giovaniemissione.it

David Bosch: RITORNO ALLE RADICI DELLA MISSIONE

RITORNO ALLE RADICI DELLA MISSIONE

di DAVID BOSCH, teologo sudafricano

cerca nel sito

torna alle pagina Teologia della Missione

scrivi

Veglie e preghiere

Sfide per crescere

Catechesi

 

Aiuterebbe molto riprendere i due testi di Eduardo Arens: "Perchè il mondo creda:  evangelizzazione a partire dal Vangelo" e "Informazione elementare sulla Bibbia"

(dossier della rivista missionaria saveriana Missione Oggi di Giugno-Luglio 1998)

Presentazione:

Nella sua storia, la missione non ha avuto un unico volto, ma ha presentato molteplici teologie
e prassi: diversità che non necessariamente si escludono, ma sono complementari e si interpellano. Questo era già vero per la chiesa primitiva: gli autori del Nuovo Testamento,
pur nell'unità di fondo, mostrano comprensioni differenti della missione.
La varietà delle "teologie della missione" è dovuta non solo alla ricchezza dell'autocomunicazione di Dio in Gesù, ma anche alla diversità dei contesti socioculturali in cui essa viene annunciata. La teologia è nata come "accompagnamento della missione": è l'incontro missionario con il mondo che obbliga le chiese a fare teologia.
In questo Dossier vedremo, almeno per cenni, come Gesù ha inteso e vissuto la sua missione, poi come Matteo, Luca e Paolo l'hanno interpretata, in contesti diversi, nelle loro comunità.
Il Dossier è tratto dall'opera magistrale di David Bosch, Transforming mission, in una nostra libera riduzione.
Ai nostri amici l'avevamo annunciato con il titolo I molti volti della missione nel N.T.
Abbiamo preferito modificarlo, a sottolineare non solo il fatto che non è pensabile l'imposizione di un'unica idea di missione, uniforme per tutti i contesti, ma anche il fatto che ogni epoca deve creativamente ritornare, come riferimento necessario, alle radici della missione: quella vissuta da Cristo e dai primi cristiani.
È un duplice richiamo che ci sembra utile proporre.

MEO ELIA

 

1. COME GESU' HA VISSUTO

LA MISSIONE

Il primo cambiamento del modello di missione si è verificato con Gesù di Nazareth:
l'azione sua e della chiesa degli inizi presentano differenze decisive nei confronti dell'Antico Testamento, anche rimane però essenziale per cogliere la natura della missione di Gesù e
dei suoi seguaci.

C'è, infatti, una chiara differenza tra la fede di Israele e le religioni dei popoli vicini.
Queste sono legate alla natura e ai suoi cicli, mentre Israele parte dall'affidarsi al Dio che li ha liberati dall'Egitto: è il Dio che agisce nella storia in favore dei poveri, come inizio e pegno del suo intervento decisivo che farà alla fine. In questa luce, la fede di Israele comprende anche la finalità della sua elezione: Dio l'ha scelto per un servizio e se questo non è compiuto, l'elezione perde il suo senso.

Il servizio che Dio chiede al suo popolo implica precisi impegni nei confronti di quanti sono esclusi al suo interno: orfani, vedove, poveri, forestieri.
Ma, nella sua storia, ben presto prende coscienza che la compassione di Dio abbraccia anche tutti i popoli. Il Dio di Israele è Creatore e Signore del mondo intero e perciò Israele può capire la propria storia solo in collegamento con la storia delle nazioni pagane, mai come una storia a parte. Soprattutto il libro di Giona e il secondo di Isaia richiamano questa dimensione. Isaia e i Salmi parlano di un Dio che condurrà le nazioni pagane a Gerusalemme, perché lo adorino insieme al popolo dell'alleanza.

Ma, insieme a questa prospettiva incoraggiante, c'è un retroterra molto meno positivo: in realtà Israele non vuole andare verso le nazioni pagane e invitarle a credere nel Signore.
Non c'è da stupirsi, quindi, se nel corso dei tempi sia stato l'atteggiamento negativo a prevalere nei confronti dei "pagani".
Quanto più si deteriorava la propria situazione politica e sociale, quanto più cresceva l'attesa del giorno in cui il Messia sarebbe venuto a sconfiggere le nazioni pagane e "a ricostruire" Israele.
Questa speranza era in genere legata a idee fantasiose di dominio del mondo da parte di Israele, a cui tutti sarebbero stati sottomessi.


LA NOVITÀ DI GESÙ


Alla nascita di Gesù, era questo il clima dominante. Sì, c'erano i proseliti e i timorati di Dio, due categorie di "pagani" attratti dal giudaismo, ma lo erano per iniziativa propria: generalmente i pii giudei non si preoccupavano per nulla degli altri gruppi.
Spesso non si preoccupavano neppure di tutti i membri della propria razza.
Già vari secoli prima di Cristo, si era fatta strada la convinzione che non tutto Israele si sarebbe salvato, ma solo un resto fedele. Vari gruppi religiosi del giudaismo ritenevano se stessi questo "resto" e mettevano tutti gli altri, anche i compatrioti giudei, fuori dalla società. L'azione di Giovanni Battista si colloca in questo contesto.
Nella sua ottica non era più pensabile che "tutto" Israele fosse eletto: i giudei che lo circondavano erano "una razza di vipere" e uguagliati ai pagani, fuori dall'alleanza: chi si pentiva doveva sottomettersi al rito del battesimo allo stesso modo dei pagani che si convertivano al giudaismo.

Sta qui la netta differenza tra Gesù e i gruppi religiosi giudei del suo tempo, Giovanni Battista compreso. Gesù, giudeo, sente di avere una missione verso "tutto" Israele.
Percorre in lungo e in largo il paese, invia i discepoli a tutti, il numero stesso dei Dodici è in riferimento alle 12 tribù del suo popolo.
Il comportamento di Gesù è un continuo superare le pratiche e le strutture che escludevano qualche parte del suo popolo dalla comunità israelita: lebbrosi, poveri, esattori di imposte, prostitute, popolo semplice che ignorava la Legge.
L'establishment giudeo li emarginava, con semplicità Gesù accosta queste "pecore perdute della casa d'Israele", questi "ultimi".

Per gli ambienti religiosi era particolarmente scandaloso che Gesù frequentasse gli esattori: erano considerati dei traditori della causa giudea, collaboratori dei Romani e sfruttatori della propria gente. Gesù non li evita.
Si invita lui stesso in casa di Zaccheo, chiama Levi a lasciare il suo lavoro e seguirlo.
La sua chiamata è un gesto gratuito, che ristabilisce una comunione e inizia una nuova vita anche per gli esattori.

La tradizione, soprattutto quella trasmessa da Luca, parla di Gesù "speranza dei poveri". Poveri è un nome generico che comprende spesso le categorie già citate.
Se sono tali è perché le circostanze (o, più esattamente, i ricchi e i potenti) sono state dure nei loro confronti. Sono angosciati per il domani e preoccupati per il cibo e il vestito.
"Dacci il pane di questo giorno" era una preghiera per la sopravvivenza.
Attraverso l'azione di Gesù, Dio inaugura il suo Regno escatologico in favore dei poveri e dei messi da parte.
"Nel contesto della religione ebraica, non ci poteva essere una rivendicazione più forte" (Schottroff).


UNA MISSIONE INGLOBANTE

Colpisce il carattere "inglobante" della missione di Gesù.
Riguarda i ricchi e i poveri, gli oppressi e gli oppressori, i peccatori e le persone pie.
La sua missione mira a sbloccare le separazioni e a far crollare i muri di inimicizia tra le persone e i gruppi. Come Dio gratuitamente ci perdona, anche noi dobbiamo perdonare chi ci ha fatto dei torti, senza limiti.

Tutto questo è particolarmente evidente nei Logia (i detti) della fonte Q, che annunciatori itineranti diffondevano in tutta la Palestina, prima ancora della stesura dei Vangeli.
La principale insistenza è l'amore dei nemici, per riuscire a guadagnare, se possibile, questi stessi nemici. Rifacendosi alla magnanimità di Dio, i discepoli di Gesù non si definiscono in opposizione con quelli che non lo sono.
Anche le profezie più dure non vogliono essere che appelli estremi al pentimento.
Gli annunciatori sono pronti a perseverare fino a che l'ultimo israelita ribelle sia ritrovato e condotto all'ovile, ma non blandiscono e non fanno costrizioni: il loro è un invito.

I "pagani" figurano spesso nei Logia (Gesù loda la fede del centurione romano e della donna cananea), ma l'orizzonte di Gesù rimane il quadro della fede e della vita religiosa giudea del primo secolo, anche se lo supera con il puntare a tutto Israele e non solo ad un piccolo resto. Ma attenti, questo non è un accordo con i teologi che attribuivano l'idea della missione ai pagani non al Gesù terreno, ma ad un insieme di circostanze socio-religiose e all'apporto di alcuni iniziatori, in particolare Paolo.
Il fondamento della missione universale risale a Gesù stesso.
È stata la natura della sua azione, che rompeva tutte le barriere, a creare nei suoi discepoli la convinzione che l'alleanza di Dio si allargava oltre le frontiere d'Israele.


Richiamiamo alcuni tratti salienti del ministero di Gesù.

1 -La proclamazione del Regno di Dio
È il centro di tutto il ministero di Gesù.
Nel suo tempo, periodo di dominazione straniera, prevaleva la concezione del Regno di Dio come una realtà totalmente futura, che avrebbe capovolto la situazione e dato il dominio a Israele.
Gesù, invece, sottolinea due elementi. Primo, il Regno di Dio riguardava non solo il futuro,
ma anche già il presente, si era reso vicino; qualcosa di totalmente nuovo stava avvenendo; la speranza di liberazione si faceva vicina, il futuro era già entrato nel presente.
Secondo, il Regno di Dio giungeva dovunque Gesù vinceva il potere del male.
Siccome il male assume forme diverse - malattia, morte, possesso del demonio, peccato, privilegi dei gruppi, emarginazioni, vendette - anche il potere di Dio assume forme diverse.

Non si comprende l'azione di Gesù verso gli emarginati se non si coglie ciò che per Gesù è il Regno di Dio.
È soprattutto a quanti sono messi ai margini della società che Gesù offre la possibilità di una nuova vita, basata sulla realtà dell'amore di Dio: possono stare a testa alta, sono figli del suo Regno, Dio si prende cura di loro.
Agli occhi dei contemporanei di Gesù, Satana mostrava sugli impossessati la sua capacità di spadroneggiare.
L'attacco del Regno di Dio contro il male si manifesta, allora, particolarmente con le guarigioni e la cacciata dei demoni: se Gesù caccia i demoni "con il dito di Dio", "è segno che il Regno di Dio vi ha raggiunti" (Lc 11,20).

Va notata la natura inglobante del Regno di Dio: Gesù tocca tutte le forme di alienazione e tutti i muri dell'inimicizia e dell'esclusione.
Per lui non c'è opposizione tra salvare dal peccato e salvare da una malattia fisica: per noi salvare è diventato un termine esclusivamente religioso, mentre nei Vangeli è usato almeno
18 volte nel caso di guarigione delle malattie.
Anche il termine perdono comporta significati che vanno dalla liberazione degli schiavi al condono dei debiti, alla liberazione escatologica e alla remissione dei peccati.

La manifestazione del Regno di Dio nell'azione di Gesù è politica, anche se non nel senso moderno del termine.
Dichiarare "figli del Regno di Dio" i poveri, era esprimere un profondo scontento della situazione e un forte desiderio di cambiamento. Per le vittime della società, la fede nella realtà del Regno di Dio risultava come un movimento di resistenza al fatalismo e all'emarginazione.
Il venga il tuo Regno doveva suonare alle autorità come un proclama chiaramente politico. Hanno, infatti, ritenuto sovversiva l'azione di Gesù e l'hanno eliminato.


2 -
Il comportamento di Gesù nei confronti della Legge ebraica.


Per Gesù, il principio decisivo dell'agire non è la Torah, ma diventa il Regno di Dio.
Esso si manifesta come amore verso tutti i viventi. L'A.T. conosceva l'amore forte e tenero di Dio verso Israele; ora l'amore di Dio inizia a superare le frontiere di Israele. Inoltre, nell'azione di Gesù, le persone contano più delle regole e dei riti.
Dimostra che è impossibile amare Dio senza amare il prossimo.
Questo implica nuovi criteri per le relazioni umane. I discepoli di Gesù, nelle loro relazioni, dovranno riflettere un altro sistema di valori, che mostreranno con il servire gli altri, invece di dominarli. Imiteranno così il loro Signore, che ha loro lavato i piedi.
Gesù si è offerto per amore degli altri; essi dovranno fare lo stesso.


3 -
La chiamata e l'invio dei discepoli.


Nel Vangelo di Marco il ministero di Gesù comincia con il proclama: "I tempi si sono compiuti, il Regno di Dio si è avvicinato, convertitevi e credete all'Evangelo" (Mc 1,14). Subito dopo riporta la chiamata dei primi discepoli. La concatenazione dei fatti non è casuale: i discepoli ricevono la chiamata a essere missionari.
Anche i rabbini avevano dei discepoli. Ma quelli di Gesù sono radicalmente differenti, e le differenze sono dovute proprio alla missione. Scelti da lui stesso, non hanno per scopo di conoscere la Torah, ma di seguire Lui; non devono diventare dei licenziati in teologia, ma dei suoi testimoni. Per i suoi discepoli Gesù non è solo un maestro, ma il Signore, lo servono; e lui si fa loro servo. Seguirlo è partecipare al suo servizio: sono chiamati "per stare con lui e per essere inviati a predicare e cacciare i demoni" (Mc 3,14). E' partecipare alla sua missione: li investe della sua stessa autorità: devono fare e proclamare ciò che lui compie e proclama.
Un'ultima differenza: i discepoli di Gesù formano l'inizio del popolo messianico degli ultimi tempi: mentre lo seguono nella sua passione, attendono il suo ritorno nella gloria.
È questa "attesa" la motivazione della missione: se con Gesù i tempi escatologici erano iniziati, la salvezza era estesa a tutti. I discepoli non devono, perciò, ritenersi un gruppo esclusivo, elitario: essi sono i primi frutti del Regno, che accettano di impegnarsi nella sua comunità di servizio verso tutto il mondo.


4 - La missione dalla prospettiva della Pasqua.


E' stata l'esperienza della Pasqua a determinare la coscienza e l'identità della giovane comunità cristiana: le ha fatto vedere l'azione del Gesù terreno sotto una luce nuova, e come criterio per capire la propria vocazione. La croce di Gesù era la fine del vecchio mondo,
la sua risurrezione era l'irrompere del nuovo.

I Vangeli articolano perciò la Pasqua alla missione: il Cristo glorificato attira tutti a sé; la sua elevazione è il segno della vittoria già riportata sul male.
Il Regno di Dio non è un programma che la chiesa debba realizzare, è una realtà già inaugurata dall'evento di Pasqua: la missione è proclamare e manifestare il Regno universale di Gesù, non ancora riconosciuto e ammesso da tutti, ma già reale.

Anche la Pentecoste è legata alla missione in modo altrettanto costitutivo.
La missione è la prima attività dello Spirito.
E' lui che rende testimoni i discepoli e li spinge
nel mondo.
A Pentecoste si sprigionano le forze del mondo futuro: per questo i discepoli devono partire, andare a tutti, presto, senza perdere tempo per strada.

Si configura, così, il campo della missione: insieme alle forze del mondo futuro, dono di Cristo
e del suo Spirito, permangono le forze contrarie con tutto il loro peso.
La chiesa primitiva ha inteso il suo impegno missionario nel mondo nei termini di una fine dei tempi "già arrivata" e, nello stesso tempo, "ancora in via di realizzazione".
La sua invocazione "Maranatha" (vieni, Signore!) esprimeva una forte speranza non ancora realizzata.
L'ingiustizia e l'oppressione non erano scomparse, la povertà, la fame e la persecuzione infierivano pesantemente.

Era quanto si era verificato nell'azione di Gesù: non aveva guarito e liberato tutti: "Ha introdotto il Regno di Dio nel mondo del male, ma non l'ha ancora realizzato totalmente e universalmente. Ha posto dei segni, per mostrare che il Regno si era avvicinato e che la lotta contro le potenze e le autorità di questo tempo era cominciata" (Käsemann).
La chiesa primitiva ha continuato l'azione di Gesù, ponendo dei "segni" del Regno nascente di Dio. Ma Gesù stesso era un segno contestato (Lc 2,34) e anche i segni da lui posti erano contestati e ha servito nella debolezza, nell'ombra.
E' così che la missione autentica si è sempre presentata: nella debolezza.


DALLA PRASSI DI GESU' ALLA NOSTRA

Non possiamo applicare le parole e l'azione di Gesù direttamente alla nostra realtà, radicalmente diversa: siamo chiamati a prolungare la sua logica, in modo creativo, nelle nostre situazioni storiche: oggi, come allora, quale "diversità" risulterebbe nei confronti della società se, nel suo interno, ci fossero davvero dei gruppi che cercano con tutte le forze il Regno di Dio, pregano per la sua venuta, sostengono la causa dei poveri, si pongono al servizio degli emarginati, rialzano chi è oppresso e curvato e, soprattutto, "proclamano l'anno del favore del Signore"!
L'azione di Gesù esprime la forza di Dio che si prende cura di tutte le dimensioni della vita.
Ma, per ora, le forze contrarie restano una realtà, continuano a gridare il loro potere.
Noi dobbiamo essere, nello stesso tempo, impazienti e modesti: la nostra missione non realizza il Regno di Dio. Gesù stesso ha inaugurato il Regno, ma non l'ha ancora realizzato.
Come lui, siamo chiamati a "porre dei segni" del Regno finale di Dio: niente di più, ma anche niente di meno. Quando preghiamo "venga il tuo Regno" ci impegniamo, qui e ora, a porre dei segni che siano delle immagini e degli anticipi del Regno di Dio.

Il Regno di Dio verrà, perché è già venuto.
E', nello stesso tempo, dono e impegno, regalo e promessa, presente e futuro, celebrazione e speranza.
Abbiamo l'assicurazione che niente potrà bloccare la sua venuta.



2. LA MISSIONE NEL VANGELO DI MATTEO:


FARE DEI DISCEPOLI

Il primo Vangelo è essenzialmente un testo missionario.
Matteo non l'ha scritto per comporre una "vita di Gesù", ma per aiutare una comunità in crisi
di identità a capire la sua vocazione.
Lui stesso faceva parte della comunità giudeo-cristiana che, fuggita poco prima della guerra giudaica, si era stabilita in un ambiente in prevalenza pagano, probabilmente in Siria.


A partire dalla fine degli anni '70, la situazione stava cambiando.
Prima i cristiani di origine giudea non si consideravano una religione distinta, ma un movimento di risveglio all'interno del giudaismo.
Ora era in atto un crescente rifiuto da parte dei circoli farisei, culminato poi con il rigetto e la rottura.
La comunità di Matteo, staccata dalle sue origini e isolata in un contesto pagano, di fronte ai problemi nuovi, cercava a tastoni la propria strada.
In più era spaccata da due frange estremiste: i difensori intransigenti della fedeltà alla Legge ebraica, e gli "entusiasti", di mentalità ellenista, con un'esasperata pretesa della guida dello Spirito.

Matteo non commenta le divergenze tra i due gruppi opposti, ma risale alla logica che Gesù aveva nel suo ministero, cercando di prolungarla dentro le nuove situazioni che stavano vivendo. Sembra voglia indicare questa prospettiva: la comunità potrà superare le tensioni e i conflitti interni se unirà tutte le proprie energie nella missione verso i "pagani" fra cui si trovano.
Vuole che la sua comunità non si consideri più un gruppo settoriale, ma prenda coscienza di essere "la chiesa di Cristo" (Matteo è l'unico evangelista che usa il termine ekklesia, chiesa). Lo scopo del suo Vangelo è pastorale, perché vuol dare fiducia ad una comunità che sta vivendo una crisi di identità; ma è, nello stesso tempo, missionario, perché vuole spingere i membri della comunità ad aprire gli occhi e vedere le occasioni di testimonianza e di servizio che il contesto offre loro.

IL MODELLO DI MATTEO: DISCEPOLI IN MISSIONE


Non possiamo prendere in considerazione i singoli concetti chiave legati alla missione nel Vangelo di Matteo. Li vedremo globalmente nel vedere lo specifico del suo modello missionario.

1. L'identità cristiana è la missione

Qual è l'identità che Matteo, attingendo a quanto la tradizione narrava di Gesù, indica alla sua comunità in crisi? È un'identità-in-missione.
C'è come un crescendo lungo tutto il suo Vangelo, che culmina con il "mandato missionario": "Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, si prostrarono davanti a lui; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra; dunque, andate e fate dei discepoli in tutte le nazioni, immergendoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,16-20).
Ogni parola di questo invio in missione ha le radici nella storia di Gesù raccontata da Matteo. Ad esempio insegnare, nello spirito di Matteo, non è solo un'operazione di natura intellettuale, come per i greci dell'epoca: l'insegnamento di Gesù fa appello alla volontà dei suoi uditori, esige la decisione concreta di seguirlo e di sottomettersi alla volontà di Dio. Matteo mette in risalto il ruolo centrale della volontà di Dio per Gesù e per i discepoli: chi diventa discepolo e viene battezzato dai messaggeri di Cristo, deve seguire Gesù esattamente come l'avevano fatto i Dodici.
Per Matteo la missione è "fare dei discepoli". Essa ha, cioè, lo scopo di offrire a tutti la possibilità di diventare discepoli di Gesù. In Matteo, il termine "discepolo" non si riferisce solo ai Dodici, come è per Marco e Luca, ma vale per tutte le epoche: la relazione che esisteva tra il maestro e i primi discepoli si trasforma in qualcosa che supera quel momento storico. I seguaci di Gesù devono fare in modo che altri diventino ciò che essi sono.

2. Chi sono i discepoli?

Matteo sottolinea due aspetti, che vengono vissuti in una tensione creatrice, importante per la missione: da una parte mostra la loro vicinanza con Gesù, dall'altra insiste - più ancora degli altri Vangeli - sul loro atteggiamento riverenziale e di dipendenza nei suoi confronti.
Il primo aspetto serve a Matteo anche per rappresentare Gesù risorto come colui che rimane con i suoi discepoli sino alla fine dei tempi. È l'Emanuele, il Dio con noi. Perciò Matteo non parla dell'ascensione né della venuta dello Spirito Santo, e non ritiene necessario dire che Gesù ritornerà: come potrebbe, dato che rimane con i suoi discepoli?
Questa presenza duratura di Gesù è legata all'impegno dei suoi nella missione; non nel senso che se essi assumono l'impegno missionario Gesù rimane con loro, ma nel senso opposto: è perché Gesù continua ad essere presente fra i suoi discepoli, che essi partono in missione.
Li ha chiamati, infatti, a "condividere la sua sorte", che è sia partecipare alla "sua sofferenza" che alla "sua autorità" di fare dei suoi discepoli in tutte le nazioni.

Con il secondo aspetto Matteo sottolinea che, per i suoi discepoli,
Gesù non è semplicemente una guida, ma il Signore. È sempre con questo titolo che essi si rivolgono a lui nel suo Vangelo, mentre i suoi avversari lo chiamano maestro. Inoltre, Gesù è Colui a cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra, dinanzi al quale i discepoli "si prosternano", gesto di sottomissione e di adorazione riservato a Dio solo.
Un modo anche di riconoscere la propria debolezza e la fiducia in lui, atteggiamenti fondamentali per la missione.


3. Portare frutti

A quelli che vogliono essere veri discepoli, Gesù chiede di "portare dei frutti".
Matteo ha un modo tutto suo di vedere la missione: si distacca dalle due ali estreme della sua comunità, sia dai "legalisti", a cui preme solo la Legge e l'ortodossia, sia dagli "esaltati", che tendono allo spiritualismo. A tutti richiama l'importanza dell'ortoprassi: si vede dai frutti se sei guidato dallo Spirito: l'albero buono porta frutti buoni (Mt 7,19). Tra i racconti su Gesù che la tradizione veicolava, Matteo sceglie quelli che riferiscono di azioni concrete, in particolare le "opere di Cristo" (Mt 11,2). Tra le parole di Gesù, sceglie quelle che richiedono di fare la volontà di Dio, mettere in pratica i suoi comandi, praticare la giustizia.

La missione, quindi, non può essere ristretta in una dimensione individuale, in un rinnovamento solo personale o una speciale garanzia personale per la salvezza eterna; ma implica che i nuovi credenti siano, fin dall'inizio, sensibili alle necessità degli altri e operativi nei confronti dell'ingiustizia, della sofferenza e oppressione dei deboli. "Secondo Matteo 28, non è possibile fare dei discepoli senza far loro prendere coscienza che Dio li chiama a praticare la giustizia verso i poveri. Il comando di amare, base stessa dell'impegno della chiesa nel politico, è parte integrante dell'invio in missione" (Matthey).

4. Diventare discepolo costa
Matteo è l'unico evangelista a mettere il termine ekklesia (chiesa) in bocca a Gesù.
Occorre però stare attenti: non c'è una coincidenza automatica tra essere membro della chiesa e essere un discepolo. "Fare dei discepoli" non significa semplicemente un'espansione numerica della chiesa. Certo, ogni membro della chiesa dovrebbe essere un vero discepolo, ma non sempre si verifica nelle comunità cristiane che Matteo conosce.
Per questo richiama le parabole della zizzania che cresce con il grano (13,24-30) e del pesce senza valore che a volte è pescato nelle reti del Regno (13,47-50).
Ci sono convertiti superficiali che rinnegano la loro fede nel momento della prova, altri cedono alle tentazioni e alle pressioni del mondo (13,20-22).

Matteo sottolinea, quindi, il fatto che diventare discepolo costa.
Per lui la chiesa esiste solo nella misura in cui i discepoli vivono in comunione di vita reciprocamente e con il loro Signore e cercano di vivere in conformità al volere del Padre.


CONCLUSIONE


A Matteo non interessa darci una terminologia missionaria, gli preme mostrare la pratica missionaria di Gesù e dei discepoli e, conseguentemente, della comunità cristiana.
Nel descriverla usa questi termini: inviare, andare, proclamare, guarire, esorcizzare, costruire pace, testimoniare, insegnare, fare dei discepoli.
Non possiamo certo dedurre dal Vangelo di Matteo una teoria missionaria valida universalmente; riceviamo però delle chiare indicazioni di cammino:

- basandosi sul ministero, morte e risurrezione di Gesù, Matteo spinge sulla strada della missione ad gentes;
- i discepoli sono chiamati a proclamare la vittoria definitiva di Gesù sul potere del male, a testimoniare la sua continua presenza, a far sì che il mondo riconosca l'amore di Dio;
- il cristiano trova la sua vera identità quando si coinvolge nella missione, comunica agli altri una nuova ragione di vivere, una nuova visione di Dio e della realtà, quando si impegna per la loro liberazione e la loro salvezza;
- una comunità missionaria si autocomprende differente dal mondo che la circonda e, nello stesso tempo, impegnata nel suoi confronti; verso ogni contesto in cui si trova a vivere ha, nello stesso tempo, un atteggiamento di simpatia e di critica;
- quando vive momenti di confusione e d'incertezza, la comunità di Matteo è ricondotta alle sue origini: è nel contatto con le persone e le esperienze che l'hanno fatta sorgere che essa può riscoprire se stessa e discernere il senso della sua vocazione.

MATTEO INDICA ALLA SUA COMUNITÀ LA MISSIONE AD GENTES

Matteo non contrappone la missione verso Israele e la missione verso i "pagani". Esse non si escludono, anzi si implicano reciprocamente. Matteo indica alla sua comunità la missione ad gentes attraverso un'intelligente organizzazione del materiale di cui disponeva.

- Dall'inizio alla fine del suo Vangelo, i "pagani" hanno un ruolo importante: ad esempio, le quattro donne non israelite nella genealogia di Gesù; la visita dei magi; il centurione di Cafarnao che porta Gesù ad affermare che molti non-giudei prenderanno parte al banchetto finale con i patriarchi; la dichiarazione di Gesù che il Vangelo sarà predicato a tutte le genti; la confessione del centurione romano sotto la croce "veramente costui era il Figlio di Dio".
- Vanno aggiunte le sistematiche annotazioni che mettono i "pagani" in buona luce: Gesù sottolinea la loro fede, la loro spontanea e calda reazione nei suoi confronti, spesso confrontata con l'assenza di una simile risposta da parte dei giudei.

3. LA MISSIONE IN LUCA:

PRATICA DEL PERDONO E SOLIDARIETÀ CON I POVERI

All'inizio dell'attività di Gesù, Luca pone l'episodio della Sinagoga di Nazareth (4,16-30), che presenta come programmatico di tutta la sua missione. Sottolinea almeno tre temi fondamentali: il posto centrale dei poveri; il rifiuto dello spirito di vendetta; l'apertura gratuita del Regno di Dio a tutti, senza diritti e pretese da parte di nessuno e senza preclusioni, dentro e fuori d'Israele.


Come il Vangelo di Matteo può essere colto nel suo insieme solo nella prospettiva del suo
brano finale, così è per il Vangelo di Luca: fin dalle prime battute è rivolto verso il suo punto culminante, che riassume la visione di Luca sulla missione: "Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: Sta scritto che il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il 3° giorno e nel suo nome saranno predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso. Voi rimanete in città finché non sarete rivestiti di potenza dall'alto" (Lc 24,45-49).

Gli stessi elementi sono ripresi all'inizio degli Atti e costituiscono il legame tra i due libri di Luca, con i quali vuole far risaltare lo stretto rapporto tra la missione di Gesù e della chiesa: la prima va dalla Galilea a Gerusalemme, la seconda va da Gerusalemme a Roma: "Riceverete una potenza, quella dello Spirito che verrà su di voi; allora mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (At 1,8).
Già dai due testi richiamati appare come per i due libri di Luca la missione è una dimensione centrale: qualcuno arriva a dire che è il tema dominante della sua opera. C'è un altro testo fondamentale, a cui Dupont attribuisce la stessa funzione programmatica che il Sermone della montagna ha per Matteo: è il racconto che Luca pone come introduzione a tutto il ministero di Gesù: l'episodio della sinagoga di Nazareth (4,16-30). Qui ci preme far notare il terzo contenuto, da noi già richiamato: l'allusione di Gesù alla missione futura presso i non-giudei. Nello spirito di Luca, l'episodio di Nazareth prepara la missione presso i "pagani"; per lui, il ministero di Gesù, fin dagli inizi, è già orientato in senso universale.

UNA MISSIONE UNIVERSALE,
MA CHE PARTE DA GERUSALEMME

L'attenzione data da Luca agli incontri di Gesù con i Samaritani va vista nella stessa ottica:
la missione nei loro confronti costituisce l'inizio della missione fra i non-giudei e fa parte del piano di Dio.

Agli occhi dei nazionalisti giudei, i Samaritani erano al livello più basso dei valori religiosi e morali. Gesù mostra, nel Vangelo di Luca, una scandalosa simpatia e apertura nei loro confronti: anche se si erano rifiutati di accoglierlo, proibisce di invocare la vendetta su di loro, come Giovanni e Giacomo chiedevano (9,51-56); colui che dai giudei non era neanche considerato un uomo, viene posto come esempio di solidarietà, nella parabola del "buon Samaritano" (10,25-37); dei dieci lebbrosi guariti, solo uno, "il Samaritano" ritorna a ringraziare Gesù e si sente dire "alzati, la tua fede ti ha salvato" (17,11-19).
Non ci sono preclusioni: con Gesù il tempo della salvezza è arrivato per tutti, compresi quelli che venivano disprezzati.

Va notato, però, che in Luca il superamento delle esclusioni e la prospettiva universale si accompagnano ad un suo netto atteggiamento positivo verso il popolo giudeo, la sua religione e cultura. Unico non giudeo tra gli scrittori del Nuovo Testamento, Luca mette in luce, soprattutto nei racconti dell'infanzia, il significato teologico di Israele: Gesù è presentato come il Salvatore del popolo dell'antica alleanza: "Ha soccorso Israele, suo servo", canta Maria; al termine stesso degli Atti, Paolo dichiara che "è a causa della speranza di Israele" che porta le catene.
Nella concezione teologica della missione di Luca ha un ruolo speciale Gerusalemme: non solo è la destinazione del pellegrinaggio di Gesù, il luogo della sua morte e delle apparizioni del risorto (nel suo Vangelo avvengono tutte a Gerusalemme), ma anche è il luogo dell'ascensione, della Pentecoste e il punto di partenza della missione verso Israele stesso.
Di solito si insiste sul rifiuto che molti giudei hanno apposto a Gesù e agli apostoli: è stato questo rifiuto - si dice - ad avere "provocato" la missione ai "pagani". Per Luca non è così: mostra che, anche dopo i rifiuti, gli apostoli hanno continuato a predicare anche ai giudei;
non solo, ma sottolinea le molte risposte positive, addirittura in crescendo: 3.000 convertiti in
At 2,41; 5.000 in At 4,4; "moltitudini sempre più numerose" in At 6,7; "migliaia di giudei" in
At 21,20.

Luca sottolinea, cioè, che Israele non ha rifiutato il Vangelo, ma si è diviso nei suoi confronti: una parte l'ha rifiutato e una parte l'ha accolto. Questa parte costituisce il vero Israele, purificato, "restaurato"; chi invece, ha rifiutato si è escluso da solo. La chiesa, agli occhi di Luca, è formata dalla comunità dei giudei convertiti; a questi si aggiungono i convertiti di origine pagana. A Pentecoste molti giudei diventarono ciò che essi erano, Israele; in seguito, i "pagani" sono stati incorporati nel seno d'Israele. I cristiani di origine pagana fanno parte d'Israele, non sono un "nuovo" Israele: la conversione significa essere chiamati a partecipare all'alleanza fatta con Abramo. Non ci sono fratture nella storia della salvezza: le promesse fatte ai padri sono state adempiute. La chiesa nasce dal seno dell'antico Israele; non è un'intrusa che si arroga le prerogative dell'Israele storico.

I PRINCIPALI ELEMENTI DEL MODELLO MISSIONARIO DI LUCA


I - La stretta articolazione tra lo Spirito Santo e la missione.
Luca si interessa al fatto che la storia continua, Gesù non è ritornato subito. Riporta il racconto dei due discepoli di Emmaus: ora si può fare esperienza di Gesù in modo totalmente nuovo: è presente ed in azione nella comunità cristiana grazie al suo Spirito di risorto.
Già il ministero di Gesù avveniva sotto la guida dello Spirito (Lc 3,22), ma è soprattutto la missione dei discepoli che Luca attribuisce all'iniziativa dello Spirito.
Possiamo notare tre azioni fondamentali:

1° - Lo spirito spinge i discepoli ad intraprendere la missione.
Essi si consacrano alla testimonianza subito dopo, e solo dopo, essere stati rivestiti dalla "forza dall'alto". Lo stesso Spirito che ha condotto Gesù in Galilea (Lc 4,1. 14.16) spinge ora con forza i discepoli alla missione: diventa il catalizzatore e la guida della missione. L'evento decisivo è la Pentecoste: lo Spirito che era sceso su Gesù al suo battesimo, ora scende per il secondo "battesimo"
(Atti 1,5). La missione è la diretta conseguenza dell'effusione dello Spirito. Essa non è un "comando", ma una "promessa": il dono dello Spirito è di essere coinvolti nella sua missione. Altri dirigono da fuori, Cristo dal di dentro: non comanda, ispira. Luca parla di persone che sono investite dallo Spirito e da lui condotte ad agire in sintonia con lui.

2° - Lo Spirito guida i missionari e mostra loro le vie e i metodi. Essi non hanno dei propri progetti, ma devono attendere le direttive dello Spirito. Fondamentale è il racconto di Pietro presso Cornelio: l'iniziativa dell'apertura ai "pagani" è dello Spirito, che conferma con una seconda Pentecoste (At 10,44-48). Pietro si giustifica dinanzi alla comunità di Gerusalemme:
è lo Spirito che gli "ha detto di non esitare" a recarsi da Cornelio (At 11,12).
Altri esempi: il Concilio di Gerusalemme (At 8,29); l'invio di Paolo e Barnaba (At 13,2-4);
l'inizio della missione in Europa (16,9); la spinta continua ad andare oltre, ad uscire
(At 13, 46-48).

3° - Lo Spirito che spinge alla missione è uno Spirito di potenza (dunamis).
Lo era già per Gesù (Lc 4,14; At 10,38). Ora lo è per gli apostoli (Lc 24,49; At 1,8).
Lo Spirito non solo è l'iniziatore e la guida della missione, ma è anche colui che dà le forze per compierla. Negli Atti Luca usa spesso le parole: parresia (audacia) e parresiazomai (parlare con coraggio) e ogni volta osserva che è l'effetto della forza dello Spirito.
È lui che dà coraggio ai discepoli, prima così timidi.

II - L'interdipendenza tra la missione presso i giudei e la missione presso i pagani.
È Luca, non-giudeo, che ha capito la necessità di radicare la chiesa non giudea dentro Israele. Ha avuto il coraggio di proclamare che Gesù era innanzitutto il Messia d'Israele e, proprio per questo, il Salvatore delle genti. I convertiti non giudei sono stati incorporati ad un Israele rinnovato (non sono un nuovo Israele). Perciò la chiesa non deve mai, con spirito trionfalista, arrogarsi il Vangelo voltando le spalle al popolo dell'antica alleanza.
III - Sarete miei testimoni.
Il termine testimone è fondamentale per cogliere il modello missionario di Luca. Per lui "è il termine appropriato per definire la missione" (Gaventa). Non significa che gli apostoli devono semplicemente raccontare il viaggio che il Signore ha intrapreso verso Gerusalemme, ma che devono raggiungerlo sulla stessa strada e affrontare lo stesso destino. Devono anch'essi essere pronti ad assumere il loro cammino di Gerusalemme. Come Stefano. Come Paolo.
Negli Atti il termine testimone viene applicato non solo agli apostoli, ma anche ad altri, ad esempio a Paolo (22,15) e a Stefano (22,20) e già c'è l'allusione del testimone visto come martire. Il contenuto della testimonianza (marturia) corrisponde, nell'insieme, a quella dell'annuncio: la buona novella che il Regno di Dio è Gesù Cristo, incarnato, crocifisso e risorto, e quanto lui ha compiuto.
Gli Atti mostrano con insistenza che il compito è affidato ad esseri umani deboli, di per sé incapaci e continuamente dipendenti dalla forza dello Spirito. In fondo, non sono chiamati a fare delle opere proprie, ma a segnalare ciò che Dio ha operato e ancora opera, a dare testimonianza di ciò che essi hanno visto, sentito e toccato (1Gv 1,1).
IV - Pentimento, perdono dei peccati, salvezza.
Il Vangelo di Luca e gli Atti sono costruiti sull'attesa di una risposta. La testimonianza dei missionari ha per scopo il pentimento e il perdono, che portano alla salvezza (cf At 26,17s). Accogliere Gesù è accogliere la salvezza. Questa è liberazione da ogni forma di schiavitù e, nello stesso tempo, vita nuova in Cristo. I missionari offrono la loro testimonianza in piena convinzione che vita e morte ne dipendono: qualunque sia l'apprezzamento che danno sulla vita religiosa della gente (At 17,22s), essi non cessano di insistere sul pentimento e la conversione. Non possono essere indifferenti alla sorte dei loro simili. Il loro invito a unirsi alla comunità non è mai fiacco.
La conversione non è solo un atto di portata individuale, ma introduce nella comunità dei credenti e comporta un reale e radicale cambiamento di vita, con responsabilità morali, che distinguono i cristiani da "quelli di fuori", e nello stesso tempo gli fanno sentire gli obblighi nei loro confronti.
V - La salvezza.
Un autore osserva che per Luca la salvezza ha sei dimensioni: economica, sociale, politica, fisica, psicologica e spirituale. Luca sembra particolarmente interessato a quella economica. Spicca, allora, uno degli elementi principali del suo modello missionario: il nuovo rapporto tra ricchi e poveri. Nella sinagoga di Nazareth Gesù attira l'attenzione sulle condizioni di vita dei poveri, dei ciechi, dei prigionieri e degli oppressi, e annuncia il Giubileo, che inaugurerà il rovesciamento della loro sorte.
In tutto il suo Vangelo, Luca mostra cosa vuol dire il Giubileo per i ricchi e per chi sta bene della sua comunità: condividere ciò che si ha. Mostra che le richieste di Gesù vanno ben oltre il corretto "atteggiamento" nei confronti della ricchezza: mettono in crisi il loro possesso, il loro uso, lo stile concreto di vita da cui è bandito ogni idea di sobrietà e di solidarietà. Zaccheo nel Vangelo e Barnaba, il suo analogo negli Atti, sono il paradigma del comportamento che Luca indica ai cristiani ricchi o più fortunati: donare una parte sostanziale dei propri beni, fare prestiti a rischio, aiutare in maniera disinteressata… (Lc 6,20-49). Con la parabola del buon Samaritano definisce il "prossimo" come colui che ha bisogno dei mio aiuto e che io non posso lasciare sui bordi della strada.
Se oggi i cristiani ricchi praticassero la solidarietà con i poveri, sarebbe in sé un'enorme testimonianza missionaria. Il Vangelo non può essere buona novella se i suoi testimoni sono incapaci di discernere la situazione e le ansie di chi è ai margini. Proprio come nel ministero di Gesù, bisogna liberare chi soffre, prendere su di sé la sorte dei poveri, reintegrare i paria e gli emarginati, offrire perdono e salvezza a tutti quelli che si sono resi colpevoli.
VI - Costruire la pace
È una dimensione importante nel modello di missione di Luca. Costruire la pace, resistere senza violenza al male, deprezzare l'odio e la vendetta: è un messaggio che attraversa tutto il suo Vangelo e culmina con Gesù che prega per coloro che lo crocifiggono, a cui fa da eco la preghiera di Stefano morente.
Nella situazione di violenza, di inimicizia, di divisioni e di emarginazioni, tipica del nostro tempo, questo aspetto del Vangelo di Luca è quanto mai pertinente. Se falliamo su questo punto, siamo colpevoli dinanzi al Signore della missione.
VII - La chiesa
Nel Vangelo Luca non parla della chiesa, ma dei "discepoli" che seguono Gesù, mentre negli Atti descrive la chiesa, insistendo sul come dovrebbe essere. Particolare valore è dato alla reciproca accoglienza dei giudei e dei non-giudei (basti ricordare l'attenzione data all'episodio di Cornelio).
Mentre nel Vangelo insiste sul Regno di Dio per i "poveri", negli Atti insiste sul fatto che i "pagani" e i "nemici" sono incorporati nel popolo di Dio. Non c'è opposizione tra le due insistenze: entrambe sono espressioni di un'unica logica, che Luca si preoccupa di evidenziare: con Gesù, Dio mostra la sua accoglienza, libera e gratuita, nei confronti di tutte le sue creature. Nessuna esclusione ha motivo di esistere, per nessun motivo: condizione sociale, ignoranza, errori morali, appartenenza religiosa. E nessuno può vantare dei diritti o dei privilegi: l'accoglienza di Dio è un dono, immeritato per tutti. Chi, per qualunque motivo, è messo da parte dagli uomini, derubato, deriso, disprezzato, escluso, è il primo davanti a Dio, ha una prioritaria attenzione e premura da parte sua.
Per Luca, la comunità cristiana è chiamata allora ad essere, per la forza dello Spirito, una fraternità senza disuguaglianze e senza barriere, luogo in cui lo Spirito procede ad una nuova creazione. La sua vita interna e la sua spinta missionaria esterna sono così fra loro articolate in un'unica logica, la comunione, che non tollera né privilegi né settarismi ed è attivamente aperta verso tutti.
Agli occhi di Luca, la missione è un'opera "ecclesiale"; gli apostoli hanno il ruolo specifico di assicurare un'articolazione autentica tra Gesù e la chiesa; lo stesso invio di Paolo ai "pagani" ha bisogno di essere da loro ratificato. Ma in Luca non c'è ecclesiocentrismo: gli apostoli fanno degli sbagli e spesso mancano di perspicacia; la missione avviene a volte nonostante loro, più che grazie a loro; Dio va spesso più veloce di loro, ad esempio suscitando lo slancio missionario degli ellenisti e, più ancora, Paolo, il non-apostolo che Luca coraggiosamente descrive come l'esempio tipico di missionario.
VIII - La missione incontra necessariamente avversità e sofferenze.
Nel Vangelo, Luca descrive il viaggio di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, mostrando che è un cammino verso la sua passione e la morte. Negli Atti, il percorso della chiesa-in-missione è messo in parallelo con quello di Gesù: Paolo afferma che il Risorto "è apparso a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme" (At 13,31).
Gli Atti quando parlano di parresia (audacia), la contrappongono quasi sempre alle avversità. Quando Giovanni e Pietro sono sotto le minacce del Sinedrio, i credenti pregano non perché i loro avversari siano distrutti, ma per ricevere una piena parresia (At 4,27-30). Non per niente, da secoli, l'invio dei missionari è accompagnato con la consegna del Crocifisso: "Quelli che lo ricevono non hanno nelle mani solamente un simbolo della loro missione, ma un manuale che dice loro come realizzarla" (Frazier).

LA NOVITÀ DI GESÙ

Nell'episodio della sinagoga di Nazareth, un fatto colpisce: inizialmente Gesù è accolto dai suoi concittadini con simpatia e ammirazione; poi, all'improvviso, la situazione si capovolge, l'assemblea è furente e tenta addirittura di ucciderlo.
Nella prospettiva della teologia della missione di Luca è importante cogliere il perché di questo mutamento. È avvenuto che Gesù aveva fatto qualcosa che aveva radicalmente deluso le attese della sua gente: aveva letto la prima parte di Isaia 61,2 "per proclamare l'anno del favore del Signore", ma aveva saltato le parole che seguivano, che fanno parte dello stesso versetto
"il giorno della vendetta del nostro Dio" riferito alle nazioni pagane, tralasciando anche quanto si riferiva a Israele e a Sion. Il commento di Gesù, poi, era stato tutto su questa linea, riferendosi sia ad Elia mandato ad una vedova non d'Israele ma di Sidone, sia ad Eliseo mandato a Naam il siro, nonostante i tanti lebbrosi in Israele.
La mentalità dominante nel giudaismo dell'epoca era che la salvezza era riservata ai giudei, anzi ad una loro piccola parte, e l'inviato di Dio avrebbe condotto una guerra santa contro i nemici di Israele. Gesù non solo evita di menzionare il giudizio contro i nemici di Israele, ma proclama che Dio è pieno di compassione anche nei loro confronti: "l'anno di accoglienza" è sia per i giudei che per i loro avversari!
Lungo tutto il Vangelo di Luca si ritrova quest'insistenza. Ad esempio, in Lc 7,22s si ripete il fatto, con tre citazioni di Isaia da cui Gesù toglie i riferimenti alla vendetta di Dio. Ecco la novità: la compassione di Dio per i poveri, per gli emarginati, per gli stranieri e addirittura per i nemici di Israele ha soppiantato la vendetta divina. È questo il Dio che Gesù rivela.

4. PAOLO: PROCLAMARE LA GRATUITÀ DELLA SALVEZZA

Nelle sue lettere, scritte 15-20 anni prima del Vangelo di Marco e circa 30 anni prima di Matteo e Luca, Paolo offre la visione più profonda e più sistematica della missione.
Perché Paolo è innanzitutto un missionario. La sua teologia non è una costruzione astratta, non preesiste alla sua attività missionaria, ne è il ripensamento: essa è la lettura delle realtà che incontrava, alla luce dell'esperienza iniziale che aveva segnato la sua vita e la sua visione del mondo.
Non potendo presentare in breve spazio tutti gli aspetti della teologia e prassi missionaria di Paolo, ci fermeremo solo sul "fine" e sulle "motivazioni" della sua missione.
Nelle prime righe della lettera ai Romani, Paolo riassume l'obiettivo del suo apostolato.
È stato "scelto per annunciare il Vangelo" e ha ricevuto da Gesù Cristo "il dono di essere apostolo per condurre all'obbedienza della fede i popoli pagani" (Rom 1,1.5).
È stato incaricato di proclamare che Dio ha effettuato la riconciliazione del mondo con sé e anche fra di noi. Per questo percorre tutta l'area mediterranea. Dove arriva, fonda delle chiese: saranno, spera, delle manifestazioni della nuova creazione, capaci di resistere alle potenze di questo mondo.

In Cristo, Dio si è riconciliato non solo con la chiesa, ma con il mondo (2Cor 5,19): è questo che è incaricato di proclamare. Per quanto sia importante agli occhi di Paolo, la chiesa non è il fine ultimo della missione. Vita e azione della comunità cristiana sono intimamente legate al piano di Dio per la redenzione del mondo. "L'universalità della chiesa, corrisponde all'universalità del compito apostolico, che consiste nel proclamare la vittoria salvante di Dio nei confronti della sua creazione" (Beker). Cristo risorto è stato costituito Signore di tutti
(Fil 2,9-11).

La radice della concezione universale di Paolo sulla missione è una fede personale in Gesù morto e risorto, Salvatore del mondo: è nella sua comunione che si è chiamati a vivere
(1Cor 1,9).La missione di Paolo si fonda non su promesse incerte, ma su una soluzione già data: sul fatto, cioè, della salvezza già offerta da Dio all'umanità. Non è che in retrospettiva
che Paolo ha immaginato "come sarebbe stata" la vita senza Cristo: solo alla luce dell'esperienza dell'amore senza condizioni di Dio, egli ha potuto rendersi conto del terribile abisso in cui sarebbe caduto, senza Cristo. Quando scrive "noi sappiamo, fratelli amati da Dio, che lui ci ha scelti" e "Gesù ci libera dalla collera che viene" (1Tess 1, 4-10), confessa di essere stato da Dio salvato grazie a Cristo, non pronuncia un verdetto su quelli che non credono. In altre parole, Paolo non si sofferma sulla sorte dei non credenti: preferisce insistere sulla soluzione già data. Ne ha fatto profonda esperienza: sa che il Vangelo, che ha la missione di proclamare, è l'amore senza condizioni e l'accoglienza immeritata compiuta da Dio.
Il suo Vangelo è un messaggio positivo.


LE MOTIVAZIONI MISSIONARIE DI PAOLO


Michael Green ha notato che la chiesa primitiva era mossa da tre motivazioni missionarie fondamentali, particolarmente evidenti in Paolo: la riconoscenza, il senso di responsabilità, la preoccupazione. Anche se non è possibile una loro separazione, talmente sono intrecciate, seguirò anch'io queste tre motivazioni, invertendo però il loro ordine.

La preoccupazione di Paolo
Come i giudei del suo tempo, Paolo ha un giudizio decisamente negativo sul paganesimo: richiama i suoi vizi e, soprattutto, le sue idolatrie: sono prodotti dello spirito umano e finiscono sempre per asservire (1Cor 12,2).Egli reagisce contro questa idolatria insidiosa e, fedele alle sue origini giudee, proclama le esigenze di un Dio geloso, che vuol essere servito senza patteggiamenti con altri signori: "Voi vi siete rivolti verso Dio, voltando le spalle agli idoli, per servire il Dio vivente e vero" (1Tess 1,9). Sappiamo questo non per deduzione solamente, a partire dal creato, o grazie ai profeti, ma soprattutto perché Dio ha rivelato se stesso attraverso suo Figlio (Gal 4,4).
È in questo quadro che occorre situare l'impegno personale di Paolo. Per lui, fuori di Cristo l'umanità perde assolutamente ogni speranza, è votata alla perdizione (1Cor 1,18; 2Cor 2,15). Essa ha un bisogno urgente di salvezza (Ef 2,12).Per questo, deve essere proclamato a tutti che "Gesù ci libera dalla collera che viene". Si sente ambasciatore di Cristo: "In nome di Dio, ve ne supplichiamo, lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor 5,20).
Ma la sua grande preoccupazione non è predicare questa "collera che viene", ma il messaggio positivo: la salvezza attraverso Cristo e il trionfo imminente di Dio. Il Vangelo è una buona novella, rivolta a gente che ha peccato volontariamente, che è senza scuse e che merita il giudizio di Dio (Rom 1,20-25), ma a cui Dio, nella sua bontà, offre la possibilità di pentirsi (Rom 2,4). La salvezza, per Paolo, è l'esperienza d'una liberazione immeritata, grazie all'incontro con il Dio unico, Padre di Gesù Cristo. Paolo ha, dunque, la missione di condurre gli uomini alla salvezza in Cristo. Ma il suo obiettivo finale non è centrato sull'uomo: è di preparare il mondo in vista della gloria di Dio che viene (1Tess 1,9) e per il giorno in cui tutto l'universo lo loderà, nella comunione piena di vita con lui.
Il senso di responsabilità
La sollecitudine di Paolo verso i "pagani" si manifesta nella coscienza acuta dell'obbligo, che sa di avere, di proclamare loro il Vangelo. È una anangkê, una necessità ineludibile. "Guai a me se non annuncio il Vangelo" (1Cor 9,16).Nella lettera ai Romani (Es 1,14), Paolo afferma di sentirsi in debito, debitore: la fede in Cristo crea un duplice indebitamento, verso Cristo che ci ha gratuitamente accolti, e verso tutti coloro a cui è inviato. Nella seconda lettera ai Corinti usa un altro termine per dire ciò che lo spinge all'annuncio, il timore del Signore: non quello che paralizza, ma quello di un amico o di un servitore fedele che non vuole deludere la persona che ama. Per questo "si fa servo di tutti, per guadagnarne il più possibile" (1Cor 9,19-23).
Per cogliere come Paolo sentiva la responsabilità missionaria, propria e degli altri cristiani, è utile richiamare quanto dice a proposito del comportamento dei credenti verso "quelli di fuori": devono innanzitutto prendere coscienza di costituire una comunità di natura speciale, differente; chiama i cristiani: scelti, amati, santi (= messi da parte per), conosciuti da Dio. Inoltre, ricorda spesso che la testimonianza verso "quelli di fuori" esige una condotta esemplare: una condotta di rispetto (1Tess 4,11) e di amore concreto verso tutti (1Tess 3,12), che non solo attiri stima e ammirazione, ma addirittura inviti ad entrare nella comunità.
In altre parole, la caratteristica delle prime comunità cristiane è il comportamento missionario. Ma questa dimensione si esprime non tanto con un'attività missionaria specifica (Paolo ha pochi richiami in proposito, ne ha di più la 1ª lettera di Pietro), quanto con lo stile di vita "attrattivo" delle piccole comunità: con le relazioni reciproche di attenzione, solidarietà, ospitalità, intense e ricche di emotività (nella sola 1ª lettera ai Tessalonicesi, chiama, almeno 18 volte, i cristiani "fratelli"), di integrazione sociale tra ricchi e poveri (1Cor 10-11: il comportamento dei ricchi entra in collisione con il modo con cui Paolo concepisce la comunità cristiana): l'opera di riconciliazione realizzata da Cristo dà vita ad un nuovo corpo, in cui le relazioni umane sono trasformate.
Le comunità paoline hanno una forte coscienza di ciò che le distingue dal mondo esterno, Paolo ricorda loro continuamente quello che hanno di unico. Ma, anche se hanno la coscienza di essere un gruppo distinto, non si isolano: proprio questa coscienza le spinge a stare con gli altri: sono nel mondo e per il mondo. Sono "un segno" precursore dell'alba del mondo nuovo, che attesta, nella misura della loro vita trasformata, la validità della speranza cristiana: Dio trasformerà questo nostro mondo.
Il senso di riconoscenza.
Siamo nel più profondo della motivazione missionaria di Paolo. Se va fino alle estremità della terra è perché è stato ammaliato dall'esperienza che ha fatto dell'amore di Dio in Cristo Gesù, "il Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).Come ci mostra il testo classico 2Cor 5, Paolo ha preso coscienza che l'amore di Dio costituisce il vero movente della missione: "Avendo conosciuto… cerchiamo di convincere gli uomini" (5,11); "l'amore di Cristo ci spinge" (5,14).
Se, dunque, Paolo proclama il Vangelo a tutti, non è in primo luogo perché vuole salvare chi è perduto o perché ne sente l'obbligo. Il motivo di fondo è perché ha coscienza che gli è stato fatto un privilegio, "ha ricevuto la grazia di essere apostolo…" (Rom 1,5; 15,15). Privilegio, grazia, riconoscenza: sono i concetti che Paolo usa quando parla del suo compito missionario. La coscienza di sapersi debitore si traduce immediatamente in un sentimento di riconoscenza. Ed è facendosi missionario presso i giudei e i pagani, che Paolo esprime la sua riconoscenza.
Per parlare del "debito di riconoscenza", suo e dei fratelli e sorelle nella fede, Paolo usa a volte il linguaggio cultuale (Rom 15,16; 12,1; Fil 2,17; 4,18). Dietro queste espressioni c'è l'idea di un sacrificio o di un'offerta fatta per amore, a causa dell'amore di Dio manifestato in Cristo, di cui Paolo e le sue comunità sono i beneficiari. Un amore che "ci ha riconciliati con Dio mentre ancora gli eravamo nemici" (Rom 5,10): è questo amore incredibile e senza misura, che Paolo e le sue comunità hanno scoperto. Il coraggio di essere differenti dalla società che li circonda, nella vita di tutti i giorni, in vista della salvezza degli altri: ecco la risposta all'immenso "debito di riconoscenza".

DAVID BOSCH

 

 

 

 

torna all'inizio

torna alle pagina Teologia della Missione

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter