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Padre Arrupe, una spinta per umanizzare il mondo

di Jon Sobrino, tratto da ADISTA, n. 84, 2007

PADRE ARRUPE,
UNA SPINTA AD UMANIZZARE IL MONDO

Caro Ellacu,
varie cose sono successe quest’anno che mi riportano alla mente quando voi eravate qui. Ti parlerò di due di esse, che tornano utili per l’anniversario. Nel 1979 c’è stata Puebla e quest’anno Aparecida. È andata meglio di quanto ci si aspettasse, non ha chiuso le porte. Resta da vedere se ci terremo alla larga, senza entrare, o se, con lucidità e con impegno, le apriremo completamente. Ci sarà un bel da fare per portare avanti questa nostra Chiesa in mezzo alla civiltà della ricchezza imperante che affoga lo spirito.

Buono il tema scelto: essere seguaci di Gesù con la missione di annunciare il Dio buono e trasformare questo mondo ingiusto e menzognero in un mondo di giustizia e verità.

È la seconda settimana degli Esercizi di sant’Ignazio, di cui ci hai tanto parlato. E sebbene i costi spaventino sempre, seguire il regno di Dio e lavorare per esso genera sempre speranza, di cui certo non abbondiamo.

La manomissione finale del documento è stata una vera pena. In una certa curia, senza che lo sapessero i vescovi che l’avevano approvato, il testo è stato ritoccato, soprattutto lì dove parla delle comunità di base. Dicevi bene, tu, che la cosa più importante di queste comunità è che sono di base. Ma, per questa stessa ragione, sono anche motivo di conflitto. Si vede che ancora non sappiamo cosa fare con la base, quando i poveri si mettono insieme per vivere, lavorare e credere, per liberarsi e per liberare. Non è la democrazia il punto di forza della Chiesa, si dirà. Ma ci dovremmo lavare nella trasparenza evangelica e nell’umiltà per riconoscere i nostri errori.

Nemmeno c’è traccia nel documento - debitamente storicizzata, cosa su cui tu insistevi - della terza settimana degli Esercizi, la passione e morte di Gesù Cristo. Il conflitto oggettivo con i potenti, non un’astratta disponibilità, è ciò che lo ha portato sulla croce. Ignorarlo produce gravi conseguenze, perché autorizza a pensare che oggi possiamo condurre la missione senza gravi conflitti. Siamo sempre lì, a quanto sia difficile prendere Gesù sul serio. Penso che la cosa più difficile da accettare di Gesù Cristo sia Gesù, di questo la sua vita terrena, e di questa la sua croce per mano dei potenti. E, se non ricordo male, già nel 1978 hai criticato la cristologia del documento di lavoro di Puebla. Offriva una lettura “gravemente difettosa e povera” di Gesù di Nazareth.

E con la croce di Gesù scompare anche la centralità dei martiri del nostro tempo che sono morti come lui. Aparecida svicola su di essi e non si rivolge a loro con gratitudine e con l’impegno di seguire le loro orme. Dà l’impressione che nella Chiesa non sappiamo che farcene. Un esempio. Si è scritto molto su Monsignore (Romero, ndt), sulla sua ortodossia e sulla sua ortoprassi. Si discute se sia confessore o martire e – se martire – se lo sia stato in odium fidei o in odium iustitiae... E quando sembra che Monsignore abbia superato tutte le prove, nelle alte sfere si dice che non è il momento opportuno per canonizzarlo, perché può essere strumentalizzato. Così stanno le cose, Ellacu. Cosa fare con i martiri non è cosa di poco conto. Credo sia articulus stantis vel cadentis Ecclesiae (cardine su cui si regge o crolla la Chiesa, ndt). Dio voglia che voi, i martiri, entriate per le porte che Aparecida ha lasciato aperte per molte cose buone. E che ci ossigeniate.

In questo quadro, passo a parlarti, Ellacu, di quello che mi ha spinto a scriverti quest’anno: il padre Arrupe. L’occasione è chiara: il 14 novembre avrebbe compiuto cento anni. Ma c’è una ragione più profonda e che ha a che vedere con voi martiri. Su di lui, è appena uscito un libro di oltre mille pagine (Pedro Arrupe, Un uomo per gli altri, a cura di Gianni La Bella, il Mulino, Bologna, 2007; ndt), alla fine del quale gli editori ci sorprendono con qualcosa di inatteso ma decisamente splendido: un’appendice con i nomi dei gesuiti assassinati a causa della “lotta per la fede e per la giustizia” a partire dal momento in cui padre Arrupe divenne preposito generale dei gesuiti. In totale, 49 gesuiti nel Terzo mondo. Naturalmente ci siete anche voi, i martiri della Uca (Università Centroamericana, ndt), con padre Carlos Pérez Alonso, gesuita, del quale siamo poco soliti parlare, “scomparso” in Guatemala nel 1981 per mano dei sinistri militari di quel Paese. E padre Rutilio Grande. E, prima dei nomi, queste parole di padre Arrupe:

“Questi sono i gesuiti di cui ha bisogno oggi il mondo e la Chiesa. Uomini mossi dall’amore di Cristo, al servizio dei loro fratelli senza distinzione di razza o di classe. Uomini che sappiano identificarsi con coloro che soffrono e vivere con loro fino a donare la vita in loro soccorso. Uomini valorosi che sappiano difendere i diritti umani, se necessario, fino al sacrificio della vita”.

Sono parole che scrisse sette giorni dopo il martirio di padre Grande. Padre Arrupe sì che ha saputo cosa fare dei martiri. Senza darli per scontati, ringraziandoli, con gioia. In questi martiri ha visto la gloria della Compagnia. In essi, e in tanti altri come loro, ha sentito la presenza di Dio nel nostro mondo.

Questo 14 novembre molti ricorderanno, con ammirazione e affetto, quest’uomo universale, basco universale, direbbero nella sua natia Bilbao. Non ne ho alcun dubbio. Ma, prima che uomo universale, è stato uomo di radici. Durante il suo generalato, il periodo in cui lo abbiamo conosciuto meglio, sono state due queste radici di cui parlo: Dio e i poveri. Tu hai detto qualcosa di simile di mons. Romero. Fondava la sua speranza su due pilastri: “Dio e il popolo salvadoregno”. E don Pedro Casaldáliga, con linguaggio provocatorio, ha detto che “tutto è assoluto tranne Dio e la fame”.

Parleremo di questa radice ultima che è stata Dio. Ma iniziamo dai poveri. Tu hai scritto che, in definitiva, è stato nella periferia, in Giappone per 27 anni e nelle sue scorrerie per il mondo in visita ai gesuiti, che egli incontrò l’universalità più vera, quella della povertà, quella che reclama la reazione più profonda, la compassione. Infatti, il suo primo viaggio dopo essere stato eletto generale ebbe per mete l’India e l’Africa. È importante sottolineare, senza ironia, ma per fedeltà alla realtà, che a Roma, ma non da Roma, in un mondo nel quale si muove il potere, ma non a partire dal potere che si muove in questo mondo, vide la realtà più reale: un mondo sofferente. La luce per vedere e la linfa per dare frutto venivano dalla periferia, come dici in un breve articolo che non hai firmato. La periferia divenne il suo mondo, il mondo dei 49 gesuiti che ho ricordato.

Fu a partire da questa parzialità che dette impulso da pioniere all’inculturazione, cosa comprensibile a motivo degli anni da lui passati in Giappone. Lì comprese che un gesuita non può de-culturare, e così de-umanizzare, non può lavorare perché la periferia prenda le sembianze del centro, ma deve inculturare il vangelo, ed essere disponibile a lasciarsi evangelizzare dal buono “dell’altro”.

A noi in Centroamerica, e a te specialmente, con César Jerez, è toccato scontrarci con un’altra forma di periferia: la povertà e la miseria, frutto dell’ingiustizia. E toccò molto presto anche a padre Arrupe. Affrontò la questione nella Congregazione Generale 32. L’opportunità di convocare la congregazione fu controversa, anche fra coloro che lo appoggiavano, perché sembrava non si dessero le migliori condizioni. Dicono gli storici che, considerando le tensioni con il Vaticano, la congregazione dei procuratori si era mostrata contraria alla convocazione, 91 voti contro e 9 a favore. Ma, pochi giorni dopo, padre Arrupe, con una lettera aperta a tutta la Compagnia, oltre a comunicare il risultato della votazione, annunciava, come decisione sua propria, la convocazione della Congregazione Generale 32. Sottolineando che era “la decisione più importante di tutto il suo generalato”. A ragione, secondo il mio modo di vedere. Fu per lui la maniera di rendere centrale la periferia.

Sotto la sua guida e il suo incoraggiamento, la congregazione si pose la domanda più radicale che i gesuiti si fossero fatti in molto tempo: “che significa oggi essere compagno di Gesù”. E la risposta fu inaudita: “impegnarsi sotto lo stendardo della croce nella lotta cruciale del nostro tempo: la lotta per la fede e la lotta per la giustizia che la stessa fede esige”. La Compagnia si mise all’opera, con diversi ritmi, e con maggiore o minore intensità, ma si mise in marcia per un nuovo cammino. Per Arrupe fu una gioia veder nascere una Compagnia più simile a Gesù di Nazareth. Fu anche fonte di polemiche all’interno della Compagnia e di conflitti al di fuori di essa, con i poteri di questo mondo e del Vaticano. Non vacillò mai.

Si può discutere su quale fu l’apporto specifico di Arrupe alla “fede e giustizia”. I suoi documenti e le sue lettere sono illuminanti. Ma l’importante è la radice da cui cresceva tutto questo: ascoltare il clamore degli oppressi e reagire con tutta la propria persona - e la sua speranza era con tutto il peso della Compagnia universale. Pochi, ad eccezione dei vescovi di impronta lascasiana (di Bartolomé de Las Casas, ndt), lo avevano fatto prima, con radicalità, nella Chiesa e nella Compagnia. Per questo, per l’importanza delle sue direttrici di governo, sono d’accordo con te, Ellacu, quando dici che l’apporto specifico di Arrupe fu spingere la Compagnia con lui davanti, ché questo vuol dire essere leader, rendere contagiosi convinzione, impegno e speranza, accettando conflitti e non fuggendo pericoli. E tutto questo con libertà creatrice, non come chi segue, a malincuore, una dottrina già costituita, in definitiva una legge, ma come chi si lascia condurre dalla forza dello Spirito di Dio, e sempre con “gli occhi fissi a Gesù”, come dice la Lettera agli Ebrei. Arrupe è venuto a dirci: “non separiamo quello che Dio ha unito dal principio e quello che la Chiesa e la Compagnia hanno separato lungo la storia: la fede e la giustizia”. Ci spese la salute e il tempo, e alla fine la vita.

Nei primi anni del suo generalato, nella provincia centroamericana vivemmo questa impostazione in tensione con Roma. E tu, Ellacu, ricordi molto bene le crisi. Anche prima della CG 32, nel Salvador i gesuiti avevano tentato il cammino della “fede e giustizia”. Si respirava speranza e voglia di lavorare. E sorsero conflitti prima impensabili. Nel seminario non furono accolte bene “le novità di Medellín” e ne abbandonammo la direzione. Nel collegio ci accusarono di “insegnare marxismo” e di “mettere i figli contro i padri”. Ad Aguilares, Rutilio Grande denunciava gli oppressori, “fratelli caini” li chiamava, e difendeva i contadini – nel 1977 lo assassinarono, e i suoi compagni gesuiti furono arrestati ed espulsi dal Paese. La Uca denunciò la frode elettorale del ’72, l’op-pressione dell’oligarchia e dell’esercito e la struttura ingiusta del Paese. Nel 1976 scoppiò nel campus la prima di venticinque bombe. Era tutto questo “fede e giustizia”.

Nel loro lavoro i gesuiti misero coraggio e lucentezza evangelica, anche se con limiti, eccessi ed errori, come ben ricordi. Ma di fronte alla novità di quello che succedeva nella provincia, a Roma Arrupe, all’inizio non bene informato e, penso, non bene consigliato, volle frenare il nuovo indirizzo che prendevano i gesuiti. Sebbene con onestà, credo, da una parte e dall’altra, le relazioni furono tese. Dopo avvenne un cambiamento straordinario, come racconti bene tu, senza occultare successi né conflitti, nel tuo articolo “Pedro Arrupe, rinnovatore della vita religiosa”.

Nel 1976 vi fu tra Arrupe e i gesuiti centroamericani un abbraccio gioioso. E anche su questo insisti, tu che non eri per nulla portato al mellifluo. Per coincidenza, io mi trovavo a Roma in curia, e mi raccontarono che Arrupe, in una lettera che doveva scrivere ai gesuiti centroamericani, voleva “chiedere perdono” per gli anni di conflitto. I suoi consiglieri lo dissuasero, ma, se non con le parole, padre Arrupe mantenne fede al messaggio. Si dispiaceva molto che i suoi “limiti” avessero contribuito ai “malintesi”. E non poté nascondere la gioia della riconciliazione.

Ricordo, Ellacu, che anche per te fu una grande gioia. Riconoscevi gli eccessi e alcuni errori di quegli anni ’70, ma anche i passi compiuti per migliorare e cambiare. Quella lettera di padre Arrupe del 1976 è ora nascosta negli archivi di qualche curia, ma continua ad essere una testimonianza eccezionale della fermezza, dell’onestà, della fraternità e dell’umiltà di padre Arrupe. Per questo lo ricordo ora, trent’anni dopo. Continuiamo a vivere di persone così. E con la speranza che in qualcosa ci abbia contagiato.

Le cose seguirono il loro corso. Nel 1977, ad Aguilares, fu assassinato padre Rutilio Grande. Nel mese di giugno fummo minacciati di morte, e le strade si riempirono di volantini: “Fai il patriota, ammazza un prete”. E padre Arrupe si avvicinò per sempre ai gesuiti e al popolo salvadoregno. Le minacce non lo spaventarono. “Non partite, rimanete al vostro posto”, venne a dirci. Egli stesso voleva venire a farci visita, ma gli assistenti non glielo permisero per i rischi che la cosa comportava. E, per quello che so, ha sempre agito così in tutto il terzo mondo. “Non lavoreremo per la promozione della giustizia se non pagheremo un prezzo”, dissero i gesuiti nella CG 32. La persecuzione non lo fece assolutamente arretrare. E penso che vedere una Compagnia mescolata con i poveri del mondo, che ora aveva martiri per la giustizia, che somigliavano un po’ di più a Gesù, lo riempisse di immensa gioia. Così ho visto e così dipingi tu, Ellacu, padre Arrupe. Con gente così cresciamo in umanità.

Ma bisogna dire ancora un’altra cosa di padre Arrupe, la più profonda: Dio.

Per quanto riguarda la giustizia, la pienezza di Dio dava impulso alla lotta, allo scontro con una pleiade di realtà, problemi, incognite, rischi, conflitti, e anche speranze, utopie, gioie... Per mantenersi fedeli in questa lotta per la giustizia, aiuta, mi si passi la semplificazione, mantenersi fedeli al mistero di Dio. Per padre Arrupe niente ci può separare da Lui e, per questo, niente può separarci dall’umile cammino con Lui né dalla pratica della giustizia, come dice Michea.

La giustizia, forma della compassione e della misericordia, amore per le vittime, esprime il punto più profondo della realtà di Dio. Con questa fede in Dio Arrupe incoraggiava ad una lotta cruciale di qualità e promuoveva una giustizia di qualità. Questa qualità speciale è ciò che si incontra in gente di fede, come in Monsignore.

Non posso portare argomenti riguardo alla profondità soggettiva di questa fede. Credo che il padre Arrupe si pose sempre dinanzi a un Dio sempre più grande e sempre nuovo, e lo lasciò essere Dio. Ma la sua vita, più che le sue parole, lasciava trasparire qualcosa della qualità ultima di questa fede. Padre Arrupe amò la Compagnia, ma non ne fece un assoluto. Arrivò a mettere a rischio il prestigio e il buon nome che essa si era fino ad allora guadagnata all’interno della Chiesa – e in alcuni momenti quasi la sua stessa esistenza – con l’opzione per “la fede e la giustizia”. E di questo era cosciente. In quel periodo, vi furono terribili divisioni interne, tentativi (perfino applauditi da alcuni vescovi) di fondare una Compagnia parallela. Il numero dei gesuiti scese a circa 8.000 unità, perché la Compagnia abbandonava il suo mondo chiuso di prima e si incarnava nel mondo della giustizia e della miscredenza, cosa per nulla facile. La Compagnia perse vecchi amici e benefattori e guadagnò a sé potenti nemici, che attaccarono e perseguitarono finanche con l’assassinio.

Ed ebbe serie difficoltà con i tre papi dell’epoca di Arrupe, Paolo VI verso la fine del pontificato, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, che non capivano e persino criticavano la nuova opzione. Nel 1981 giunse l’intervento papale, fatto insolito nella storia della Compagnia. E, personalmente, padre Arrupe dovette passare – chissà che non sia stata questa la sua maggiore sofferenza – attraverso l’incomprensione del Vaticano nei suoi confronti, lui tanto fedele al papa. Ma con tutta naturalezza lasciò Dio essere Dio. La sua fede non fu assolutamente ingenua. Fu una fede esposta alle intemperie.

E, per quanto riguarda noi gesuiti, non credo che lo spaventasse il marxismo, bensì il non porre Dio al centro della nostra vita e missione, anche in mezzo alle prove più dure. È questo quello che voleva per tutti. Arrivò a scrivere: “Non era mai stato così vicino a noi il Signore, giacché mai eravamo stati tanto insicuri”. Non antepose niente alla volontà di Dio. Non pose il suo cuore veramente in nulla che non fosse Dio.

Un ricordo finale. In una delle conversazioni del 1976, padre Arrupe mi chiese se poteva leggermi una poesia che aveva scritto a Gesù Cristo il giorno del Corpus Domini. Rimasi colpito e in silenzio. Poi gli dissi di sì, ovviamente. Non ricordo cosa dicesse in quella poesia. Ma ricordo ancora oggi quello che sentii dentro di me: “Quest’uomo ama veramente Gesù Cristo”. È questo che ci voleva comunicare al di sopra di tutto: il sensus Christi.

Ellacu, chiudo qui. Ricordo bene quei tempi. La fede aveva il sapore di questa terra, e la giustizia riceveva una qualità speciale dall’alto. È stato il dono di tutta una generazione, fatta di persone alcune più note, e altre meno. Cercando un paragone con padre Arrupe, tu hai menzionato un “altro egregio testimone”, un “altro martire, monsignor Oscar Arnulfo Romero, tanto amico di padre Arrupe e da lui tanto consolato nei suoi difficili viaggi a Roma”.

Di questi uomini e di queste donne che tu hai conosciuto, Rufina, María Julia e María Eugenia, che quest’anno si sono unite a voi, abbiamo bisogno oggi per umanizzare questo nostro mondo. Con questi uomini e queste donne porteremo avanti Aparecida. Quello che ci attendiamo da voi e, in questi giorni, specialmente da padre Arrupe, è una spinta per l’umanizzazione.




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Mons. Oscar Romero

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