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È Dio stesso che sorprendentemente si fa bambino.
È Gesù, il Dio che salva.
È l’Emmanuele, il Dio con noi.
È il Messia che viene a liberare il suo popolo.
È il Servo che un giorno si inginocchierà davanti all’Uomo.

Per la gioia di Dio e il bene dei piccoli sovvertiamo il mondo!

Riflessione sul Natale di padre Saverio Paolillo, missionario comboniano in Brasile

In un mondo burocraticamente organizzato, un imprevisto provoca scompiglio. In un contesto di potenti che si comportano da dio e decidono le sorti del mondo, si intrufola un fragile bambinello che mette tutto a soqquadro. Mentre dal centro dell’impero parte l’ordine di realizzare un censimento per contare i sudditi da sfruttare, in periferia un gruppo di persone che contano poco o niente cominciano la “rivoluzione”. Nei giorni in cui i grandi immergono il mondo nelle tenebre della guerra per disputare potere, un bagliore di speranza parte dal sorriso di un lattante disarmato. Nel silenzio della notte infreddolita dall’egoismo e indifferenza la Parola Amore si fa carne nella sua tenerezza.
Nel mondo vecchio in cui è grande chi può dominare e asservire gli altri, nasce il mondo nuovo a partire dai piccoli, dai poveri, da coloro che agli occhi dell’Impero solo contano per misurare la forza dei tiranni, ma agli occhi di Dio sono i protagonisti principali della realizzazione del suo progetto.

Contrapporre questi due mondi è l’obiettivo di Luca quando, all’inizio del racconto della nascita di Gesù, parla del censimento ordinato dall’imperatore (Lc 2,1-14). La sua preoccupazione non è soltanto quella di fornire dati concreti per mostrare che il Natale è un fatto storico, ma è, soprattutto di carattere teologico. L’evangelista riporta un avvenimento del vecchio mondo ordinato dai potenti per contrapporvi la novità di Dio. Era comune nell’antichità realizzare censimenti della popolazione.
Padre Armellini, competente studioso della Sacra Scrittura, sottolinea che nell’Antico Testamento varie volte Dio ordinò il censimento del suo popolo, ma la Sua intenzione non era la stessa dei dominatori.
Questi organizzavano censimenti per sapere su quanti uomini potevano contare in caso di guerra e quanti erano coloro che dovevano pagare le tasse. Il censimento era, quindi, un’attività che suscitava la rabbia della gente comune. I sudditi sapevano che era il preludio di una ennesima stangata alla loro già difficile vita di oppressi.
A monte della richiesta di Dio, invece, c’era una grande voglia di prendersi cura di ciascuno. Dio chiedeva il censimento perché voleva notizie della sua gente. Desiderava sapere se ancora c’erano tutti, pronto a correre dietro chi si era smarrito lungo la strada. Perché Lui non vuole perdere nessuno. Quando Dio ordinava a Mosè di censire il suo popolo non usava il verbo CONTARE, ma ALZARE LA TESTA (Armellini). Dio chiedeva a Mosè che alzasse il capo delle persone perché Lui potesse guardare in faccia a ciascuno dei suoi figli e delle sue figlie. Voleva incrociare i loro sguardi e dilettarsi nel riscontrare i tratti della loro somiglianza con Lui. Al censimento dei potenti si andava con la testa abbassata e il capo chino come segno di passiva sottomissione. Dio, al contrario, voleva che tutti alzassero la testa non in segno di arroganza, ma come manifestazione esterna di quella dignità che Lui stesso aveva conferito ad ogni essere umano e che con Gesù viene a riscattare. Il censimento di Dio era un atto umanizzatore.
Quello dell’Impero, al contrario, era disumano. Non era una attività per conoscere il profilo della gente e i suoi bisogni in vista della costruzione di politiche pubbliche che garantissero l’accesso universale ai diritti umani, ma uno strumento del potere per schiavizzare le persone, manipolarle secondo gli interessi di chi lo detiene, ammutolire le loro rivendicazioni imponendo il silenzio come se fosse un atto dovuto di rispetto e educazione.

È in questo contesto di sfruttamento che avviene il censimento della famiglia di Nazaret. Giuseppe e Maria non hanno scampo. Devono mettersi in viaggio per obbedire. Come i poveri di tutti i tempi, non hanno voce in capitolo. In una società gerarchica, occupano gli ultimi gradini della piramide seguendo uno schema che si ripete in tutte le dimensioni della vita, anche dentro di casa. Prima viene l’uomo, il padre. È Giuseppe, umile falegname di Nazaret che, pur essendo della discendenza di
Davide, non gode di molto prestigio perché la sua dinastia è già in decadenza.
Poi, scendendo ancora più in basso, viene la donna, Maria, una ragazza sconosciuta che, come tutte le donne, conta poco in quel contesto patriarcale e maschilista. Infine, all’ultimo posto nella classifica, c’è il Bambino posto in una mangiatoia perché non c’è posto per lui nell’alloggio (Armellini).

Nella gerarchia degli Imperi di questo mondo i bimbi non contano niente perché non possono ancora andare in guerra, non pagano le tasse e non votano. Solo danno fastidio e costa molto mantenerli. Agli occhi dei più perversi si potrebbe fare anche a meno di loro. Il mondo vecchio funziona così. È una piramide che concentra il potere al vertice e schiavizza chi si trova sotto. Dà spazio ai grandi e lascia indietro i piccoli. Conferisce valore a chi ha i soldi e disprezza i nullatenenti.
Ma Dio non pensa così. Irrompe nella storia per ribaltare il sistema in maniera del tutto originale. Per Lui il più piccolo di tutti è il più importante. Il nuovo mondo da Lui voluto comincia proprio dall’ultimo scalino della piramide imperiale. Inizia dal bambino che, da ultimo, diventa il centro delle attenzioni. Il senza posto assume il posto principale. Apparentemente non ha niente di speciale. È fragile come qualsiasi creatura della sua età. È avvolto in fasce. Usa il pannolino, diremmo noi oggi. È un particolare importante che Luca cita per ben due volte per sottolineare che la sua natura umana non è una finzione, ma un fatto reale. È un bambino vero, in carne e ossa. Piange, sorride, ha fame di pane e di affetto come qualsiasi altro bambino.

Eppure, non è una persona qualunque.
È Dio stesso che sorprendentemente si fa bambino.
È Gesù, il Dio che salva.
È l’Emmanuele, il Dio con noi.
È il Messia che viene a liberare il suo popolo.
È il Servo che un giorno si inginocchierà davanti all’Uomo.
È Colui che, inchiodato sulla Croce, ci amerà anche quando lo uccidiamo.

Dio è fatto così. Qualsiasi altra immagine che si allontana dalla piccolezza, fragilità e tenerezza del Bimbo di Betlemme è una caricatura. Nel volto di quel Bambinello ci sono i tratti del Padre. Vanno scoperti e accolti anche se ci lasciano senza parole e, forse, ci scandalizzano. È nella Sua pochezza che contempliamo la Sua grandezza. È nella Sua fragilità che si scorge la Sua forza. Il Suo potere consiste nello spirito di servizio. La Sua gloria si manifesta nell’esercizio della misericordia e nel dono di sé. Sono tutti dettagli che vanno controcorrente. Fanno impallidire le nostre manie di grandezza. Il Bambino Gesù viene per porre fine alle immagini false di Dio che ci siamo creati per assomigliarlo a noi, adattarlo ai nostri interessi e modellarlo secondo le nostre perversioni. Il Bambino Gesù viene per mettere in crisi le nostre visioni antropologiche che ci fanno perdere la somiglianza con Lui. Distruggono la nostra identità di figli e figlie di un unico Padre e di fratelli e sorelle tra di noi.
Il Bambino Gesù viene per mettere tutto a soqquadro, per capovolgere il mondo piramidale, per porre fine ai centri di potere che asserviscono l’umanità. Il Bambino Gesù viene a risollevare i piccoli, drizzare lo storto, liberare l’oppresso, restaurare il peccatore, ridare speranza a chi si sente perduto, rimettere al centro l’emarginato e riammettere alla vita comunitaria chi è scartato.

Natale, quindi, non è una semplice emozione, ma una sovversione. Non è un avvenimento, ma uno sconvolgimento. È un vero e proprio ribaltamento da prendere sul serio. È una convocazione al censimento del mondo nuovo. Non è una chiamata alle armi, ma una convocazione alla pace. Non è una intimazione a chinare il capo in segno di sottomissione, ma è un invito ad alzare la testa perché già non siamo più schiavi, ma figli, e, se siamo figli, siamo anche eredi per Grazia di Dio (Gal 4,7).
Non ci sono più soldati che diffondono il terrore, ma angeli che rassicurano, consolano e infondono coraggio. Chi conta non è l’imperatore, ma il bambino. Al centro delle attenzioni non ci sono più le insegne del potere, ma il segno del neonato deposto in una mangiatoia circondato da persone povere, diseredate, emarginate che non hanno più motivo di vivere nella paura perché ad essi è annunciata la gioia di essere amati da
Dio per primi.

Accettiamo, quindi, l’invito e rechiamoci con i pastori a Betlemme. Arrendiamoci al Dio Bambino e lasciamoci mettere a soqquadro dal Suo Vangelo. Capovolgiamo il mondo sulla Sua Parola per ricominciare dal basso come fa Lui. Rifacciamolo a partire dagli ultimi e con la semplicità dei piccoli. Ricostruiamolo su misura dell’amore e della tenerezza. A chiedercelo è Gesù Bambino e, attraverso di Lui, ogni bambino che oggi ha fame e ci chiede da mangiare, ha sete e ci chiede da bere, è nudo e ci chiede di essere vestito, è senza tetto e ci chiede di essere accolto, è malato e ci chiede di essere assistito, ha paura e ci chiede sicurezza. è indifeso e ci chiede di essere protetto, è sofferente e ci chiede consolazione.

Prediamocene cura.
Per la gioia di Dio e il bene dei bimbi cambiamolo, questo mondo, una volta per tutte.

Santo Natale a tutti. Dio dica bene di tutti noi.

p. Saverio Paolillo
Missionario Comboniano in Brasile

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