lunedì 26 gennaio 2015  
 

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:: IN TEMPO DI TERRORISMO, DI CHE SPIRITO ABBIAMO BISOGNO?  

Questa domenica, la prima dopo il tragico attentato in Francia che sta moltiplicando nel mondo commenti di diverso tipo, il Vangelo ci parla dello Spirito del Signore che si posa su Gesú. E che lui, dalla croce, ha restituito a tutta l’umanitá, come soffio ricreatore.

Riflettendo sul terrorismo, Leonardo Boff offre questa sintesi: “è ogni tipo di violenza spettacolare, praticata con il proposito di occupare le menti con paura e terrore”. I fatti di questi ultimi giorni stanno prendendo possesso delle nostre menti e installando in molte persone sentimenti profondi, radicali e fondamentalisti.

 

  Si affonda in alcuni lo spirito della vendetta e dell’intolleranza. Si rafforza in altri lo spirito del pregiudizio, della generalizzazione. Altri ancora cavalcano lo spirito dell’opportunismo politico, perché nel tempo della paura il potere si rafforza. È probabile che si consolidi, a livello internazionale, lo spirito del terrorismo istituzionale, che legittima la militarizzazione, la caccia al nemico, la pena di morte e la tortura intesi come strumenti di repressione e prevenzione, le barriere etniche, religiose e economiche per difendere identitá e privilegi esclusivi. Puó aumentare una spirale di violenza che stimoli, da parte di chi si sente aggredito (culturalmente, economicamente o militarmente) nuovi attentati e minacce.

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:: SIAMO IN GUERRA?  
“Siamo in guerra!”. E’ questa la frase che riecheggia nella bocca di tanti politici e sulle pagine di tanti giornali. C’è chi soffia sul fuoco della sofferenza e della tragedia e vuole sfruttare in chiave elettoralistica la strage di Parigi. Non meraviglia, dunque, l’attacco di Salvini al papa: “Sbaglia il papa a dialogare con l’Islam!”, ha detto. “Così non fa un buon servizio, si preoccupi invece dei cattolici sterminati per il mondo". Salvini si dimostra lucidamente consapevole che ormai l’unico ostacolo a una probabile deriva razzista e xenofoba – da lui auspicata – è Francesco, è il Vangelo della fraternità, è il messaggio di pace di Gesù, per cui cerca di screditarlo. Ormai i nodi vengono al pettine: sarà sempre più inevitabile il contrasto tra chi crede davvero in Gesù e nel Vangelo e chi propone invece un cristianesimo falso e manipolato, piegato a ideologie razziste e xenofobe.
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:: Natale: fare casa tra la gente  

Nell’ultima domenica prima di Natale, la Parola di Dio ci ha posto di fronte ad un contrasto.

Il re Davide decide di costruire una casa per il Signore. Immagina un tempio sfarzoso, segno dell’autoritá di Dio e del re, nella capitale del potere religioso e politico, Gerusalemme (il suo successore Salomone concretizzerá pochi anni dopo questo progetto). La reazione del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è forte: chi sei tu per costruire una casa a me?

Nel Vangelo, il progetto si inverte: è Dio che chiede il permesso ad una giovane ragazza della periferia galilea, di “fare casa” nel cuore dell’umanitá, attraverso di lei.

 

Se guardo indietro, a questo intenso anno di cammino missionario nel nord del Brasile, vedo questi due estremi nella nostra vita comboniana.

In molte situazioni ci stiamo impegnando per “costruire una casa” al Signore e alla gente. Il progetto di “reassentamento” del quartiere di Piquiá de Baixo, in fuga dall’inquinamento, continua intensamente, anche se a passi molto piú lenti della vita che sfugge rapidamente dalle mani della gente che vive a fianco delle siderurgiche. Da sette anni siamo, quindi, impegnati in un progetto complesso, prolungato e di estrema responsabilitá.

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:: LETTERA DI NATALE  

Approfitto di un po’ di pace, qui nella comunitá rurale di Palambí, per scrivere due righe di saluto. Nella comunitá di Palambi c’é una bella casa a due piani, il “centro pastorale Yolanda Cerón”, dedicato alla direttrice della pastorale sociale diocesana assassinata dai paramilitari nel 2001. Vivevano qui due laiche missionarie che per vari motivi se ne sono andate senza lasciare sostitute. Adesso é abbandonata. Le catechiste della comunitá, Meybi e Amparo, la mantengono in buono stato. Che bello sarebbe che qualcuno venisse per viverci e accompagnare le 27 comunitá di questo fiume! In questi giorni pensavo se non fosse conveniente comprare una canoa e seguire queste comunitá con piú regolaritá .... Cerco di raffreddare la mia passione e di ragionare un po’, e cerco di convincermi che non si puó arrivare dappertutto né rispondere a tutte le emergenze: c’é bisogno di un discernimento comunitario per dare risposte qualitativamente significative.. Insomma, devo imparare a dire di NO. Ci sono zone della Colombia strapiene di religiosi, religiose, movimenti, con case per ritiri spirituali e sale per conferenze. Peró quando c’é da scegliere la “missione difficile” non c’é mai personale sufficiente. Che poi difficile non é: manca energia elettrica, il cellulare non funziona, peró c’é una casa, c’é acqua, c’é una bella comunitá, una chiesetta carina, una rete di catechisti con voglia di lavorare. Io coordino la formazione dei catechisti di questa zona: sono 110 catechisti che stanno partecipando alla scuola di formazione organizzata per loro. Mi hanno scritto una lettera, chiedendomi di dar significato a questa struttura: chissá un giorno potremo rispondere con un sí .... per ora, si continueranno le visite sporadiche. Sono tornato in Colombia carico non solo di chili, ma anche di energia, di positivitá, di un certo equilibrio. Avevo bisogno di prendere le distanze da Tumaco: a volte senza accorgermene calpesto le persone che lavorano con me, ho una personalitá un po’ invadente, e quando ho un bella idea senza dubbio per me é la migliore di tutte. A volte la mia presenza non aiuta altri a crescere. Ho poi un altro difetto: ho sempre lo sguardo proiettato in avanti, voglio vedere il futuro, e non curo con attenzione i piccoli e progressivi passi che bisogna fare per arrivarci. Come ho trovato Tumaco? Ho trovato tanti giovani armati che ingrossano le file della FARC-EP, con nessun senso di appartenenza a questa organizzazione. Portano il nome della guerriglia, peró non hanno coscienza del “per cosa” lottare: sanno che il nemico é lo Stato (polizia, esercito) e che devono vincere con le armi. Anche qui a Palambi ieri c’era un bambino – avrá avuto 12 anni – con una pistola posta nell’elastico dei pantaloni, che camminava come se fosse il re di Palambí, insieme ad altri giovani armati: volevo chiedergli se sapeva leggere e scrivere, ma ho taciuto perché la gente mi ha imposto il silenzio. É una realtá: si imbastisce una guerra basandosi sull’ignoranza e sulla mancanza di autostima. Basta una pistola per sentirsi grandi, adulti, rispettati, gente che vale. Peró tolta la pistola non restano che brandelli di umanitá ferita, né formata né mai abbracciata. Norma, amica della pastorale sociale che attraverso il teatro dell’oppresso coinvolgeva molti giovani nel “Teatro per la pace”, pochi giorni fa é stata minacciata di morte: delle chiamate telefoniche che chiedevano soldi a cambio della sua incolumitá. Ha dovuto lasciare la cittá. Che tristezza. Siamo sotto Natale, e ci sono persone che per divertirsi durante le feste si improvvisano come improbabili capi guerriglieri e a nome della loro organizzazione chiedeno soldi: cosí alcuni vivono il Natale barricati in casa e pieni di paura, mentre altri si ubriacano per strada con soldi rubati con la scusa del conflitto armato.

 

 

 

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:: Dirigerci verso le periferie - Natale 2014  
Mi trovo in Sud Africa da appena quattro mesi, il tempo sembra davvero volare, a volte non me ne rendo conto! E’ strano essere qui. Tante volte continuo a chiedermi: perché io che sono così piccolo, così fragile, così povero? Il Sud Africa non sembra essere il classico paese africano pieno di villaggi e di foreste, con 40 gradi all’ombra e con leoni e zebre che corrono nelle immense savane. Mi trovo a Pietermarizburg, una città nel Sud-Est del paese; è una bella realtà, piena di negozi, di centri commerciali, di business… Sembrerebbe tutto normale, una città “Europea”, quasi una meta turistica! Ma a volte l’apparenza inganna ed è bene aprire gli occhi, guardare in profondità, andare oltre e dirigerci verso le periferie per scoprire come la gente vive davvero.
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