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I pubblicani e le prostitute vi precederanno...

di fr.Antonio Soffientini dalla Colombia

I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei cieli!

fr.Antonio Soffientini

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      TESTIMONI DELLA CARITA'                                                                                      PROVOCAZIONI DI P. ALEX

Bogotà, 29 giugno 2003

  Carissime amiche e carissimi amici, come va? La morsa di calore continua a attanagliare l’Italia? In questa domenica pomeriggio, di ritorno dall’apostolato in Nueva España mi sono finalmente deciso a mettermi al computer e ha mettere per iscritto alcune idee. Era da molto tempo che volevo farlo ma poi la pigrizia e alcuni impegni me lo hanno impedito. E’ passato molto tempo dalla ultima lettera e le cose da scrivere sarebbero tante (la vita di comunità, l’apostolato di fine settimana, l’università, la situazione sociale che sta vivendo la Colombia) però mi sono promesso di essere breve e di concentrarmi su di un piccolo aspetto che ho vissuto in questo periodo: vorrei parlarvi della esperienza nel carcere “Modelo”. L'idea è nata non molto tempo dopo dell’arrivo a Bogotà, di fr. Alberto Degan, che ha incoraggiato e spinto me e Gian Luigi a frequentare il carcere “Modelo” e il carcere “Buen Pastor” . Vediamo di chiarire alcuni termini: il “Modelo” è la casa circondariale di Bogotà (dove in teoria si dovrebbero incontrare i detenuti in attesa di giudizio) e il “Buen Pastor” è il carcere femminile. Perché questi due carceri e non altri che si trovano a Bogotà? Semplicemente perché in queste carceri si trovano alcuni italiani e italiane che sono stati arrestati e imprigionati per parte dello stato colombiano e quindi l’idea iniziale era quella di visitare queste persone e cercare di stare loro vicini. Quando Alberto ci ha raccontato  della sua esperienza nel carcere e di quello che avremmo incontrato entrando, Gian Luigi ed io siamo rimasti “senza parole” e piuttosto “increduli”. La realtà cambia quando si entra nel carcere e mi riferisco soprattutto al “Modelo”. Quando abbiamo iniziato le visite i detenuti al “Modelo” erano più o meno cinquemila divisi in cinque patios (cortili). Il patio 1 e 2 erano occupati da persone che si potevano definire coinvolte con la guerriglia e i restanti patios erano occupati da persone della cosiddetta delinquenza comune e paramilitari. Questa è una divisone a grandi linee in realtà si incontrano altre divisioni: c'è un patio per la terza età (quelli che superano i 55 anni), un patio (Piloto) dove si incontrano le persone che hanno problemi o difetti fisici, un patio dove si incontrano persone con problemi psichici, un reparto di infermeria dove si incontrano ammalati, infermi di SIDA e omosessuali, un reparto di alta sicurezza dove si incontrano guerriglieri della FARC e del ENL e ai piani alti paramilitari dell’AUC e narcotrafficanti. All’interno dei patios si incontrano ristoranti, piccole botteghe dove i carcerati vendono alcuni prodotti alimentari o di igiene personale; gli ospiti possono muoversi più o meno liberamente dentro nei patios. Già questa prima e sommaria descrizione vi fa capire come sia differente la realtà del carcere rispetto a quello che conosciamo delle carceri italiane. Le cose si fanno un poco più complicate quando uno viene a conoscenza dei vari meccanismi che regolano la vita all’interno del carcere: c’è da fare una piccola precisazione ed è che da circa 4 mesi tutti gli ospiti che si incontravano nel patio 1 e nel patio 2 (in poche parole i guerriglieri) sono stati trasferiti in un'altra carcere di Bogotà “La Picota” che è una carcere di massima sicurezza. Detto questo passiamo ai meccanismi e penso che è importante conoscerli perché sono (in qualche misura) uno specchio della realtà che vive la società colombiana. C’è una legge che vige dentro il carcere, e la legge è che chi comanda sono i paramilitari. Vediamo alcuni piccoli esempi che ci possono aiutare:

  • è molto difficile incontrare nei patios guardie; ogni patio ha un responsabile (un capo) e un amministratore (e poi capirete perché).
  • La cosa non si ferma nei patios perché ogni corridoio ha un suo capo, degli addetti alla pulizia del corridoio e quelli che raccolgono i soldi.
  • I grandi capi, quelli che comandano a tutto questo giro di affari sono in realtà quelli che si incontrano al quarto piano della sezione di massima sicurezza, da lì per mezzo di telefoni cellulari comandano e dirigono le operazioni.

Veniamo alla questione economica: non c’è dubbio il carcere “Modelo” è una fonte di guadagno per le organizzazioni paramilitari che si incontrano in Colombia. Con i soldi che settimanalmente escono dal carcere (circa 70 milioni di pesos) si possono comprare armi e tutto quanto serve per la logistica dell' organizzazione nella città di Bogotà. Da dove arrivano tutti questi soldi? Semplice facciamo un po’ di conti:

·         Quando uno è catturato dalla polizia viene mandato in carcere e dopo aver passato alcuni giorni in quella che si chiama “celda primaria”, viene mandato in un patio dove deve scontare la pena o meglio aspettare i tempi del processo.

·         L’ingresso al patio costa in media  400.000 pesos (e questi soldi non si pagano allo stato semplicemente vengono dati al capo del patio).

·         Se tu poi vuoi dormire in una cella o hai i soldi per dormire in una cella devi pagare un affitto settimanale; nel patio 5 che è quello della gente “povera” un affitto vale 50.000 pesos la settimana.

·         Se non hai tutti questi soldi e sei costretto a dormire in un corridoio devi pagare 11.000 pesos la settimana.

·         Se tuttavia sei “povero” e dormi nel refettorio la quota settimanale è di 5.000 pesos

Queste sono le “tariffe che si incontrano nei patios 4 e 5; le cose cambiano quando parliamo del patio 3 che è il patio dei “ricchi”. Qui le persone che vivono sono relativamente poche (non si superano le 150 unità), si incontrano i ristoranti migliori, insomma tutto è più. Naturalmente tutto questo lusso si paga: qui la cella si può comprare (è di tua proprietà se lo desideri) però vale 8.000.000 di pesos. Tutto questo può aiutarvi a capire da dove arrivano i 70 milioni di pesos. Naturalmente quelli che pagano sono i detenuti e soprattutto i più poveri. Per fare una comparazione vi basti sapere che qui lo stipendio minimo (e già tenere un salario minimo è un successo) è di 325.000 pesos (per aiutarvi nei conti vi dico che oggi la valutazione dell’Euro è di 3.200 pesos per un Euro).  Dimenticavo, se uno non può pagare rimane una ultima possibilità: il TUNNEL. Il tunnel è un corridoio largo non più di un metro e mezzo e lungo 30 metri dove vengono messe tutte le persone che non possono pagare. Non c’è luce, non ci sono finestre e tantomeno bagni. Se uno deve urinare gli passano una bottiglia oppure deve chiedere il permesso di uscire dal tunnel per andare al bagno e di guardia non ci sono le “guardie” ma persone che sono messe lì dai responsabili del patio. Che strano, quando vengono le commissioni di diritti umani i tunnel spariscono. Già il carcere “Modelo” sembra essere un mondo fuori dalla realtà, un film dell’orrore o di fantascienza ma purtroppo è cosi e in qualche misura è lo specchio della realtà della società colombiana dove la corruzione sembra andare molto di moda. Nella carcere c’è un cappellano: p. Jorge e con lui nella pastorale penitenziaria collaborano molte persone. L’obiettivo è duplice: evangelizzare ma anche dare e recuperare un po’ di dignità umana alle persone che si trovano private della libertà. Noi ci siamo uniti a questo apostolato (in un primo tempo Gian Luigi ed io e ora mi accompagna Gardenio, un compañero del Costa Rica). Adesso il nostro impegno è quello di accompagnare un gruppo di detenuti perché possano ricevere i sacramenti (battesimo, prima comunione e cresima). La realtà più evidente nel carcere “Modelo” è quella della corruzione e della violazione dei diritti umani però facendo questo lavoro di catechesi teniamo anche la possibilità di entrare in un contatto più profondo con le persone e con le famiglie e la situazione che vivono e si scoprono modi e maniere di vivere la fede e la speranza che lasciano “ a bocca aperte” e che ci fanno leggere e capire il Vangelo “de una manera distinta”. Abbiamo potuto vivere nella carcere la settimana santa e mi sento tranquillo dicendo che i detenuti mi hanno insegnato a viverla in una maniera profonda (non posso fare paragoni perché le realtà che si vivono qui sono diverse dalle realtà italiane) però sicuramente quella vissuta quest'anno, è una settimana santa che non dimenticherò mai più. La partecipazione della gente è stata fenomenale, si sono impegnati, hanno preparato le celebrazioni, i canti i momenti più importanti con cura, con attenzione ai minimi dettagli e li hanno vissuti (e permettetemi ci hanno aiutato a viverli) in profondità. Mi sarà difficile dimenticare il Venerdì santo e la Via Crucis che abbiamo iniziato alle nove della mattina e che si è conclusa alle tre del pomeriggio con la celebrazione della passione. Per la prima volta abbiamo percorso tutto il carcere e tutti hanno partecipato. Quando la croce entrava in un patio tutte le attività si fermavano, si faceva silenzio e si pregava insieme e poi da lì tutte le persone proseguivano negli altri patios alle altre stazioni. L'immagine che ho ben impressa è quella di 2.000 o 3.000 Gesù Cristo che camminavano portando ognuno la propria croce (la croce del delitto commesso, la croce di essere accusato ingiustamente, la croce di essere in un carcere, la croce di sapere che la propria famiglia sta soffrendo la fame, la povertà) ognuno portava la propria croce e ognuno poneva la speranza e la fiducia e la fede nell’uomo Gesù di Nazareth che era in quel momento un compañero, uno che aveva sofferto le stesse pene loro, era stato condannato ingiustamente come tanti di loro, era stato abbandonato dai suoi come tanti di loro e crocifisso come loro. C’è un’ultima cosa che tengo guardata nel cuore di questa settimana santa e sono i volti delle mogli, delle figlie, delle fidanzate dei detenuti. La domenica delle Palme, il giovedì Santo e la domenica di Resurrezione hanno coinciso con giorni di visita delle famiglie. L'entrata per la visita inizia ufficialmente alle nove della mattina e termina alle tre del pomeriggio. Quando siamo arrivati la prima domenica erano più o meno le otto della mattina e ci siamo incontrati con una fila impressionante di donne che aspettava il turno per entrare. Abbiamo parlato con le guardie e ci hanno detto che alcune delle signore, (quelle che vengono da altre città), passano lì la notte e molte volte fa freddo piove. Le altre iniziano ad arrivare alla quattro della mattina e si fanno cinque ore di coda per entrare. Il regolamento del carcere è abbastanza stretto e per poter entrare le signore devono arrivare alla porta del carcere in minigonna, senza calze e con le ciabatte e la mattina presto la temperatura a Bogotà difficilmente supera i 10 gradi e come si dice qui ”le toca aguantar frío”. Le ultime poi entrano intorno a mezzogiorno e devono salire alle due e mezza del pomeriggio. Tutto questo per stare due ore con la persona che si ama, con il marito, con il fidanzato, con il papà, agguantando il freddo e sopportando l'umiliazione di una perquisizione che in alcuni casi è fatta fino ai minimi dettagli. La visita delle mogli e delle fidanzate è il momento più atteso anche perché è il momento nel quale portano i soldi che serviranno per pagare l’affitto settimanale. Molte di queste persone vivono nel sud di Bogotà che è la parte più povera della città e le signore lavorano tutta la settimana per poter portare al marito, al papà, al fidanzato i soldi che gli permetteranno di vivere un’altra settimana senza correre il rischio e l'umiliazione del tunnel. Vi ricordate, prima vi dicevo che il salario minimo qui è di 325.000 pesos e che tenere un salario minimo è una fortuna. Bene, adesso provate a mettervi nei panni di una signora che tiene il marito in carcere. Tutte le settimane deve portargli 50.000 pesos come minimo e quindi significa che deve vivere lei e tutta la famiglia con 125.000 pesos. Deve comprare il cibo, deve dare i soldi del collegio ai figli, la luce, il gas, il telefono e questa è una signora che ha la fortuna di guadagnare un salario minimo! Qui le donne nella maggior parte dei casi “Trabajan por día” significa che lavorano a giornata, quando chiamano perché c’è lavoro e quindi lascio a voi fare un poco i conti. Li avete fatti? Si? Bene e allora ditemi da dove tira fuori i soldi (50.000 pesos) da portare tutte le settimane al marito che si trova in carcere (magari accusato ingiustamente o, come mi è capitato di incontrare, perché non ha pagato un quarto di pollo asado che vale come 5.000 pesos a dir tanto). Può vendere il frigorifero della casa, può vendere la televisione, può ipotecare la casa, può chiedere aiuto alla vicina di casa o ai familiari però quando tutto questo finisce non le resta che abbassarsi all’umiliazione più grande: vendersi.  

Ringrazio il Dios del Vida che mi ha dato e continua a darmi la possibilità di vivere quest'esperienza. Ringrazio i detenuti del carcere “Modelo” che mi stanno “evangelizzando” e ringrazio queste signore, mogli, fidanzate, figlie che con facilità etichettiamo come prostitute o peggio ancora come “puttane” perché con la loro vita, la loro forza mi stanno insegnando che cosa significa “amare” lo sposo, il papà, il fidanzato, mi stanno insegnando il significato della parola amore. 

Sono stato lungo, non voglio stancarvi di più, semplicemente vi chiedo di ricordarvi nelle vostre preghiere degli amici del carcere “Modelo” di Bogotà e di tutte le loro famiglie.

  Un grosso abbraccio ed un sorriso a tutte y a tutti,

  hno. Soffientini Antonio mccj

 

 

Se volete scrivere a fr.Antonio: Kr. 48 n.75 A-13, Barrio Simon Bolivar, Bogota, D.C. Colombia.

Leggi "Addio alla 185/90: vergogna Italia" di p.Alex in seguito all'approvazione della riforma della legge 185 sull'esportazione di armamenti italiani all'estero e le altre provocazioni di p.Alex.

Leggi e conosci anche gli altri cammini di lotta e speranza affinchè vinca la Vita:

-"Marcha por la vida" di Ilaria Fattori (Casco Bianco in Honduras)

-"La fame e la sete di giustizia straziano le viscere" di Filippo Pallotta (Casco in Bianco in Honduras)

-"Unbwogable" di p.Daniele Moschetti da Korogocho

Leggi e diffondi tra amici e conoscenti il decalogo della Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani per aiutare gli immigrati nel nostro Paese. Non possiamo più rimanere indifferenti e silenti di fronte a questi situazioni che calpestano ogni diritto umano.

"Sveglia giovane! Tocca a te!", è il messaggio che p.Alex rivolge ai giovani perchè anche noi oggi come il Comboni possiamo donare la vita per qualcosa che vale.

Ripercorri i passi della Via Crucis Pordenone Aviano e troverai segni di speranza e capirai che la resurrezione è già presente in germe in ogni passione dell'umanità.

Unisciti al cammino di lotta per la Vita che anche quest'anno riparte con la Carovana della pace dal 4 al 15 settembre 2003.

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