infatti sono stati chiamati da Gesù (Mc 1, 16) e da lì è partita la loro avventura insieme al Maestro. Tornare in Galilea è ricordare,con una memoria viva quelle parole: “il tempo è compiuto”. E’ il tempo della vita che adesso si fa eterna. Il regno di Dio è qui. La vita ha vinto la morte. Per sempre. Ma Galilea indica anche un “luogo teologico”. Non rivedranno Gesù nel tempio (è finita l’era del tempio, con il velo squarciato), né a Gerusalemme, dove c’erano le autorità religiose (sempre più lontane da Dio e dal suo popolo) ma nella “periferia”, nei luoghi disprezzati, dove la vita geme e soffre. La missione di Gesù è cominciata in Galilea, e continua, attraverso i suoi discepoli in Galilea e in tutte le Galilee del mondo. Interessante che Gesù non mandi i suoi discepoli ad avvisare le autorità religiose, i farisei, la gente che si credeva dalla parte di Dio e che in nome della Legge, l’aveva assassinato. Non cerca “vendette” Gesù, cerca solo vita piena ed abbondante, specialmente per gli scartati dalla società e dalla religione.

Le Galilee di oggi

Quell’invito di andare in Galilea è valido anche per noi! L’invito e il “mandato missionario” per noi ad uscire dalle nostre zone di confort ed andare dove “l’immagine divina deformata nei volti di fratelli e sorelle, volti sfigurati dalla fame, volti delusi da promesse politiche, volti umiliati di chi vede disprezzata la propria cultura, volti spaventati dalla violenza quotidiana e indiscriminata, volti angustiati di minorenni, volti di donne offese e umiliate, volti stanchi di migranti senza degna accoglienza, volti di anziani senza le minime condizioni per una vita degna” (VC 75). Ad andare quindi in tutte le “periferie esistenziali e geografiche” come le chiama papa Francesco.

Un finale sorprendente

Ma…colpo di scena! Le donne, che avevano ricevuto le rassicuranti parole del giovane, che avevano udito che Gesù era risorto, che aveva vinto la morte e che era vivo, e che erano state inviate ad annunciare questa Buona Notizia, cosa fanno? “Fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”. Sorprendente! E sorprende ancora più il fatto che questa è la prima conclusione del vangelo di Marco, che nell’intenzione dell’autore terminava proprio così: (Poi nel secondo secolo d.C., per rendere meno “traumatica” questa fine, sono stati aggiunti dalle comunità, altri versetti che rappresentano la seconda conclusione del vangelo di Marco) con lo stupore delle donne, con la loro paura, con il non dire niente a nessuno nonostante le parole del giovane, che è figura del Cristo Risorto. Sono tre sentimenti, tre azioni che ci accompagnano sempre: la fuga, la paura e il silenzio.

Il finale che scriviamo noi

L’invito ad andare in Galilea, lo possiamo leggere anche da un’altra prospettiva. Sappiamo adesso come Marco ci ha narrato la morte e la Risurrezione di Gesù, con quest’invio finale. Adesso possiamo, come i catecumeni destinatari del Vangelo di Marco, tornare a rileggere il Vangelo di Marco, ed “entrare” nei vari personaggi, specialmente quelli che appaiono in Galilea, dalla suocera di Pietro, al lebbroso, dai discepoli chiamati, al paralitico guarito, etc. Identificarci quindi con questi personaggi e prendere coscienza di chi è davvero Gesù e a che cosa siamo chiamati: a vivere da risorti, per andare in tutte le periferie esistenziali e geografiche, a portare a tutti il buon profumo di Cristo (2 Cor 2,15) e della sua Risurrezione, sapendo che Gesù, il Risorto, ci precede in tutte le Galilee del mondo!

 

Piste per la riflessione personale

  • L’invio ad andare in Galilea vale anche per te! Qual è la tua Galilea oggi, nella quale sei chiamato/a ad andare, con la certezza che là ti precede Gesù, il Risorto?
  • Quali aspetti di te, quali cose di te, vorresti deporre nel sepolcro, e quali invece, liberare dal sepolcro, affinché con Gesù possano riessere messi “in piedi”.
  • Della morte e risurrezione di Gesù raccontata da Marco, cosa di colpisce di più e perché? Come questo Vangelo diventa Buona Notizia per te e per la tua vita?

 

di Padre Alessio Geraci mccj

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