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Natale 2006: fr. Alberto dall'Ecuador

Quando il Messia-soggetto irrompe nella Storia


fr. Alberto Degan vive attualmente in Ecuador, ma ha fatto un'esperienza prolungata anche in Colombia. Se vuoi conoscerlo meglio, puoi leggere le altre sue lettere: 

Nella terra del Vichada (dalla Colombia)  -  Non era un indigente... (dalla Colombia)
Convertirci all'impossibile (dall'Ecuador)  -  Con un forte grido (dall'Ecuador)

 

Essere accompagnati

“La Parola si è fatta carne e ha messo la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14).

Dio vuole accompagnarci, Dio ci accompagna costantemente, perché non possiamo camminare sulle vie del mondo da soli. Gli angeli che popolano l’Antico e il Nuovo Testamento ci trasmettono questa veritá: Dio non ci abbandona; per mezzo dei suoi messaggeri, ci conduce e ci protegge.

“Accompagneró tuo figlio nel viaggio. Non aver paura: partiremo tranquilli e ritorneremo bene, perché il cammino è sicuro” (Tb 5,16). Cosí dice l’angelo Raffaele al vecchio Tobi quando si appresta ad accompagnare il giovane Tobia nel suo viaggio verso la Media. L’angelo si presenta come “Azaría, figlio di tuo fratello Anania” (Tb 5,13). Il vecchio Tobi è felicissimo di sapere che suo figlio viaggerá con suo nipote Azaría, e rassicura sua moglie:“ - Non stare in pensiero per nostro figlio. Poiché un angelo buono viaggia con lui…. Ritornerá sano e salvo -. Allora ella smise di piangere”. (5,22-23).

L’ideologia dominante vuole farci credere che siamo isole indipendenti e autosufficienti. La competenza è vista come il massimo valore della vita economica e della vita sociale. E cosí, il nostro collega di lavoro, il nostro condomino - molte volte - è un rivale ed un nemico: ci sentiamo minacciati dal nostro vicino.

Ma la veritá dell’uomo è un’altra. Perché ciascuno di noi anela a sentire una voce che ci dica: “Non aver paura. Ti accompagno io, e con me il tuo cammino sará sicuro”. Commenta a questo proposito Drewermann: “Possiamo prendere coscienza della forza sanante di Dio solo incontrando un’altra persona che con la sua vicinanza e bontá, con il suo amore che ci accompagna disinteressatamente, è come una finestra sul cielo, una protezione che ci avvolge costantemente in mezzo al caos dell’angoscia”.

A dispetto di ció che afferma la cultura dominante, l’uomo non puó vivere senza questa finestra sul cielo. E di fatto, ogni cultura cerca la sua propia manera di costruire questa finestra, questo manto celestiale che ci protegga e ci salvi dalla sensazione di sentirci abbandonati in mezzo a un mondo nemico. Il compadrazgo - una stretta relazione con il proprio compadre e la propia comadre - è un elemento tipico della cultura ecuadoriana, molto sentito soprattutto tra gli afro. Quando si scelgono i padrini per il battesimo del proprio figlio, si costruisce un circolo familiare di amicizia, una vera e propia alleanza, una famiglia allargata, ed è come se si dicesse: d’ora in poi, ti invito ufficialmente ad entrare nei miei cammini, d’ora in poi i miei cammini saranno anche i tuoi, e i tuoi saranno i miei. Il compadre si trasforma cosí in un alleato sicuro, perché essere com-padre significa essere padre l’uno per l’altro. Quando fra noi riusciamo a creare questo calore dell’amicizia e della paternitá reciproca, possiamo dire che davvero ci ha visitati un angelo di Dio.

Carmen, Misionera Afroecuadoriana, non se la sentí di lasciare in mezzo alla strada Elías, il figlioletto della sua comadre, la sua migliore amica, che morí poco dopo il parto. E cosí prese il neonato con sé, “anche se non sapevo come l’avrei mantenuto, perché a malapena riuscivo a dar da mangiare ai miei figli”, afferma Carmen. Ma Dio l’aiutó. E adesso Elías è un bravo ragazzo di 18 anni, che é cresciuto sereno – su un cammino sicuro - grazie all’aiuto del suo angelo, la sua madre adottiva.

La madrina e il padrino è una figura ancora molto importante nella cultura afroecuadoriana. Non si tratta solo di partecipare nella cerimonia del battesimo: i padrini costituiscono un punto di riferenza e di appoggio che ci accompagna per tutta la vita.


Essere profumo di Cristo

Siamo chiamati ad essere profumo di Cristo, profumo di vita per i nostri fratelli: di fronte ad un’ideologia che santifica l’egoismo, la competitivitá e la violenza como massime virtú, dobbiamo profumare la nostra societá con il Vangelo della pace, della fraternitá e dell’amore.


Dio ci chiama ad essere angelo – ad essere ‘papá’ e ‘mamma’ - per i nostri fratelli, ad essere una ‘finestra aperta sul cielo’. Sará un compito troppo grande –impossibile - per noi?

Per noi sí, ma per il Signore no, perché “l’amore di Dio é stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5,5). È incredibile: l’amore infinito di Dio é stato versato nel nostro piccolo cuore. Potenzialmente, il piccolo cuore dell’uomo è capace di amare con lo stesso amore di Dio, capace di amare come Dio. Quanto siamo lontani dal ‘dogma’ della nostra cultura, secondo cui l’uomo é naturalmente egoista e non puó essere altra cosa!

“Siano rese grazie a Dio, che… diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo: per quelli che si perdono profumo di morte che conduce alla morte, e per quelli che si salvano profumo di vita che conduce alla vita” (2Co 2,14).

Le due dimensione dell’amore

La protagonista del Cantico dei Cantici, Sulamita, innamorata di Dio, vuole entrare in intimitá con Lui e con il Suo profumo: “Profumo olezzante è il tuo nome… Fammi entrare, o Re, nelle tue stanze” (Ct 1,3-4). E in questa ricerca dell’intimitá, Sulamita scopre che ci sono due momenti ugualmente importanti: un momento per sedersi e un altro per correre, un momento per riposare e un altro per muoversi.

All’inizio del Cantico, Sulamita esclama: “Attirami a te, corriamo! (Ct1,4). Perché indubbiamente, per entrare nella stanza di Gesú, devo muovermi, devo correre via dalle mie stanze e lanciarmi con entusiasmo all’inseguimento dell’Amato. Ma dopo aver corso per qualche giorno, e dopo averLo finalmente incontrato, sentiamo la necessitá di sederci, di riposare un po’ per godere l’amicizia di Gesú, e per assaporare quanto è bello e quanto é buono il Signore:“Come un melo fra le piante selvatiche, così é il mio Diletto fra i giovani. Alla sua ombra con gioia mi siedo, e il suo frutto è dolce al mio palato” (Ct 2,3-4).

Ma non rimaniamo seduti per sempre: dopo una settiaman, dopo un mese, dopo un anno, sentiamo il bisogno di correre ancora. Perché una relazione d’amore - se rimane sempre uguale a se stessa - si atrofizza; un amore che non cresce e non si rinnova, s’imputridisce. Per questo, alla fine del Cantico, Sulamita chiede al suo Amato che fugga verso i monti, per poter tornare a correre e a cercarLo, per poter trovare con Lui nuovi aromi e nuovi profumi, e dare cosí nuova vitalitá al loro amore: “Fuggi, mio Diletto, simile a cerbiatto, sopra i monti degli aromi (Ct 8,14).

Questi due momenti – anche per noi missionari - sono ugualmente importanti: se io so solo correre, cado nell’attivismo e perdo l’intimitá con Gesú, perdo il senso del mio operare e della mia missione; se io so solo rimanere seduto, perdo il dinamismo dell’amore, riduco la mia relazione con Gesú a intimismo egoista, e questo – poco a poco – conduce alla morte di una relazione.

Che il Signore mi aiuti – e ci aiuti – a saper sempre trovare un equilibrio fra queste due dimensioni dell’amore!

Una vita senza amici?

“Un mondo con meno amicizia”. Questo è il titolo di un interessante articolo che mi capitó tra le mani due settimane fa. Un sociologo inglese ha calcolato che, a causa soprattutto del tanto lavoro iper-competitivo e a causa di Internet, in vent'anni i rapporti di confidenza si sono dimezzati. In effetti, un sondaggio fatto in Inghilterra vent’anni fa rivelava che ogni persona, mediamente, aveva quattro amici, mentre lo stesso sondaggio fatto quest’anno rivela che la media è scesa a due amici per persona. Se continuamo con questo ritmo, fra 30 o 40 anni potremmo avere un mondo senza amici, dove i rapporti umani saranno sostituiti da rapporti ‘semi-distaccati’ con colleghi-rivali del lavoro e da forum su Internet. Davvero c’è chi pensa di poter vivere senza sentirsi e senza essere accompagnato!

Il Natale - anche quest’anno - ci ricorda che Dio pone la sua tenda in mezzo a noi per essere nostro amico (Gv 15,15), perché una vita senza amici, una vita senza accompagnamento sarebbe una vita disumana.

La coda per il pacchetto

Questo ineliminabile bisogno umano di sentirci accompagnati, anche se da lontano, lo palpo con mano tutte le volte che vado a ritirare un pacchetto natalizio o pasquale che mi invia mia madre. Quando vado alle poste centrali di Guayaquil, incontro molte altre persone che fanno la fila per ritirare un pacchetto che gli manda la figlia o la sorella o il nipote che lavora in Spagna o in Italia. È una lunga coda. E l’ansia che vedo negli occhi dei familiari degli emigrati non è tanto per il valore delle cose che stanno nel pacchetto. Perché a volte dentro questi pacchetti ci puó essere un quaderno, una foto, un sacchetto di caramelle, o altre cose simili. Ma la cosa piú importante è il profumo dell’affetto: toccare e aprire questa scatola di cartone – impacchettata con amore - è toccare con mano che non siamo soli, perché qualcuno – da lontano - ci sta accampagnando con il suo  affetto e non si è dimenticato di noi.

L’elemosina e l’accumulazione

É meglio fare elemosine che accumulare oro. Poiché l’elemosina salva dalla morte e libera da ogni peccato. Chi fa l’elemosina avrá lunga vita. Invece coloro che peccano e fanno il male sono nemici della propria vita (Tb 12,8-10).

‘Elemosina’ in ebreo si dice ‘zedaqah’, che significa giustizia. Distribuire la ricchezza in maniera equa, dando a chi non ha niente, per la Bibbia è un atto dovuto di giustizia. L’elemosina intesa come equa distribuzione della ricchezza “salva dalla morte”. Interessante che l’elemosina è contrapposta all’accumulazione: l’elemosina conduce alla vita, mentre l’accumulazione è un peccato: chi accumula è nemico della propria vita. Ecco, dunque, cosa voleva dire san Paolo quando diceva che il profumo di Cristo è ‘profumo di morte’ per quelli che sono sulla via della perdizione. Non è il profumo di Cristo che li conduce alla morte: chi vive per accumulare si è messo egli stesso nella via della morte, ed è nemico della sua propia vita. Il profumo di Cristo semplicemente aiuta gli ‘accumulatori’ a rendersi conto del cammino che hanno scelto: la morte. Avvertire il fratello che - se fará un altro passo in avanti in questa direzione - cadrá nel precipizio é un servizio d’amore.

Figlioli miei, cristiani immaginari!

Per noi cristiani dovrebbe essere una cosa risaputa: l’accumulazione e l’egoismo è male, la generositá e la solidarietá è bene. E difatti, cosí hanno pensato i cristiani per tanti secoli. Fino a quando arrivó Adam Smith, filosofo del capitalismo, che rovesció l’etica cristiana tradizionale. Secondo Smith, seguire il proprio interesse egoistico è un bene, perché l’egoismo - dopo un po’ di tempo - produce benessere anche per gli altri; in altre parole, trattare male il prossimo, sfruttandolo crudelmente, era un modo di assicurare – alla lunga - il suo bene. E nel ventesimo secolo l’economista Keynes disse: “Dobbiamo convincerci che in economia il bene è male, e il male è bene, perché il male è utile, mentre il bene non lo è”. Ma contro questo rovesciamento dei valori il profeta ci mette in guardia: “Guai a quelli che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre!” (Is 5,20).

Il fatto è che nel Medio Evo si diceva: “Fuori della Chiesa non c’é salvezza”, mentre oggi si dice: “Fuori del mercato non c’è salvezza”, “Extra mercatum nulla salus”. E per difendere la salvezza che ci dá il mercato, è giusto provocare guerre e uccidere innocenti. Il fondamentalismo protestante statunitense ha dato una giustificazione ‘religiosa’ alla politica del mercato, sulla base di questo ragionamento: è vero che questa politica di guerra sta producendo catastrofi a livello ambientale, umanitario, etc; ma queste catastrofi sono frutto della volontá di Dio, cosí come si é espressa in antiche profezie apocalittiche: dobbiamo accettare queste guerre e queste catastrofi come ‘tribolazioni’ mandate da Dio, cui seguirá la seconda venuta di Cristo, che ucciderá tutti i nemici del Mercato.

Significativo della mentalitá prevalente fra noi cristiani è un commento che ho letto sulla recente Finanziaria. Premetto che non voglio entrare nel merito di questa legge, che non conosco in tutti i suoi dettagli, e che comunque per certi aspetti è discutibile. Mi limito a rilevare l’opinione di un importante uomo politico, che ha detto: “Non è giusto che la finanziaria penalizzi soprattutto i cittadini che producono di piú e che consumano di piú”. Come dire: chi consuma molto ha il diritto di consumare di piú, chi consuma poco- evidentemente - non ha nessun diritto. Quelli che non entrano nella logica del mercato - quelli che non producono e non consumano - non possono salvarsi, né lo possono pretendere, perché “Extra mercatum nulla salus”. Da un punto di vista cristiano, questa mentalitá è un’aberrazione, una bestemmia, ma nessuno se ne scandalizza, perché siamo tutti contagiati da questa mentalitá pagana.

E ci diciamo cristiani! E non ci rendiamo conto che a noi si potrebbe applicare – modificato – il titolo di un famoso libro degli anni ’70: “Figlioli miei, cristiani immaginari”.

Il primogenito tra molti fratelli

Gesú si presenta all’umanitá come “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29).

La fraternitá è la via dell’umanitá. Come dice un proverbio africano, “io sono un essere umano perché tu sei un essere umano”, cioè: io sto bene e posso realizzare la mia umanitá solo se vedo che anche i miei fratelli stanno bene e possono realizzarla.

Ma da noi prevale la logica contraria, quella dell’antico adagio latino "Mors tua, vita mea”: la tua morte garantisce la mia vita, solo se tu muori io posso vivere bene. É questa la logica che regge l’economia mondiale. Secondo il proverbio africano, la morte dei miei fratelli è anche la mia morte, l’assassinio è in realtá un suicidio, mentre secondo la logica capitalista solo sconfiggendo l’altro io posso vincere, solo impoverendo l’altro io posso arricchirmi e vivere meglio, solo indebolendo e distruggendo il mio ‘avversario’ aumento il mio potere e la mia dignitá. E cosí, come afferma Hinkelammert, “la lotta per assassinare l’altro è vista come fonte di prosperitá e di vita”.

Purtroppo, sembra che oggigiorno nessun ‘eretico’ osi contraddire questo dogma di morte. Chi volesse ricordare questa semplice veritá evangelica – che il bene comune nasce dal non sfruttare, dal non impoverire e dal non uccidere – deve lottare controcorrente dentro una societá ‘cristiana’ che vede nella competenza – e nella “competenza assassina” di cui parlavo nell’altra mia lettera – l’essenza stessa della vita, della prosperitá e della felicitá.

Dobbiamo allora annunciare con coraggio che la sconfitta di mio fratello sará anche la mia sconfitta. Come disse Martin Luther King, “se non riusciamo a vivere come fratelli, moriremo tutti come stolti”.

Certo che è difficile e pericoloso annunciare tutto questo in una societá che sta seguendo il cammino della morte! Ma se noi cristiani non crediamo nei sogni dei profeti e nei sogni di Gesú, se noi cristiani rinunciamo ad annunciare la Vita e l’ ‘utopia’ del Vangelo, a che serve la nostra presenza nel mondo?

Riorganizzare la storia

“Poi verrá la fine, quando egli consegnerá il Regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestá e potenza. Bisogna infatti che Egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sará la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi… perché Dio sia tutto in tutti” (1Co 15, 24-8).

Gesú nasce tra noi per realizzare un progetto ambizioso: eliminare il male e sconfiggere la morte. E questa vittoria sul male, come commenta Ugo Vanni, si realizza gradualmente nella storia. Il soggetto attivo di questa lotta e di questa vittoria è il corpo di Cristo, la sua Chiesa: tocca a noi ridurre al nulla ogni principato e potestá. La comunitá cristiana è cosí chiamata a collaborare a questa riorganizzazione e ristrutturazione della storia. Solo alla fine di questa lotta vittoriosa nella storia Gesú tornerá nella sua gloria, e Dio sará tutto in tutti.

Propiamente, l’Avvento è il periodo in cui ci prepariamo a celebrare questa vittoria, e ad accogliere la seconda venuta di Cristo, che consegnerá il Regno al Padre. Sentiamo questa responsabilitá missionaria? Siamo attivamente impegnati in questa lotta contro i principati e le potestá del mondo?

Il pianto di Gesú

“Quando fu vicino, contemplando la cittá, pianse su di essa, dicendo: ‘Ah, se avvessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee…, abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te…” (Lc 19,41-44). Gesú piange perché si sente impotente di fronte alla situazione culturale, sociale e politica della sua cittá e del suo popolo. Gesú vorrebbe che intraprendessimo una politica di pace, ma noi andiamo per altre strade: Gesú si sente impotente di fronte alla nostra testardaggine. Mi colpisce vedere che nemmeno il Figlio di Dio puó impedire – in questo giorno – che il suo popolo segua una cultura e una politica di morte; ma non per questo si arrende: piange, e soffre e muore per creare le condizioni che rendano possibile un cambio.

Anche il missionario sente questa impotenza e piange. Ad esempio, Giovanni di Patmos afferma: “Io piangevo molto, perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e leggerlo” (Ap 5,4). Giovanni piange perché non riesce a leggere il libro della storia, non riesce a capire il senso di tanta violenza e ingiustizia. E non riesce a capire perché l’uomo continua a seguire il cammino della morte. Giovanni entra nel pianto di Gesú.

Anche noi dobbiamo entrare nel pianto di Cristo: se smettiamo di piangere davanti alla politica di morte che prevale nella nostra cittá, smettiamo di essere cristiani, smettiamo di essere missionari. Perché il pianto di Gesú è un pianto fecondo, un pianto che smuove pietre e apre sepolcri. Davanti alla tomba di Lazzaro, Gesú “si commosse profondamente… e scoppió in pianto” (Gv 11,33.35). La parola greca che in italiano si traduce generalmente con ‘commuoversi profondamente’ - 'embrimáomai’ – propiamente significa ‘indignarsi’, un’indignazione provocata dall’amore. Gesú si indigna davanti alla tomba, si indigna di fronte alla realtá crudele della morte, che lo ha privato di un amico. E questa indignazione-commozione lo spinge a lottare con passione e ad aprire i sepolcri.

Anche noi cristiani siamo chiamati a sentire questa stessa indignazione di fronte alle politiche di morte che schiavizzano e uccidono il nostro popolo. Solo se entriamo in questo pianto commosso sapremo resistere, solo se entriamo nel cuore indignato di Gesú troveremo la forza di combattere per riorganizzare e ristrutturare la storia.

Iniziare dalla periferia

Giá, dirá qualcuno, le parole sono belle. Ma da dove cominciamo?



Cominciamo dalla periferia, cominciamo dalla strada: “La Sapienza chiama e la prudenza fa udire la sua voce: in cima alle alture, lungo la via, nei crocicchi delle strade si è posta, presso le porte, all’ingresso della cittá” (Pr 8,1-3).

Anche Sulamita cerca il suo innamorato - Dio – “per le strade e per le piazze” (Ct 3,2). Per cercare Gesú, dunque, per trovare la chiave che apre il libro della storia, dobbiamo uscire dal Tempio e interrogare la sapienza presente nelle piazze e agli angoli delle strade. E dar voce ai sogni dei giovani, anziani, bambini, donne e uomini che camminano su queste strade.


Rispondendo a questa sollecitazione della Parola, abbiamo da poco editato un video con i giovani cantanti rap del gruppo ‘Lirica Oscura’, in cui – fra le altre cose – spiegano il significato del nome del gruppo: si tratta – hanno detto - di dar voce alla lirica e alla musica che nasce nell’oscuritá dell’emarginazione, sulle strade dei quartieri piú poveri e malfamati della cittá, convinti che da questa oscuritá uscirá una luce per tutti. “Pensa” è il titolo della loro ultima canzone, nella quale ci invitano a pensare, a mettere in funzione la nostra capacitá critica, e a mettere in discussione la violenza dei poliziotti, l’egoismo di tanti giovani, l’indifferenza di tanti adulti, la corruzione dei politici, etc.


Un’altra voce ‘periferica’ che quest’anno si è levata nel nostro paese è quella degli agenti di pastorale neri, che - per festeggiare i 25 anni della Pastorale Afroecuadoriana - hanno lanciato questo messaggio: “Con la Pastorale Afro inizió la resurrezione del popolo nero in Equador, a tutti i livelli. Il popolo nero rivendicó il diritto di essere soggetto e protagonista della vita ecclesiale, sociale, politica, e non solo destinatario passivo di decisioni prese da altri.


Dopo 25 anni, questo processo di resurrezione non è ancora terminato. Per questo ci dirigiamo alla Chiesa e alla societá: Chiesa dell’Equador, ti chiediamo di continuare a credere nella tua opzione profetica per il popolo nero. Chiediamo alle comunitá cristiane del nostro paese di non avere paura della Pentecoste e della voce pluriculturale dello Spirito: valorizzare questa voce plurilingue non significa creare divisioni, ma al contrario significa creare le basi di una vera unitá e fraternitá, nella quale ogni popolo si senta riconosciuto nel suo essere, nella sua ricchezza umana e spirituale, come protagonista dell’Evangelizzazione. Chiediamo che si riconosca la ‘negritudine’ come luce che dá un contributo importante al cammino di conversione della Chiesa e della societá.

Societá ecuadoriana, come popolo nero, siamo ancora in ricerca della ‘Terra Promessa’, in cui esista uguaglianza di opportunitá e in cui sia scomparso ogni tipo di discriminazione. Il sistema ci obbliga a cercare questa ‘Terra promessa’ fuori del nostro paese, ma noi abbiamo il diritto di trovarla qui in Equador: vogliamo fare del nostro paese e del nostro continente la terra promessa per tutti i suoi popoli. Anche noi siamo Equador, anche noi siamo America “.

Tangy

Tangy ha preso sul serio la missione di contribuire alla ‘resurrezione’ del suo popolo, e con grande passione si é lanciata nell’avventura della Pastorale Afro. Tangy ha 25 anni, ed è mamma di tre bambini. Come succede con la maggioranza delle donne dei quartieri poveri di Guayaquil, vive una situazione familiare difficile, perché suo marito spesso si ubriaca e non assume con responsabilitá il ruolo di papá. Tangy è molto impegnata nella sua comunitá: è ‘Defensora del Pueblo’, una specie di giudice popolare che denuncia abusi e soprusi contro il popolo e che propone al Municipio iniziative sociali a favore delle fasce piú povere. Dirige anche una iniziativa di etno-educazione con un gruppo di bambini afro, insegnando loro a recuperare e ad amare la bellezza della cultura e della spiritualitá del popolo afroecuadoriano. Con lei stiamo anche cercando di formare un gruppo di giovani neri a Bastión, il suo quartiere.

Sei mesi fa Tangy ha tentato il suicidio. L’ennesima lite con la madre e l’irresponsabilitá del marito hanno fatto versare l’ultima goccia che ha rotto un equilibrio molto fragile. È stato un brutto colpo per tutti noi. Grazie a Dio, adesso si è completamente recuperata. Mi ha detto che quello che la tiene in vita sono i suoi figli e il suo impegno nella Pastorale Afro, che le ha aperto nuovi, inesperati orizzonti.


Molte delle persone con cui lavoriamo vivono in un contesto familiare e comunitario molto fragile; ma sono persone con grandi potenzialitá. Se io penso a tutto quello che è riuscita a fare Tangy in questi due anni, mi sorprendo e ringrazio Dio. Compito nostro è aiutare queste persone a ricomporre il loro orizzonte frantumato: ascoltarle, valorizzarle, appoggiarle, e aiutarle a trovare in Gesú il medico che sana le nostre ferite.

Poco tempo fa cinque giovani del ‘Gruppone’ di Treviso hanno fatto un’esperienza missionaria con la gente di ‘Bastión’, ospitati in casa di Tangy e di altre famiglie: hanno finanziato e collaborato concretamente – con malta e mattoni - alla costruzione del secondo piano della ‘Casa Comunale’, che accoglierá un ufficio della ‘Defensoría del Pueblo’ e un laboratorio di artigianato, per insegnare un mestiere ai giovani disoccupati del quartiere. È bello questo scambio: alla gente povera ed emarginata di Guayaquil fa bene vedere che ci sono persone ‘lontane’ che pensano a loro, e i giovani di Treviso si sono sentiti arricchiti – a loro volta - da questa condivisione con i piú poveri.

Torna la speranza!

“Torna la Patria, torna la speranza”. Con questo slogan accattivante e suggestivo ha vinto le elezioni presidenziali Rafael Correa, dopo una campagna elettorale molto difficile per lui. Il suo rivale, infatti, era Alvaro Noboa, industriale bananero, l’uomo piú ricco dell’Equador, che ha percorso tutto il paese regalando soldi alla gente che gli stringeva la mano, sedie a rotelle, riso, etc., promettendo di continuare ad essere altrettanto generoso una volta eletto presidente.

A questa strategia elettorale Correa ha reagito appellandosi alla dignitá della gente: “Ecuadoriani, accettate i soldi che vi dá Noboa, le sedie a rotelle, il riso e il latte, ma non fatevi comprare la coscienza: conservate la vostra dignitá”. Sembra che il popolo ecuadoriano gli abbia dato retta.

Dopo tanti anni in cui la politica del paese è stata pesantemente condizionata dal governo statunitense, Correa si é presentato con un programma di ‘dignitá’ nazionale: NO al Trattato di Libero Commercio proposto dagli USA, che impoverirebbe l’agricoltura nazionale e renderebbe l’Equador completamente dipendente dall’estero per la sua sopravvivenza alimentare, come dimostra ampiamente il caso del Messico che ha firmato un trattato simile; NO alla base Militare di Manta, che gli Stati Uniti vogliono continuare a usare per intervenire nella guerra in Colombia e per assicurarsi il controllo geo-politico della regione andina; SÍ a un nuovo negoziato con gli Stati Uniti basato su relazioni economiche reciprocamente rispettose; SÍ all’integrazione latinoamericana, unendo le economie dei paesi del Sudamerica; SÍ a una nuova Assemblea Costituente per riscrivere la Costituzione ecuadoriana; SÍ a uno nuova politica economica ispirata alla Dotrina Sociale della Chiesa.

Insomma, il giovane Correa si è presentato come l’uomo nuovo che lotta contro la tradizionale partitocrazia, l’uomo della speranza, l’uomo che vuole ridare dignitá al popolo ecuadoriano, e che non accetta per il suo paese il ruolo di semplice burattino della superpotenza di turno: “Possono rubarci tutto,” ha detto, “ma non possono rubarci la speranza”. E il popolo gli ha dato fiducia. Speriamo che sia ben riposta!

Come ha scritto un commentatore politico in un articolo intitolato “Ancora la speranza!”, è commovente vedere come il popolo ecuadoriano continui a sperare contro ogni speranza. Anche quattro anni fa fu eletto un uomo ‘nuovo’ – Lucio Gutierrez – che prometteva grandi trasformazioni, promessa che poi non ha mantenuto. E nonostante questa ennesima delusione, l’entusiasmo per un possibile e autentico cambiamento torna a fare capolino, dopo quattro anni. Perché la speranza che il domani potrá essere davvero migliore dell’oggi è un elisir dal fascino invincibile, un elisir che risponde a uno degli aneli piú profondi del cuore umano, e in questo senso un elisir e un anelo ‘sacro’. In Occidente, sembra quasi che abbiamo rinunciato a sperare. In Equador no. E uno si domanda: dove tira fuori il nostro popolo la forza per resistere, per continuare a sperare, dopo tanti anni di inganni e delusioni?

Ad ogni modo, sia benvenuta la speranza, che torna anche quest’anno ad allietare il cuore dei nostri concittadini. Qualcuno potrá ridere dell’ ‘ingenuitá’ del nostro popolo, ma io penso che in questa voglia di continuare a sognare e a sperare brilla una scintilla divina. Bisogna avere sogni grandi per vivere una vita piena! Come dice un proverbio di qui: “Appunta alla luna; cosí, anche se ti sbagli, per mal che ti vada, atterrerai in mezzo alle stelle!”.

Torna la patria, torna la speranza! E cosí, pur con tutta la prudenza cui ci invita l’esperienza del passato, non voglio cedere al cinismo, e non mi resta che fare gli auguri al nuovo presidente. Speriamo che agisca davvero per il bene del suo popolo; speriamo che questa volta si riesca finalmente a raggiungere qualche piccolo risultato in direzione di una maggiore giustizia, una maggiore pulizia e onestá nelle forze dell’ordine, una piú equa ripartizione dei beni, e una maggiore attenzione a quelle regioni e a quei gruppi da sempre dimenticati dallo Stato, primi fra tutti gli afrodiscendenti.

Essere ‘parola’

“Ecco l’uomo” (Gv 19,5). Cosí Pilato presenta Gesú alla folla che vuole crocifiggerlo. E il significato di questa frase va al di lá di quelle che erano le intenzioni del procuratore romano. ‘Questo è l’uomo’: questo è l’essere umano cosí come lo ha concepito e sognato Dio. In effetti, il Signore ci “predestinó ad essere como suo Figlio e simili a Lui” (Rm 8,29).

E il Vangelo ci presenta il Figlio come ‘parola’: “Al principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lei, e senza di lei non è stato fatto nulla: in lei era la vita, e la vita è la luce degli uomini. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno poluta soffocare” (Gv 1,1-5).

Cristo è parola; noi siamo chiamati ad essere come Lui, ad essere ‘parola’.

E a partire da qui sorge un grande conflitto, il principale conflitto che ha segnato la storia dell’uomo. Perché nessun Impero prevede che l’uomo sia parola: secondo la mentalitá imperiale, solo l’Imperatore ha ‘voce e voto’, come si dice in spagnolo, solo l’Imperatore ha il diritto di opinare e di decidere: gli altri sono semplici ascoltatori ed esecutori della volontá imperiale.

La parola, come dice san Giovanni, fa, crea, è vita. Un uomo è ‘persona’, è davvero ‘umano’, quando lo rispettiamo come immagine del Dio-Parola, quando lo valorizziamo come essere capace di creare e dar vita a cose nuove. La parola che esce dalla bocca dell’essere umano nasce nella nostra mente e nel nostro cuore, i due strumenti della nostra creativitá.

L’essere umano è parola: è mente e cuore, intelligenza e amore che mette in discussione le parole che il mondo presenta come uniche e definitive. Ogni uomo e ogni donna che nasce è una parola nuova, è una sfida alle false parole che si sono impadronite del mondo. Per questo, l’umanitá ha sempre visto nella nascita di un bambino un segno di speranza, un avvenimento che introduce novitá nella nostra vita e che puó addirittura cambiare la traiettoria della storia. Cosí, nell’Antico Testamento, Isaia presenta il Messia come “un bambino sulle cui spalle è il segno della sovranitá… Consigliere ammirabile… Principe della Pace” (Is 9,5).

Affermando che “la Parola si é fatta uomo”, Giovanni vuole dire che la parola definitiva della storia è il Figlio dell’Uomo, è l’uomo. Nessuna Istituzione e nessuna ideologia politica o economica é piú importante di questa parola: l’essere umano.

Il Messia-Soggetto

Ma c’è di piú: nessuna tenebra potrá soffocare questa parola; nessuna Istituzione e nessuna ideologia potrá uccidere il cuore e la mente dell’essere umano, nessun Potere riuscirá a impedire che l’Intelligenza e l’Amore dei figli di Dio continuino a creare cose nuove e a sognare un mondo diverso.

Significative, a questo proposito, sono le parole che gli angeli rivolgono ai pastori a Betlemme: “Non abbiate paura, perché vengo ad annunciarvi una grande gioia, che sará di tutto il popolo: oggi vi è nato nella cittá di Davide un Salvatore, che è il Messia e Signore”(Lc 2,10-11).

‘Salvatore’ e ‘Signore’ erano due titoli che la propaganda imperiale applicava solo all’Imperatore romano. Solo l’Imperatore aveva una mente e una intelligenza creativa, capace di creare cose nuove, prendere decisioni, etc. Solo l’Imperatore era soggetto attivo: ai pastori – e agli altri membri del popolo – si riconosceva unicamente il ruolo di oggetto, oggetto delle decisioni del Potere, oggetto della Salvezza operata dal Cesare. Peró adesso l’Angelo ci dice che sta per arrivare un Messia che ha una intelligenza e un cuore infinitamente piú grande dell’Imperatore: solo Lui salva, è Lui il soggetto della Salvezza. E questo Messia-Soggetto smaschera le parole false del mondo, quelle parole che agli esseri umani riservano solo il ruolo di ‘servo’, ‘oggetto inerte’, ‘destinatario passivo’.

Questo Messia non ci chiama piú ‘servi’, ma ‘amici’ (Gv 15,15), e ci ha predestinati ad essere come Lui, ad essere anche noi amore e intelligenza creativa, a collaborare attivamente all’opera della Salvezza. In questo senso, anche noi siamo chiamati ad essere ‘salvatori’, cioè soggetti attivi della riorganizzazione della storia e del piano di salvezza di Dio.

“Quelli che credono nel suo nome… non da volere di carne, né da volontá di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). I discepoli di Gesú nascono o ri-nascono da Dio come figli, come soggetti, e non come semplici ‘recipienti passivi’, semplici strumenti del “volere di un uomo” potente.

Per questo si puó legittimamente affermare che il Soggetto nasce con il cristianesimo: il Soggetto irrompe nella storia dell’uomo la notte di Natale.

Essere regno

Si tratta di un rinascere e di un risorgere a livello personale e a livello comunitario. Perché anche i popoli rinascono e risorgono come soggetti.

Leggiamo questo passo dell’Apocalisse, in una traduzione fedele all’originale greco:“Con il tuo sangue hai riscattato per Dio uomini di ogni razza, lingua, popolo e nazione. Li hai fatti regno e… regneranno sopra la terra” (Ap 5,9).

L’Impero romano trattava i popoli come sudditi sottomessi, come ‘vassalli’; Dio, invece, “ci ha fatti regno”, costituisce questi popoli come Regno, dotati di dignitá propria. ‘Essere regno’ significa che tengo in me stesso la fonte della mia dignitá, che la programmazione della mia vita non dipende dall’Impero, e che ogni popolo ha la creativitá e la capacitá di regnare e governarsi in base alle ricchezze umani e spirituali che Dio gli ha donato.

In altre parole, la salvezza del Messia-Soggetto prevede che ogni nazione è chiamata a ‘regnare’, ad essere soggetto creativo dell’evangelizzazione e della ristrutturazione della storia: dobbiamo valorizzare la mente e il cuore di ogni popolo per diffondere il Regno di Dio nel mondo. In questo modo, i popoli risorgono come re e protagonisti: nel popolo ebreo – disprezzato e perseguitato – nasce una umanitá regale, una umanitá ‘sovrana’ che sfida l’Impero.

Di questa umanitá regale fa parte anche il popolo nero. E cosí, la Parola ci assicura che – dopo una lunga lotta - a regnare sopra la terra non sará il drago imperiale ma il corpo multiculturale di Cristo, un corpo composto da “uomini di ogni razza e lingua”. Proprio riferendosi a questo corpo, Giovanni Paolo II affermó che “Cristo, nelle membra del suo corpo, è anche africano”.

L’uomo como ‘re’

Quando Pilato domanda a Cristo se è re, Gesú risponde affermativamente: è re, peró non di questo mondo, il che non significa che sia re delle nuvole: Gesú è re in questa terra, re in questa dimensione di sentirsi soggetto, figlio di Dio. È la dimensione nella quale tutti siamo re, a partire dal nostro battesimo. Ma questo, il mondo non lo puó accettare, perche “gli Imperi sono summamente vulnerabili di fronte alla ribellione del soggetto” (F. Hinkelammert). Per questo Erode – complice e servo di Roma – fa tutto il possibile per impedire che il Messia-Soggetto entri nella storia; ma fortunatamente non ci riesce.

‘Figlio di Dio’ o ‘spazzatura’?

Con Gesú, dicevamo, entra nella storia l’Uomo-Soggetto. E a partire da questo momento, l’Uomo-Soggetto sará trattato dall’Impero como Pilato trattó Gesú: minacciandolo, torturandolo e crocifiggendolo.

Raccontano che il famoso filosofo greco Diogene, camminando per Atene, accese in pieno giorno una lanterna; e quando gli domandavano il perché, spaventava tutti con un bastone e diceva: “Ho chiamato esseri umani, non spazzatura”. E tutti ridevano.

Commenta a questo rispetto Hinkelammert: “Gesú si comporta nella maniera opposta: va in cerca di esseri umani senza lanterna, e li trova dovunque. Sembra che non lo siano, peró Gesú scopre che sí sono essere umani, e chiama le persone ad esserlo”, tanto i poveri come i ricchi.

Ad esempio, quando Pilato gli chiede se é il re dei giudei, Cristo risponde con un’altra domanda: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?” (Gv 18,34).

Gesú vuole spingere Pilato ad andare piú in lá della carica politica che ricopre, lo vuole obbligare a connettersi con la sua propia coscienza. Praticamente, gli sta domandando: “Caro Pilato, stai parlando come soggetto o come burattino dell’Imperatore?”

Gesú chiama tutti noi ad essere soggetti. Anche il Popolo afroecuadoriano lo afferma a gran voce: “Non siamo spazzatura, siamo soggetti, anche se il Potere continua a considerarci immondizia”.

Cosí, quando Pietro rifiuta di obbedire ai sacerdoti del Tempio, che gli ordinano di non parlare di Gesú, l’apostolo rivendica la sua dignitá di soggetto: “Giudicate voi se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi piú che a Lui” (At 4,19). In un’altra occasione, Pietro esprimerá lo stesso concetto: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29). È la nostra dignitá di Soggetto che ci legittima a mettere in discussione il Potere, perché il Soggetto è Figlio di Dio, in contatto diretto con il Creatore.

E il fatto di relazionarci direttamente con Dio ci porta a relativizzare tutte le opposizioni e gerarchie su cui si costruisce l’ordine sociale del mondo: nel Cristo-Soggetto - che ci chiama tutti ad essere simili a Lui - non c’è piú nessuna differenza fra greco e giudeo, indio e meticcio, bianco e nero, uomo e donna, ricco e povero.

Minaccia alla pace

Il titolo del Messaggio del papa per la Giornata Mondiale della Pace del 2007 è: “La persona umana come cuore della pace”. Nel momento in cui scrivo, non conosco ancora il testo completo, ma nella breve nota informativa diffusa dal Vaticano si dice che “ogni offesa alla persona è una minaccia alla pace”. Non rispettare le persone come soggetto, non rispettare le persone e i popoli nella loro identitá e dignitá, è una minaccia alla pace. Finché ci sará un Imperatore che non rispetta la dignitá degli altri popoli, e pretenderá imporre la sua parola come unica parola - e il suo pensiero come unico pensiero - non ci potrá essere pace.

Formare discepoli-soggetti

L’anno prossimo, in Brasile, si svolgerá la Quinta Conferenza generale degli episcopati latinoamericani sul tema del discipulato, e sul come essere discepoli di Gesú di fronte alle sfide del nuovo millennio.

Io penso che – di fronte ad una globalizzazione che tende ad imporre su tutto il pianeta, e a tutti i livelli, la logica della violenza, della forza, dell’individualismo e dell’egoismo - la principale sfida dell’evangelizzatore è formare veri discepoli del Messia-Soggetto, cioè, formare discepoli-soggetti: agenti di pastorale attivi, capaci di liberarsi dalle catene del ‘Pensiero Unico’, di sfidare la mentalitá corrente e di riproporre – in maniera creativa – i sogni di Gesú e le utopie del Vangelo.

In altre parole, la missione del Terzo Millennio non ha bisogno di cristiani ‘immaginari’, ma di discepoli affascinati dalla bellezza del proprio Maestro, e inebriati dal suo profumo, e convinti del Suo Vangelo, amato e annunciato nella sua integralitá.

‘Lettera di Cristo’

“Forse abbiamo bisogno di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? La nostra lettera siete voi… È noto, infatti, che voi siete una lettera di Cristo” (2Co 3,1-3).

È questo il mio augurio di Natale: che il Signore ci dia la grazia di essere davvero ‘lettera di Cristo’, di essere quel profumo di vita, di speranza, di amore e di giustizia di cui l’umanitá ha piú bisogno che mai!



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