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Campi estivi 2006

E-state nella Vita!

il sapore dei campi estivi 2006...

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Lettere dalle Missioni

Teologia della Missione  

Provocazion p. Alex

 

In questa sezione ti accompagnamo attraverso i campi estivi realizzati con i Missionari-e Comboniani nel 2006: leggi i resoconti, i documenti ufficiali, cammina con noi nelle pagine di un'estate ricca di testimoni, di provocazioni, di servizio con i poveri e di Parola di Dio esplosiva e appassionata!

 

* Esperienza missionaria in Uganda e Congo

- La perla nera

 

* Esperienza missionaria in Brasile
- il resoconto di uno dei giovani

* Imparando educazione e accoglienza - Molino delle Asse, Parma:

- una scrittura collettiva

* Sulle orme di don Milani e don Dossetti - Cammino Barbiana-Montesole:

- l'articolo ai giornali

- lettera alle comunità che ci hanno accolti

- lettera aperta al card. Ennio Antonelli, vescovo di Firenze

- il sapore di Montesole

- un bellissimo video (3') di sintesi del campo

* Dio nascosto ai margini della storia - Comunità di base delle Piagge, Firenze

- lettera dei campisti alla comunità

* A fianco di chi resiste - Locride, cooperative con mons. Bregantini

- comunicato stampa dei campisti

* Pane, famiglia, terra. Chi va per questa via non erra - Mottola, Taranto

- Un Ca(m)po-lavoro

* Fuori le mura - ZEN, Palermo 
- Salmo 151

 

Esperienza missionaria in Brasile

Dal 26 luglio al 26 agosto, 4 giovani che hanno fatto il cammino del GIM, Barbara, Cecilia, Andrea e Pasqualino, insieme a p. Rossano del GIM Venegono, hanno vissuto un mese intenso di vita missionaria come piccola comunità in cammino, nelle periferie della città di S. Paolo in Brasile. 

L’esperienza e’ inserita dentro la proposta del cammino formativo di spiritualità missionaria comboniana offerta ai giovani in Italia, attraverso la quale ai giovani è offerta l’opportunità’ di verificare le proprie motivazioni nella ricerca dell'identificazione missionaria.

 Ø      Uno sguardo generale

L’esperienza
E’ stata un’esperienza intensa, di vera vita comune con le sue sfide e le sue gioie. Abbiamo vissuto un mese pieno, fatto di incontri, conoscenza, spiritualità e preghiera. Ci siamo inseriti nel ritmo della vita della periferia della regione Sapopemba, con circa 300.000 abitanti, nel quartiere S. Maddalena, prossimi allo scolasticato dei Missionari Comboniani.

Gli incontri, i progetti, le comunità
Il ritmo della nostra vita comunitaria inserita nel contesto dell’esperienza missionaria, era dettato dagli impegni di incontro e conoscenza dei vari progetti presenti sul territorio, frutto della continua collaborazione tra la Famiglia comboniana presente sul territorio da molti anni e la comunità locale delle CEB’s, dei progetti sociali, delle Istituzioni pubbliche, ecc.

Il gruppo dei giovani
Il gruppo era composto di 4 giovani provenienti dai centri GIM di PD, VE, PS. Si tratta di giovani molto differenti per estrazione sociale e per formazione personale. Ciascuno ha portato nell’esperienza la propria personalità e individualità mostrando come l’obiettivo comune della vita insieme abbia stimolato la volontà di ricercare il modo migliore della convivenza, della condivisione, della spiritualità che ha rafforzato la vita comune. Per tutti, è stata esperienza molto forte, soprattutto, quando ci siamo confrontati con le realtà forti della povertà, della malattia, della marginalità, dell’esclusione sociale. Interessante quando qualcuno ha commentato come ogni giorno la provocazione venisse dal fatto che i progetti e le comunità visitate fossero animate dalle persone, dai loro volti e dalle loro vite. In altre parole, l’incontro con la vita delle persone e’ stata molto più importante di tutte le attività incontrate. Questo ci ha reso disponibili ad un incontro autentico con le persone, le loro storie, le loro tragedie.

L’accoglienza
Fra le tante cose sottolineate, tutti hanno rimarcato il grande valore della accoglienza mostrata da tutti:  famiglie, progetti. 
Questo valore si sperimenta per la grande attenzione mostrata lungo tutto il mese alle nostre persone, alle nostre necessità, a quello che era il nostro obiettivo principale: sperimentare con semplicità la vita missionaria nella periferia di una metropoli come S. Paolo.

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Imparando educazione ed accoglienza  

Molino delle Asse, Parma

Un gruppo di giovani partecipanti al campo “Imparando educazione ed accoglienza” presso la comunità - famiglia del “Molino delle Asse"” (Parma) ha vissuto un’esperienza di memoria nei luoghi in cui si è svolta la strage di Marzabotto (BO). Nelle terre di Montesole guidati dalla voce di un testimone dell’accaduto hanno rivissuto  quei momenti e incontrato una comunità di monaci dossettiani, che hanno scelto di trasferirsi nel 1985 in questa zona insanguinata per essere memoria viva.

Attraverso un esercizio di scrittura collettiva (ispirandosi a don Milani e ai suoi alunni) i ragazzi del campo hanno costruito un testo che racchiude le idee di tutti circa i temi fondamentali di questa esperienza: guerra - perdono - monachesimo.

 

 

Cari Coetanei,

Cosa vi siete persi!
 
"guerra"

E’ stata una giornata ricca di emozione e ricordi che Pirini (nella foto), uno dei sopravissuti alla strage, ci ha raccontato, facendoci rivivere la paura e il terrore di quei momenti.

Per alcuni di noi è stato difficile ascoltare e concentrarsi sulla testimonianza a causa del caldo torrido e della troppa sete.

Montesole: sole, caldo, arido di vento, terra, sangue, erba, isolamento, desolazione, lontananza dalla città e dalla vita, abbandono, anche da parte delle persone che hanno vissuto l’esperienza del massacro e si sono rifiutate di tornare in quei luoghi.

Questo è un posto dove, dentro ad un silenzio enorme ed assordante, ogni cosa, anche i sassi, hanno qualcosa da dire.

Quello che ci ha profondamente colpito e commosso è stato l’incontro con Pirini.

Le sue parole ci hanno aperto il cuore, facendoci immaginare il frastuono degli spari, delle bombe, delle grida di dolore, delle urla di bambini che invocano il perdono, delle mamme che durante le guerre di oggi perdono figli e mariti, e la scena in cui un soldato tedesco suonava l’armonium mentre si diffondevano la paura e il panico in quel settembre del ’44; tutte oscenità di una guerra che non è umana ed ancora una volta è assurda.

 Avendo percorso e calpestato quegli stessi luoghi, un tempo territori di distruzione e massacro, cosparsi di sangue e coperti di cadaveri, abbiamo provato un insieme di emozioni e di sensazioni che forse noi stessi non sappiamo spiegarci. Una cosa è certa: tutto ciò che ha attraversato la nostra mente in quegli attimi è stato triste e macabro, abbiamo provato tanta amarezza, disprezzo contro la guerra e squallore per il male. Abbiamo sentito un blocco allo stomaco, ci mancava il fiato, dovevamo fare silenzio perché in quel luogo bisogna solo ascoltare.

La vendetta è morta. Qui regna la pace, non quella esteriore, ma quella della consapevolezza.

Cominciamo a capire… il dolore, ma soprattutto la forza e il coraggio di perdonare!

 

"perdono"

 

La trasparenza della serenità e della profondità che Pirini aveva nel pronunciare: “Ho perdonato gli assassini della mia gente!”, era sorprendente. Quanti di noi, in una situazione simile, sarebbero stati capaci di fare altrettanto?

Perdonare un male così grande dev’essere stato un cammino lento e doloroso… lui ci è riuscito, e noi?

Ci siamo chiesti: “Sarà mai possibile eliminare il rancore che si prova per una persona che ci ha tradito o che ha fatto del male a noi ed alla nostra famiglia? Sparirà questo sentimento negativo o ne rimarrà sempre una traccia dentro di noi?”.

La testimonianza di questo sopravvissuto alla strage è stata un fulmine a ciel sereno di fronte alla facilità con la quale ci arrabbiamo ed alimentiamo la nostra sete di vendetta.

È davvero incredibile: alcuni sopravvissuti all’eccidio affermano: “Pirini è un cretino perché perdona i tedeschi”. Egli però è solito rispondere loro: ”Se non perdonassi non potrei rimanere qui a Montesole”.

Perdonare questi assassini, con la consapevolezza che chi è morto non cerca vendetta, è uno dei messaggi più belli che abbiamo ricevuto.

Ci ha colpito che Pirini non abbia voluto leggere la memoria con i nomi dei suoi genitori per evitare di piangere: vuol dire che perdonare richiede anche sacrificio, l’accettare di perdere qualcosa per mostrare il nostro amore.

Al ritorno da Montesole, ascoltando quello che si diceva in macchina, si è sentito: “Quell’uomo non poteva fare altro che perdonare, perché ha 80 anni”…come se fosse stato obbligato e non avesse avuto altra scelta. Qualcuno avrebbe dovuto ribattere che c’è un’altra strada: non pedonare, come hanno fatto altri che non sono mai più tornati in quei luoghi.

Pirini ha perdonato ma non si è dimenticato di quello che è successo, anzi, continua a ricordarlo.

  Qui si tratta di una condanna totale e di continuare la memoria in difesa degli ultimi, sempre e in tutti i modi.

Evidentemente la forza del perdono è in grado di guarire ferite che, non cancellabile attraverso le forze e gli atteggiamenti umani, riescono a cicatrizzarsi con l’esperienza di Perdono che Dio ci propone.

Sintetizzeremmo così: perdono, per-dono!

L’eccidio di Marzabotto è un avvenimento lacerante della storia di oggi. Non accettiamo il perdono di un popolo. Il perdono è più profondo, è una questione di coscienza.

La Vita, l’Amore, il Perdono sono doni gratuitamente ricevuti che diventeranno pienezza quando li metteremo a servizio degli altri (ri-donare), seguendo la modalità più opportuna per ciascuno di noi.

 

"monachesimo"

 

Qui a Montesole per ricordarci questi valori vi è la presenza di due Monasteri a cui ci siamo avvicinati.

La strada per arrivarci è quella che porta a nessun posto. In questo nessun posto non vi è nessuno spreco della vita, la Verità non è morta, è sotterrata.

Forse alcuni di quei monaci non erano felici della nostra presenza, forse non aspettavano visite. Qualcuno di noi ha detto: “Anche se sei stron** e ci fai pesare l’acqua che stai offrendo non me la prendo”.

  In ogni modo l’impatto con i monaci ha aperto mille riflessioni tra di noi, mille perplessità ed una ricerca oltre il quotidiano. C’era chi era perplesso ed affrontava con difficoltà la partecipazione ai versi, pensando che la preghiera con i monaci era stata troppo pesante (sembrava non finire mai!), oppure che il modo di vivere il monachesimo non piace molto per la rigidità con la quale si attengono ai ritmi delle prime comunità monacali, perché i tempi sono cambiati e la situazione attuale chiede di ripensare, non eliminare, le tradizioni in termini più attuali, più vicini al modo di vivere della gente, per non rischiare di cadere nella lontananza che la Chiesa pre-concilio aveva con il popolo di Dio.

  C’è invece chi l’ha vissuta in altro modo, confrontando la vita di ogni giorno con la radicalità della vita monastica. Il pensiero di qualcuno di noi è stato: “Anche se in un primo momento ci sono state delle sensazioni di freddezza, ho cercato di pensare che, per loro, la preghiera è un momento delicato e perfetto, che richiede quella preparazione che, dopotutto, noi non avevamo. Insomma, l’arte non s’improvvisa; è come se uno volesse entrare a far parte di un’orchestra senza possedere nessuno strumento. I monaci pregano con tutta la loro vita ed è stato bello ascoltarli!”.

  Qualcuno si è anche interrogato in profondità: “Vocazione: in che modo ed attraverso che cosa tu percepisci cosa Dio vuole da te? Che cosa ti spinge a dedicare completamente e pienamente la tua vita alla solitudine, alla fatica, all’isolamento (o quasi) da ogni contatto umano, alla preghiera ed alla meditazione? Che cosa ti spinge ad una vita in cui ti privi di tutto per dedicarti completamente a Dio?”.

E’ stato anche detto: “Vita monastica: silenzio e pace interiore. Essere lontani dal frastuono e non vedere per un lungo periodo la televisione (anche se so che prima o poi ci si fa l’abitudine)”.

Ed ancora: “Incontrare i monaci mi ha fatto meditare sul tipo di vita che dovrei accettare se volessi seguire le loro orme, la vita dei monaci è troppo sacrificata, ci vuole una grandissima Vocazione!”.

Da ogni prospettiva, comunque, lo stupore per questo tipo di vita è sempre grande: a bocca aperta guardiamo la grandezza dell’uomo che ha ascoltato Dio.

 

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Sulle orme di don Milani e don Dossetti  

Cammino Barbiana - Montesole

 

Approfondisci la realtà di Montesole e delle vittime dell'eccidio

 

 

L'articolo ai giornali

“Camminando s’apre cammino”, scriveva Arturo Paoli, piccolo fratello di Charles de Foucauld, in un prezioso testo del 1977. 
Proprio l’idea che “il cammino si fa camminando”, che la strada di ognuno si traccia sul solco delle esperienze e dei volti incontrati, ha accompagnato un gruppo di 30 giovani che da diversi angoli d’Italia hanno percorso insieme tra il 9 e 19 agosto i chilometri che congiungono Barbiana e Monte Sole in un campo itinerante organizzato dai Missionari Comboniani. 
Giovani partiti “per molteplici motivi: conoscere nuove persone, mettersi alla prova anche dal punto di vista fisico, fare una vacanza non di solo relax e approfittare di questo tempo per fermarsi un attimo e guardarsi dentro; condividere le proprie idee con coetanei provenienti da esperienze, luoghi e storie diverse. Accrescere il nostro percorso di fede”. 
Un percorso che si è intessuto delle storie di ognuno, come delle vite e dell’eredità dei due testimoni del campo, don Lorenzo Milani e don Giuseppe Dossetti. Ma anche delle vicende storiche e personali delle comunità incontrate lungo il cammino, che ci hanno letteralmente aperto le porte delle loro case. 
Comunità, come quelle della zona intorno a Monte Sole, segnate da un passato di guerra, dall’eccidio che marchiò queste terre col sangue delle circa 800 vittime (in massima parte donne, bambini ed anziani) nel settembre del 1944. 
Si parte da Vicchio, risalendo lungo le colline del Mugello e la prima serata raggiungiamo Barbiana. Barbiana è luogo in cui tutto parla: la natura, la scuola dove don Milani insegnò dal 1956 fino alla sua morte nel 1967, quella frase “I care” che “è il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista -Me ne frego-” appesa alla porta, chiodo della responsabilità conficcato nel cuore e nella mente di chi lo legge ancora oggi. 
Le mappe disegnate dai ragazzi di allora, politici, sindacalisti o impegnati in modi diversi nella società civile di oggi. 
Le tabelle della piramide scolastica con al vertice la punta strettissima di coloro che arrivavano all’università e che ci parlano di un’Italia contadina e operaia, degli anni ’60 tra boom e analfabetismo, di una povertà che don Milani leggeva nell’incapacità di far sentire la propria voce: “io sono sicuro -scriveva nel ’56 al direttore del “Giornale del Mattino” di Firenze- che la differenza tra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola. Ciò che manca ai miei è solo questo: il dominio sulla Parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzi e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude”. (approfondisci con un altro testo di don Milani)
E Luigi, responsabile del Villaggio La Brocchi, comunità di accoglienza che poco sotto Barbiana, a Borgo San Lorenzo, ospita una decina di famiglie immigrate, ci ricorda con le parole e la testimonianza di vita che “i figli degli operai dei tempi di don Milani sono i figli degli immigrati di oggi”. 
E poi la salita al passo della Futa, con il suo cimitero tedesco in vetta, Spoon River di casa nostra dove dormono sulla collina 31 mila soldati, caduti nell’orrore della seconda guerra mondiale. 
E ancora l’incontro con monsignor Bettazzi che ci avvicina alla figura di don Dossetti e alla sua partecipazione al Concilio Vaticano II. La riflessione, che si fa prassi, sulla povertà e l’incontro con don Pierluigi Di Piazza, parroco di Zugliano (Udine) e fondatore del centro d’accoglienza per stranieri “Ernesto Balducci”, che, attraverso le parole del teologo della liberazione Jon Sobrino, ricorda con forza che “al di fuori dei poveri non c’è salvezza”. 
I sentieri, accompagnati dalla lettura del libro dell’Esodo, che conducono a paesi come Monzuno e Vado, con Monte Sole che appare in alto. L’arrivo in cima, segnato dal passaggio lungo le borgate distrutte dalla strage di fine settembre ’44. Cerpiano, dove vennero massacrate quasi cinquanta persone nell’oratorio, mentre nella stanza affianco un SS suonava l’organo. O Casaglia nel cui cimitero - dove ora è sepolto don Dossetti - furono ammassate e trucidate 85 persone e nella cui chiesa venne ucciso di fronte all’altare don Ubaldo Marchioni. Luoghi in cui oggi la natura e la storia parlano di pace, con la presenza della comunità monastica della Piccola famiglia dell’Annunziata fondata da don Giuseppe Dossetti e della Scuola di Pace. Di pace, responsabilità e memoria, parole che uniscono l’itinerario di vita di don Milani e don Dossetti e sono eredità viva che la nostra Chiesa ha il dovere di raccogliere e testimoniare. Come sembrano sussurrare le querce e come scriveva don Luciano Gherardi nel suo testo “Le querce di Monte Sole”: 
Si piegano le querce
come salici
sul cuore delle rocce
a Monte Sole.
Hanno memoria le querce, 
hanno memoria.   

(articolo a cura di Maria Chiara Rioli)

                                                                                  


 

Lettera alle comunità che ci hanno accolti


Cari amici e care amiche,

siamo i giovani che, insieme ai Missionari-e comboniani, hanno attraversato le vostre terre in ascolto della Parola, di grandi testimoni come don Milani e don Dossetti, della gente…

 

Siamo da poco tornati nelle nostre case, nelle nostre famiglie, stanchi e affaticati, con qualche vescica, ma arricchiti di nuove e significative esperienze.

Sentiamo di avere sentimenti di profonda gratitudine da esprimere a voi che avete aperto le porte delle vostre case, ci avete accolto nelle vostre comunità, ci avete fatto sentire ospiti speciali e ben accetti.

Vicchio, Barbiana, il Villaggio La Brocchi di Lutiano, Galliano, Fradusto, Monzuno, Vado, Montesole ci hanno accolto a braccia aperte e ci hanno lasciato nel cuore un fervente ricordo di apertura e solidarietà; sorrisi diversi, sempre animati da un comune senso di amore e di voglia di condividere.

 

Nel nostro percorso abbiamo fatto memoria delle vittime della guerra, che sempre più si rivela come assurda soluzione al conflitto, abbiamo approcciato l’orrore della follia omicida dell’uomo attraverso le testimonianze di chi l’ha vissuto sulla propria pelle e i luoghi in cui si è consumato; abbiamo conosciuto l'impegno e il carisma di don Lorenzo Milani e don Giuseppe Dossetti, figure straordinarie del nostro tempo capaci di slanci, ideali e scelte che hanno contribuito a seminare nella nostra storia germogli di speranza e di impegno coraggioso.

E’ stato importante che anche un vescovo, mons. Luigi Bettazzi, si sia unito al nostro cammino e abbia condiviso con giovani in ricerca il suo punto di vista, la sua passione per la pace e per il Vangelo.

 

Vi ringraziamo ancora per averci accompagnato in questa esperienza e di averla condivisa con noi.

 

Quello che ci ha stupito di più, perché non era prevista, è stata l’accoglienza gratuita di tante persone, nelle tappe in cui ci siamo fermati e lungo la strada. Camminare così, in mezzo alla gente, ascoltandosi nello stupore dell’incontro, è forse il primo segno di pace alla portata di tutti.

Consapevoli di non essere stati altrettanto generosi, ma con la speranza di aver lasciato in voi la voglia di  aprire ancora le vostre case alle persone che busseranno alla vostra porta o che avrete modo di incontrare sul vostro cammino, vi auguriamo di vivere tempi animati dalla Pace e dalla Speranza.

  

I Giovani e la Famiglia Missionaria Comboniania in cammino

 


 

Lettera aperta al card. Ennio Antonelli, vescovo di Firenze

Padova, agosto 2006

Al card. Ennio Antonelli,

Vescovo della Diocesi di Firenze


Caro Fratello Vescovo,

siamo un gruppo di giovani e di Missionari Comboniani, abbiamo scelto di vivere le vacanze estive camminando per le strade, da Barbiana a Montesole (Marzabotto), segnate dal carisma dei testimoni che le hanno abitate: don Lorenzo Milani e don Giuseppe Dossetti.

 

Durante la nostra prima tappa abbiamo conosciuto le realtà di Vicchio e di Barbiana: la memoria di Don Milani è ancora viva attraverso i luoghi e le testimonianze di chi lo conobbe e beneficiò dei suoi insegnamenti e del suo amore.

 

Abbiamo apprezzato la generosa accoglienza riservataci, anche grazie alla parrocchia, e siamo rimasti positivamente sorpresi dalla affluenza di visitatori e pellegrini, tra cui molti giovani come noi. Ci sembra un forte segnale della grande “sete” riguardo alla figura di Don Milani, conferma del valore della sua testimonianza e dei frutti del suo impegno pastorale e pedagogico al fianco dei poveri e degli emarginati.

 

Proprio per questo ci ha sorpreso la relativa “distanza” della Chiesa diocesana di Firenze, che sembra non riuscire a valorizzare un dono così prezioso presente sul suo territorio.

 

Sentiamo il bisogno che la Chiesa proponga ai giovani questo testimone profetico, che ci ha stupiti proprio perché, nella sua radicalità, è sempre stato fedele alla Chiesa stessa.

Per questo ci auguriamo che la figura di don Milani e la realtà di Barbiana siano sempre più prese a cuore dalla diocesi di Firenze (certo non auspichiamo un intervento strutturale che rischierebbe di modificare irreversibilmente Barbiana, il suo significato storico-culturale, nonchè simbolico, che traspare immediatamente dall’essere luogo di grande semplicità).

 

Nel nostro cammino di formazione e nei giorni trascorsi nelle comunità del Mugello, abbiamo potuto riscontrare come questa richiesta sia condivisa.

Crediamo che la Chiesa di Firenze possa dare positive risposte a questa attesa di riscoperta e promozione della figura di don Milani, anche alla luce dell’avvicinarsi del quarantesimo della morte del Priore di Barbiana.

Vorremmo che le migliaia di persone che cercano luce dall’incontro con don Milani possano vedere che la sua famiglia ecclesiale riconosce, valorizza e continua il suo impegno per i poveri, la pace e l’annuncio del Vangelo.

 

Disponibili ad un fraterno confronto su quanto esposto,

 

 

I giovani in cammino,

p. Dario Bossi, fr. Claudio Parotti e sr. Expedita Perez,

missionari comboniani

  


 

Il sapore di Montesole

Dalla prima volta che sono stata a Montesole sono passati ormai quasi tre anni, era il settembre 2003 mi ero appena laureata e con i compagni di viaggio della "Carovana della Pace" stavamo girando l'Italia per provare ad "Osare un tempo nuovo".
Un tempo Nuovo si può osare solo sapendo bene da dove si viene e perché si va. Per questo abbiamo sostato, ascoltato, pregato a lungo a Montesole.
Nella preghiera, a pieni nudi sul pavimento di quello che resta della chiesetta di Casaglia ... i miei piedi non avevano mai toccato così da vicino una terra così, così intrisa di sangue.
Ed un po' i miei piedi ci hanno pianto radici a Montesole a provare a raccogliere nutrimento da quella terra e saggezza e memoria dalle querce, per osare un tempo nuovo, di fedeltà a Montesole.
A Montesole è passata, si è ferita e risorge ogni giorno la Storia. La Storia degli uomini, la Storia del popolo italiano. Da questi luoghi è cresciuta la saggezza della Costituzione,
Montesole è anche Dossetti ed il Concilio Vaticano II, "aria fresca" per la chiesa ... è l'impegno a continuare ad aprire finestre contro l'aria intorpidita, per fare entrare l'ossigeno che da Vita.

Da quelle montagne dove in tanti, innocenti, spaventati, unici (come solo ogni persona può essere) sono stati trucidati, scendo nuovamente oggi con il desiderio di osare, di provare un tempo rinnovato, un tempo ed uno spazio per ogni unicità.
Con i desiderio di provare a coniugare al futuro possibile le azioni di vivere ed amare.

Dalla cima di Montesole ritorno con dei ramoscelli di querce, come il fiore senza difesa di un racconto sudamericano, fiore indifeso e fragilissimo, ma indistruttibile perché si nutre della linfa della Vita.

 

Silvia

                                                                                                               

 

Dio nascosto ai margini della storia  

Comunità di base delle Piagge, Firenze

Conosci meglio la comunità delle Piagge
Approfondisci la figura di don Alessandro Santoro

Lettera dei giovani del campo alla comunità delle Piagge

Cara comunità delle Piagge, 
vogliamo esprimervi il nostro grazie per l’accoglienza che ci avete manifestato fin da subito.

Ci siamo accorti del vero significato di questa parola, che qui abbiamo vissuto come condivisione della vostra quotidianità e del vostro modo di essere. Il vostro essere spontanei ci ha fatti sentire parte di voi.

Grazie per averci fatto vedere un’alternativa che è un cammino di essenzialità in cui la donna e l’uomo possono rivestirsi di uno nuova dimensione umana, capace di riscattare la loro dignità.

Grazie perchè mettendo al centro la persona e valorizzandola nella sua totalità testimoniate che è davvero possibile cambiare le regole del gioco, realizzando un  profondo cammino di comunione.

E’ stato importante condividere insieme una quotidianità semplice fatta di lavoro, di ascolto e di relazioni.

Pur nelle difficoltà e nelle contraddizioni inevitabili di ogni cammino, ci avete dimostrato che si può essere chiesa altra, forte segno di speranza e discontinuità rispetto ad una società omologata  e ad una chiesa spesso chiusa e istituzionalizzata.

Grazie per averci dato l’occasione di stare con voi, per aver toccato con mano cosa siano delle relazioni basate sulla reciprocità, in cui non ci siamo mai sentiti alunni, ma compagni di vita, seppur per breve tempo.

In questo modo, attraverso la vostra spontanea quotidianità, ci avete trasmesso dei valori di cui facciamo tesoro e che saranno preziosi quando torneremo alla nostra realtà.

Ci avete provocato per quello che siete, in quanto stimolo per riflettere sui nostri comportamenti, che invece abbiamo realizzato essere spesso artificiosi.

Grazie perchè con voi abbiamo visto che è possibile ricercare attivamente quel Regno di Dio che è anche il poter divenire ciò che si è veramente, come singoli e come comunità.

In questo abbiamo visto un pezzo di vangelo che racconta di un Gesù che sa stare anche dove non ci sono risposte immediate e che si è manifestato quando voi avete risposto fiducia in qualcuno anche se le esperienze passate avrebbero suggerito di non farlo più, quando avete avuto il coraggio di scommettere nel quotidiano con fatica e pazienza.

Il campo per noi è finito, volevamo salutarci con un augurio che come ogni cosa, qui, è segnato dalla reciprocità.

Un augurio di continuare a generare qualcosa di buono per tutti, a partire da quello che ha ognuno con la propria storia: la nostra rabbia, la nostra gioia, la nostra vita.

I bisogni di ognuno, vostri e nostri, possono diventare pani e pesci per tutti, se continueremo a rispondere alle provocazioni della realtà.

Noi come voi non dobbiamo perdere di vista l’importanza di coinvolgere sempre più persone per mantenere questo impegno.

 

 I giovani del campo

 

A fianco di chi resiste  

Cooperative agricole con p. Giancarlo Bregantini, vescovo della Locride

Comunicato stampa dei giovani del campo:

Nella giornata di ieri, Mercoledì 23 Agosto, un importante evento dal forte significato simbolico ha avuto luogo nella Locride, più precisamente nell’azienda agricola “Frutti del sole”: la “Festa della ripiantagione”.
Durante tale momento, organizzato come risposta forte in seguito agli atti intimidatori con cui la ‘ndrangheta locale ha voluto colpire alcune delle cooperative del territorio, il Vescovo Monsignor Giancarlo Bregantini, che ne ha concepito la nascita e favorito lo sviluppo, ha presieduto la celebrazione eucaristica. Al termine delle stessa il Vescovo ha voluto fermarsi a dialogare con un folto numero di giovani ed ha sottolineato l’importanza di perseverare nella costruzione di una cultura della Vita e della bellezza come strada maestra contrapposta alle logiche mafiose di morte.
Tra i giovani eravamo presenti anche noi, un gruppo di circa 30 ragazzi provenienti da diverse regioni italiane che ha deciso di trascorrere parte delle vacanze nel campo di lavoro “A fianco di chi resiste” organizzato dalle missionarie e dai missionari Comboniani.
La scelta di fare questa esperienza è nata dall’esigenza di condividere e solidarizzare con il Vescovo e con tutte le persone del territorio che si stanno impegnando attivamente per contrastare la ‘ndrangheta e gettare semi di nuove speranze.
Il campo ci ha visti impegnati nel lavoro agricolo, in alcune aziende della zona, a fianco delle persone che prestano regolarmente la loro opera nelle serre. Accanto ai momenti di lavoro abbiamo vissuto un percorso di catechesi tenuto da P. Alex Zanotelli, che ci ha aiutato a leggere nel messaggio evangelico il richiamo per tutti i cristiani ad un attivo impegno per una politica di giustizia ed una economia di uguaglianza.
Molte sono state le significative testimonianze che abbiamo raccolto durante il campo e che ci hanno aiutato a comprendere meglio la difficile realtà locale che da oltre trent’anni è costantemente soffocata dal complesso intreccio di poteri che vede collegata la ‘ndrangheta, le massonerie locali e alcuni settori della politica.
Con indignazione abbiamo toccato con mano quali profondi solchi abbia lasciato nella terra calabrese l’isolamento e la colpevole latitanza da parte dello Stato.

Per tutti questi motivi, giunti al termine del campo:
• CI IMPEGNIAMO a mantenere saldo il legame con le realtà conosciute e diffondere nelle nostre comunità di appartenenza un’informazione il più possibile attendibile e veritiera, al fine di continuare a resistere insieme;
• FACCIAMO APPELLO alle amministrazioni locali, al governo regionale e nazionale e alla Chiesa affinché proseguano o si attivino nel sostegno e nella costante attenzione verso ogni azione di resistenza;
• INVITIAMO tutti i giovani incontrati a perseverare nell’esprimere con coraggio e creatività la volontà di cambiamento e di costruzione di reti attive e solidali.

PANE, FAMIGLIA, TERRA

Chi va per questa via non erra

Ca(m)po-lavoro a Mottola 20-30 luglio 2006

Partendo per Mottola mi sono chiesta cosa volesse dire il titolo di questa esperienza… tornando questo titolo è diventato un motto di ciò che ho imparato.

Pane, famiglia, terra… ovvero la quotidianità, la testimonianza reale e l’amore per gli altri che si manifesta nel concreto, nel lavoro della terra, appunto.

Il pane rappresenta la quotidianità del messaggio evangelico che deve essere ogni giorno incarnato nei nostri atti, nelle nostre azioni, nei nostri interessi... rendendoci noi stessi pane spezzato. E quotidianità è significato anche conoscerci tra noi, volersi bene, divertirsi, fare lunghe file al bagno insieme, mangiare e bene insieme…

La famiglia è la testimonianza che il mondo non ha bisogno di eroi o di grandi miracoli. Il mondo ha bisogno di persone che creino famiglie aperte, non piccole famiglie chiuse in se stesse, ma allargate al mondo, disponibili ad assumersi la responsabilità di riscattare la povertà e la fame di altre piccole famiglie. Ho personalmente imparato che l’unico che può fare miracoli è il Signore. Lui può tutto da solo, ma lascia a ciascuno di noi il primo passo, la scelta di dare il nostro poco, il nostro piccolo contributo perché Lui e Lui solo lo trasformi in cibo per molti, in speranza per l’umanità (Gv 6,1-15).

La terra è l’altare dell’umanità, è il posto dove la famiglia spezza il pane, è il contatto con il concreto, è il lavoro di ogni giorno che è stato nei campi con le donne dell’acinino o in casa in cucina per la truppa o con i bambini, è lo sporcarsi le mani finanche nella fogna intasata, è camminare a piedi scalzi sentendo l’umido dell’erba o il freddo della pietra.

E se tutto questo ancora non bastasse, aggiungerei che molti sono stati i momenti forti, le esperienze indimenticabili: meditazioni e provocazioni, il deserto per le strade tra gravine e cave di tufo, il contatto diretto con l’esperienza e la forza di don Tonino Bello sulla sua tomba, le condivisioni volute e vissute e cercate e spontanee… questo e ancora tanto altro….

E poi tanti volti, tante storie, tanti amici che a cena popolavano la nostra tavolata, al punto da mandare a monte praticamente tutti i piani per il dopocena perché era troppo bello stare insieme attorno alla tavola a chiacchierare o scherzare o cantare…

Il tutto condito dalla non trascurabile figura di Rut, bisnonna di Davide, progenitrice di Gesù, donna valorosa, piena di coraggio che ha fatto la “scelta preferenziale per i poveri” seguendo la suocera Noemi, che è stata segno di speranza per Noemi, donna mite e coraggiosa, amante della verità e della giustizia, redentrice di un popolo non suo, lei che porta avanti il sogno di Dio con il servizio e la condivisione, lei che genera Obed che è un bambino piccolo e indifeso, nudo e bisognoso di amore e di cure ma che riscatterà il popolo non con potenza, grandezza e forza, ma con stupore, paura, sogno e meraviglia….

E come per Rut, la fine non è “e vissero tutti felici e contenti” ma è l’inizio di un nuovo cammino, di un nuovo corso della storia…. E così sono tornata a casa, con grandi domande ancora in attesa di risposte ma soprattutto con una grande curiosità di vedere come sono diventata, cosa mi è cambiato dentro: forse tutto, forse niente; per ora so solo che sono felicissima di essere stata co-protagonista di questa esperienza, contenta di averci messo del mio ma soprattutto notevolmente arricchita dai miei compagni di viaggio, dal loro amore per la vita, dalle loro paure che sono anche le mie e dal loro modo di affrontarle, dai loro dubbi e dalle loro provocazioni, dalla loro allegria e dalla loro profondità… e chi più ne abbia più ne metta!!!

Daniela


FUORI LE MURA

ZEN, Palermo - 30 luglio-7 Agosto 2006

Questo Salmo (nella Bibbia sono in tutto 150) è stato scritto dai giovani del campo sulla scia delle Beatitudini.

Salmo 151

Beati quelli che hanno uno sguardo positivo della vita, perché vivranno con speranza e pace

Beati noi, perché siamo in cammino nel sogno della condivisione, del lavoro e della preghiera

Beati i nonni, perché hanno la capacità di soccorrere, di consolare, di saziare la fame e sete di amore dei nipotini

Beate le madri che soffrono con i loro figli, perché possono vivere l'esperienza più profonda dell'amore

Beati coloro che sono in situazioni di emarginazione e disagio, perché con la giusta guida hanno la possibilità di rinascere a nuova vita.

Beato chi si mette ai margini e condivide la vita degli esclusi, perché attraverso loro rinascerà

Beati coloro che possiedono uno sguardo limpido, perché vedranno Dio dietro le apparenze di morte e dolore

Beato chi si sporca le mani, perché gioirà del frutto del proprio lavoro

Beati i disabili, perché in loro si rispecchia la figura di Dio

Beati i popoli oppressi, perché vedranno in Dio la libertà

Beati tutti coloro che sanno spogliarsi dei loro beni materiali e dei loro affetti per incontrare gli altri.

Beati coloro che sono costretti a lasciare la propria casa, perché conosceranno il mondo portando testimonianza

Beati i bambini dello ZEN e i loro occhi, perché vedranno l'amore puro del Signore

Beati coloro che si affidano a te, perché tu sei Padre e Madre

Beati noi, perché abbiamo avuto la possibilità di intraprendere il cammino delle strade del Signore

Beati i volontari, perché riescono ad incontrare sempre il Signore

Beati coloro che si sgretolano nella consapevolezza di non riuscire a vederti, 
perché il Signore ha grandi progetti per loro e si manifesterà nel suo immenso splendore

Beati coloro che si schierano a fianco dei poveri e degli ultimi, perché hanno Dio per Padre

Beato chi esprime ciò che pensa senza alzare la voce, 
perché sarà l'unico ad essere preso sul serio non solo da Dio, ma dal mondo

Beati gli immigrati costretti a rischiare la loro vita, perché costretti a ricercare un lavoro

Beati tutti quelli che riescono a scegliere di stare dalla parte dei più deboli e degli oppressi lasciando le proprie sicurezze e certezze, affidandosi alla condivisione con gli altri, perché avranno vita piena

Beato chi ha il coraggio di rischiare, perché riceverà l'aiuto di Dio

Beati i dispersi in guerra, perché sapranno ritrovarsi

Beati coloro che hanno smarrito la strada, perché con l'aiuto di Dio la possono ritrovare

Beato chi non ha paura di mostrare le proprie debolezze, perché Dio si serve anche di queste per realizzare i suoi progetti

Beati coloro che credono in un ideale giusto, perché Dio combatte con loro

Beati coloro che soffrono di qualsiasi forma di dipendenza, perché riusciranno a comprendere quelli che soffriranno per lo stesso motivo

Beate le famiglie che sanno coinvolgersi nella vita dei poveri, perché Dio abiterà la loro casa

Beati i bambini, perché ogni giorno ci aiutano a metterci in discussione

Beati i bambini vittime dell'aborto, perché tra le braccia di Dio Padre possono amare e guidare i loro genitori

Beato chi cerca di conoscere ogni persona scoprendone il cuore e la storia, senza pregiudizi e senza innalzare muri, perché nella vita incontrerà solo fratelli

Beati i nostri compagni, perché ci conducono nella strada che il Signore vuole

Beato chi è in crisi, demoralizzato e privo di speranza, perché nella fede troverà risposte e vedrà luce carica

Beato chi si sforza di lavorare insieme, perché ha conosciuto Dio

Beato chi, come Comboni, ha nel cuore e da tutto se stesso per una "Nigrizia"

Buon cammino di beatitudine nella vita di ogni giorno, I Campisti e tutta l'Equipe

 


La perla nera

Parole e poesia sull'incontro con la gente dell'Uganda e del Congo

Giovaniemissione condivide la narrazione di Sara, una delle giovani che ha incontrato le comunità e la gente in Uganda e in Congo.
Approfondisci con il progetto GIM di Solidarietà all'Uganda: Ripartire dopo i traumi della guerra.
Visita anche lo speciale del sito sull'Uganda.

bimbi brasileEccoci di ritorno. Dall’aereo si vedono le alpi…sì siamo proprio a casa. Bastano poche ore di volo per essere catapultati in un altro mondo. Dopo quaranta giorni trascorsi in un pezzo d’Africa la paura più grande è quella di non saper raccontare, di non riuscire a mettere in ordine quel groviglio di emozioni, esperienze e testimonianze raccolte. Si parte forse spinti dalla curiosità, dalla voglia di conoscere, capire, incontrare “l’altro”. Solo nel viaggio però ci si rende conto di quanto la realtà sia complessa e i tanti libri sull’Africa non valgano un giorno trascorso in mezzo alla sua gente. E così la mia mente ripercorre gli ultimi mesi: l’attesa, le preoccupazioni e paure prima della partenza, le aspettative e poi l’arrivo, l’impatto con una realtà che è veramente “altra”, una realtà che ti lascia disorientato, senza le “certezze” del quotidiano. Pian piano ti fai strada in questo nuovo mondo, cerchi di ascoltare e conoscere spogliandoti dei pregiudizi e degli stereotipi che inevitabilmente porti con te. E appena ti innamori di questa nuova terra e le sue strade sono quasi familiari arriva il giorno di ripartire… con un po’ di nostalgia e tristezza prendi il tuo bagaglio di storie, volti e testimonianze e pensi a quanti tesori hai accumulato in queste settimane.

Ore 23.45. Sentiamo l’impatto col suolo. Ci siamo finalmente!… Gulu, nord Uganda, 3° parallelo nord…la terra che Comboni chiamava “la perla d’africa”. Aprono lo sportello. Adrenalina a 1000!!!! Ci affacciamo trepidanti sul continente africano. Per prima cosa annusiamo l’aria… le nostre narici si riempiono di un’aria strana, nuova e calda. E immediatamente dopo l’istinto ci fa portare gli occhi alla notte africana… muoviamo i primi passi col naso all’insù, rivolto a questa immensità trapuntata di stelle. Inutile dire che ogni notte africana ti riempie dello stupore, dell’incanto della prima volta. Scopriamo che la via lattea non è un concetto di un libro di astrologia…è qui sopra di noi, fa un arco bianco di luce sulle nostre teste e ci fa sentire parte di questa immensità. In qualche modo ci dice che non siamo su questa terra per caso.

Sul taxi verso Kampala, dove alloggeremo prima di partire per il nord, non riusciamo a staccare gli occhi dal finestrino. Dopo le poche luci vicine all’aeroporto che illuminano le rive del Lago Vittoria non c’è più luce artificiale. Il buio più assoluto…solo le stelle ci permettono di saziare i nostri occhi avidi. Per strada c’è molta gente che cammina, chissà dove andranno a quest’ora con questo buio e poi gruppi di persone attorno a piccoli fuochi. alcune baracche ai lati della strada sono illuminate dalla luce di qualche candela. Sentiamo voci sconosciute e il ritmo di qualche tamburo in lontananza. Dopo poco compaiono le prime luci e insegne luminose della città e ci immergiamo nel caos delle grandi città africane, con un traffico inimmaginabile anche a mezzanotte!!!

Dopo aver attraversato l’Uganda da sud a nord in un autobus sovraffollato arriviamo alla nostra prima tappa:

Gulu, nella regione Acholi. Una terra straziata da vent’anni di guerra interna tra i ribelli dell’LRA e l’esercito regolare ugandese, dove la vita è confinata nel perimetro dei campi profughi, i campi una volta rigogliosi e fertili sono ora incolti e i villaggi abbandonati o distrutti.

Al mattino presto la gente esce dal campo profughi, in cui è costretta a vivere per sfuggire ai saccheggi e alle violenze dei ribelli, per raggiungere i pochi campi coltivabili. Percorre dai 5 ai 10 kilometri, a piedi o in bicicletta, con la zappa sulle spalle, i bimbi sulla schiena. Torneranno prima delle quattro del pomeriggio, sulla testa un po’ di legna o qualche tubero raccolto per cena.

E così già dai primi giorni veniamo in contatto con le grandi contraddizioni dell’Africa.

Da un lato la bellezza di queste strade rosse che solcano distese verdi infinite, i bambini che riempiono le strade… Uno dei pensieri ricorrenti era: “Ma quanti sono?! Son tantissimi, da dove vengono tutti???” . Eccolo il tesoro più prezioso di questa terra, quello che non fa perdere la speranza, a cui ti aggrappi per non perdere il coraggio di continuare a lottare. Questi bambini sporchi, a piedi nudi, coperti da stracci, che corrono e giocano con nulla, ricchi solo del loro entusiasmo e del loro sorriso. Questi bambini col loro sorriderti e salutarti con “mzungu!” (che vuol dire uomo bianco) dicono tutta la loro voglia di vivere. Nonostante guerra, fame e malattia i loro occhioni neri gridano il primato della vita. Questo loro sorriso è per noi mistero e dono. Non posso far a meno di pensare ai bambini italiani, forse un po’ troppo ricchi di cose ma poveri di sorrisi ed entusiasmo simili. E poi la fiera bellezza di queste donne che camminano con carichi indescrivibili sulla testa e il più piccolo nato legato sulla schiena, in perfetto equilibrio, con un’eleganza e una dignità mai vista, con i loro vestiti dai mille colori, in cui il nero è abolito. Ti guardano con curiosità e ti salutano. Perché qui nessuno è tanto sconosciuto da non meritare un saluto, e tanto meno lo straniero, basta anche solo uno sguardo sorridente o un piccolo cenno col capo per dare il benvenuto.

I primi giorni trascorrono tra confusione e incredulità. Visitiamo alcuni dei campi profughi accompagnate da alcuni ragazzi acholi. Il più grande campo è Pabbò: contiene 80.000 persone. Una moltitudine di uomini rinchiusa in pochi kilometri quadrati con la sola preoccupazione di trovar qualcosa da mettere sotto i denti prima di sera. Ogni volta è come scendere all’inferno, sembrano moderni lager.

Ci addentriamo tra le capanne rotonde, fatte di mattoni di fango cotti al sole e tetto di paglia. Molte di esse sono bruciate, restano solo pochi mattoni in cerchio; sono talmente vicine che i tetti si toccano e quando scoppia un incendio il fuoco si propaga a molte abitazioni. Per terra sulle stuoie sono sparsi a seccare miglio, arachidi e manioca. Ma il piatto prelibato dei bambini nella stagione delle pioggie è un altro…dei piccoli scalzi ci corrono incontro fieri del loro bottino: un sacchetto pieno di termiti ancora brulicanti! Dopo pochi metri ci troviamo circondati da decine di bambini che ci prendono per mano e ci seguono incuriositi, vedere un bianco non è cosa di tutti i giorni! Camminiamo a fatica tra capanne e bambini. Ci sono donne che cucinano, spaccano legna, puliscono verdure… e gli uomini? Gli uomini stanno sotto un albero in cerchio a bere una sorta di birra locale fatta col miglio. I ragazzi che ci accompagnano ci spiegano che i lavori nei campi e nella capanna con i figli sono a carico delle donne. In questa disperazione, dove le parole diritto e dignità sono dimenticate, solo le donne trovano la forza di reagire, di lavorare e trovare qualcosa per sfamare i loro piccoli. Gli uomini si abbandonano frequentemente all’alcool per dimenticare la loro situazione di prigionieri nella loro terra. Qui dove ogni tradizione è lentamente crollata, i valori di un popolo soppiantati dalla disperazione, l’unico rifugio sono alcool, sesso, violenze e per ultima via di fuga il suicidio.

I ragazzi acholi che lavorano per la missione si occupano di sensibilizzazione e prevenzione soprattutto in merito all’AIDS e alla malaria e visitano ogni giorno persone che stanno facendo la terapia antiretrovirale. Questi ragazzi che nonostante siano cresciuti in questa situazione lottano e si spendono per la propria gente sono la vera speranza dell’Africa.

L’AIDS raggiunge picchi del 30% nella popolazione e ancora più vittime fa la malaria. Incontriamo mamme malate, piccoli nati già senza speranza perché hanno contratto il virus HIV dalla madre, e molte altre storie tragiche di malattia. La promiscuità sessuale diffonde sempre più il virus e la carenza di farmaci non permette nemmeno di prevenire la trasmissione materno-fetale.

Rimaniamo sconvolte da tanta miseria… è impossibile per la nostra mente occidentale realizzare appieno tutto quello che vediamo. Cerchiamo spiegazioni, giustificazioni e inevitabilmente cerchiamo un colpevole. Ma alla fine capiamo che non abbiamo i mezzi e il diritto per fare conclusioni su una realtà tanto complessa. I nostri schemi di pensiero non sono applicabili a questo mondo e uno dei più grandi errori è cadere nelle affermazioni facili che si fanno spesso in merito all’Africa e alla sua gente. Non c’è un’Africa… ci sono tante Afriche, tanti popoli, tante culture diverse, ognuna con valori e una storia differente. È facile trovare un capro espiatorio per spiegare la situazione africana. Ma è sbagliato. E se andassimo a fondo, credo che un po’ di responsabilità e colpa toccherebbe a ognuno di noi che viviamo nel benessere.

E così ci aggrappiamo a Dio cercando una risposta, un senso a questa sofferenza… ma Dio dov’è???

Ci risponde p. Alex Zanotelli in una pagina del suo libro Korogocho che stiamo leggendo, dove racconta la sua esperienza in una delle più grandi baraccopoli di Nairobi in Kenia:

A Korogocho è inutile chiedersi chi è Dio. Quando si vive in una situazione di tragedia, non è questo questo che interessa. La grande domanda a Korogocho e davanti ai macelli umani che succedono in Africa, è: Dio, dove sei? Dio perché non ti riveli? Dio perché non difendi i tuoi figli? Perché non agisci? Perché te ne stai in silenzio?(…)

In me lentamente si è fatta strada sempre più la convinzione che forse è tutta la nostra idea del Dio onnipotente, di cui siamo stati imbevuti, che andrebbe ripensata. Già il Vangelo avrebbe dovuto aiutarci a farlo. Il vangelo ci fa intravedere un volto di Dio che è ben differente da quanto noi diciamo. A quel Gesù, speranza per i poveri di Galilea, ma crocifisso a Roma come uno schiavo, perché sobillatore contro l’impero e che in croce grida: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” non c’è risposta. Silenzio totale. (…)

E ho visto gente a Korogocho morire come nuovi crocifissi, come criminali emarginati dalla società. E la domanda allora ritorna.dov’è Dio? Certo che Dio c’era su quella croce. Era talmente, intimamente presente in quel Gesù di Nazaret, che noi come credenti diciamo che gli è rimasto fedele nell’assurdità più totale. E l’ho sentito a Korogocho che Dio è profondamente fedele agli ultimi, che lavora in loro, che soffre con loro. È straordinario vedere la spiritualità dei poveri nei momenti tragici. La loro fede, la loro serenità, la loro capacità di esprimere il mistero. Dio c’è – sta all’inferno, però.

Per me abbiamo qui un nodo fondamentale. La riscoperta di un Dio che è onnipotente in quanto Dio, ma non dell’onnipotenza che abbiamo pensato noi. È un Dio profondamente debole… impotente. E gli tocca assistere alla morte dei suoi figli stringendoseli al seno come una mamma con il suo bimbo, non li può salvare con un bel miracolino. Egli stesso è travolto dalla sofferenza umana.

Questa esperienza del Dio debole, che cammina con la gente, che è presente all’inferno, è ormai una via obbligata per pensare Dio davanti alle situazioni umane tragiche che viviamo. Molti hanno paura che questa visione del Dio debole sottointenda “Ma allora non si può far nulla”. Non è così. Io trovo anzi che il silenzio di Dio ci obbliga a riprendere in mano la nostra responsabilità storica, a uscire dai miracolismi per imboccare la strada della responsabilità personale e anche sociale, economica, politica, cui siamo chiamati.”

La sera le strade che portano all’ospedale di Lachor, il più grande e moderno del nord uganda, fondato dai missionari comboniani, sono percorse da miriadi di bambini, alcuni piccolissimi, portati sulla schiena o per mano da una sorellina o fratellino. Pochi mesi fa’ arrivavano a duemila i “Night Commuters”, così li chiamano, i bambini che ogni sera con una stuoia o una coperta percorrono km per trovare rifugio sotto i portici dell’ospedale, un posto sicuro dove trascorrere la notte. Si sdraiano uno accanto all’altro, stretti sotto le poche coperte, sono piccolissimi e già sono abituati a prendersi cura l’uno dell’altro. Almeno per questa notte sono al sicuro dalle incursioni dei ribelli dell’LRA ( Lord Resistance Army) che fanno razzie, violenze su donne, incendiano i villaggi e rapiscono bambini piccolissimi da arruolare nelle loro milizie. Nelle strutture allestite dall’ospedale per accogliere questi ospiti notturni troviamo dei bambini sdraiati per terra che cercano di fare i compiti alla luce fioca di una lampadina. Attaccati ai teloni che fanno da mura stanno alcuni disegni… sono disegni in cui appaiono capanne in fiamme, soldati in divisa verde con un mitra in mano e altri uomini feriti. Le righe rosse del sangue hanno un tratto ancora insicuro da bambino ma solcano prepotentemente il foglio. Resto sconcertata…mi chiedo a cosa hanno assistito questi bambini per disegnare cose simili. Molti altri come loro si recano in città dormendo in qualche angolo della strada o in qualche missione, dove ci sono quattro mura che possa dar loro sicurezza. All’alba si alzano silenziosamente e alcuni tornano alle loro case, altri si incamminano verso scuola con il loro fagotto sotto il braccio. E questi viaggi della speranza si ripetono ogni giorno, da anni.

In venticinque giorni sperimentiamo l’accoglienza di un popolo capace di offrire le poche cose che gli sono rimaste. Un popolo che malgrado tutto ha la forza di sperare nella pace, donne che si preoccupano del futuro dei loro figli, che ti accolgono nella loro capanna buia e affumicata e ti donano le poche cose che hanno: riso, patate dolci, uova. È in queste case che scopriamo il senso vero della condivisione e dell’accoglienza.

Conosciamo dei ragazzi italiani dell’Operazione Colomba, promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII. Abitano in mezzo agli Acholi da anni, vogliono portare la loro solidarietà stando vicini alla gente nei paesi di guerra, vivendo come loro, con poche cose essenziali, aiutando le persone in difficoltà nel lavoro dei campi e nelle faccende di ogni giorno, come procurarsi legna per il fuoco. È una presenza umile e silenziosa che però è un segno forte per queste persone. Così Carlo, Monica, Matteo e Francesca si alzano ogni mattina, vanno a far la fila al pozzo per riempire le taniche d’acqua (a volte questo richiede ore e ore di fila!!!) e poi si recano nei campi a zappare, raccogliere arachidi o altro per quelle persone, soprattutto anziani o malati che non hanno le forze per farlo. Mentre stiamo zappando alla “maniera occidentale” e un gruppo di donne e bambini ci guardano divertiti, Carlo, un ragazzo sardo di ventitrè anni mi racconta la sua esperienza, la decisione di mollare tutto e venire qui a spendersi un po’ per questi poveri. “I poveri ti educano a te stesso perché ti sbattono in faccia tutti i tuoi limiti” mi dice con molta semplicità, sorridendo e asciugandosi la fronte sudata. Questo è per me un altro segno di speranza da raccogliere. È già il tempo di lasciare questa terra.

Prima di lasciare l’uganda Joice, una ragazza di Gulu, mi da un nome ugandese. Son partita col mio nome e ritorno Atim, che in acholi significa “colei che è nata in un paese straniero ma che è parte della famiglia” . Ecco il dono più bello, torno diversa, torno Atim … già perché l’Africa ti cambia e il mio nuovo nome me lo ricorda.

Ma ci aspetta un nuovo angolo d’Africa prima di tornare in italia, un posto incontaminato e selvaggio, nel cuore della foresta equatoriale: Isiro. Lo raggiungiamo su di un “velivolo” con sette posti passeggeri che ci permette di ammirare la foresta pluviale dall’alto. In questa “cittadina”,se così si può definire, nel nord del Congo, non c’è nulla. Il nulla più assoluto. Siamo tagliate fuori dal resto del mondo. Niente elettricità… quindi niente luce, niente linea telefonica, la posta non esiste da anni, i giornali nemmeno, strade asfaltate nemmeno a parlarne, l’unica auto è la jeep della missione… Ma dove siamo capitate?!?!? Il nostro spirito di adattamento è messo a dura prova… per fortuna le suore comboniane che ci accolgono cercano di darci i maggiori “comfort” possibili e noi non cadiamo preda dello scoraggiamento!!! Ma in un posto di tale bellezza è difficile cadere nello sconforto!!! La foresta lussureggiante è tutta attorno a noi. Con le comboniane visitiamo i villaggi nella foresta, fino agli accampamenti dei pigmei più all’interno. La meraviglia di trovarsi in una natura così incontaminata è indescrivibile. Anche qui la gente fatica a trovare cibo ma la foresta con i suoi frutti e la terra fertilissima aiuta molto. Le vecchie piantagioni di caffè dell’epoca della colonizzazione belga sono però tutte scomparse, la foresta si è ripresa quei terreni disboscati. Anche questa terra trova in questi mesi un sospiro di sollievo dopo tanti anni di guerre intestine. La gente spera che le elezioni, che come sempre però si sono svolte tra brogli e violenze, portino un po’ di “democrazia”. Niente O.N.G o presenze governative a Isiro. Solo dei segni sconfortanti di sfruttamento. Tra i negozi-baracche sorgono degli edifici in muratura con disegnati sulle mura dei diamanti…sì proprio diamanti!!! Negozi di diamanti!!! Questa gente poverissima e abbandonata calpesta ogni giorno una terra ricchissima di oro e diamanti! E le domande sorgono spontanee… Ma chi in questo posto sperduto comprerà questi diamanti??? Dove andranno a finire??? Quanti miliardi frutteranno all’occidentale di turno??? E quanto sarà la paga giornaliera di un minatore che si spacca la schiena quindici ore al giorno sotto terra??? I diamanti e l’oro che arrivano nelle nostre gioiellerie sono probabilmente bagnati dal sangue dei molti che nelle miniere ci hanno lasciato la vita…Restano molti punti di domanda e un profondo sconforto…

Le suore si occupano di molte attività sia in città che nelle comunità della foresta. Devono viaggiare ore e ore per raggiungere le comunità più lontane e trascorrono varie notti nelle capanne costruite per loro nella foresta. La loro presenza è fondamentale e importantissima; sulla linea di Daniele Comboni “Salvare l’Africa con L’Africa” puntano tutto sulla volontà di riscatto di questa gente. Non c’è spazio per assistenzialismo o progetti a breve termine che senza di loro morirebbero in pochi mesi. Si passa dalla prima necessità che è quella dell’istruzione, all’assistenza sanitaria, alla formazione delle donne soprattutto in campi concreti come quello dell’igiene e della prevenzione delle molte malattie infettive, ai corsi di taglio e cucito, alla sensibilizzazione e informazione in merito all’AIDS, che anche qui è una vera piaga. Queste donne che si donano ogni giorno per i poveri con una semplicità imbarazzante, si portano dietro storie meravigliose di coraggio e fede. Così mentre la sera stiamo giocando a carte con loro, suor Paola come se niente fosse ci racconta di quando durante una delle tante guerre del Congo è stata nascosta per un mese nella foresta dai pigmei per sfuggire agli eserciti che stava saccheggiando le missioni. Quella piccola donna che avevo davanti e mi stava stracciando a scala quaranta, un giorno aveva avuto un mitra puntato alla schiena ed è stata salvata dalla “sua gente” …e mi raccontava tutto con una tranquillità e un sorriso sconcertante…ero allibita, non credevo alle mie orecchie!!! Ci deve essere qualcosa di veramente speciale e unico in queste persone…qualcosa che le muove in ogni gesto, per cui sono pronte a rischiare tutto, anche la vita…non può essere altro che la loro fede e la preghiera!

Il nostro viaggio nel continente africano si conclude con occhi umidi per tutto quello che lasciamo e che ci mancherà… ma siamo consapevoli di quanto ci siamo arricchite. Un tesoro è anche una grande responsabilità ed è a casa, nel viaggio di ogni giorno, che dobbiamo farlo fruttare.

Salutiamo “la perla nera” commosse e riconoscenti per quello che ci ha donato e prendiamo il volo. Risorvoliamo foreste, savane e l’interminabile Sahara…e in appena otto ore rivediamo Malpensa… Disorientate come quaranta giorni prima!!! È un nuovo inizio…

L’Altra Africa

Africa …

E un viso macilento

di bimbo stremato

da fame e dolore

appare a tutto tondo

sugli schermi di mezzo mondo.

Africa…

E notizie di morte

ingolfano la ragnatela

della rete telematica.

Africa…

E immagini cruente

riempiono

pagine di riviste

altrimenti vacue.

La storia dell’Africa

che resiste

e inventa

e sogna

e lavora,

viene annullata

da fatti e misfatti

che consolidano

l’idea strumentale

di un’africa da ricolonizzare.


 

 

Ma esiste,

sì esiste

l’Africa

di Uomini e Donne

che ignorati dai più

tenacemente inventano

l’altra Africa

dell’impegno,

della resistenza

fatta di sangue e sudore.

Sta emergendo:

silenziosa

come le sue savane.

Tenace come i suoi uomini.

Stupenda come i suoi cieli stellati.

Coraggiosa

come le sue donne;

e contro

ogni malsana previsione

continuano

a generarLe la vita

e scrivere

pagine inedite

di Storia

di un’Altra Africa.


Sr. Elisa Kidanè

Missionaria comboniana

 

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