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don Andrea Santoro

“Prima di scrivere ho pregato,
per poter dire quello
che il Signore vuole che
dica
e qualcosa che sia utile a tutti
secondo le necessità di ciascuno”
don
Andrea Santoro, 27 aprile 2001 

Indice:


La vita

Andrea Santoro nasce a Priverno, in provincia di Latina nel 1945, da papà Gaetano, muratore, e da mamma Maria. E' il terzo di tre fratelli. Nella città natale rimane fino al 1955, quando con la famiglia si trasferisce a Roma, nel quartiere popolare del Quadraro. Resterà però con la famiglia per soli altri due anni, visto che nel 1957 entra in seminario. Gli anni della formazione, in cui costruisce un importante rapporto con Mons. Vincenzo Paglia, attuale vescovo di Terni coincidono con la grande stagione conciliare, ed anche l'istituzione del seminario vive un  momento di discussione interna. In questi anni il giovane Andrea si esprime come uno degli elementi che ricercano un sempre maggior dialogo con l'esterno (studia la chitarra e l'inglese), ma al tempo stesso persegue una marcata radicalità evangelica, è molto esigente con se stesso. Per questo sceglie come suo confessore l'austero Mons. Proja.
Il 18 ottobre 1970 riceve dalle mani di Mons. Ugo Poletti l'ordinazione presbiterale. I primi mesi di servizio li vive nella parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro ad duos lauros, al Casilino. Si trattava di uno dei quartieri più degradati della capitale: ben 5000 persone vivevano in baracche, con situazioni drammatiche per quanto concerne l'igiene e il degrado sociale, con una forte presenza di prostituzione.
Dal 1971 al 1980 presta la sua opera nella parrocchia della Trasfigurazione, nel quartiere Monteverde, come viceparroco. La Trasfigurazione, dove operava il gruppo dei laici de “La tenda”, si caratterizzò per essere un vero laboratorio di sperimentazione ecclesiale, in anni in cui tutta la chiesa romana si interroga sulle proprie condizioni. In particolare, l'esperimento più significativo è quello dell'organizzazione di piccole comunità che si riuniscono settimanalmente, guidate da un laico coordinatore, principalmente per la lettura della Bibbia. Presto, per evitare il rischio di una chiusura, le comunità vengono investite di alcuni servizi: dall'animazione liturgica durante la messa ad alcuni impegni in campo socio – assistenziale (doposcuola, aiuto agli anziani e ai disabili). Inoltre viene riformata la catechesi in vista dei sacramenti, utilizzando il modello proposto da Don Milani. In tutto questo, Don Andrea porta la sua profonda spiritualità (che in questi anni rivolgerà soprattutto ai bambini) e la sua passione per la Bibbia, che lo accompagnerà per tutta la vita. Ma il giovane sacerdote si spende anche in campo sociale, presenziando alle riunioni dei comitati di  quartiere e attivandosi in iniziative più estemporanee, come l'ospitalità offerta a un gruppo di madri di Desaparecidos argentini nel 1979, che lottavano per avere notizie dei loro cari fatti sparire dal regime militare al potere dal 1976. Per Don Andrea, questo è un segnale: come comunità di credenti, la parrocchia deve vivere la particolare declinazione della fede che è la memoria, come attenzione alla realtà, vicina o lontana.
Questi impegni, però, non soddisfano pienamente Don Andrea, che alla fine degli anni Settanta appare inquieto e desideroso di un momento di riflessione. Così, di fronte alla proposta dell'assunzione di un incarico come parroco, il sacerdote romano esprime al richiesta di poter passare un periodo in Terra Santa. Emerge una sete di essenzialità, di riscoperta delle origini della fede. Raggiunge il Medio Oriente con un viaggio in autostop, e vi si fermerà per sei mesi, che descriverà così “era un tempo in cui cercavo di fare chiarezza nella mia vita. Cercavo un luogo dove scendere alle radici del mio cuore e delle ragioni della vita. Cercavo una vicinanza con Dio e credevo di poterla trovare dove Dio aveva cercato una vicinanza con noi. [...] Cercavo un luogo in cui “abitare con Dio” e avere il tempo per ascoltarlo, per parlargli, per capirlo, per farmi prendere in custodia da lui”. Don Andrea ripercorre i luoghi della vita di Gesù, da Gerusalemme risalendo verso Nazareth, uno dei luoghi che amò di più, in cui, rileggendo l'esperienza dei primi trent'anni di Cristo, matura l'idea che sia possibile per tanti intridere di santità anche la quotidianità, sottomettendosi di continuo alla volontà di Dio. Sempre in Palestina entra anche in contatto con la comunità della Piccola Famiglia dell'Annunziata stabilita a Gerico. Si tratta dell'ordine monastico fondato da Don Giuseppe Dossetti. Un contatto forse non casuale, al punto che si ipotizza che Don Andrea abbia per qualche tempo considerato l'ipotesi di aderire alla vita monastica, ma che poi lo stesso Dossetti lo rimettesse all'obbedienza al vescovo di Roma.
Fu così che, dopo alcuni mesi nella vecchia parrocchia della Trasfigurazione, nel settembre 1981 Don Andrea è inviato nella parrocchia, di recente costituzione, di Verderocca. La parrocchia è stata fondata per accompagnare la crescita di questo quartiere, in forte espansione, ed all'inizio è priva di tutto, anche di una chiesa. Don Andrea ha modo di sperimentare un modo quasi missionario del fare il parroco: vive in un appartamento, incontra la gente per strada, la visita in casa. Prima di un edificio serve una comunità. Ed è la comunità che accoglie i primi passi del cammino parrocchiale, mettendo a disposizione locali condominiali e appartamenti per le celebrazioni, le catechesi, le attività parrocchiali. Insieme a Don Andrea, negli anni si può dire che cammini anche l'Eucaristia: dai saloni agli appartamenti, dalle scuole ad un tendone, per sette anni, fino al 1988. E' in quell'anno che intraprende la costruzione di una Chiesa, intitolata a Gesù di Nazareth, nel cui progetto fa inserire anche un piccolo “eremo”, a disposizione di chi, nella comunità parrocchiale, avesse avuto desiderio o bisogno di spazi di silenzio e meditazione. E, poco lontano, due locali per persone in difficoltà, e un magazzino per la raccolta di generi alimentari e di conforto.
L'azione di Don Andrea nella comunità di Verderocca prosegue fino al 1993, anni importanti, segnati da eventi come la visita del S. Padre Giovanni Paolo II, e da tante iniziative sociali e comunitarie. Dopo il distacco da quest'opera, sceglie di trascorrere altri cinque mesi in Medio Oriente. Nel 1994 viene trasferito nella parrocchia dei santi Venanzio e Filippo, non distante da S. Giovanni in Laterano. Una parrocchia importante, marcatamente segnata dal cammino neocatecumenale. Pur apprezzando tale risorsa, il nuovo parroco preme affinché la comunità si apra a varie esperienze, mostrandosi come luogo aperto e accogliente per tutte le sensibilità. Riprende, insomma, quello stile missionario che già lo aveva caratterizzato nei primi anni di Verderocca. Così, apre spazi della parrocchia al movimento fondato da una giovane, Chiara Amirante: l'organizzazione si chiama “Nuovi orizzonti”, e rivolge la sua attenzione alle povertà urbane e all'evangelizzazione di strada. Non è forse casuale che dia a disposizione i locali sottostanti la chiesa, come a sottolineare il legame tra Eucaristia e fratellanza, solidarietà. E, come a Verderocca, crea la cappella di San Venanzio, come spazio dedicato esclusivamente alla preghiera. Nuova, nell'azione pastorale, è invece l'attenzione ai temi dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso.
Quest'apertura verso l'altro è indice della sua crescente sete di partenza per la missione, inizialmente poco compresa dai suoi superiori. Il permesso agognato da Don Andrea giunge nel 2000, quando il Card. Ruini gli consente di partire per l'Anatolia, per un triennio, quale sacerdote fidei donum.
In un'intervista del 2004, spiegava così la sua scelta:

 “Io dico sempre: «la fede è partire». Senza la disponibilità a partire non c'è la fede. E partire  vuol dire mettersi in un cammino in cui Dio sempre più ti si manifesta, in cui tu sempre di  più lo incontri, sei da lui riempito e svuotato, e sempre di più diventi una benedizione per gli  altri. La disponibilità a misurarsi faccia a faccia in una relazione con Dio, dove Lui prende le  redini della tua vita, dove l'incertezza che ti viene da Dio è preferibile alle certezze che che  vengono da te

E' interessante anche osservare come Don Andrea interpreti il suo invio anche come mezzo per creare un legame tra la Chiesa di Roma e la Chiesa turca:

 “Sento questo invio come uno scambio: noi abbiamo bisogno di quella radice originaria  della fede se non vogliamo morire di benessere, di materialismo, di un progresso vuoto e  illusorio; loro hanno bisogno di noi e di questa nostra Chiesa di Roma per ritrovare slancio,  coraggio, rinnovamento, apertura universale

Proprio per questa ragione, prima di partire fonda un'associazione dal significativo nome di “Finestra per il Medioriente”, che, attraverso pubblicazioni, incontri e pellegrinaggi, favorisca lo scambio di esperienze tra Roma e la “culla” delle fedi.

La prima destinazione di Don Andrea è Urfa, città anche nota come Ur dei Caldei e poi Edessa; un vero crocevia di culture e religioni, dall'ebraismo, all'islam, al cristianesimo. E' anche la città da cui, secondo la tradizione, partì Abramo. E' proprio per queste ragioni che la città è scelta dal sacerdote italiano, in accordo col vicario apostolico d'Anatolia. I primi mesi in Turchia sono segnati dai primi contatti con la gente e le autorità, civili e religiose, ma anche da un percorso personale di cambiamento, legato alla nuova situazione in cui Don Andrea si è calato:

 “C'è tanto da togliersi di dosso! E' un'operazione lunga, complessa, dolorosa e lenta, anche  se semplice; prima di lavare i piedi agli altri bisogna spogliarsi di quello che uno si porta  dietro e a cui è abituato e indossare un abito nuovo: il grembiule del servo

In questa prima esperienza si muove attraverso tre direttrici: la vita quotidiana tra la gente; la carità, con un'attenzione particolare alle famiglie povere; il contatto con le comunità cristiane di tutto l'est Turchia. Nel 2001, dopo quasi un anno di permanenza, la sua presenza si fa più visibile, con l'apertura della Ibrahimin evi, ovvero della “Casa di Abramo”: la sua abitazione, ma anche un luogo di dialogo, di incontro, di studio, preghiera, accoglienza verso i poveri e i gruppi di pellegrini.
In questo periodo, alterna la vita ad Urfa con lunghi periodi ad Istanbul, per dedicarsi, con grande fatica e uguale costanza, allo studia della lingua turca.
Nel 2003, allo scadere del primo triennio di impegno, il mandato viene confermato con una piccola modifica: pur mantenendo contatti e presenza in Urfa, gran parte della missione di Don Andrea dovrà svolgersi a Trabzon, Trebisonda, città portuale sulla riva del mar Nero. La vivacità economica della città richiama molti immigrati ed alimenta anche un terribile traffico di prostitute, una realtà che Don Andrea prenderà molto a cuore. Nel contempo lavora per sistemare la chiesa, dedicata alla Purificazione di Maria e Presentazione al Tempio, trovando occasioni di attrito con le autorità locali, che portano Don Andrea a precise prese di posizione sulla laicità dello stato e sulla libertà religiosa in Turchia. Ugualmente interlocutori sono i rapporti con la gente: superata presto un accusa di proselitismo “a suon di quattrini”, Don Andrea si trova ad accogliere e guidare il cammino di un piccolo gruppo di giovani che si avvicinano al cristianesimo. Ancora, ai rapporti di buon vicinato fanno riscontro episodi di intolleranza.


Si accennava poco sopra al problema della prostituzione: con l'intensificarsi della sua presenza a Trabzon, Don Andrea entra sempre più in contatto con la realtà delle tante donne, soprattutto armene e georgiane, costrette a vendersi a causa delle precarie condizioni economiche. La sua è una presenza silenziosa, quasi invisibile, come nascosta sarà la via Crucis del 2003, che sceglierà di celebrare proprio nel quartiere a luci rosse. L'impegno a favore di queste donne lo spinge anche ad alcuni viaggi in Modavia e Georgia, affiancato da una volontaria laica, Loredana Palmieri.

Giungiamo così all'epilogo di questa storia: il 5 febbraio 2005, mentre stava pregando nella sua chiesa, Don Andrea è stato ucciso a colpi di pistola da uno sconosciuto.
Le cause dell'uccisione sono tuttora discusse: si è pensato ad una ritorsione della criminalità legata alla prostituzione, oppure ad un'azione legata al mondo fondamentalista islamico (siamo nel periodo di tensioni suscitate dalle vignette su Maometto). Altri, infine, propendono per un legame con il nazionalismo turco di destra.
Quello che resta è la testimonianza di questo sacerdote romano, animato da una “santa inquietudine”, ma soprattutto desideroso di camminare nella fede, insieme a quelli che, via via, sono stati i suoi compagni. E, forse, non è un caso che sul suo comodino fu ritrovato un testo di "Robert Royal: I martiri del ventesimo secolo".

Uomo di Dio

“Il figlio dell’uomo infatti non è venuto
 per essere servito,
 ma per servire e dare la propria vita
 in riscatto per molti” (Mc 10, 45)

Leggendo le sue lettere, le sue parole sono cariche di forza e di spirito, uno spirito fortificato nel corso della vita e nella preghiera costante con Dio, un uomo appassionato degli uomini.
Cercava la pace, ma la pace vera. Quella che con le parole non è sempre possibile capire fino in fondo. E lui ce la metteva tutta a renderla il più concreto possibile e alla fine c’è riuscito. Con la sua morte ha dimostrato di essere un autentico uomo di Dio.
Aveva una fede molto profonda, che gli dava la forza di affrontare le sfide che la vita aveva in riserbo per lui. Scrive il 21 gennaio 2001:
In noi abita Colui che ogni giorno ci fa nuovi anche se noi ogni giorno ci ritroviamo vecchi. Vi invito ancora una volta a continuare il vostro cammino di fede o ad iniziarlo. Il Signore si fa trovare da quelli che lo cercano. Vi invito a non temere i silenzi di Dio o le sue prove. A non temere i tempi lunghi e le attese. Vi invito a contare su vere amicizie e sulla fraternità di vere, piccole comunità, carità nell'accoglienza reciproca e nel perdono. dove insieme si portano i pesi, insieme si cerca la volontà di Dio, insieme si vive la sua Vi invito a credere che il Signore ha un disegno per ognuno di noi e che ognuno di noi ha un posto nei suoi disegni sul mondo. Vi invito a mettervi a servizio del suo amore. Vi invito a credere nel mistero di luce e di povertà che è la chiesa.”

Il mandato per la Turchia e il suo SI


Roma fine Maggio 2000

Dio chiama ad ogni momento
 dove sei e in quello che fai.
 Ed è lì, non altrove,
 che bisogna rispondergli
”. 
                                     (1971 – lettera ai genitori)

Carissimi,
come sapete lascio la parrocchia l’11 giugno e parto per il Medio Oriente, esattamente per la Turchia, nella zona di Urfa-Harran nel sud-est.
 Anzitutto ringrazio Dio per questi sei anni che mi ha concesso di passare con voi: molto ho ricevuto, molto ho maturato. Sento il bisogno di chiedere perdono per tutte le mie inadempienze, per tutti i miei limiti e le mie fragilità. Soprattutto a chi si fosse sentito particolarmente ferito e offeso. Poi ho sentito il bisogno di dire grazie: ai miei confratelli sacerdoti con cui ho pregato, gioito, sofferto e lavorato; ai malati, ai bambini, ai poveri che mi hanno mostrato la piccolezza e la potenza di Gesù; ai giovani che mi hanno permesso di cogliere con loro il soffio rinnovatore dello spirito; agli adulti che mi hanno concesso la loro amicizia e il loro sostegno; agli anziani che mi hanno fatto poggiare sulle loro spalle antiche. Ringrazio quanti hanno collaborato in parrocchia a tenere accesa e trasmettere la lampada della fede, a far crescere la comunità, ad accendere il fuoco di Gesù nel quartiere. Ringrazio quanti non ho conosciuto perché mi hanno concesso di vivere accanto a loro e di amarli anche se a distanza. Quando a messa, alzando il calice del sangue di Cristo, dicevo «questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati», in quel tutti comprendevo proprio tutti, nessuno escluso.[…] Il seme, come diceva Gesù,cresce solo se scompare e muore sotto terra. Conto sulla vostra preghiera e su una comunione che potrà continuare anche se in modi diversi.

 

I cristiani e l’incontro con la cultura e la religione turca

“Sono qui per abitare in mezzo a questa
 gente e permettere a Gesù di farlo
 prestandogli la mia carne”.

                             18 gen-1feb 2004

Uno dei doni che riteneva più grandi appena arrivato a Urfa è stato quello di studiare la lingua turca. Una lingua complessa e con tanti particolari, ma “una lingua non è fatta soltanto di parole. Dietro una lingua c'è l'anima di un popolo: la sua storia, la sua esperienza, il suo modo di affrontare la vita, la sua mentalità, la sua logica. Se non si coglie questo si fa fatica a capire  e ci rimane estranea, ostile, indifferente.”
“Come diceva un monaco del deserto egiziano: Dio ci ha dato due orecchie e una bocca. Per capire infatti è più importante ascoltare che parlare. E questo vale sia per capire Dio che per capire gli uomini. Immaginate se avessimo due bocche e un orecchio!”

Alle persone che manifestavano una grande paura dei musulmani, lui rispondeva così: “Gesù ci ha detto di non avere paura di nulla. Solo di una cosa bisogna avere paura: di non essere cristiani, di essere, come diceva Gesù un sale senza sapore, una luce spenta o un lievito senza vita. I cristiani per secoli hanno affrontato i pericoli del mondo senza paura e il mondo è cambiato. Poi hanno cominciato ad avere paura e hanno impugnato la spada con cui Pietro tagliò l'orecchio alla guardia venuta per catturare Gesù. Gesù rispose così a Pietro: rimetti la spada nel fodero, perchè tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada. E aggiunse: pensi che io non potrei pregare il Padre mio, che subito mi darebbe più di dodici legioni di angeli? San Giovanni Crisostomo nel IV secolo qui in Turchia diceva: il Cristo pasce agnelli. Finchè saremo agnelli vinceremo, quando diventeremo lupi perderemo. Così è stato in questa parte del mondo dove il cristianesimo è sfiorito. Solo uno spirito di agnelli lo farà rifiorire. Se dimentichiamo le parole di Gesù: rimetti la tua spada nel fodero e amate i vostri nemici, anche noi sfioriremo.”

Lettere dalla missione

Urfa-Harran, 30 Maggio 2002

Carissimi,
 abbiamo ancora gli occhi e il cuore pieni di quanto abbiamo visto in un giro da tempo programmato nell’est della Turchia (il profondo sud di una volta in Italia). L’intento era di capire meglio la realtà particolare che viviamo ad Urfa e la storia recente d’inizio secolo che ha segnato questa vasta zona che va da Urfa fino ai confini con l’Iran, l’Iraq, la Siria e l’ex Unione Sovietica.

Anzitutto ci siamo convinti ancora di più della varietà di questa terra chiamata Turchia. Una diversità di natura, di arte, di culture, di popoli. Una diversità che fa la sua ricchezza e il suo interesse ma anche la sua complessità e in certi casi la sua problematicità.

Dal punto di vista naturalistico abbiamo visto delle bellezze che ci hanno incantato. Valli, gole, pianure, colline, montagne ancora innevate, laghi, praterie, fiumi, piante e fiori d’ogni tipo. Un vero regalo di Dio, un’impronta della sua creazione, una goccia della sua bellezza. Chi non ha visto questa parte della Turchia non può dire di aver visto la Turchia.

Dal punto di vista artistico abbiamo visto splendidi monasteri e chiese disseminate ovunque. Vi si legge la fede, l’amore e il genio spirituale delle numerosissime comunità cristiane che una volta le abitavano. Molte di queste chiese sono ridotte in rovina, altre difficilmente accessibili se non a prezzo di ricerche pazienti e di tragitti a piedi. La presenza e lo splendore di queste chiese contrasta con l’assenza e l’oblio dei cristiani che fino ai primi decenni di questo secolo vi abitavano numerosissimi.
Nella popolazione attuale abbiamo trovato un ricordo pieno di simpatia, di stima e anche di nostalgia dei tempi della loro presenza: un segno di una convivenza riuscita e ancora possibile. Ci siamo convinti ancora di più che la diversità, se accettata e amata è ricchezza e stimolo reciproco, fonte di scambio e di collaborazione. La diversità se vissuta nel rispetto della vita, altrimenti genera estraneità, isolamento, insofferenza o odio.

 Ci ha colpito l’intensa atmosfera spirituale, riflessa nella sua architettura e nella sua decorazione, di una moschea di Malata. L’invito alla preghiera saliva al cuore appena entrati. Era come un piccolo cielo in terra.

Abbiamo attraversato città e villaggi abitati pressoché totalmente da curdi. Sempre abbiamo trovato affabilità e accoglienza. Abbiamo visto la loro laboriosità, il calore delle loro famiglie, la semplicità della loro fede, l’amore alla terra che abitano, l’anelito a condizioni di vita migliori pe i loro figli, la loro cultura, la loro storia. Abbiamo letto negli occhi di molti molta tristezza. Non si lascia volentieri, ci dicevano alcuni giovani, la propria terra amata, bella, potenzialmente ricca, culla dei propri padri, ma con la sofferenza nel cuore e spinti dalle necessità.

Pur senza vederlo con gli occhi abbiamo toccato quasi con mano e sentito nell’aria la tragedia che al finire dell’impero ottomano (inizio di questo secolo) ha toccato le popolazioni, quelle cristiane in particolare, di questa immensa zona. Tragedie della complicata matrice politica, militare, economica, culturale, religiosa che ha portato odio e morte e aperto ferite ancora oggi da rimarginare. A centinaia di migliaia sono state le vittime. Alcuni, veri e propri martiri della fede. Da una parte e dall’altra è scorso molto sangue. Migliaia e migliaia di famiglie sono emigrate. Ad una delle poche rimaste, nella zona di Tur Abdin, abbiamo chiesto: ma perché ve ne siete andati da questa terra così bella? «Bella?» Ci hanno risposto. «Ma questo è un paradiso! Non l’avremmo mai lasciata se non spinti da necessità più grandi di noi.» Nessuno è senza colpa. Ognuno porta con sé le sue responsabilità, le sue ragioni, i suoi torti, le sue innocenze. Dio, unico testimone imparziale di tutto, è proprio lui che invita i suoi “servitori”(come dicono i musulmani) e i suoi “figli” (come dicono i cristiani) a cercare l’uno il bene dell’altro, ad aprirsi l’uno ai diritti dell’altro, l’uno alla riconciliazione con l’altro. Come condividiamo in Dio l’unica fonte di grazia, di misericordia e di provvidenza così siamo chiamati nel suo nome a condividere gli spazi per la fede, la vita, e l’avvenire di ognuno.
Facile? Niente affatto. Ma possibile.
A partire da queste osservazioni vorrei trarre qualche conseguenza.
C’è bisogno di riseminare la presenza cristiana in queste terre, una presenza che renda visibile il volto mite, umile, amoroso di Cristo. Una presenza affidata a minuscole comunità di persone singole e famiglie che parlino solo il linguaggio della preghiera, dell’amore di Dio, del lavoro quotidiano, dell’amore vissuto in fraternità, della bontà spicciola verso tutti, dell’amicizia semplice e generosa verso i vicini, dell’umile dialogo quotidiano, della testimonianza vera e trasparente di Colui che abita nei nostri cuori.

C’è bisogno di chi creda profondamente nel dialogo, nell’unità e nella comunione e se assuma, corpo e anima, il peso e la fatica. C’è bisogno di cercare vie per parlarsi, conoscersi, capirsi. La tentazione di stancarsi, di isolarsi, di rinchiudersi nel proprio mondo è forte.

C’è bisogno che in Europa gente come voi sia disposta a capire questo mondo così diverso dal nostro, questi vasti e vari popoli che compongono il Medio Oriente, queste realtà musulmana, ebrea e cristiana che qui vivono gomito a gomito, ma che sempre più si ritrovano accanto anche nelle nostre nazioni europee. Bisogna essere disposti ad amare, a pregare, a entrare nel cuore sofferente di Dio che geme per i suoi figli divisi.

Infine c’è bisogno, per noi cristiani, di guardare a Cristo e di seguire Lui. Gesù ce l’aveva detto: «chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca». Tutto passa: solo la santità attraversa i secoli e rischiara il mondo. Solo l’amore rimane. Si tratta in definitiva di cominciare a ridiventare semplicemente cristiani.

Che il Signore ci illumini tutti e crei in noi ciò che è conforme alla sua volontà. Vi chiedo di pregare sempre come noi facciamo per voi. Soprattutto vi chiedo la mezz’ora di adorazione il giovedì: una piccola finestra di preghiera perché Dio apra finestre tra i suoi figli. Vi rinnovo l’invito a venire e vedere. Con affetto vi saluto e vi auguro buon’estate.
Allah bereket etsin (che Dio vi dia con abbondanza i suoi doni e la sua grazia),
don Andrea

Urfa-Trabzon, 26 febbraio 2003

Carissimi,
  non so se quando vi arriverà questa mia lettera avrà prevalso l’accordo e quindi la pace e se avrà prevalso lo scontro e quindi la guerra. Proprio di questo vorrei parlarvi, ma con gli occhi di un cristiano. Non ho l’intento, né la capacità di farlo con gli occhi di un politico o di un esperto culturale o di uno che ha scopi umanitari. Tutte cose importanti e doverose. Ma lo sguardo del Vangelo va molto al di là. Voglio farlo attraverso due fatti della nostra cronaca locale di questo periodo. Mi aiuteranno a spiegarmi un po’ meglio.

Tra il 10 e il 14 febbraio abbiamo vissuto la festa musulmana del Kurban bayram. Giorni di grande festa paragonabili al nostro Natale o della nostra Pasqua. Kurban Bayram significa “festa del sacrificio”. Ho chiesto all’imam della moschea vicina: “qual è il significato del sacrificio degli animali?”. “Tre significati”, mi ha detto, “adorazione e ringraziamento a Dio, memoria della fede di Abramo, condivisione con i poveri(un terzo dell’animale ucciso infatti viene dato ai poveri, un terzo ai parenti più poveri, un terzo rimane all’offerente)”.
  Il Corano riassume tutto questo dicendo: «Non sale a Dio la carne e il sangue dei vostri animali ma “la vostra pietà”». Il sacrificio conclude la festa del pellegrinaggio alla Mecca: con il gesto di uccidere un animale (in genere un agnello) i pellegrini esprimono l’obbedienza e la piena sottomissione a Dio, il desiderio di ricalcare le orme di Abramo e la solidarietà con i poveri. Una famiglia ci ha chiesto: «Voi non offrite il sacrificio?»ho risposto: «sacrificio è il nostro cuore.» Sono rimasti sorpresi e hanno espresso piena approvazione. Mi sono ricordato di quello che Gesù dice nella lettera agli Ebrei: «Padre non hai voluto né offerta né sacrificio, ma mi hai dato un corpo. Per questo ho detto: vengo o Padre a fare la tua volontà». Il nostro agnello è Gesù. Il nostro agnello è la nostra vita unita a Lui. Il nostro agnello è «amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze e amare il prossimo come noi stessi». Il nostro agnello è dare la vita per i prori nemici. Gesù ci ha liberato dagli obblighi della “legge”, anche la più santa, rivelandoci l’amore gratuito di Dio e introducendoci con la sua grazia nella legge dell’amore, che è donarsi senza misura.

Ma è davvero così o, come dice Isaia, siamo un popolo che «onora Dio con le labbra ma il suo cuore è lontano da Lui?». Se la nostra vita (nella concretezza dei nostri corpi e delle nostre anime) non è un’offerta viva, santa, gradita a Dio, se non è un vero culto spirituale di amore, di giustizia, di verità, di castità, di misericordia, di mitezza, di umiltà, di perdono, di servizio, di sacrificio di noi, di assunzione dei pesi dei nostri fratelli, di condivisione con essi dei nostri bene materiali e spirituali, allora siamo trovati menzogneri davanti a Dio e davanti agli uomini. Nessuno potrà riconoscerci come «coloro che seguono l’agnello» ma saremo trovati lupi tra i lupi.

I nostri fratelli musulmani offrono un agnello, come gli ebrei nell’Antico testamento, perché pur venerando Gesù come un profeta e un santo non riconoscono in Lui “l’agnello immolato” per la salvezza del mondo. Proprio noi invece, che crediamo “nell’agnello immolato”, dovremmo “immolarci” ogni giorno con Lui per risollevare il mondo dalle sue miserie, guarirlo dalle sue sofferenze e dai suoi peccati, ricondurlo al Padre. Dovremmo accettare perfino di essere uccisi ma mai di uccidere. Qui sta la logica cristiana contraria alla guerra: Gesù non dichiarò guerra ai suoi nemici ma si offrì in sacrificio per essi. Gesù morì per Pilato, per Giuda, per l’imperatore di Roma, per i soldati che lo flagellarono, per quelli che lo coronarono di spine, per quegli altri che gli piantarono i chiodi nelle mani e nei piedi, per quello che gli trafisse il costato, per la folla che lo insultava, per i capi del popolo che lo schernivano, per gli apostoli che lo abbandonarono, per i due ladroni che morivano al suo fianco, per il centurione che eseguì la sua condanna a morte, per Erode che si fece beffe di Lui. Con questa sua morte Gesù dichiarò guerra all’odio, alla vendetta, allo spirito di possesso e di dominio, all’arroganza, alla ricerca del prorio piacere e del proprio tornaconto, alla superbia e all’adorazione di sé, alla vanità e a ogni altro genere di vizio. Offrì il suo dorso portando il peso di tutti. Si fece l’ultimo e il servo di tutti. San Paolo dice che queste cose «nessun orecchio mai le ha udite, nessun occhio mai le ha viste né alcun pensiero umano le ha mai pensate. I dominatori di questo mondo mai le hanno potute immaginare. Queste cose, le ha pensate Dio per coloro che ama». Queste stesse cose non sono comprensibili e pensabili neanche oggi: non c’è in esse logica politica, economica, diplomatica o umanitaria.

C’è una logica che non è di questo mondo e che si rinnova ogni giorno quando alla messa diciamo: «questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi […] questo è il mio sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati». Aggiungendo: «fate questo in memoria di me», Gesù voleva dire: questo sono io, non lo dimenticate. Io sono Colui che ama chi non è degno di essere amato. Sono Colui che come un agnello innocente lava nel suo sangue le colpe degli altri, sono il servo che si china a lavare i piedi di tutti. Per questo sono vincitore. Dicendoci: «prendete e mangiate [..]prendete e bevete..», Gesù ci invita ad accostarci al suo amore, a nutrirci di esso, ad assorbirlo, a viverlo, a convertirci ad esso, a lasciarci trasformare da esso fino a dare la vita per i nostri fratelli, fino a morire per quelli che ci fanno del male. Ci invita a fare di Dio la nostra ricchezza abbandonando ogni altro idolo.

Don Andrea si lascia toccare dal cuore della gente, vive ogni visita come una benedizione.

“Sono contento. Mi nutro di preghiera, di Parola di Dio, di Eucaristia e della semplice vita comune che conduciamo tra noi. Cerco di volere bene e di farmi voler bene. Cerco di essere la presenza, per quanto povera e inadeguata, di Gesù. Cerco di essere, insieme a quei pochi che si riconoscono in Gesù, un piccolo virgulto di Chiesa. Cerco di essere una piccola finestra di luce. Attendo chi il Signore vuol mandare e i segnali della sua volontà. Il resto lo farà Lui…è lui che conta, i nostri piani valgono ben poco. Anche i nostri peccati non lo turbano se glieli consegniamo con umiltà e pentimento, insieme alle sofferenze quotidiane e alle fragilità di ogni tipo.”

 

PREGHIERA ALLA MADONNA DEL MANTO

«Ecco tua madre» mi disse Gesù

quando ero con te sotto la croce.

Allora Maria permetti che ti preghi così:

«Madre mia portami nel tuo cuore,

prendimi per mano,

donami quel latte santo con cui allattasti Gesù,

tienimi sotto il tuo manto

come tenevi Gesù all’ombra delle tue braccia.

Madre mia, parlami di Gesù, raccontami tutto di lui:

da quella notte di Natale alla notte del Calvario,

dalla luce del concepimento alla luce della risurrezione.

Guidami a scoprire quella volontà del Padre

che avevi in comune con lui.

Guidami ad accogliere quello Spirito Santo

che dette vita al tuo grembo e dette vita alla sua tomba.

Aprimi a quell’amore

che ti rese benedetta e piena di grazia.

Aprimi a quella missione

che ti rinchiuse prima nei silenzi di Nazareth

e ti portò poi in terra straniera in cerca dei figli  dispersi.

Insegnami l’abbandono e la fiducia,

la povertà e l’umiltà,

la mitezza e il nascondimento.

Insegnami a piangere, a soffrire, a morire.

Insegnami a donarmi, a dire “eccomi” a colui che può tutto.

Insegnami a camminare per dove lui vuole.

Insegnami a perdere tutto per diventare con te madre di tutti.

Assistimi in ogni ora, soprattutto in quell’ultima

che mi porterà a vedere il tuo volto.

Insegnami a dire “sì” quando verrai con Gesù a prendermi

da questo mondo per portarmi al Padre».

L'omelia del cardinale Ruini ai funerali di don Andrea Santoro 10 febbraio 2006


Celebriamo la Messa di suffragio per un sacerdote romano, Don Andrea Santoro. Uno dei tanti, perché questa Diocesi ha circa 900 sacerdoti e ogni anno alcuni di loro fanno ritorno al Signore. Eppure questa Basilica è straordinariamente affollata, e tutti sappiamo il perché. Don Andrea aveva 60 anni, era originario di Priverno ma come sacerdote era totalmente romano: nato in una famiglia profondamente cristiana, si era formato nel Seminario Romano Minore e poi in quello Maggiore. Era diventato sacerdote 35 anni fa, il 18 ottobre 1970. Poi aveva percorso le tappe consuete della vita e del ministero di un sacerdote romano: vicario parrocchiale nella parrocchia dei Santi Marcellino e Pietro al Casilino e poi in quella della Trasfigurazione. In seguito parroco della parrocchia di Gesù di Nazareth e finalmente di quella dei Santi Fabiano e Venanzio, fino all’Anno Santo del 2000. E tuttavia già da molti anni Don Andrea manifestava una strana inquietudine, che poteva sembrare un’instabilità di carattere. Ha chiesto infatti a più riprese e con forte insistenza, prima al Cardinale Poletti e poi a me, di poter lasciare Roma per dedicarsi a esperienze nuove e diverse, sempre però incentrate sulla ricerca della prossimità a Cristo e sulla preghiera. Così già nel 1980 ha passato un periodo a Gerusalemme e anche nel 1993-94 ha trascorso un anno sabbatico, guidando vari pellegrinaggi dell’Opera Romana con meta la Terra Santa e in genere il Medio Oriente.
Ma la sua propria strada, la sua chiamata specifica e definitiva Don Andrea l’ha individuata con certezza soltanto in età matura, attraverso le esperienze dei pellegrinaggi che continuava a guidare in Medio Oriente e l’affettuosa insistenza dell’allora Vicario Apostolico dell’Anatolia, la parte orientale della Turchia, Mons. Ruggero Franceschini, che lo voleva con sé, come
sacerdote “fidei donum”, dono della fede, mandato da Roma a rendere presente Cristo in quelle terre dove la fede cristiana aveva messo agli inizi robuste e feconde radici, giungendo da lì ben presto fino a Roma. Proprio questo era l’animo e lo spirito con cui Don Andrea chiese di andare in Anatolia: intendeva essere una presenza credente e amica, favorire uno scambio di doni, anzitutto spirituali, tra l’Oriente e Roma, tra cristiani, ebrei e musulmani.
All’inizio la sua richiesta di partire per l’Anatolia mi ha lasciato perplesso e ha trovato in me una certa resistenza: mi rincresceva privare Roma di un ottimo parroco e temevo che Don Andrea, uomo pieno di iniziative, non reggesse a lungo in una situazione che non consentiva, invece, molti margini di azione e nemmeno una ricchezza di relazioni. Tra l’altro Don Andrea ignorava del tutto la lingua turca. Egli però era un uomo tenace nel domandare, quando riteneva di dover corrispondere a una chiamata del Signore. Così è partito e ricordo l’insistenza con la quale, allora, e tante volte in seguito, mi chiedeva conferma che però egli non andava di propria volontà e nel proprio nome, ma nel nome e per mandato della Chiesa di Roma. Sì, perchè Don Andrea era, istintivamente, un uomo della Chiesa; nemmeno concepiva di poter appartenere a Cristo senza appartenere alla Chiesa.
È cominciato così, nel 2000, il suo soggiorno in Anatolia, dapprima ad Urfa, vicino alla località biblica di Harran, la terra di origine del Patriarca Abramo: ad Urfa Don Andrea era intimamente felice, pur nella solitudine in cui viveva e nelle grandi difficoltà dell’apprendimento della nuova lingua. Sentiva infatti compiersi misteriosamente in se stesso le parole della chiamata di Abramo, che spesso ripeteva: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). Dopo tre anni però si apriva per lui una possibilità nuova, dove avrebbe potuto avere una sia pur piccola comunità cristiana e una chiesa da riaprire e restaurare. Andava dunque a Trebisonda – Trabzon in turco –, con gioia e con fiducia, e lì continuava a pregare e a cercare di fare del bene, nel rispetto delle leggi locali, fino a domenica scorsa, a quella fine improvvisa che tutto il mondo conosce ma di cui, nell’ottica di Don Andrea, non è importante approfondire i particolari. Dobbiamo soltanto respingere con sdegno le accuse e insinuazioni assurde e calunniose riguardo a mezzi non leciti per ottenere conversioni, escluse in radice dalla sua rigorosa coscienza di cristiano e di sacerdote.
Vorrei soffermarmi piuttosto sulla sostanza vera della sua vita e della sua missione, che è anche il significato e l’insegnamento della sua morte. Don Andrea ha preso tremendamente sul serio Gesù Cristo e, da quell’uomo tenace, rigoroso, addirittura testardo che era, ha cercato con tutte le sue forze di muoversi sempre e rigorosamente nella logica di Cristo, e ancor prima di affidarsi a Cristo nella preghiera, non presumendo certo delle proprie forze umane. Per lui dunque valgono davvero le parole che l’Apostolo Paolo ha detto di se stesso: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21).
Per questo Don Andrea è stato, inseparabilmente, uomo di fede e testimone dell’amore cristiano. Uomo di fede, anzitutto: nei molti anni del suo ministero di sacerdote a Roma non si stancava di cercare persone da condurre, o ricondurre, all’incontro con il Signore. Lo spingeva la certezza profonda che Gesù Cristo è il Figlio unigenito di Dio e il nostro unico Salvatore: una certezza che sosteneva la sua vita e gli chiedeva imperiosamente di conformarsi a Cristo in tutte le scelte e i comportamenti quotidiani. Perciò Don Andrea viveva poveramente, era esigente con se stesso, e non di rado anche con gli altri. Le sue richieste, però, erano dettate dall’amore, nascevano dalla carità di Cristo che ardeva in lui e che a volte sembrava fargli dimenticare un poco il senso della misura.

Al centro dei suoi comportamenti stava infatti una semplice convinzione: Gesù Cristo ha dato per tutti la sua vita sulla croce e quindi un discepolo di Cristo, e massimamente un sacerdote, deve a sua volta voler bene a tutti e spendersi per tutti, senza distinzioni. Come scrive l’Apostolo Paolo, “l’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti” (2Cor, 5,14).
Così, forse, possiamo comprendere più profondamente la sua scelta di andare a vivere e a svolgere il ministero in Turchia, anzi, nella parte per noi più remota della Turchia. Don Andrea era un uomo di intelligenza penetrante, e all’occorrenza anche molto concreto. Sapeva bene che in quella terra e tra quelle popolazioni il suo slancio apostolico avrebbe dovuto accettare moltissime limitazioni e di fatto, serenamente, le aveva accettate e interiorizzate. Era convinto infatti che una presenza di preghiera e di testimonianza di vita avrebbe parlato da sé, sarebbe stata segno efficace di Gesù Cristo e fermento di amore e riconciliazione.
La sua fine violenta potrebbe portare a concludere che si illudeva. Ma egli una simile fine l’aveva sicuramente messa nel conto, considerata una possibilità concreta: molte sue parole, e forse ancor più alcuni suoi silenzi, ci rendono certi di questo; anch’io ne sono testimone. Il fatto è che Don Andrea credeva fino in fondo alle parole di Gesù che abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa Messa: “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. In realtà Don Andrea era un uomo a cui il coraggio non mancava, un uomo abbastanza lucido e animoso da affrontare giorno dopo giorno, inerme, il rischio della vita. Il suo, infatti, era un coraggio cristiano, quel tipico coraggio di cui i
martiri hanno dato prova, attraverso i secoli, in innumerevoli occasioni: un coraggio cioè che ha la sua radice nell’unione con Gesù Cristo, nella forza che viene da lui, in maniera tanto misteriosa quanto vera e concreta.
Di un coraggio analogo ciascuno di noi ha bisogno, se vuole affrontare da cristiano il cammino della vita. E ne abbiamo bisogno tutti insieme, se vogliamo, nell’attuale situazione storica, affermare il
diritto alla libertà di religione, madre di ogni libertà, come valido in concreto ovunque nel mondo, davvero senza discriminazioni.
Noi siamo oggi, pur con tutti i nostri difetti, infedeltà e peccati, i cristiani di Roma, e Don Andrea era certamente un autentico cristiano di Roma. Ci fa bene perciò ascoltare le parole della Lettera di San Paolo ai Romani che sono state lette nella seconda lettura: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita … potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. Così saremo aiutati anche noi a non cedere alla paura, ricordando l’ammonimento di Gesù: “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima: temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28).

Ho messo l’accento sul coraggio di Don Andrea e sul significato del coraggio cristiano. Questo coraggio, però, non è per colpire ed uccidere, ma per amare e per costruire, in concreto per costruire la comprensione, l’amicizia e la pace là dove troppo spesso regnano l’intolleranza, il disprezzo e l’odio. Ripeto qui le commosse parole pronunciate mercoledì da Papa Benedetto, dopo aver ricordato la lettera di Don Andrea che aveva appena ricevuto: “Il Signore … faccia sì che il sacrificio della sua vita contribuisca alla causa del dialogo fra le religioni e della pace tra i popoli”. Questo era certamente l’animo con il quale Don Andrea è andato a vivere in Turchia e questo è il senso che egli intendeva dare a una sua eventuale morte violenta e prematura.
Spesso si pensa che per ogni singolo uomo, nel nostro caso per Don Andrea, con la morte tutto sia terminato. Già la Sapienza dell’Antico Testamento, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, è però di diverso avviso. Essa ci assicura che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio” e “nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti … la loro fine fu ritenuta una sciagura”, ma invece “la loro speranza è piena di immortalità”. Don Andrea era nutrito di questa certezza; anzi, aveva una speranza ancora più grande: quella speranza e quella certezza che Gesù stesso attesta nel Vangelo di questa Messa, quando parla del chicco di grano che morendo produce molto frutto. Dice infatti Gesù, riferendosi alla propria morte ormai imminente: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. Anche Don Andrea, in unione con Gesù, può dire queste parole: la sua tragica morte è infatti, in realtà, la sua glorificazione; non solo la glorificazione effimera che possiamo attribuirgli noi, ma la gloria eterna che solo Dio può dare.

Permettetemi, a questo riguardo, di esprimere con franchezza la mia personale convinzione. Rispetteremo pienamente, nel processo di beatificazione e canonizzazione che ho in animo di aprire, tutte le leggi e i tempi della Chiesa, ma fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di Don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano.

Termino ricordando con commozione le parole pronunciate da sua madre, Maria Polselli vedova Santoro: “La mamma di Don Andrea perdona con tutto il cuore la persona che si è armata per uccidere il figlio e prova una grande pena per lui essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è amore”.
Alla mamma e alle sorelle di Don Andrea siamo tutti vicini con l’affetto, la gratitudine e la preghiera. Esse condividono fino in fondo la fede del loro figlio e fratello e perciò sanno che egli, adesso, è a loro ancora più vicino, nel mistero del Dio che è amore. Allo stesso modo, Don Andrea rimane nel cuore della Chiesa di Roma e questa Chiesa confida nella sua intercessione, come in quella di tanti altri propri figli che prima di Don Andrea hanno versato il sangue per il Signore.

Bibliografia

Cosa leggere per approfondire:

  •   A. D'Angelo, Don Andrea Santoro, "Un prete tra Roma e l'Oriente"
  •   Don Andrea Santoro, "Lettere dalla Turchia", Città Nuova Editore
  •   Valentino Salvoldi, "Andrea Santoro- una porta sempre aperta", Emi

Siti di approfondimento:

Le lettere presenti sono state tratte da :

  •  Don Andrea Santoro, "Lettere dalla Turchia", Città Nuova Editore

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