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Filo di luce

lettera di fr. Alberto Degan dall'Equador

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Coprifuoco a Guayaquil

La notte tra il 31 ottobre e 1 di novembre é stata una notte di fuoco a Guayaquil: in diversi punti della città sono scoppiate autobombe, in totale 10, e sono stati uccisi 4 poliziotti. E’ stato un segnale mandato dai cartelli della droga, che non vogliono che i membri delle loro bande siano trasferiti dalla prigione in cui si trovano e in cui la fanno da padroni. Questa ‘notte di fuoco’ ha soltanto accentuato il problema della violenza, che ormai l’attuale Governo non sembra in grado di gestire. In risposta a questa notte infuocata il presidente Lasso ha dichiarato il coprifuoco nelle cittá di Guayaquil ed Esmeraldas: per 45 giorni è vietato usare veicoli, taxi o autobus dalle 9 di sera alle 5 di mattina.
Quest’anno gli omicidi in Ecuador sono triplicati: tra il primo gennaio e il 2 di novembre sono state uccise 3.705 persone, di cui 125 sono morte in carcere come risultato di scontri tra bande avversarie. Ormai è stato raggiunto un promedio di 370 omicidi al mese. Chiaramente la gente ha paura, ed è forte la tentazione di rinchiudersi ancora di piú tra le mure di casa propria. Eppure, le nostre piccole comunitá di preghiera – comunitá afro presenti in alcuni quartieri - hanno deciso di continuare a riunirsi: è necessario, in questo contesto, mantener viva la solidarietá comunitaria, e tenere accesa una piccola luce. 

Non è uno splendore abbagliante….

Alcuni giorni dopo lo scoppio delle 10 autobombe abbiamo iniziato i nostri Esercizi Spirituali annuali. Uno dei brani che abbiamo letto è Mt 14,25-33: E’ notte, i discepoli, sulla barca, vedono qualcuno che si avvicina camminando sul mare e si spaventano. “Ma Gesú disse loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Al principio Pietro va verso Gesú, guarda Gesú, e comincia a camminare sull’acqua, ma poi il suo sguardo si sposta sul vento e sulle onde, e allora comincia a affondare. “Spesso”, commenta padre Chuche, il predicatore, “diamo piú importanza alle onde e al vento che alla presenza di Gesú, ci lasciamo guidare e travolgere dalle nostre paure. In realtá l’oscuritá non è mai totale, c’è sempre un filo di luce che s’infiltra anche nella notte piú oscura. L’importante è mantenere il nostro sguardo fisso su Gesú e sulla sua bontá”.  
Una mano tesa che ci afferra, che vince la forza del vento e ci salva: quante volte l’abbiamo sperimentato nella nostra vita?! Solo lo sguardo di Gesú puó introdurre un raggio di luce in mezzo al buio, solo la parola di Gesú puó introdurre un barlume di speranza in mezzo all’oscuritá: se elimino dalla mia vita lo sguardo e la parola di Gesú, rimarranno solo le tenebre. Certo, non si tratta di uno splendore abbagliante che schiaccia il buio, né di una voce assordante che si impone con forza al nostro udito. Si tratta, piuttosto, di un filo di luce. Fede è dare fiducia a questo filo di luce, che cerca di farsi strada in mezzo all’oscuritá. Natale è la storia di alcuni ‘poveri di Yahvé’ che hanno avuto fiducia in questo filo di luce, a tal punto da farsi sconvolgere la vita… E cosí i Magi lasciano la tranquillitá delle loro case e iniziano un viaggio lungo e incerto, incoraggiati soltanto da una piccola stella. Giuseppe, nella notte piú buia, riceve una piccola illuminazione: prenderá con sé Maria e il bambino, che non è suo, ma per il quale sará disposto a fuggire in terra straniera e a sfidare i potenti.    

Rinnovare e approfondire la nostra vocazione

“Ascoltare la Parola non significa capire”, dice ancora padre Chuche, ma significa lasciare spazio nel nostro cuore a questo filo di luce che vuole insinuarsi nella nostra vita. All’inizio non capiamo, ma sentiamo che questa luce ci trasmette un senso di pienezza, ci consola, ci dá forza.
E’ l’inizio della nostra vocazione cristiana: è Gesú che si rivela a noi; ma questo processo di rivelazione non termina dopo due o tre giorni: durerá e si svilupperá per tutta la vita. Sí, la nostra esperienza di Dio va continuamente approfondita. O penso che giá ho capito tutto della mia vocazione di religioso, o di padre e madre di famiglia? Se non custodiamo la nostra vocazione, corriamo il rischio di perderla. Cosí é successo anche a Pietro, quando disse: “Non conosco quell’uomo” (Mc 14,71). In questo modo “Pietro dichiara la sua ‘devocazione’, smentisce la vocazione ricevuta, smentisce di essere la Pietra della comunitá di Gesú e ritorna ad essere semplicemente Simone” (Enzo Bianchi).
Per tutti noi essere fedeli alla nostra vocazione, e approfondirla, è una questione vitale. E tutto ció richiede impegno, sforzo, passione. A volte lo scoraggiamento - dovuto a certe situazioni che stiamo vivendo - puó allontanarci dalla nostra vocazione. Recuperare il senso pieno della nostra chiamata, dunque, è indispensabile per vivere una vita felice e compiuta. Anche a livello comunitario, come credenti, è un rischio concreto quello di allontanarci dalla nostra vocazione. Quando questo succede, le nostre comunitá dimenticano la loro identitá ‘cristiana’ e diventano insipide.
Domandiamoci: in questo momento storico, caratterizzato dalla guerra, dalle migrazioni, dalle disuguaglianze e dai cambiamenti climatici, come comunitá cristiana, abbiamo un’idea chiara di chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare?  

Far entrare il sogno di Dio nella storia

Papa Francesco parla spesso di sogni. Gesú ci ha lasciato in ereditá alcuni sogni da realizzare, che si possono riassumere nell’espressione paolina del “Regno di pace, giustizia e allegria” (Rm14,17). Naturalmente, la pace e la fraternitá che sogna Gesú non è un innocuo sentimentalismo; é un sogno che richiede ed esige impegno, amore fedele, lotta.
Ecco cosa scrive a questo proposito Francesco: “I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa!... I poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti; si organizzano, studiano, lavorano, esigono e soprattutto praticano quella solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare. Solidarietà è molto più di alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà e della disuguaglianza, della mancanza di lavoro, terra e casa, e contro la negazione dei diritti sociali e lavorativi... La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia…”.
Ecco, il sogno di Dio vuole entrare nella storia!!!!
I cristiani sono coloro che fanno dei sogni di Gesú l’orizzonte della loro vita, e questo significa ‘pensare’, ‘agire’ e ‘lottare’ per questi sogni, con passione. Domandiamoci: come cristiani stiamo lottando per la pace, per la fraternitá? O ci rassegniamo passivamente alle scandalose disuguaglianze che i potenti non vogliono intaccare e alle politiche guerrafondaie? Ricordiamoci che ‘pace’ è il primo messaggio degli angeli ai pastori (Lc 2,14). I cristiani sono coloro che pensano, agiscono e lottano per realizzare la pace annunciata da Gesú in questo mondo violento: questa è la nostra identitá. Se dimentichiamo la nostra identitá e la nostra vocazione, al mondo verrá a mancare una luce importante. La cosa piú urgente, dunque, e l’appello che anche quest’anno gli angeli ci lanciano è quello di credere nella nostra vocazione, e recuperare tutta la bellezza della nostra identitá. Sono convinto che custodire la bellezza della nostra vocazione cristiana è il piú bel servizio che possiamo dare a questa umanitá spaventata e smarrita. Che il Signore ci aiuti ad essere testimoni appassionati dei suoi sogni!

Visibilizzare i poveri

Luca ci informa che gli angeli avvolsero i pastori nella luce (Lc 2,9). I pastori - gli ultimi degli ultimi, invisibilizzati in quella societá - sono scelti dagli angeli come i protagonisti della notte di Natale. Chi sono dunque i poveri prediletti da Dio? “I poveri sono coloro che non esistono”, afferma Jon Sobrino, coloro di cui nessuno parla. Quanti massacri avvengono in varie parti del mondo, sotto il silenzio dei mezzi di comunicazione! I poveri sono coloro di cui nessuno si accorge o anche coloro cui non sono riconosciuti i piú elementari diritti. E allora, i Diritti Umani sono i Diritti dei poveri! I poveri devono essere messi al centro, sennò succede quello che vediamo anche oggi: la Democrazia occidentale parla di Diritti, ma in realtá ci sono intere categorie di esseri umani cui non si riconosce nessun diritto (‘clandestini’, persone senza iscrizione all’anagrafe). Solo mettendo al centro i diritti dei poveri si salvaguardano i diritti di tutti. Altrimenti i diritti valgono solo per i ‘cittadini’, per le ‘persone’, mentre continuano ad aumentare le non-persone, i non-cittadini che, pur avendo un volto umano, non sono riconosciuti nella loro umanitá, e non sono accreditati come detentori di diritti. Tra i poveri di Guayaquil ci sono molti bambini e molti anziani.  

I ‘don nadie’

In America Latina ci sono persone che, in teoria, sono detentori di diritti ma, in realtá, non ne hanno mai davvero goduto: si chiamano i ‘don nadie’, i ‘signori nessuno’, quelli che i potenti opprimono o anche possono far sparire senza nessun problema, potendo contare su una impunitá pressoché assoluta. Fra questi ‘don nadie’, storicamente, ci sono – prima di tutto – gli afrodiscendenti e gli indigeni. Ma proprio la popolazione nera e indigena è adesso protagonista di un processo di rinascita. In Colombia per la prima volta è stata eletta, come ‘vice-presidenta’, una donna afro, una leader sociale che ha combattuto per i diritti del suo popolo e che è sfuggita a due attentati: Francia Marquez.
Ecco cos’ha detto nel suo discorso di insediamento: “Prima di tutto voglio ringraziare Dio per questo momento, e la Vergine Maria. E poi rivolgo un grande grazie ai nostri antenati e alle nostre antenate. Grazie, Colombia, per questo momento. Voglio ringraziare tutti quei colombiani e colombiane che hanno dato la vita per rendere possibile questo momento: tutti i nostri fratelli e sorelle leader sociali che furono assassinate nel nostro paese. Grazie per aver gettato il seme della resistenza e della speranza. Dopo 214 anni, per la prima volta siamo riusciti ad avere un governo del popolo, un governo della gente con i calli nelle mani, un governo della gente che si muove sempre a piedi, un governo degli uomini e donne che non contano niente – i ‘don nadie’ - qui in Colombia. Vogliamo riconciliare questa nazione, e portarla finalmente alla pace, in maniera decisa, senza paura, con amore e allegria. E lottare per la dignitá e la giustizia sociale”. Il nuovo governo colombiano sta preparando una riforma tributaria, per diminuire le scandalose disuguaglianze, e sta organizzando corsi di formazione su giustizia di genere e giustizia sociale per tutti i dirigenti dello Stato.

L’EPA continentale 

Lo scorso ottobre si è svolto in Messico il XV⁰ Incontro di Pastorale Afroamericana (EPA). E’ stato interessante conoscere la storia degli afromessicani che, secondo il censo ufficiale, costituiscono il 2% della popolazione di quel paese. Si tratta di una minoranza che per molto tempo è stata invisibilizzata, ma che adesso ha rialzato la testa e chiede il diritto di essere rispettata e valorizzata nella sua specificitá culturale. E questo non è un problema solo del Messico. In tutti i paesi latinoamericani, hanno detto i partecipanti all’EPA, c’è stato – e per certi versi c’è ancora – un abuso spirituale.
Perché non esiste solo l’abuso fisico. Anche dentro la Chiesa ha prevalso una mentalitá ‘colonizzata’, che riconosceva una sola maniera di pregare e adorare Dio, che promuoveva una sola forma di spiritualitá e disprezzava le altre.   A questo proposito, é stato sottolineato che non è possibile nessun cammino sinodale senza inculturazione, cioè senza permettere che Dio possa respirare ed esprimersi liberamente secondo la cultura e la spiritualitá di ogni popolo. Per questo anche il Messaggio finale dell’Assemblea Ecclesiale Latinoamericana, che si è svolta l’anno scorso, chiede che si cambi la formazione dei seminari, in cui spesso non si lascia nessuno spazio alla cultura afro e alla cultura indigena.  

La protesta degli indios

In giugno, qui in Ecuador, abbiamo vissuto il ‘paro’, una manifestazione degli indigeni che protestavano contro l’aumento dei prezzi della benzina e dei principali generi alimentari. E’ una protesta che è durata a lungo e ha causato anche alcune vittime, soprattutto tra i manifestanti. Gli indios hanno presentato al Governo 10 proposte, in cui, tra le altre cose, si chiede di rendere effettivo per tutti il diritto di accesso all’Istruzione superiore e il diritto alla Salute. Ricordiamo che il 40% degli ecuadoriani vivono in povertá, con un accesso minimo o nullo ai servizi essenziali. Per tutto il tempo che è durata la protesta, in cui sono anche state bloccate delle strade, in molte parti del paese abbiamo vissuto una situazione difficile: alcuni generi alimentari scarseggiavano. Poi la protesta è terminata ed è iniziato un dialogo con il Governo, che – con molte difficoltá - è ancora in corso, e siamo tornati alla ‘normalitá’. Ma Daqui Lema, professore indigena di Diritti Umani, ci avverte: “Non chiamate pace e normalitá uno stato permanente di iniquitá e ingiustizia”. E il popolo indio continua a vigilare sul comportamento del Governo.  

 

Ringrazio Dio per tutti questi piccoli elementi di speranza e di luce in mezzo all’oscuritá della violenza, dell’ingiustizia strutturale e della mentalitá coloniale che persiste. Che Dio ci aiuti a credere in questo ‘filo di luce’ che brilla nel cielo di Betlemme e avvolge i pastori, e che Gesú ci insegni a condividere i suoi sogni, e a “pensare e agire in termini di comunitá!”.  

Buon Cammino di Avvento! 

fr. Alberto

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