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La Resurrezione dei popoli

di fr. Alberto Degan dall'Equador

La Resurrezione dei Popoli

di Fratel Alberto Degan

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TESTIMONI DELLA CARITA'

PROVOCAZIONI DI P.ALEX 

 

 
La Resurrezione dei popoli

Lettera di Pasqua

 

Amare Cristo in Babilonia

“Pur non vedendolo, voi amate Cristo; e ora senza vederlo credete in lui; per questo esultate di una gioia inesprimibile e gloriosa… Su questa salvezza hanno indagato accuratamente i profeti, che profetizzarono intorno alla grazia a voi destinata, cercando di scoprire a quale momento o quali circostanze si riferisse lo Spirito di Cristo che era in loro… Fu loro rivelato che non rendevano un servizio a se stessi, bensì a voi, in tutto questo che ora vi è annunciato…: gli angeli anelano vedere tutto questo. Perciò… fissate ogni speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si rivelerà”.  (1Pt 1,8-13).

Queste righe della prima lettera di Pietro sono particolarmente importanti, perché questo è l’unico passaggio del Nuovo Testamento dove si dice esplicitamente che i cristiani “amano Cristo”. E chi ama Cristo sente una gioia indicibile e gloriosa, anche nella prova: se non sentiamo questa gioia, non è possibile nessuna evangelizzazione. Perché non si tratta solo di preparare accurati piani pastorali e intelligenti strategie missionarie; prima di tutto, dobbiamo amare Cristo. In mezzo alle prove e agli ostacoli - che non mancano mai - noi siamo allegri quando amiamo Cristo.

La “grazia a noi destinata” – questa relazione d’amore con Gesù, l’Amato - fu il desiderio di tutti i profeti, che cercarono di indagare e scoprire quando ciò si sarebbe realizzato, e anche gli angeli anelano sperimentare questa relazione d’amore. Ma questa “gioia inesprimibile” è riservata solo a noi. Sembra incredibile: la gioia più grande che si possa immaginare – entrare in una relazione d’amore con Cristo – per i profeti fu solo un desiderio e un oggetto di ricerca, per gli angeli è solo un anelo, mentre per noi è una realtà, una possibilità concreta. Per questo possiamo essere felici anche in mezzo alle difficoltà.

Quali siano le difficoltà che incontravano i cristiani cui è diretto questo testo, Pietro ce lo rivela in vari punti della sua lettera, che termina con queste parole: “Vi saluta la comunità che dimora in Babilonia(1Pt 5,13). Pietro scrive questa lettera da Roma, la nuova Babilonia, la capitale dell’Impero. Un cristiano che vive in Babilonia, nel centro dell’Impero, deve scegliere fra queste due opzioni: o conformarsi alla mentalità dominante per evitare problemi, e tornare “alle passioni del paganesimo” e al “culto degli idoli” (1Pt 4,3), o restare unito a Gesù, al suo messaggio di verità, pace e giustizia, accettando di “soffrire come cristiano” (4,16). Perché “se anche dovreste soffrire per la giustizia, beati voi!” (3,14).

Ma solo se amiamo Cristo saremo disposti a soffrire come cristiani. Solo l’amore ti dà la forza di soffrire per l’Amato, ti da il coraggio di denunciare il peccato e di rinunciare a privilegi e comodità.

Imparare a fare il bene

A questo proposito, mi ha sempre colpito questo passo ‘incandescente’ del profeta Isaia: “Smettete di presentarmi offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso” (Is 1,13-17).

Queste parole Dio non le rivolge a atei pagani, ma ai responsabili del suo stesso popolo, ai sacerdoti, ai fedeli che frequentano tutti i giorni il Tempio; e a questi fedeli – che siamo anche noi – dice che dobbiamo smettere di fare il male e dobbiamo imparare a fare il bene. ‘Ma come?’, dirà qualcuno. ‘Ma se noi non stiamo facendo niente, come può Dio lanciarci queste accuse?’.

Ma è proprio questo il punto: che vivendo in Babilonia - nel cuore dell’Impero della menzogna e dell’ingiustizia - non stiamo facendo niente, e ci stiamo abituando a tutto senza battere ciglio. Tutti i giorni si calpesta la verità, e noi rimaniamo in silenzio; ogni giorno l’Impero porta avanti il suo progetto di dominio e di morte, e noi non osiamo alzare la voce. Di fronte a tutto questo non basta non fare niente: dobbiamo imparare a fare il bene! Perché la via della Chiesa non é la neutralità, ma la profezia.

Mi giungono notizie che adesso in Italia, in base alla nuova normativa sui reati societari, il falso in bilancio e le false attestazioni non costituiscono più reato. Praticamente la legge italiana ha stabilito che, in certi contesti, rubare non è più un crimine; lo stesso dicasi per la menzogna: mentire e dare una falsa testimonianza, in certi contesti, non sarà più considerato un reato. La legge ha deciso che il male non è più male, che rubare e mentire è bene, o per lo meno tollerabile. Un bambino che nasca e cresca in questa società, imparerà che non c’è nulla di male nel dire bugie e nel derubare i propri fratelli, e poco a poco perderà qualsiasi cognizione di bene e di male.

Come comunità cristiana, cosa stiamo facendo di fronte a questo degrado morale? Niente, stiamo in silenzio: non siamo disposti a soffrire come cristiani, a sopportare le conseguenze di una doverosa denuncia contro il potere. In altre cose, altrettanto importanti – e sto pensando soprattutto all’aborto – abbiamo il coraggio di alzare la voce, grazie a Dio; ma su questa cosa no: perché? Forse perché, in questo caso, abbiamo paura di perdere certi appoggi politici?

Un famoso sassofonista afrostatunitense, John Coltrane, denunciava la mistificazione che opera la società quando pretende di controllare il soffio e il flusso dello Spirito. Oggi, in Italia, la legge vuole convincerci che il male è bene, e cerca di ridurre al silenzio lo Spirito della giustizia e della verità. E la gente, narcotizzata, non reagisce. Dobbiamo allora – se necessario, con un colpo di sassofono – risvegliare la gente e riavvicinarla a quella energia, a quella fonte d’amore che le forze oscure vorrebbero seppellire. “Con la mia musica”, diceva John Coltrane “ voglio spingere la gente a elevarsi, a rafforzare la sua capacità di pensare, di amare e di vivere una vita significativa, perché la vita ha un senso. Non cadiamo nella trappola di coloro che vogliono sviarci dalla ricerca della bellezza, della verità e della giustizia!”.

E la verità ci obbliga, ad esempio, ad assumere una posizione chiara di fronte al problema dei cambiamenti climatici, da cui dipende il futuro dell’umanità per cui Cristo ha dato la vita. E come Chiesa – di fronte al freddo eccezionale dell’ultimo inverno – non possiamo limitarci a chiedere che si aumentino le riserve di combustibile e gas per riscaldamento: dobbiamo parlare chiaramente della conversione che esige in tutti noi questa situazione, dei cambiamenti necessari nel nostro stile di vita, e denunciare apertamente chi si rifiuta – non dico di risolvere – ma semplicemente di affrontare con sincerità e onestà politica questo grande e decisivo problema.

Facciamo un esame di coscienza: stiamo ricercando la giustizia, stiamo soccorrendo l’oppresso? Se la risposta é negativa, imploriamo Gesù che ci aiuti, che ci insegni a fare il bene. 

Restare svegli

Questa insensibilità, questo atteggiamento di passività ‘narcotizzata’ di fronte alle ingiustizie che si perpetrano tutti i giorni, san Paolo lo chiamava ‘sonno’, e vedeva in questo sonno il principale pericolo e nemico delle comunità cristiane: “Quando si dirà: ‘Pace e sicurezza’, allora d’improvviso li colpirà la rovina… Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli (1Ts 5,3-6). Quest’avvertenza di san Paolo è più attuale che mai: recentissimamente il presidente Bush ha ribadito la validità della dottrina della guerra preventiva, dicendo che si sente legittimato – in nome della pace – ad attaccare in qualsiasi momento qualsiasi nazione (dall’Iran al Venezuela); e nello stesso discorso ha negato che in Iraq – dove vengono uccise mediamente 60 persone al giorno – sia in atto una guerra civile, assicurando che tutto è sotto controllo. Ebbene, dice san Paolo, quando vorranno presentarci come politica di pace la più sfrontata ‘filosofia’ di guerra, e quando vorranno presentarci come ‘sicurezza’ una situazione di panico e violenza quotidiana, restiamo svegli!, non lasciamoci narcotizzare. 

Bisognosi di resurrezione

In un interessante studio sui giovani nei vangeli, padre Castillo afferma che il giovane – nella Palestina del I secolo – era una persona cui non si riconosceva nessuna dignità, sfruttata in diversi modi. Per questo i Vangeli ci presentano numerosi casi di giovani ammalati o indemoniati. Soprattutto nei tre vangeli sinottici, i giovani sembrano avvolti da uno spirito di morte: sono deboli fisicamente e spiritualmente, bisognosi di resurrezione.

Nel Vangelo di Marco ad annunciare la Resurrezione è ”un giovane vestito con una tunica bianca” (16,5). Si tratta di un angelo, ma è significativo che l’evangelista ci descriva questo angelo come giovane: quest’angelo rappresenta i giovani ‘ammalati’ che hanno sperimentato in se stessi la resurrezione operata da Cristo e che adesso devono annunciarla ai fratelli e alle sorelle. Il fatto che sia un giovane ad annunciare il Risorto significa che i giovani hanno in sé la forza di reagire alla cultura di morte che vorrebbe schiacciarli, che i giovani possono re-incontrarsi con la forza dello Spirito che il Potere vorrebbe manipolare e ridurre all’impotenza. 

Un sonno mortale

Con i giovani afro abbiamo letto e commentato un episodio biblico che ci presenta uno di questi ragazzi resuscitati della Chiesa primitiva:“Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo dissertava con loro; e poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò l’incontro fino a mezzanotte. C’era un buon  numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti; un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto sulla finestra, fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a parlare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano e venne raccolto morto. Paolo allora scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: “Non vi turbate; è ancora in vita!”. Poi risalì, spezzò il pane e ne mangiò, e dopo aver conversato ancora molto fino all’alba, partì. Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati” (At 20,7-13).

Il giovane Eutico sta seduto sulla finestra, in una posizione molto pericolosa, ma sembra che nessuno – nella comunità – se ne sia accorto. Di fatto, solo quando il giovane cade e muore la comunità sembra rendersi conto della sua presenza. Qualcuno potrebbe obiettare che non è la comunità che lo emargina, ma che è il giovane che si è scelto questa posizione "comoda": stare alla finestra, con metà corpo dentro e metà corpo fuori, significa scegliere una posizione ambigua, stando presente però senza volersi impegnare e partecipare attivamente alla vita della comunità.

In ogni caso, qualunque sia la nostra interpretazione, rimane il fatto oggettivo che questo giovane è sopraffatto da un sonno mortale, e che nessuno - all’interno della comunità – si era reso conto della pericolosità di questo sonno. Oggigiorno, credo che pochi di noi si rendano conto dell’effetto mortale che può avere sui nostri giovani il fatto che – grazie anche ad alcune leggi – poco a poco stiamo perdendo la cognizione del bene e del male.

San Paolo associa il sonno a uno stato di ubriachezza: “Restiamo svegli e restiamo sobrii! Perché chi dorme, dorme di notte; e chi si ubriaca, si ubriaca di notte” (1Ts 5,8). Dormire, dunque, significa essere "ubriachi", essere "drogati", perdere la coscienza di ciò che vale davvero nella vita. José, giovane cantante rap, afroecuadoriano, recentemente mi ha detto: “Molti di noi giovani spendiamo quel poco che guadagnamo nella discoteca e nella birra. Solo adesso mi rendo conto di tutto il tempo che ho perduto. Ma chi l’ha detto che per essere felici dobbiamo ubriacarci?”. Perché questa è la realtà: molti giovani afroecuadoriani spendono le loro migliori energie nell’alcol.

Eutico è un nome greco che propriamente significa "fortunato", e che – come i corrispondenti nomi latini ‘Felix’, ‘Fortunato’ e ‘Fausto’ – era molto comune fra i liberti, cioè fra gli schiavi ‘fortunati’ che avevano ottenuto la libertà. Eutico, dunque, molto probabilmente, era un ex-schiavo. Però domandiamoci: che cosa aveva fatto con la sua libertà? e che tipo di libertà godeva?

Adesso Eutico era giuridicamente libero, sì, però… libero di dormire, libero di “ammazzare il tempo”, libero di morire. La manipolazione della volontà è la forma più sottile di schiavitù, con la quale vogliono farci credere che l’ubriacarci e il vivere eternamente narcotizzato sia il massimo di felicità cui possiamo aspirare, mentre poco a poco ci conducono alla morte.

Ma è possibile anche un’altra spiegazione: forse il giovane Eutico faceva un lavoro molto duro e arrivava alla sera sfinito, senza forze. E in questo caso è ammirevole che, nonostante la stanchezza, abbia voluto partecipare all’incontro della comunità. Io conosco molti di questi giovani. Il mese scorso Edwin, afroecuadoriano, mi ha detto: “Fratel Alberto, io vorrei partecipare ai vostri incontri, ma lavoro tutti i giorni, anche la domenica, undici o dodici ore al giorno. La sera ho solo voglia di dormire”. Anche questa é una forma di schiavitù: oggigiorno Edwin – e altri giovani afro – non sono schiavi dal punto di vista giuridico, ma non hanno neanche il diritto di avere un momento di ricreazione, di riflessione, di condivisione comunitaria. Se non è schiavitù questa! Il sonno dello sfinimento fisico non ci permette di vivere una vita libera, una vita piena, perché non ci permette di partecipare – in modo cosciente e attivo – allo sviluppo e alla trasformazione della nostra comunità. Chiaramente, l’Impero ha tutto l’interesse a diffondere questo sonno… 

L’abbraccio che dà vita

È interessante vedere la reazione di Paolo davanti alla ‘morte’ di questo giovane: “Lo abbracciò e disse: ‘Non turbatevi, è ancora in vita”. Letteralmente, la frase greca dice: “Non turbatevi, la sua anima è ancora con lui”. A volte noi ci disperiamo, perché i nostri giovani  ci sembrano "morti", irrimediabilmente "narcotizzati", ammazzando il tempo in maniera futile, e non crediamo che possano resuscitare. La Parola, invece, ci invita ad avere un atteggiamento di fiducia: l’anima, la forza vitale che Dio ha messo in ognuno di noi, è ancora viva nei nostri giovani. Le energie non sono scomparse, si tratta solo di rivitalizzarle: il calore di un abbraccio può rivitalizzare queste energie. In altre parole, i nostri giovani – come ogni essere umano – sono costituzionalmente predisposti alla resurrezione: la capacità di resuscitare è scritta nel nostro DNA divino. Non è vero che i nostri giovani sono caduti in uno stato di ‘incoscienza’ irrimediabile, e che non sia possibile svegliarli dal sonno che ha loro iniettato il soporifero della ideologia imperiale. Paolo non perde la fiducia in Dio e non perde la fiducia in Eutico: sa che le articolazioni rotte di questo giovane si possono riconnettere, e che il suo cuore – apparentemente fermo – può ricominciare a pulsare.

E così, grazie all’abbraccio di Paolo - e di tutta la comunità che lo riconduce vivo - Eutico può tornare a vivere: adesso é un giovane risorto, un giovane sveglio, che ha riconquistato la capacità di pensare, di amare e di sognare, un giovane che d’ora in poi può partecipare a pieno titolo nell’incontro che si svolge nella “stanza del piano superiore”. La “stanza del piano superiore” è lo spazio dove viviamo in comunione con Dio: se riusciamo a portare tutto il giovane dentro questo spazio – ed evitare che stia per metà dentro e per metà fuori – l’avremo salvato dal sonno mortale. Perché chi vive davvero in questo spazio è libero dalle manipolazioni del mondo e trova nel contatto permanente con Dio la saggezza del discernere, la forza di continuare a lottare, amare e sognare contro ogni tipo di soporifero che l’Impero possa produrre. 

Paesi in libertà vigilata

In un libretto pubblicato nel 1991 per pochi intimi - e rivelato al grande pubblico solo pochi  mesi fa - il generale Jean scriveva: "Attraverso strumenti affinati di geo-economia il mondo industrializzato riesce ad avere i vantaggi delle ex-colonie senza occuparne i territori: attraverso manovre economiche, finanziarie, alimentari e influenzamenti politici dell'informazione".

Il Trattato di Libero Commercio (TLC) che gli Stati Uniti vogliono firmare con l’Equador ha precisamente questo scopo: avere tutti i vantaggi che può ottenere l’Impero da una relazione di tipo coloniale, senza assumere l’onere e i rischi – vedi il  caso Iraq – che implica l’occupazione militare di un territorio. Praticamente l’Impero sta dicendo: “Io vi lascio liberi, a condizione che adottiate la mia moneta (come è avvenuto in Equador, con la dollarizzazione),  a condizione che vendiate a me tutte le vostre principali  materie prime a un prezzo irrisorio, a condizione che permettiate alle mie banche di occupare finanziariamente il vostro paese, etc. Se farete tutto quello che vi diciamo, vi lasceremo liberi”.

Ma molti ecuadoriani – soprattutto gli indigeni – non sanno che farsene di una ‘libertà’ di questo tipo. E di fatto in questi giorni stanno organizzando marce di protesta in vari punti del paese, creando grossi ostacoli al traffico interno. Mentre scrivo, il Governo ha già dichiarato lo stato d’emergenza in cinque province, inviando l’Esercito: la situazione è molto critica. Ma tutto quello che chiedono gli indios è un referendum, con cui il popolo possa esprimere democraticamente la sua opinione a proposito del TLC, evitando di lasciare una decisione così importante per il futuro del paese unicamente nelle mani dell’Esecutivo, che tra l’altro è un Esecutivo molto debole, perché l’attuale presidente non è stato eletto dal popolo, ma è arrivato a coprire questa carica in seguito alla destituzione dell’anteriore presidente.

E non è solo l’Equador: si vorrebbero mettere tutti i paesi dell’America del Sud in una situazione di “libertà vigilata”. E se i paesi latinoamericani rifiutano questa ‘libertà’ di schiavi, e se rivendicano – come sta facendo il nuovo presidente della Bolivia, Evo Morales - il diritto di riappropriarsi delle proprie risorse naturali, l’Impero comincia a dire che è a rischio la stabilità del continente e preconizza gravi rischi per la democrazia. A me sembra chiaro che se davvero tutti i popoli dell’America Latina vorranno riprendere le redini del loro destino, ciò che traballerà non sarà la democrazia ma la prepotenza dell’Impero.  

L’abbraccio multiculturale

L’abbraccio è l’anelo umano – e l’anelo divino – più profondo. Tutti noi desideriamo il calore di un abbraccio, anche Dio lo desidera: per questo, quando vede arrivare da lontano il Figlio prodigo, “gli corre incontro e l’abbraccia” (Lc 15,20). Dio ha preparato una festa per celebrare quest’abbraccio con il figlio minore, ma il figlio maggiore – geloso – “non vuole entrare” (Lc 15,28). Per una mamma e un papà non c’é dolore più grande che quello di sentirsi rifiutati dal proprio figlio. Il figlio maggiore rinuncia all’abbraccio universale al quale lo invita il Padre, perché crede di avere maggiori diritti: pensa che solo lui ha il diritto a ricevere l’abbraccio paterno. Ma una mamma ama tutti i suoi figli; chiaramente, ama ogni figlio in maniera differente e unica: non si tratta di amare di più o di meno, ma di amare in una maniera diversa; ogni figlio richiede un’attenzione speciale, corrispondente al suo proprio modo di essere. L’abbraccio di una mamma è un abbraccio variegato e multiforme nelle sue manifestazioni d’affetto, ricco di risorse e possibilità inesauribili.

Così è anche l’abbraccio di Dio. E in effetti, l’abbraccio fra tutti i popoli è il destino che Dio ha previsto per l’umanità: “Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti: ad esso affluiranno tutte le genti (Is 2,2). E le genti si incontreranno per programmare politiche di pace (“non si eserciteranno più nell’arte della guerra”) e per “danzare insieme” (Sal 87,7). Danzare insieme significa che non c’è un popolo che sta in una posizione più alta e detta agli altri il passo da seguire, ma tutti insieme decidiamo e danziamo il passo.

Tutto ciò non si è ancora realizzato, perché a molti popoli non é viene riconosciuto lo status di "cultura". Commentava a questo proposito il grande poeta africano Leopold Senghor: “Da molti anni i popoli del Terzo Mondo preconizzano un “Nuovo Ordine Economico Internazionale”. Ma non ci sarà nessun nuovo ordine economico internazionale se prima non si realizzerà un “Nuovo Ordine Culturale Mondiale”. Tutte le conferenze Nord-Sud hanno fallito. E la ragione profonda di questo fallimento è che, animati da un disprezzo culturale difficile da dissimulare, i popoli ‘sviluppati’ non si sentono interessati a conoscere le culture dei paesi del Terzo Mondo: i neri, i gialli e i loro meticci, cioè i latinoamericani. Questa gente, pensano, non ha nessuna civiltà e nessuna cultura degna di questo nome”.

E così, quando guardiamo all’afroamericano solo come persona “necessitata di aiuto”, non stiamo rispettando la sua dignità, perché implicitamente stiamo dicendo che questa persona non ha  nulla da dare e tutto da ricevere. Ma di fronte a questo atteggiamento, Senghor replicava: “Noi neri vogliamo essere non solo consumatori ma anche produttori di cultura, perché questa é l’unica maniera possibile di essere”. Essere uomo libero significa, prima di tutto, essere produttore di cultura. Non sarà possibile nessun vero abbraccio fraterno fra le nazioni, e non sarà possibile realizzare nessuna vera giustizia, se non si riconoscerà ad ogni popolo la sua dignità di “produttore di cultura”.

Il pensiero “descolonial”

I Missionari afroecuadoriani hanno recentemente affermato: “Ci sono alcuni che pensano che per svilupparci economicamente dobbiamo abbandonare la nostra cultura e adattarci ai criteri che prevalgono in questa società postmoderna. In altre parole, per ‘liberarci’ a livello economico e sociale dovremmo smettere di essere quello che siamo, smettere di essere neri. Come Missionari Afroecuadoriani, affermiamo solennemente che non siamo interessati in una “liberazione” di questo tipo, mentre siamo interessati in una liberazione integrale che parta dal riconoscimento della nostra dignità umana e culturale come persone e come popolo”.

E su questo punto concordano molte altre persone di molti altri paesi: non solo in Equador, ma anche in Bolivia, Venezuela, Colombia, Perù e Brasile, si parla ormai apertamente di pensiero “descolonial”: si tratta di decolonizzare la società e la cultura, recuperando la saggezza ancestrale dei popoli indigeni, meticci e afrodiscendenti, e mettendola a disposizione di un processo culturale, spirituale, politico ed economico di resurrezione. Leonardo Boff dice che la maggioranza degli afroamericani non sono consapevoli del grande potenziale della loro cultura: recuperare la ricchezza di questo potenziale  è un servizio che si renderebbe a tutta l’umanità. Un elemento fondamentale di questo potenziale è la predisposizione degli afro all’abbraccio e alla comunione. 

La ragione-abbraccio

Diceva Senghor che mentre gli europei ragionano con la ragione-occhio, che vuole discernere e analizzare dettagliatamente cose e persone, gli africani ragionano con la ragione-abbraccio: in base a questo principio, io conosco un essere vivente quando lo posso abbracciare per captarne l’essenza profonda. E di fatto, nelle culture africane tradizionali, l’abbraccio era il principio che orientava la vita in tutti i suoi ambiti: politico, sociale e religioso. Ad esempio, commenta il grande poeta africano, “nella vita politica la spiritualità dell’abbraccio si manifestava nella partecipazione responsabile e democratica che coinvolgeva tutti i diversi gruppi professionali, anche quando si stava sotto un regime monarchico”.

Fu questa stessa ragione-abbraccio che permise agli afroamericani di resistere a tanti secoli di crudele schiavitù. A questo proposito, Senghor affermava: “La vera cultura implica un processo di radicamento e sradicamento; da un lato deve radicarsi nel più profondo della terra natale, nella sua propria eredità spirituale, ma dall’altro deve anche sradicarsi: aprirsi alla pioggia, al sole, e ai contributi fecondi delle altre civiltà”. Gli afroamericani conoscono molto bene questo doppio processo di “radicamento e sradicamento”: di fatto, se gli schiavi neri hanno potuto sopravvivere in America in condizioni tanto difficili, è grazie alla loro capacità di abbracciare nuove espressioni culturali senza dimenticarsi le radici più profonde della propria eredità spirituale.

In questo senso, si può dire che gli afroamericani hanno saputo sviluppare una loro cultura peculiare grazie a un processo di morte e resurrezione: morire e risorgere in un abbraccio multiculturale è ciò che gli afroamericani sanno fare meglio. La musica negro-americana, nell’incredibile varietà delle sue manifestazioni - samba, jazz, reggae, rap, salsa, etc. - è l’esempio più illuminante di questa capacità di entrare in comunione con altre culture per dare vita a una nuova sintesi. Oggi più che mai, l’umanità ha bisogno di tutta la ricchezza e la saggezza del potenziale della cultura afro. 

La Resurrezione dei Popoli

“América novia mía, tómame; entre tus brazos mulatos cíñeme(“America, fidanzata mia, prendimi; fra le tue braccia mulatte stringimi”), dice il testo di una famosa canzone di Patricio Manns.

Quello cui stiamo assistendo in America Latina in questi ultimi decenni è davvero un miracolo portentoso: popoli oppressi che sembravano essere stati schiacciati definitivamente e aver perduto tutte le proprie ricchezze, adesso rialzano la testa e risorgono, aprendo nuove prospettive di vita a tutta l’umanità.

Quest’abbraccio multiculturale cui da sempre anela il popolo nero - e che Dio ci presenta come meta ultima della storia dell’umanità - può adesso realizzarsi in maniera unica e speciale nelle “braccia mulatte” del continente americano, la cui vocazione specifica è il meticciato, il dialogo e l’abbraccio fra diverse etnie e differenti saperi ancestrali.

 “La libertad ha salido a navegar. Es hora de combatir y caminar”; cosí conclude la canzone di Patricio Manns: “La libertà ha preso il largo. È ora di combattere e camminare”. Tutti i popoli americani sono chiamati a recuperare e rivitalizzare le loro forze che sembravano sopite; tutti i popoli della Terra sono chiamati a svegliarsi dal sonno in cui voleva gettarli e incatenarli per sempre l’Impero. In altre parole, la Resurrezione non è solo un fatto individuale ma ha anche una valenza sociale e comunitaria; la Resurrezione è il destino che Dio ha previsto per tutte le genti e tutte le culture: siamo chiamati a risorgere in un abbraccio multiculturale che sará fonte di vita per tutti i figli di Dio, e che ci trasformerà tutti. Come dice san Paolo, “Ecco, io vi annunzio un mistero:… saremo trasformati tutti” (1Co 15,51). Tutti: anche coloro che vivono nel cuore di Babilonia.

In effetti, la sfida dell’incontro tra diverse razze e culture è ormai una sfida indilazionabile anche per chi vive in Europa o negli Stai Uniti. L’esperienza latinoamericana dell’abbraccio multiculturale potrà aiutare anche gli europei ad affrontare in maniera costruttiva questa ora decisiva e delicata della nostra storia.

Dal muro all’abbraccio

Purtroppo avviene spesso che – trovandoci in contatto con altre culture – invece di accettare l’abbraccio rispondiamo costruendo muri, come ha fatto il governo degli Stati Uniti, che hanno costruito una muraglia lungo tutta la loro frontiera con il Messico. Ma i poveri non si disperano: se i potenti costruiscono muri, loro trovano sempre il modo di passarvi sopra o sotto. Come mi ha detto recentemente un indigena, Noi poveri siamo maestri in saltare muri”.

Dobbiamo dunque uscire dalla logica perdente del muro ed entrare nella logica arricchente dell’abbraccio. Dal muro all’abbraccio: è questo il processo di conversione cui siamo chiamati in questo periodo di Quaresima soprattutto noi, cittadini del Nord del Mondo. Non è un processo facile, lo sappiamo, ma è un processo affascinante, che richiede pazienza, creatività e disponibilità a ‘risorgere’; ed é il processo che Dio ha previsto per il futuro dell’umanità.

Una Risurrezione planetaria

Per molti coloni europei il continente americano fu la Terra Promessa tanto agognata, la terra dove speravano ottenere quella libertà e quelle possibilità di sviluppo che non riuscivano a trovare in Europa. Pensiamo, ad esempio, ai puritani inglesi che – perseguitati in patria – poterono crescere liberamente qui in America; o pensiamo ai nostri emigrati italiani che qui trovarono un lavoro e un futuro che la madre patria non era in grado di garantirgli.

Purtroppo, ciò che per alcuni fu terra di libertà e nuove possibilità, per altri – ad esempio, per i neri – fu terra di schiavitù e di indicibili sofferenze. Ma non solo questo: come dice Juan Carlos, un Misionero Afro di Guayaquil, “l’America è anche la terra dove i nostri antenati hanno imparato a lottare per la libertà e dove hanno costruito un orizzonte nuovo e originale. Adesso noi, discendenti di quegli schiavi resistenti e creativi, siamo chiamati a portare a termine il loro sogno, che è anche il sogno di Dio: fare della nostra America la Terra Promessa - la terra della Libertà - per tutti i suoi popoli, e non solo per alcuni”.

Di fatto è qui in America – terra da molti secoli abituata alla convivenza di diverse razze e culture – che il progetto multiculturale dello Spirito trova il terreno più fertile. Ma poi sappiamo che questo stesso progetto Dio lo vuole realizzare anche in Europa, Africa, Asia e Australia.

L’antica Terra di Canaàn – schiava degli idoli - fu chiamata a rinascere e a risorgere come Terra di Israele, fu chiamata a riconfigurarsi in una maniera nuova, come terra dove si sarebbero realizzate le promesse di Dio al suo popolo schiavo in Egitto. Allo stesso modo, all’inizio del Terzo Millennio, l’intero Pianeta Terra è chiamato a risorgere e a riconfigurarsi come una grande Terra Promessa per tutti i popoli oppressi: terra di giustizia, amore, pace e fraternità per tutte le genti. Perché Dio disse al suo Servo Sofferente, schiavo in Babilonia: “È troppo poco che tu sia mio servo per ricondurre i superstiti di Israele. Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is 49,6). Questo Servo Sofferente – che i cristiani hanno sempre identificato con Gesù Crocifisso – è dunque chiamato a risorgere e a promuovere una resurrezione planetaria, fino all’estremità della terra. In altre parole, il Corpo di Cristo chiamato oggigiorno a risorgere in una nuova Terra Promessa è l’intero Pianeta: Dio sogna una grande resurrezione planetaria.

E per risorgere, il Pianeta deve liberarsi dalle paure e dalle politiche di morte che alimentano quelle paure. Perciò, prendiamo sul serio il problema dei cambiamenti climatici! Ma non per lasciarci schiacciare dal panico, bensì per cercare insieme a tutti gli altri popoli quali cambiamenti è necessario introdurre nella nostra vita e nel nostro sistema economico per garantire il rispetto dell’ambiente e assicurare un futuro sereno a noi e ai nostri figli.

Prendiamo sul serio il problema del terrorismo! Ma non per lasciarci coinvolgere in una spirale di violenza che vede nello scontro, nella vendetta e nel massacro apocalittico il destino inevitabile dell’umanità, bensì per riscoprire l’anelito alla pace presente in tutti i popoli, e per cercare insieme come stabilire relazioni di giustizia e fratellanza che taglino alla radice la possibilità che poveri disperati appoggino ideologie fanatiche e omicide.

Prendiamo sul serio il problema della fame di tanti popoli! Ma non per offrire semplicemente alcuni palliativi che si limiterebbero a tappare qualche buco, bensì per ripensare e riconfigurare completamente una economia di comunione a livello planetario.

Tutto questo per noi cristiani non dovrebbe essere un sogno facoltativo – o il ‘pallino’ di qualche frate eccentrico – ma una passione e una missione obbligatoria: se non ci crediamo noi nel progetto di Resurrezione di Dio, chi dovrebbe crederci? 

Progetto Resurrezione

Mai come prima d’ora l’umanità si è trovata di fronte ad un bivio e ad una scelta epocale: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene da un lato, e la morte e il male dall’altro” (Dt 30,15). Generalmente, si è sempre data un’interpretazione individualista e intimista ai due cammini che il Signore ci pone davanti, nel senso che ogni persona è chiamata a decidere se indirizzare la propria vita personale in un cammino di vita o in un cammino di morte.

Ma adesso è l’umanità nel suo insieme che é chiamata a compiere questa scelta. Sappiamo che ci sono forze e poteri economici che danno già per scontato che il Pianeta Terra è destinato a morire, e che non è possibile farlo risorgere; per cui, pensano, tanto vale sfruttare le ultime cose che ancora si possono sfruttare, senza pensare alle conseguenze.

A questo Progetto-Morte dobbiamo contrapporre un Progetto-Resurrezione, che si basa sulla fede che Dio non abbandonerà questo mondo e questa umanità per cui ha dato la vita: il nostro Pianeta – creato da Dio – è constitutivamente predisposto alla resurrezione. Come dice san Paolo, tutta “la creazione… nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione” (Rm 8,19-21). Tutta la creazione, e dunque anche tutto il nostro Pianeta, anela a realizzare il suo destino: risorgere.

 Il diritto di giocare

Il Salmo 87 ci informa che il destino finale che Dio ha previsto per tutti i popoli è la danza e il canto: “Il Signore scriverà nel libro di tutti i popoli: “Ognuno di voi è mio figlio”. E danzando i popoli canteranno: ‘Sono in Te, Dio, tutte le mie sorgenti’ ”.

Danzare e cantare con il Signore: perché? Per giocare e divertirci un po’ con Lui.

Nella religiosità degli indios quechua, come mi ha spiegato Tata Mariano, è molto importante l’elemento ludico; ed è per questo che festeggiano il Carnevale in un modo tutto speciale: “Per noi indios il Carnevale ha un significato anche religioso: é il tempo della festa, della gioia dello spirito. E così in questo periodo, quasi ogni giorno, andiamo a raccogliere fiori e poi entriamo in Chiesa per buttarli addosso ai santi, per giocare un po’ insieme a loro liberamente, al di fuori degli schemi del rito. Sì, perché anche i santi hanno il diritto di giocare e divertirsi”.

E anche i popoli dell’America, anche i popoli oppressi di tutto il nostro Pianeta hanno il diritto di giocare, di poter far festa e vivere liberamente, al di fuori della logica di schiavitù e di morte che l’Impero vorrebbe imporre alla Terra. Il nostro augurio e la nostra preghiera è che si possa celebrare presto questa danza di resurrezione e questo abbraccio fra tutti i popoli.

 

                                                Fratel Alberto Degan

 


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