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Continuare ad essere uomini

fr. Alberto Degan dall'Ecuador

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CONTINUARE AD ESSERE UOMINI

Meditazioni durante gli esercizi spirituali

 

Parola di Dio e parola dell’uomo.

“Domani la Confraternitá Cattolica deve uscire dal carcere di Guayaquil e abbandonare il padiglione interno dove svolgeva il suo apostolato per l’evangelizzazione e la riabilitazione dei carcerati”.  Questo era l’ordine che arrivó l’anno scorso da parte della Direzione Generale delle carceri ecuadoriane. “Ma io non credetti in quest’ordine”, mi dice Gloria Montaño, coordinatrice della Confraternitá Carceraria Cattolica. “Quest’ordine era parola umana, non era parola di Dio, e io credo solo nella parola di Dio. Io penso che Dio vuole che continui il nostro apostolato in carcere”. E di fatto quell’ordine non fu mai compiuto.

É da molto tempo che le ‘mafie’ interne della carcere di Guayaquil cercano di impossessarsi del padiglione della Confraternitá Cattolica dove sono ospitati i carcerati che accettano il programma di rigenerazione e accompagnamento spirituale. Da alcuni anni la Confraternitá ha costruito anche la casa “Vita Nuova”, guidata dai laici dell’associazione, dove i carcerati che hanno risposto meglio al programma passano l’ultimo periodo della pena, senza presenza di guardie armate, in uno stato di semi-libertá.

In questi anni il programma di accompagnamento spirituale ha funzionato molto bene. Ma tutte queste strutture fanno gola alle ‘mafie’ interne, costituite da prigionieri trafficanti di droga, impiegati interni e alcuni poliziotti. La precedente direttrice del carcere ha pagato caro la sua opposizione a queste mafie: l’anno scorso l’hanno uccisa.
Anche Gloria Montaño ha ricevuto varie minacce, ma continua a portare avanti il suo apostolato con molta fede.
Nel carcere di Guayaquil regna una corruzione assoluta: nel giorno delle visite, ad esempio, devi pagare perché ti lascino portare dentro qualcosa da mangiare per il tuo familiare prigioniero.

Quando Black – il mio amico cantante di rap – é entrato in prigione, l’hanno messo nella “Quarantena bassa”, un grande stanzone dove stanno stipate quasi quattrocento persone: dormono sul pavimento, senza materasso, in uno spazio di due mattonelle per sei, appiccicati l’uno all’altro. Per tutte queste persone ci sono tre docce. Black m’ha detto che fa la fila tre ore per bagnarsi venti secondi con dieci gocce d’acqua, perché bisogna fare presto, per lasciare posto agli altri. Se poi un tuo familiare vuole darti un materasso, devi pagare 20 dollari per farlo entrare. E poi, ogni due-tre settimane, devi pagare una tangente al ‘capo’ del salone. Quando ti chiede 30 dollari, devi darglieli, sennó ti fa picchiare con un bastone sulla schiena e sulle gambe. Un giorno Black mi ha chiamato disperato: “Un giovane che non ha pagato é stato picchiato barbaramente; adesso quasi non riesce a camminare. Per favore, ho bisogno di 30 dollari per la prossima settimana, sennó faranno lo stesso con me”.

Tutti vogliono uscire dalla “Quarantena” e andare in una cella, ma per questo bisogna pagare: dai 200 dollari in su, dipende dal tipo di cella. Insomma, tutto si trasforma in un affare. Per questo il padiglione della Confraternitá e la Casa “Vita Nuova” fa gola alle mafie interne, perché – se se ne impossessassero - farebbero andare lí solo i trafficanti che possono pagare centinaia e migliaia di dollari.

Dopo varie peripezie e minacce, finalmente, grazie soprattutto ad un intervento personale dell’Arcivescovo, é stato rinnovato il contratto alla Confraternitá Cattolica per altri cinque anni.

Monaci e missionari

Il mese scorso abbiamo fatto una settimana di esercizi spirituali. Prima di arrivare alla casa degli esercizi, parlando in generale delle attivitá delle nostre comunitá comboniane, alcuni dicevano: “Noi siamo missionari, non siamo monaci”, intendendo dire che come missionari siamo persone attive, con molte iniziative pastorali.
Questo é vero, ma un rischio che possiamo correre noi missionari é proprio quello di farci prendere troppo dalle nostre attivitá. Secondo un rapporto ufficiale della CLAR (Conferenza Latino-Americana dei Religiosi), il 70 % dei religiosi che vivono in America Latina é insoddisfatto e non si sente felice.
Le attivitá sono importanti e necessarie, ma non ci rendono felici, o meglio, ci rendono felici solo quando sono frutto di una Presenza che ci interpella, ci accarezza e ci abbraccia. I monaci non hanno molte attivitá, almeno credo. Commenta a questo proposito padre Radcliffe, domenicano inglese: “I monaci non fanno niente di particolare. Ed é proprio l’assenza di uno scopo esplicito nella lora vita che svela Dio quale scopo segreto, nascosto, delle loro vite. Il nucleo della vita cristiana é semplicemente essere con Dio: ‘Rimanete nel mio amore’. I monaci sono chiamati a rimanere nel suo amore”.
In questo senso, penso che ogni cristiano dovrebbe essere un po’ monaco, cioé, sentire questa chiamata a rimanere nell’amore di Dio.
Con questi pensieri comincio gli esercizi spirituali. Durante gli esercizi porto sempre con me due o tre letture che mi aiutino ad entrare in un clima di meditazione e di preghiera. Stavolta ho portato con me tre libri: le riflessioni di un monaco, un commento al libro del profeta Ezechiele e una raccolta di saggi di un filosofo-drammaturgo. Non so se sono letture piú adatte a un monaco o a un missionario: so solo che sono letture che mi arricchiranno enormemente.

Betania e Gerusalemme

L’ultimo tratto della vita terrena di Gesú si sviluppa attraverso una relazione dialettica tra due poli: Betania e Gerusalemme. Betania è lo spazio dell’amicizia, dove uno si sente accolto e amato; Gerusalemme è lo spazio dell’impegno pubblico, con tutto ció che esso implica: fatica, incomprensione, persecuzione, etc. Il profumo che Maria sparge sui piedi del Maestro e riempie la casa di Betania è il profumo dell’amicizia, dell’amore, il profumo degli ideali quando sono condivisi con gli amici. Gesú ha bisogno di andare a Betania: qui a Betania troverá la forza necessaria per andare a Gerusalemme e affrontare la Croce. Non si puó vivere senza Betania, Gesú non poteva vivere senza Betania: una vita senza Betania sarebbe una vita disumana.
Anche la vita del missionario si sviluppa attorno a questi due poli, entrambi essenziali: Betania e Gerusalemme. L’insoddisfazione di tanti religiosi e missionari, deriva - io credo - dal non aver saputo raggiungere un equilibrio fra questi due poli: alcuni rinunciano a Betania e altri rinunciano a Gerusalemme.
Rinunciare a Betania significa essere un missionario ‘tutto d’un pezzo’, un missionario unicamente concentrato sulle sue attivitá e senza nessuna vita affettiva. Per molto tempo, questo é stato il modello di missionario che si proponeva nelle case di formazione. Ma in realtá chi rinuncia alla vita affettiva, chi rinuncia all’amore fraterno, rinuncia ad essere immagine di Dio.
Nel dialogo finale tra Pietro e il Risorto, nel capitolo 21 del Vangelo di Giovanni, Gesú domanda per tre volte all’apostolo se lo ama. Le prime due volte utilizza il verbo greco agapao: el agapé indica l’amore oblativo, l’amore che generalmente é visto come proprio del religioso, l’amore di chi dimentica se stesso e pensa solo agli altri: é un amore ‘divino’, di cui é capace solo Dio e coloro che entrano in comunione con Lui. La terza volta, invece, Gesú usa il verbo fileo: la ‘filia’  indica l’amore umano, l’amore fra amici, tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli. É l’amore dell’affetto fraterno, fatto di reciprocitá, di un dare e di un ricevere (in italiano si traduce spesso con ‘voler bene’). Per molto tempo, la filia é stata considerata non solo inferiore all’agapé, ma addirittura contrapposta, quasi incompatibile con l’amore di Dio. Il religioso, il consacrato – si diceva – devere rinunciare all’amore umano, alla filía, per assumere l’ agapé: la rinuncia all’ amore umano era considerato un requisito necessario per accedere all’amore divino, l’amore ‘spirituale’.
In quest’ottica, il voto di castitá implicava la rinuncia alla propia umanitá, alla propria affettivitá. Ma in realtá Gesú é pienamente umano: “Cosí umano solo Dio poteva esserlo!”, ha detto un famoso teologo sudamericano. Sí, perché l’amore umano, l’amore fraterno, é proprio di Dio. Quando san Giovanni ci dice che Dio Padre ama il Figlio, usa il verbo fileo (Gv 5,20). E con questo stesso amore umano Dio ama gli uomini (Gv 16,27). E quando si dice che Gesú ci ama, ancora una volta Giovanni usa il verbo fileo (Gv 11,3 e 11,36). La filia, dunque, non é un sentimento inferiore di cui dobbiamo liberarci, ma é un sentimento profondo propio del cuore di Dio e che Dio ha trasmesso al cuore dell’uomo.

Perció non é corretta – a mio avviso – l’interpretazione tradizionale che si dá al capitolo 21 di Giovanni. Secondo questa interpretazione, Gesú all’inizio usa il verbo agapao, perché vorrebbe che Pietro ascendesse al livello dell’amore divino; ma poi si rende conto che Pietro non é capace di corrispondere al suo amore oblativo (agapé), e allora si umilia e si abbassa al livello dell’apostolo, accontentandosi di una forma inferiore di amore (filia). Per questo, la terza volta, invece di chiedergli: “Mi ami?”, gli chiede: ”Mi vuoi bene?”.
In realtá, Gesú non vuole contrapporre l’ agapé alla filia, ma – al contrario – suggerisce che per arrivare all’agapé é necessario passare per la filia. Il consacrato non rinuncia all’amore fraterno e amicale ma, al contrario, lo purifica e lo vive in maniera particolarmente intensa.
Come ha scritto Benedetto XVI, “l’uomo non puó vivere solo dell’amore oblativo, discendente. Non puó sempre e solo dare, deve anche ricevere. Chi vuole dare amore deve a sua volta riceverlo come dono” (“Dio é amore”, n.7). Rinunciare a Betania e all’amore fraterno, dunque, é rinunciare ad essere umani cosí come ci ha creati Dio.
Detto questo, non dobbiamo però andare all’eccesso opposto: se per goderci la nostra Betania rinunciamo poi a Gerusalemme, all’impegno nel mondo, alla fatica e alla gioia dell’annuncio, andremo incontro a un altro tipo di frustrazione, e cadremo nel cosiddetto ‘comodismo’: ci rinchiuderemo nella nostra vita ‘privata’ e comoda, ci incontreremo con alcuni amici e ridurremo al minimo necessario il nostro apostolato, ovviamente decidendo noi stessi in che consiste questo minimo. In questo modo, si potrebbe pensare che avremo una vita felice, ma in realtá cominceremo a sentire dentro di noi una grande sensazione di vuoto, che crescerá giorno dopo giorno e non ci lascerá in pace.
Io penso dunque che, come missionari, ci sentiamo pienamente umani quando abbiamo amici in Betania che nutrono i nostri stessi ideali, che condividono almeno una parte della nostra lotta, e che con il loro affetto e la loro solidarietá ci danno la forza di continuare con passione la nostra missione a Gerusalemme.
É interessante notare che, prima di ascendere al cielo, Gesú sentí il bisogno di andare a Betania: “Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccó da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24, 50-52). L’ultima missione di Gesú fu quella di immergere i suoi apostoli nel profumo di Betania, perché avessero la forza di tornare con gioia a Gerusalemme.

Caritá e giustizia

“Il retto ordine dell'economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze. Da questa fonte avvelenata, anzi, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualistica, la quale ha dimenticato o ignorato che l'economia ha un suo carattere sociale, non meno che morale... La libera concorrenza, quantunque sia cosa utile se contenuta nei limiti ben determinati, non può essere in alcun modo il timone dell'economia; il che è dimostrato anche troppo dall'esperienza. È dunque del tutto necessario che l'economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo principio direttivo”. Ad affermare questi semplici principi di saggezza economica e umana non é un rivoluzionario dei “No global”, ma é il papa Pio XI nella sua grande enciclica “Quadragesimo Anno”, scritta nel 1931, un punto di riferimento fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa.  In questo scritto profetico, il papa lamentava la divisione dell’umanitá in due parti contrapposte: “l'una, esigua di numero, che gode di quasi tutte le comodità; l'altra, composta da una immensa moltitudine di poveri i quali, oppressi da rovinosa penuria, indarno s'affannano per uscire dalle loro strettezze. A tale condizione di cose non trovano certo difficoltà ad adattarsi coloro che, ben forniti di ricchezze, la ritengono effetto necessario delle leggi economiche e perciò vogliono affidata soltanto alla carità la cura di sovvenire agli indigenti, come se alla carità toccasse l'obbligo di stendere un velo sulla violazione manifesta della giustizia”.
Oggi, nell’ambito ecclesiale e politico, va molto di moda il discorso sulla caritá. Manipolando, a mio avviso, la meravigliosa enciclica di Benedetto XVI - “Dio é amore” - molti uomini impegnati in politica e in economia, anche qui in America Latina, parlano della necessitá di aiutare gli indigenti con amore, e constatano con tristezza che non siamo ancora riusciti a sconfiggere il flagello della fame; come se la povertá fosse una specie di calamitá naturale – un tsunami - contro cui é impossibile lottare, nonostante tutti i nostri generosi sforzi. E non si dice che la povertá non sará mai sradicata fino a quando il 10% della popolazione controllerá l’80% delle risorse del continente: qui non si tratta di lottare contro una fatalitá del destino, ma di cambiare strutture economiche ingiuste. Mi sembra che oggigiorno abusiamo molto della parola ‘caritá’ perché non vogliamo sentir parlare di giustizia. Ma Pio XI ci mette in guardia: il problema della povertá non si puó risolvere solo con l’elemosina, solo chiedendo a coloro che si sono impadroniti della maggioranza delle risorse di fare un po’ di beneficenza, come se la caritá potesse cancellare e nascondere il peccato contro la giustizia. Si tratta, innanzi tutto, di essere giusti, proprio per amore ai piú poveri. In altre parole, la giustizia e la caritá non si contrappongono: chi ama, prima di tutto denuncia le ingiustizie di cui sono vittima i piú deboli.
Nella stessa enciclica Pio XI parla dello strapotere di poche agenzie economiche, che in realtá stanno schiacciando la libera concorrenza. Secondo il papa, a guidare questi poteri economici sono“una forza cieca e una energia violenta. Si devono quindi ricercare più alti e più nobili principi da cui questa egemonia possa essere vigorosamente governata: e tali sono la giustizia e la carità sociali”. Ancora una volta il Santo Padre sottolinea che la giustizia e la caritá devono andare insieme: dove non si pratica la giustizia non si puó parlare di amore.
E il papa continua dando una definizione terrificante – ma reale – dell’economia capitalista: “Alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l'economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele”. L’evoluzione finale di questo processo di indurimento dell’economia é quello che Pio XI definisce il “funesto ed esecrabile  imperialismo internazionale del denaro”.
Leggevo poco tempo fa che in Italia sono stati previsti tagli alle medicine salvavite. Qui in Ecuador da sempre é cosí. La gente deve pagarsi tutto, e molto spesso muore non perché le malattie siano incurabili, ma perché non ci sono i soldi per pagarsi le medicine o le operazioni. Il neoliberismo, dunque, impone che anche l’Italia si adegui ai principi di questa economia orribilmente dura, inesorabile e crudele. 

Vivere altrove

Che fare, quando il mondo ci chiede di adeguarci alla durezza e alla crudeltá, e di rassegnarci ad essere dominati da “una forza cieca e violenta”?
Questo é quello che il vecchio Tobit consigliava a suo figlio: “Tu, figlio, esci da Ninive... Vattene da qui, perché ho visto che qui si commettono molte ingiustizie e molti inganni, e lo trovano normale” (Tb 14,9).
É lo stesso consiglio che Dio diede al profeta Ezechiele: “Tu, figlio dell’uomo,... preparati ad emigrare; emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo” (12,3).
‘Figlio dell’uomo’ é un’espressione semita che indica l’umanitá: ‘figlio dell’uomo’ é colui che vuole continuare ad essere umano, colui che vuole mettersi alla scuola dell’umanitá cosí come l’ha concepita il suo Creatore. Se vogliamo conservare la nostra umanitá, dunque, se vogliamo continuare ad essere ‘figli dell’uomo’ e non ‘figli della tigre’ o ‘ figli del lupo’, anche noi dobbiamo uscire da Ninive, dalla cittá violenta e crudele: dobbiamo emigrare, dobbiamo vivere altrove, in un altro luogo.
Questo luogo ‘altro’ in cui siamo chiamati ad emigrare per apprendere che cosa significa essere figli dell’uomo é il cuore di Dio. Soprattutto il profeta, commenta Rosanna Virgili, é chiamato a “vivere altrove, vivere dentro la veritá”, e a partire da questo “incomprensibile altrove” portare una luce al popolo che vive nell’oscuritá, al bordo dell’abisso, e non se ne rende conto. Naturalmente, il popolo non crede nella visione di Ezechiele, ma il profeta non si scoraggia, perché sa che “deve sognare anche per chi, seguendo il suo buon senso, non puó riuscirci”. É possibile essere nonviolenti in un mondo dominato dalla teoria del ‘massacro preventivo’ e del terrorismo santo? Sí, é possibile nella misura in cui lo sognamo e ci crediamo.
Per salvare il mondo, dunque, é necessario che ci siano uomini e donne capaci di vivere altrove, dentro il cuore di Dio. Uomini e donne che non si lascino toccare dalla mondanitá, da quella mentalitá che spera e crede solo nel potere, nella forza, nel denaro. Uomini e donne che non si lascino addormentare dalla cultura della frivolezza, che ci incita a concentrare tutte le nostre energie nel culto del corpo e dell’esterioritá. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a vivere altrove.

La gloria di Dio

Nel primo capitolo del libro di Ezechiele troviamo un’accurata descrizione della “gloria di Dio”, che lascia il Tempio di Gerusalemme e va in esilio a Babilonia, con i deportati. La gloria viaggia su un carro di fuoco a quattro ruote. Su ogni ruota c’é un essere vivente, ciascuno con quattro facce e quattro ali. E sopra questi quattro esseri il profeta vede un trono di zaffiro, e sopra il trono intravvede “un essere con forma umana” (Ez 3,26).

Come dice la Virgili, é grande l’impressione creata dalla sofisticata ‘macchina’ della gloria, da questo marchingegno a quattro ruote, “ma colpisce il fatto che, all’apice della sua manifestazione, non si riveli che una ‘figura umana’. L’uomo rimane quanto di piú divino la terra possieda. Per quanto una macchina possa essere stupefacente, non raggiunge la meraviglie dell’uomo”. La macchina da guerra dei babilonesi che distruggono Gerusalemme sembrava invincibile, ed era la manifestazione evidente della forza degli dei di Babilonia. Il Dio d’Israele, invece, crede nell’uomo al di sopra della macchina. Oggigiorno, i paesi cristiani credono piú nell’uomo, nel progetto di giustizia e di pace di Dio, o nelle loro macchine omicide in grado di conquistare e distruggere paesi interi? Che immagine di Dio comunichiamo agli altri popoli attraverso le nostre macchine da guerra: il Dio d’Israele o il Dio di Babilonia? il Dio di Gesú o il Dio di Nabucodonosor?

Di fronte agli dei di Babilonia che si impongono con una tecnologia violenta e apparentemente invincibile, sapremo credere ancora nel potere di un Dio “con forma umana”,  un Dio umano, un Dio bambino, che l’unica cosa che ci promette é quella di renderci capaci di essere teneri e compassionevoli?

Continuare ad essere umani: la sfida del nuovo millennio

Della gloria di Dio parla molto anche san Paolo. Di fatto, é uno dei temi principali della spiritualitá paolina: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore, e veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria” (2Co 3,18). Quando parla della ‘gloria del Signore’, san Paolo si riferisce alla“gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Co 4,6). Siamo dunque chiamati a trasformarci “di gloria in gloria”, cioé ad essere sempre piú simili a questa figura umana che rifulge sul volto di Cristo, ad essere sempre piú umani. Il cristiano é attivamente impegnato in questo processo di glorificazione, che é un processo di umanizzazione, di avvicinamento sempre piú intimo all’umanitá di Gesú.

Un altro passaggio interessante sul tema della gloria lo troviamo nella lettera ai Colossesi: “Quando si manifesterá Cristo… anche voi sarete trasformati con lui nella gloria” (Col 3,4)”. Nei versetti successivi Paolo ci spiega in che consiste questa gloria: é l’umanitá che si spoglia “delle passioni disordinate, dei desideri cattivi e dell’insaziabile spirito di accumulazione” (Col 3,5), che si riveste di ”tenera compassione, bontá, umiltá, mansuetudine e pazienza” (Col 3,12) e che é capace di “perdonarsi scambievolmente” (Col 3,13). ‘Tutto qui?’, potrebbe dire qualcuno. ‘La gloria di Dio si riduce a tenerezza, misericordia, umiltá, spirito di condivisione che rinuncia all’accumulazione?’ Sí, proprio in questo consiste la gloria di Dio: nello sviluppo di qualitá umane.

Come si afferma in maniera inequivocabile nella prima lettera ai Corinzi, “l’uomo... é immagine e gloria di Dio” (1Co 11,7). La gloria di Dio é che l’uomo non cessi mai di essere umano, la gloria di Dio é l’ umanitá umanizzata. Questa, dunque, come diceva Gabriel Marcel, dev’essere la nostra principale preoccupazione: “essere uomini, continuare a restare uomini”.

Lo smantellamento dell’essere umano

Queste parole risuonano piú profetiche e urgenti che mai all’inizio del Terzo Millennio, perché oggigiorno é in atto un processo di smantellamento dell’essere umano che non ha precedenti: é un vero e proprio attacco sistematico alla nostra umanitá.

Il ‘computer’ di Dio é fantastico: Dio ci ha creati e ‘programmati’ in maniera tale che il figlio sia naturalmente affettuoso verso i suoi genitori, e che la mamma sia disposta a dare la sua vita per i figli. É naturale che i genitori si preoccupino per i figli; è naturale che i figli si preoccupino per i genitori anziani, perché Dio ci ha creati cosí. Ma oggigiorno aumentano i casi  di anziani abbandonati dai figli, di figli gettati nei cassonetti della spazzatura, o ‘regalati’ ad altre persone, come succede a volte qui in Equador. La signora Haidé, ad esempio, mi ha raccontato del trauma che ha vissuto ad otto anni, quando sua mamma l’ha strascinata per strada e l’ha rinchiusa per due giorni in una stanza per impedire che scappasse, prima di ‘regalarla’ ad un’estranea per pochi dollari.
É naturale sentire un desiderio di fare qualcosa per gli altri. É naturale sentire simpatia per chi é piú debole e bisognoso di aiuto. Adesso, peró, spesso il debole – invece di essere aiutato – viene insultato, beffeggiato e picchiato dai nuovi ‘bulli’.
É naturale scegliere un progetto di vita che riempia tutta la tua esistenza. Ma oggigiorno é sempre piú difficile vivere il valore della fedeltá alle proprie scelte, e c’é chi teorizza che la fedeltá e l’impegno ad vitam appartiene ormai alla preistoria.
É naturale sentire compassione davanti al dolore. Ma oggigiorno siamo tutti affetti dalla cosiddetta ‘compassion fatigue’, dalla ‘stanchezza della compassione’: siamo stufi di essere bombardati da immagini di violenza e miseria; la compassione ci ‘sfianca’, e cosí preferiamo rifugiarci nel mondo della frivolezza e della superficialitá.
É naturale sentire che la nostra vita ha senso solo se viviamo il valore della fraternitá e dell’amicizia. Ma oggigiorno, come afferma il sociologo Bauman, “legami e relazioni tendono ad essere considerati e trattati como cose da essere consumate”. La relazione umana è spesso ridotta a puro e semplice oggetto di consumo.
Insomma, é sempre piú difficile stabilire che cos’é naturale per l’uomo. Sembra che qualcuno abbia voluto mettere un virus nel computer di Dio. Ma noi dobbiamo ribellarci, e impedire che si smantelli l’essere umano.

Dilettarsi nei fratelli

“Questo é il mio Figlio amato, nel quale mi diletto” (Mt 17,5). Dio “si diletta” nei suoi figli, é contento di stare con loro. Come dice la Parola, “Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato... Signore, amante della vita“ (Sap 11, 24.26). Dio ama la vita dei suoi figli, si rallegra e gioisce della loro esistenza. Perché Dio é relazione, partecipazione: la sua gioia é sentirsi parte della vita dei suoi figli. Commenta a questo rispetto Timothy Radcliffe: “Quando Gesú mangiava e beveva con gli esattori delle tasse e le prostitute, non era un dovere. Era un assoluto dilettarsi nella loro compagnia, nel loro stesso essere”. Senza questa relazione Dio é triste, non si diletta. E cosí, quando il missionario cerca i giovani pandilleros o visita i carcerati, non lo fa per un dovere pastorale, ma perché é contento di stare lí con loro.
Mi piace questa definizione del voto di castitá come voto del “dilettarsi negli altri”. Consacrandosi a Gesú, anche il religioso “gioisce dell’esistenza stessa delle persone, con tutti i loro tentativi brancolanti di vivere e amare”, sia che siano sposate o divorziate o prostitute, sia che siano onesti o ladroni o carcerati, sia che siano sani o drogati o ammalati di Aids.
Miguel, un carcerato, mi ha pregato di aiutarlo a riconciliarsi con sua moglie Consuelo e i suoi tre bambini. Quando ho telefonato alla signora Consuelo, é stata contentissima di sapere che un religioso si sta preoccupando per la sua famiglia, e mi ha invitato ad andare a casa sua: una baracca di legno in cima a una salita, su una strada di sabbia e fango. Quel giorno non ho fatto niente: ho solo mangiato con loro e poi ho giocato con i bambini. Mi sono semplicemente dilettato in loro.
Penso poi a tanti giovani – Black, David, Francisco, Byron, Boris, Dardo, Marisela, Ana – che stanno imparando a vivere, e molte volte scelgono il cammino sbagliato, e hanno bisogno di essere orientati. E spesso loro non mi prestano attenzione: mi rendo conto che ho piú bisogno io di incontrarli, di orientarli, che loro di essere orientati. All’inizio mi scoraggio, soffro un po’, ma poi mi ricordo delle parole di padre Turoldo: Dio ha piú bisogno lui di incontrare e trovare l’uomo che l’uomo di essere trovato; Dio non si sente in pace, non si sente tranquillo fino a quando riuscirá ad abbracciare tutti i suoi figli. Perché i figli sono diletto, ma sono anche fatica, impegno, sofferenza.
Riassumendo, il voto di castitá implica relazionarci con altri uomini e altre donne semplicemente per dilettarci in loro, per giore della loro esistenza, per sentirci fratelli e sorelle, disposti ad assumere tutti i rischi e tutta la sofferenza che questo impegno e questo ‘diletto’  comporta.

Essere presenza

Dilettarsi negli altri significa saper entrare con gratitudine nella gioia o nel dolore dell’amico, e commuoversi al vedere che il fratello ti lascia entrare nello spazio sacro della sua vita, e sentire che la tua partecipazione alla sua gioia e al suo dolore lo tocca, commuove anche lui, e gli dona la pace. L’uomo é felice quando si sente fratello. La nostra umanitá si realizza pienamente quando ci trasformiamo in fratelli, quando sentiamo che le nostre speranze e la nostra sofferenza toccano e interessano da vicino il nostro amico.
Ricordo, tanti anni fa, quando tornai da un campo di lavoro a Belfast, nell’Irlanda del Nord, in cui – tra le altre cose – avevamo cercato, come gruppo internazionale e interreligioso, di tessere ponti di pace tra cattolici e protestanti. Tornato da un’esperienza cosí forte, avevo tante cose da raccontare, cose ‘importanti’. Andai a trovare un amico, desideroso di condividere con lui la mia esperienza irlandese. Peró poi non gli raccontai niente. Perché? Perché quando fui a visitarlo, il mio amico era un po’ depresso per alcune cose che stavano succedendo nella casa di riposo dove stava facendo il servizio civile. A guardarle dal di fuori e con mente fredda, non c’era nulla di particolarmente grave in queste cose: erano difficoltá che spesso si presentano in qualsiasi ambiente di lavoro. Peró il mio amico stava soffrendo molto per queste difficoltá: io ascoltai, quasi in silenzio. Quando uscí da casa sua, mi resi conto – meravigliato – che non avevo detto niente di tutto quello che volevo raccontare. Eppure mi sentivo felice: perché? Perché il mio amico mi aveva mostrato che per lui era importante condividere con me queste cose, e io mi sentivo profondamente interessato in tutto quello che mi diceva, in ogni piccolo dettaglio. Perché sentivo una presenza che mi interpellava, un fratello che aveva bisogno di qualcuno che lo ascoltasse. Sentivo che c’era qualcosa che lo faceva star male, e anch’io stavo male per lui: partecipare del suo disagio era un’esigenza anche mia. Essere presenza: questo dovrebbe essere il segno caratteristico dell’umanitá. Purtroppo, oggi passiamo molto tempo con varie persone in uffico, in altri ambienti di lavoro, nella nostra stessa casa, ma senza essere presenza l’uno per l’altro.
Commenta a questo proposito Gabriel Marcel: “A ognuno di noi puó accadere di essere accanto a persone che tuttavia non ci sono presenti. Taluni, che noi consideravano amici, non hanno saputo trovare che formule stereotipe, che sembravano uscire da un distributore automatico: costoro non ci erano presenti, né noi eravamo presenti a loro. Qualcun altro, invece, con uno sguardo, con un tono di voce, perfino con un modo particolare di tenere il silenzio, ci ha dato un’indiscutibile attestazione di presenza. Noi eravamo insieme, e questa compresenza ha lasciato dietro di sé quasi una scia che la prolonga, un noi di comunione”.
Vivere senza sentirsi presenza, senza riuscire a creare questa compresenza, non é una vita degna dell’essere umano.

Sottovivere

Quante persone, anche qui in Equador, soffrono perché non si sentono presenza! Molti neri, indios, giovani e poveri di tutti i colori sentono che la loro voce, la loro opinione, la loro saggezza ancestrale non conta niente, non é presente al cuore e alla mente di coloro che tengono le leve del potere.
Ma anche nelle nostre comunitá religiose, e nelle nostre famiglie, quanti anziani, quante donne, quanti giovani non si sentono presenza! Quanti bambini abbandonati sulla strada non si sentono presenza significativa per la societá, a volte nemmeno per la loro stessa famiglia! E quando non siamo presenza l’uno per l’altro, ci limitiamo a sopravvivere. Ma in realtá questo sopravvivere é un sottovivere: quando l’uomo rinuncia ad essere presenza, vive molto al di sotto della dignitá di figlio di Dio, vive molto al di sotto della felicitá che rende la nostra vita pienamente umana.
Senza voler generalizzare, posso dire che in molti casi qui in Equador i diversi popoli che conformano la realtá multietnica del nostro paese – bianco, meticcio, nero, indio – non sono presenti l’uno all’altro. Anche in Europa, credo, i diversi popoli che stanno arrivando non ci sono presenti. Si apre quindi una grande sfida missionaria: non siamo robot, semplici strumento di produzione e oggetto di consumo: senza presenza non c’é autentica vita umana, e senza vita umana non c’é pace; che fare per sentirci presenti gli uni agli altri, che fare per garantire a tutti – italiani, badanti ucraine e polacche, immigrati africani - le condizioni di una vita autenticamente umana, che sono le condizioni della vera pace?
“Io in loro, Tu in me” (Gv 17,23). Anche Gesú vuole essere presente a noi, dentro di noi. Senza presenza anche la vita di Gesú sarebbe una vita disumana, e non sarebbe piú neanche la vita di Dio.
Continuare ad essere umani, dunque, impegnarci perché la dimensione della presenza, della partecipazione e dell’incontro non sparisca dalla vita dell’uomo é uno dei nostri principali impegni missionari.

Il ricordo

Una forma speciale di presenza é il ricordo. Il ricordo é la presenza nel cuore: un’importante e indispensabile linfa di vita per il missionario. In questa settimana di esercizi spirituali, ho dedicato molto tempo a pregare per l’amico e per la sorella lontana. Quando recito un rosario per la mia famiglia, per i miei amici, sento questa forza del cuore, questa misteriosa capacitá che Dio ci dà di superare le barriere dello spazio e del tempo; e sento che l’amico, il fratello o la sorella lontana mi é presente, e gioisco di questa presenza nel cuore, gioisco in questo ricordo.
É qualcosa di incredibile, di misterioso, eppure é reale. Molte volte la realtá é piú misteriosa, piú incredibile e affascinante di tutti gli effetti speciali che oggigiorno vanno di moda nel cinema.
Cosí scriveva Daniele Comboni al conte Guido di Carpegna, suo caro amico: “Quando nel sacrifizio dell’altare ogni mattina m’é dato di effondere una preghiera per voi, oh! allora io provo una gioia ineffabile, … perché veggo in Dio il centro di comunicazione fra me e voi, che lontani col corpo, mi siete uniti nella fede e nel cuore... Spero di mantenere fra noi epistolar comunicazione. Ah! Spero che non lascerete gemere un’anima che sospira per voi e non passa momento senza ricordarsi di voi” (S 667). Indubbiamente, il linguaggio del Comboni é un linguaggio appassionato, molto distante dal linguaggio curiale, e qualcuno potrebbe anche rimanerne scandalizzato. Ma voglio sottolineare la potenza misteriosa del cuore dell’uomo e del cuore di Dio: possiamo sentirci presenti, e gioire concretamente di questa presenza, pur essendo lontani. Nessun microscopio e nessuno strumento scientifico potrá spiegarci come si realizza questa unione: partecipiamo di un mistero infinitamente piú grande di noi.
Anche il ricordo, dunque, é un elemento imprescindibile della nostra umanitá. Quando non ricordiamo, quando non siamo ricordati, la nostra umanitá é ferita. Di fatto, il dolore piú grande che possiamo provare é la non presenza dell’amico, quando sentiamo che il fratello e l’amico fidato non ci é piú presente, non ci ricorda e non ci tiene vivo nel suo cuore.

Decolonizzare le nostre menti

La societá neoliberale é strutturata in modo tale da eliminare i ricordi. Finora, in molte regioni dell’Equador, é la produzione familiare che genera lavoro, che mantiene la famiglia, che protegge la natura e valorizza le risorse locali. Ma adesso l’economia neoliberale ha imposto una logica che non tiene in nessuna considerazione la tradizione ancestrale, e che dimentica la saggezza secolare dei popoli.
Nella regione di Esmeraldas, ad esempio, le grandi  multinazionali stanno disboscando tutta la selva. Finora questa terra e questa selva ha assicurato la vita del popolo afro e dei popoli indigeni di questa regione; ma per il nostro sistema economico ricordare il valore culturale, economico e spirituale di questi alberi - tutto quello che questa terra ha significato per questi popoli - é assurdo e patetico; l’unica cosa che conta é che oggi il legno di questi alberi puó dare grandi profitti. In quest’ottica, il ricordo é un ostacolo, un residuo sentimentale del passato. Per questo si sta facendo tutto il possibile perché i nostri giovani non abbiano ricordi. Quando non abbiamo ricordi, quando la terra e l’ambiente non é presente al nostro cuore, siamo disposti a permettere tutto, a lasciar distruggere tutto, perché quando una cosa o una persona  non ci é presente, e non la ricordiamo, per noi non ha nessun valore.
In mezzo a tanta oscuritá, una luce ci arriva dall’incontro che hanno tenuto recentemente in Brasile, nella cittá di Aparecida, i vescovi latinoamericani che, dopo aver denunciato la discriminazione di cui sono ancora oggetto gli indios e gli afroamericani, ci invitano a “decolonizzare la mente e le conoscenze, recuperare la memoria storica, rafforzare spazi e relazioni interculturali”. Sono esortazioni valide anche per la attuali societá multiculturali europee, io credo. Dobbiamo recuperare la memoria, ricordare le ricchezze spirituali dei vari popoli, che rischiano di essere spazzate via dal vento neoliberale, e decolonizzare le nostre menti. Il colonizzatore non aveva presente nel suo cuore la vita del colonizzato (soprattutto l’indio e il nero), non lo considerava persona, non lo considerava fratello. Oggi – anche se molte cose sono cambiate – gli indios e gli afro corrono il rischio di continuare ad essere assenti, di non essere presenti nel cuore del resto della popolazione. Decolonizzare la nostra mente e – aggiungerei io – decolonizzare il nostro cuore significa guardare a questi popoli como li vede Dio: come figli e come fratelli, presenti al Cuore divino allo stesso livello di amore e dignitá con cui Dio ama tutta la sua famiglia.

 

 

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