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ANNALENA TONELLI

Seme di passione e di amore

Non sono, né posso, né voglio essere un maestro.
Prendete di me ciò che vi aggrada e costruite il vostro edificio.
Non ambisco che di essere gettato nelle fondamenta di qualcosa che cresce.

Canto: Vocazione.

TESTIMONIANZA IN VATICANO 1-12-2001

Mi chiamo Annalena Tonelli.
Sono nata in Italia, a Forlì, il 2 Aprile 1943.
Lavoro in sanità da trent’anni.
Lasciai l’Italia a gennaio del 1969.
Da allora vivo a servizio dei Somali. Sono trent’anni di condivisione. Ho infatti sempre vissuto con loro a parte piccole interruzioni in altri paesi per cause di forza maggiore.
Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati che ero una bambina, e così sono stata e confido di continuare ad essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se povera come un vero povero - i poveri di cui è piena ogni mia giornata-  io non potrò essere mai…
Sono partita con una passione per l’uomo veramente invincibile. Avrei fatto qualsiasi cosa, non avevo paura di niente. Il caso ha voluto che fosse l’Africa, dove non volevo andare… Poi trovandomi in quel solco ho capito che non ha assolutamente importanza il luogo dove ci si trova. Potevo essere rimasta in Italia o in qualsiasi altro buco del mondo. Non ha assolutamente importanza. Perché veramente ciò che conta è amare: e si può amare nella società più ricca, in quella più retriva ed in quella più sviluppata. Si sta nel solco che Dio ci ha dato e nelle vie misteriose dove ci ha portato, perché ciò che conta è amare
Io sono nobody, nessuno. Nel senso che non appartengo a nessuna organizzazione religiosa. Sono una cristiana con una fede rocciosa, incrollabile, che non conosce crisi dai tempi della giovinezza. E questo per grazia di Dio. Non ho mai fatto nulla per conquistarla, nessuno sforzo o fatica, mi è stata donata. Una fede che mi manda avanti in condizioni di grande difficoltà. Anche se devo ammettere che le difficoltà non sono quelle che la gente immagina, come la durezza della vita. Una durezza è non avere nessuno con cui condividere la mia fede rocciosa: questa è per me una sofferenza.
Da parte mia, da lunghi anni ho imparato o meglio ho capito nel profondo dell’essere che, quando c’è qualcosa che non va, sicuramente la colpa è mia, sicuramente c’è qualcosa che io ho sbagliato.
Ai piedi di Dio, la ricerca della mia colpa è facile, fa soffrire ma non poi così tanto, perché poi è così bello e grande riconoscersi colpevoli e combattere perché la colpa venga cancellata, perché i comportamenti sbagliati vengano riformati, perché in ogni relazione con gli altri l’approccio divenga positivo… il nostro compito sulla terra è di far vivere.

Fin dalla sua giovinezza Annalena avverte dentro di sé il desiderio bruciante di vivere imitando il più possibile la via indicata da Gesù. Tuttavia nel suo cuore sono presenti anche le testimonianze di altri uomini che saranno suoi modelli per tutta la  vita.

Padre mio, io mi abbandono a te. Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me ti ringrazio… Rimetto la mia anima nelle tue mani, perché ti amo. Ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi, il rimettermi a te senza misura, con una confidenza infinita, perché tu sei il Padre mio”.
(Charles de Foucauld)

La mia austerità, digiuni e preghiere non hanno valore, lo so, se faccio assegnamento su di essi per riformarmi. Ma hanno un valore inestimabile se rappresentano, come spero, lo struggimento di un’anima che sforza di arrivare a posare il capo stanco nel grembo del suo creatore”.
(Gandhi)

Chiunque ama Dio, ama la solitudine ai piedi di Dio… Nella nostra vita, sia nascosta sia soprattutto pubblica, prendiamoci alcuni periodi di riposo, di solitudine da trascorrere in compagnia di Gesù: l’amore gradisce il colloquio a due”.
(C. Foucauld)

Giovani pensateci! Voi siete destinati, che lo vogliate o no, a essere la più infelice delle generazioni umane o la più felice di tutte… Voi potrete essere i più felici che siano finora esistiti tra i figli dell’uomo, tra i figli di Dio, se finalmente capirete che la felicità di vivere sta nel cercare la propria gioia mettendosi al servizio della gioia di tutti. Servendo il prossimo prima di me, se è meno felice di me”.
(Abbé Pierre)

Canto: Mani.

La vita missionaria di Annalena Tonelli inizia a partire dal 1969 in Kenya; in particolare ella si stabilirà a Wajir, in una fascia di confine con la Somalia… un territorio arido, abitato in gran parte da pastori nomadi.

“Vorrei aggiungere che i piccoli, i senza voce, quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma tanto agli occhi di Dio, i suoi prediletti, hanno bisogno di noi, e noi dobbiamo essere con loro e per loro e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d’acqua nell’oceano.
Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. Lui ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre.”

Eravamo una comunità di sette donne, in maniera ed in misura diversa assetate di Dio. Quando capivamo che stavamo per perdere il senso del nostro servizio e la capacità di amare, ci ritiravamo in un eremo, per uno o più giorni di silenzio, ai piedi di Dio: là ritrovavamo equilibrio, saggezza, speranza e forza per combattere la battaglia di ogni giorno, prima di tutto con ciò che ci tiene schiavi dentro, che ci tiene nel buio. Uscivamo di là che ci sentivamo incendiate di amore rinnovato per tutti quelli che il Signore aveva messo sulla nostra strada… a volte ce lo confidavamo, il più delle volte tacevamo, ma i volti delle mie compagne erano così luminosi, così belli  che mi narravano tutto quello che il pudore impediva di comunicarsi con le parole.

L’ospedale e la scuola sono le due costanti del suo servizio. Dove c’è un quaderno aperto c’è un uomo che cresce, una persona istruita, cosciente dei suoi diritti, non più prigioniera dei pregiudizi e dell’ignoranza. Dove c’è un bambino che impara c’è speranza per il futuro di un paese come il Somaliland dove tutto è da costruire. E tra i dimessi dall’ospedale c’è anche chi dichiara con fierezza di essersi “laureato” alla scuola di Annalena…
Anche lei è teneramente fiera di loro. È il risultato della cura alla totalità della persona umana. Dice infatti: “La creatura capace di vivere in Dio è sicuramente un evento di grazia. Resta inoltre la realtà che con l’educazione l’uomo fiorisce più rapidamente in una creatura capace di vivere in Dio suo creatore e datore di ogni bene… Nella “scuola”, acquistano fiducia, capiscono i motivi della necessità di completare le cure, dell’assunzione dei farmaci sotto supervisione, non hanno più paura”.

“L’islam ritiene che tutti coloro che hanno un’altra fede siano dannati. Abbiamo visto che l’amore ha abbattuto quel muro di separazione, la terribile barriera di religione. Hanno visto che niente ci ha spaventato e allontanato: né il colera, né la tubercolosi, né la guerriglia e quando siamo riuscite a far loro capire che eravamo lì perché Dio ci aveva chiamato, da pagane siamo diventate “le donne di Dio”.

I luoghi dove Annalena e le sue compagne operano sono territori lacerati anche dalla guerra contro il governo e dalla guerriglia nelle boscaglie. Tuttavia è proprio lì… in mezzo alle mille difficoltà che Annalena avverte davvero quale sia il senso vero del messaggio che Gesù ha lasciato a tutti noi: farsi pane spezzato per chi ne ha bisogno!

“La scomoda via della condivisione. Ritengo sia necessaria una condivisione fino in fondo. Condividendo tutto dalla mattina alla sera, compresa la notte, si diventa veramente parte di un popolo, si è accettati, cosa che non è facile, e si impara ad amarli”.

Dal Vangelo di Marco 6, 30-44

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.
Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po'». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i discepoli dicendo: «Questo luogo è solitario ed è ormai tardi; congedali perciò, in modo che, andando per le campagne e i villaggi vicini, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose: «VOI STESSI DATE LORO DA MANGIARE». Gli dissero: «Dobbiamo andar noi a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli replicò loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». E accertatisi, riferirono: «Cinque pani e due pesci». Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere, a gruppi, sull'erba verde. E sedettero tutti a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero; e DIVISE I DUE PESCI FRA TUTTI. Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

L’eccidio che doveva portare allo sterminio di 55.000 Degodia diventa una notizia che varca i confini del Kenya e arriva all’estero, grazie a un fotografo somalo che documenta le montagne di cadaveri mutilati e bruciati.
Alcuni governi minacciano di tagliare gli aiuti al Kenya qualora non cessino le stragi. Il programma eccidio dei Degodia si ferma ai primi mille morti: il governo organizza una punizione farsa per i cinque capi dell’operazione che vengono processati e degradati.
Ma anche Annalena deve pagare la sua parte. Sfuggita a due imboscate, viene arrestata e portata davanti alla corte marziale: “Le autorità, tutti non somali, tutti cristiani, mi dissero che mi avevano fatto due imboscate a cui ero provvidenzialmente sfuggita… poi uno di loro mi chiese cosa mi spingeva ad agire così. Risposi che lo facevo per Gesù Cristo che chiede che noi diamo la vita per i nostri amici”.
Il verdetto annunciato è l’espulsione dal Paese in cui è rimasta per oltre quindici anni. Non è più “persona gradita” tra la gente che ha curato, amato e servito con tutta se stessa.

La guerra a Mogadiscio è una situazione disperata che denuncia in molte lettere. È indignata per l’inerzia delle organizzazione internazionali, per i pochi aiuti che arrivano e subito spariscono  nelle mani dei signori della guerra. Per la devastazione morale che attanaglia i giovani somali, senza istruzione, senza religione, senza capacità di esercitare un mestiere, senza famiglia vera alle spalle…Sono come un enorme branco di animali selvaggi, si drogano follemente quasi tutti. Hanno cominciato con l’alcool, poi nulla più bastava… Il popolo è sconfitto di fronte a queste migliaia di giovani armati, assetati di vendetta, di sangue, di rapina e di violenza per procurarsi la droga, il qat, il denaro per scorrazzare follemente per Mogadiscio con le land cruiser rubate, esaltati tutti nel sentirsi come Rambo: un nome che tutti conoscono e che si sente ripetere ovunque. Quanto immenso, insondabile male il nostro mondo ha fatto a se stesso e al mondo intero”.

In mezzo alle difficoltà è l'intensità del rapporto con il Signore che porta Annalena ad essere luce per gli altri.

Canto: Chi?

Come è buono, come è grande il Signore! Certo che bisogna imparare a conoscerlo e non è sempre facile, perché Lui è dietro la nostra porta e non si fa vedere, e non si fa toccare. Nei momenti di luce penso che sia un bene perché se potessimo vederlo, se potessimo toccarlo qui su questa terra, la gioia sarebbe troppo grande, profondissima, sconvolgente e noi poi impazziremmo, lontani da lui, nelle ore, nei giorni, nei mesi, negli anni di buio che sono parte quasi naturale della nostra vita… Ma questo solo nei momenti di luce, perché nei momenti di buio anche io ho gridato la mia angoscia come tutte le creature che hanno conosciuto Dio attraverso i secoli e che si sono sentite abbandonate da Lui, anch’io avrei voluto vederlo e toccarlo perché ero fredda e avevo bisogno del sole della sua presenza.
Ora Lui è con me ed io mi sento tanto la bambina piccola tra le braccia del Padre, dolcissimo, amoroso, infinitamente indulgente. So con certezza, per averlo sperimentato in me stessa, che Lui non si fa mai aspettare troppo quando noi lo cerchiamo… come è vero che nell’amore risponde sempre l’amore! Ma deve essere un amore autentico, quello che vuole innanzitutto il bene, la felicità, la pienezza dell’altro, non il proprio bene, la propria felicità, la propria pienezza.
Quello che a volte mi angoscia e mi getta nel buio del dubbio è il pensiero di tanti che almeno apparentemente non hanno mai sentito fremere dentro l’ansia della ricerca di Dio, di tanti a cui Lui non si è manifestato proprio perché loro non hanno saputo o voluto cercarlo.
Invece Lui è così vicino, è sempre lì che veglia accanto a noi in attesa che ci destiamo dal nostro letargo, dal nostro sonno di povera gente che ha paura di correre rischi, che non ha il coraggio di fare l’unico salto vero, quello della fede, che nel sonno cerca di stordirsi, di dimenticare, di non pensare, di non sentire… Com’è bello farsi piccoli nelle mani di Dio, che gioia trepidante e sconvolgente, quando mi accorgo che Lui si è servito di me per mostrare agli uomini che li ama.   
Oh il sorriso di Dio! Vorrei poter morire subito a questa vita per sentirmelo dilagare dentro, infinitamente dolce, luminoso, rasserenante ed io di nuovo torno piccina, piccina, felice di riposare, appagata nel suo grembo.

Salmo 61

Solo in Dio riposa l`anima mia, da lui la mia salvezza.
3 Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare.
4 Fino a quando vi scaglierete contro un uomo, per abbatterlo tutti insieme, come muro cadente, come recinto che crolla?
5 Tramano solo di precipitarlo dall'alto, si compiacciono della menzogna. Con la bocca benedicono, e maledicono nel loro cuore.
6 Solo in Dio riposa l`anima mia, da lui la mia speranza.
7 Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare.
8 In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; il mio saldo rifugio, la mia difesa è in Dio.
9 Confida sempre in lui, o popolo, davanti a lui effondi il tuo cuore, nostro rifugio è Dio.
10 Sì, sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini, insieme, sulla bilancia, sono meno di un soffio.
11 Non confidate nella violenza, non illudetevi della rapina; alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore.
12 Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: il potere appartiene a Dio, tua, Signore, è la grazia;
13 secondo le sue opere tu ripaghi ogni uomo.

Il desiderio di imitare quel Gesù che ama con tutta se stessa porta Annalena Tonelli a dare infine la vita per i suoi poveri.

Canto: Se un chicco di frumento.

“Erano più o meno le 19,30 quando Annalena è venuta a chiamarci nell’ufficio degli infermieri per compiere l’ultimo giro di visita dei malati e somministrare i farmaci". E’ passato un mese e Cumar Caddi Kous, una giovane infermiera del Tb Center di Brama racconta alla “Voce di Romagna” quello che ha visto in quella tragica sera di domenica.
“Eravamo in due. C’era anche un mio collega. Io annotavo sulle cartelle cliniche. Lui portava le medicine. Annalena  si fermava a parlare con gli ammalati… siamo usciti da un reparto per recarci in un altro”. Un’operazione che richiedeva di attraversare un ampio spazio sterrato, allo scoperto, nel quale sono accampati alcuni pazienti nomadi, che non intendono abbandonare la loro vita della tenda. Annalena si attarda a parlare con uno di loro: le medicine da prendere, i mesi che deve ancora restare in ospedale se vuole scongiurare una ricaduta della tubercolosi, che quasi certamente non gli darebbe scampo. E’ l’ultimo malato che Dio le ha dato su questa terra.
I due infermieri discutono più avanti, una decina di metri, guardando da un’altra parte. In quel momento sentono lo sparo.
“Un solo sparo. Ci siamo voltati e l’abbiamo vista a terra davanti alla tenda”.
L’uomo e la donna intuiscono che qualcuno sta scappando nel buio, ma non vedono nessuno. I pazienti della tenda, fra i quali l’ultimo malato di Annalena, testimonieranno di aver visto due persone in fuga. Più o meno sono le 20,30.

Gesto. All’altare si portano un’immagine di Annalena e una candela accesa.

“Chi uccide un giusto perché contrario alle sue opere, feconda il bene che non può sopportare”
(Primo Mazzolari)


Silenzio e condivisione

Ma l'opera di Annalena Tonelli, così come quella di tutti i testimoni che hanno vissuto spendendosi senza riserve per i più deboli di questo mondo, non si conclude con la sua scomparsa. È lei stessa a dirlo qualche tempo prima di morire...

Annalena, nelle ultime settimane di vita, si interroga con i collaboratori sul futuro della sua opera. Ha una sola, lucida certezza che le viene dalla fede: solo il seme che muore può dare frutti. Anche se a lei non toccherà vederli. “Non penso che il mio lavoro possa andare perduto… Il mio è stato ed è un  servizio bellissimo: un servizio vero. Sono certa che quello che ho seminato, la passione, l’amore travolgenti, rimarranno in eterno e per sempre. Oh no, non presumo, sono certa di quello che dico. Ho piantato nei cuori. Oggi molti di questi cuori sono duri e ciechi ma non sarà così per sempre. Il seme morirà e poi fiorirà. È l’eterna storia del mondo: la storia dell’eterno divenire.

Canto: Mi obra no morirà.

Se io non amo,
Dio muore sulla terra,
che Dio sia Dio io ne sono causa,
se non amo, Dio rimane senza epifania,
perché siamo noi il segno visibile della Sua presenza
e lo rendiamo vivo,
in questo inferno di mondo dove pare che Lui non ci sia,
e lo rendiamo vivo ogni volta che ci fermiamo presso un uomo ferito.


Leggi le altre veglie di preghiera ispirate ad Annalena Tonelli persenti in giovaniemissione.it:

Una vita - un dono, GIM Verona, Dicembre 2003

Làsciati smascherare, Limone, 2° GIM, 7 Dicembre 2003

Provocazioni dal Vangelo di Matteo. Spunti per un campo di spiritualità con i giovani.

di: Maria

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