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Josè Maria Pires :NOI PICCOLO GREGGE

tratto da NIGRIZIA

Noi piccolo gregge

Il patriarca dei quilombos José Maria Pires

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Noi piccolo gregge

 Pochissimi, e solo da poco tempo, sono i ministri ordinati neri in America Latina. Nonostante tutte le belle dichiarazioni,” il pregiudizio razziale è ancora ben vivo e operante nella strutture ecclesiastiche”. Ma “Don Zumbi”, non è certo tipo da limitarsi a sterili lamentele. Affida a Nigrizia il suo sogno di chiesa afro (che avrebbe tanto da dire anche a chi nero non è).

Quando diamo uno sguardo retrospettivo all’America Latina, ci rendiamo conto che non c’è proporzione tra i milioni e milioni di afroamericani e il numero così ridotto di vescovi e clero. E’ davvero un piccolo gregge. Ad esempio il Brasile. Siamo più di 50 milioni di afrobrasiliani. Cattolici in massima parte. Abbiamo mezza dozzina di vescovi e circa cinquecento preti di origine africana. In un passato un po’ più lontano, non c’era nessun vescovo, nessun prete discendente di africani in questa terra della Santa Croce. Neri e indios non erano considerati adatti al sacerdozio e alla vita religiosa.

Quando, nel secolo XVIII, il Marchese di Pombal espulse dal Portogallo e dai suoi domini gli ordini religiosi (solo i gesuiti cacciati dal Brasile furono più di seicento!), la chiesa del Brasile-colonia rimase quasi sprovvista di sacerdoti. Ciò che e permise di sussistere fu il cattolicesimo popolare, con le sue novene e pellegrinaggi, e il catechismo insegnato da laici e laiche. La visita di un prete alle comunità era cosa rara in quel tempo. Una volta all’anno, in linea generale. Quando il sacerdote arrivava, faceva tutto: battezzava, confessava, predicava, benediceva i matrimoni e celebrava la messa.

Fino ai giorni nostri patiamo questa carenza di sacerdoti. La più grande nazione cattolica del mondo no dispone di ministri ordinati in numero sufficiente per le necessità spirituali dei suoi fedeli.

E’ una carenza che non verrà risolta in futuro se non si supereranno alcune barriere. Una, è il preconcetto che colpisce ili nero e la sua cultura. Nonostante tutte le dichiarazioni che affermano il contrario, il pregiudizio razziale è ancora ben vivo e operante nella strutture ecclesiastiche. Finché i responsabili della pastorale a tutti i livelli non saranno persuasi che il nero ha valore, ha sapere, ha virtù e cultura, resteremo fermi a questa percentuale assurda di un vescovo nero per 10 milioni di afrobrasiliani e di un prete nero per 120 mila fratelli neri.

O il ministero o la famiglia

Il documento di Santo Domingo ( elaborato dalla IV Conferenza generale dellÂ’episcopato latinoamericano nel 1992) parla con forza della necessità dellÂ’inculturazione. Ma inculturazione non è semplicemente introdurre  riti afro nella liturgia. EÂ’ molto di più. EÂ’ riconoscere i valori della cultura nera e promuoverne lÂ’integrazione con i valori di altre culture, specialmente quella degli europei che furono i primi a renderci testimonianza del Vangelo e della chiesa.

Uno dei valori della cultura africana è l’accoglienza. La liturgia romana è poco accogliente. E’ molto girata verso Dio e poco verso le persone e la comunità. Chi viene a messa si preoccupa di trovare un posto a sedere prima di verificare dove sono le persone con le quali entrare in contatto. Le celebrazioni afro, sono accoglienti dall’inizio alla fine.

La cultura africana valorizza molto la famiglia, non concepisce un individuo al di fuori o senza di essa. Il matrimonio non è concepito come unione appena tra un uomo e una donna, ma come unione tra famiglie. Di qui, l’importanza che molti attribuiscono a un’esperienza prematrimoniale che consenta di valutare se ha chanche di durata l’unione delle due famiglie.

La chiesa occidentale ha stabilito un diaframma tra la famiglia e i ministri ordinati: questi non possono farsi una famiglia né possono vivere in famiglia. Noi neri comprendiamo e accettiamo che esista il carisma di un amore più grande che porti uomini e donne a uscire dalla normalità e ad offrire tutto il loro amore a Dio per porlo a servizio di quanti non sono amati: ammalati, carcerati, poveri, ragazzi di strada e altri, che sono i preferiti di Dio – oppure per una vita interamente dedicata alla contemplazione. Nella visione africana però (così come nel Vangelo), questo non è dato per tutti, neppure è per la maggioranza: è per quelli cui è concesso (Matteo 19,11).

Per noi africani la famiglia è importante. Ci sono delle norme disciplinari che in Africa e per i discendenti degli africani è difficile vivere. Per esempio che una religiosa debba staccarsi dalla famiglia. Mantenere le relazioni familiari è molto importante per noi. Sarebbe necessario rivedere le posizioni disciplinari della chiesa, anche sull'esigenza per i preti del celibato obbligatorio. Dovrebbe essere opzionale. E’ un punto che tocca molto la cultura africana. Moltissimi sentono la chiamata del Signore al servizio ecclesiale, ma non se la sentono di accettare il celibato.

La cultura dei nostri antenati valorizza molto la donna. E’ lei che ha l’axé(fecondità, energia, pace). In molte comunità del candomblé, i terreiros, è la maede-santo l’autorità principale. Nella chiesa cattolica, la donna resta ancora in secondo piano.

Il tempo stringe

Con semplicità e gioia riconosciamo che i nostri antenati venuti dallÂ’Africa furono capaci, a dispetto di tutti i limiti cui furono sottoposti, di dar vita a scenari o paradigmi che possono costituire un riferimento per la società e la chiesa dÂ’oggi. Una società contrassegnata dal neoliberismo escludente e creatore di 

“masse in esubero”, potrebbe trovare nei quilombos (chiamati nei paesi andini palenques) un modello di organizzazione sociale del lavoro nella quale non ci sono salariati né padroni: sono tutti soci e ciascuno deve contribuire a misura delle sue capacità e usufruire secondo le sue necessità. Nel quilombo era così.

Il terreiro è l’altro scenario di riferimento. Più che un luogo, il terreiro è una comunità celebrante nella quale tutti si sentono fratelli e possono vivere un’esperienza di incontro con il soprannaturale. L’esperienza diventa più importante della conoscenza. Le nostre comunità liturgiche guadagnerebbero in profondità se vivessero, come lo si vive nel terreiro, questo clima di incontro personale con Dio e con i fratelli. E’ quello che accadeva nella comunità apostoliche quando in esse discendeva lo Spirito del Signore.

Questa esperienza collettiva ( per meglio dire, comunitaria) di Dio trasmette una forza che è ciò che ha permesso ai neri di sopportare i patimenti della schiavitù. Il nero si sentiva e si sapeva unito nel suo orixà. Lo Spirito Santo, il Grande Orixà, che viene e prende possesso di ogni discepolo di Cristo, non opererebbe meraviglie bne più grandi se noi fossimo educati a lasciarlo agire liberamente in noi e a guidarci, come il nero si sente guidato dal duo orixà?

Il Rinnovamento carismatico cattolico cerca di realizzare questo con successo e con frutto per coloro che vi aderiscono. Soltanto ci spiace che molti dei suoi adepti condannino i culti africani- candomblé, macumba, vodù…- senza percepire che c’è un elemento comune tra le due forme di esperienza religiosa: l’esperienza di Dio. Questo elemento comune (sentirsi posseduti dallo Spirito), presente nella cultura religiosa africana, nel Rinnovamento carismatico e nelle chiese pentecostali, deve essere riconosciuto, valorizzato e sfruttato come via di comunicazione e di comunione con Dio.

La chiesa cattolica, come sarebbe più fiorente in America latina se si aprisse maggiormente alla partecipazione del corpo nella liturgia, se moltiplicasse le espressioni di accoglienza, se affidasse ruoli importanti alla donna. Introdurre colori variegati, danze e tamburi è già qualcosa. Ma è solo il lato esteriore, che talora sa, più che altro, di folclore. Il punto cruciale dell’evangelizzazione è poter offrire a tutte le comunità (i terreiros di oggi, nel linguaggio afro) ministri ordinati, celibi o sposati, che possano presiedere l’eucaristia, senza la quale nessuna comunità cristiana potrà sopravvivere.

Speriamo che questo giorno non sorga troppo tardi.

 

Da Nigrizia, Dicembre 2000, pag. 36-37

 

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