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Contestualizzare le Scritture
I lunghi anni passati con i baraccati di
Korogocho hanno profondamente cambiato la mia
lettura delle scritture ebraiche e cristiane. Ho capito
una cosa fondamentale: il contesto in cui leggi un brano
è altrettanto importante del testo. Leggere il vangelo
di Marco in una villa di Roma ha un significato,
ma leggerlo in una baracca di
Korogocho assume ben altre tonalità! Il contesto
è altrettanto importante del testo.
Anche il
magistero della Chiesa l’ha finalmente accolto in un
importante ma poco conosciuto documento: “L’interpretazione
della Bibbia nella Chiesa” (1993).
“Tutta la tradizione biblica e in modo più
considerevole, l’insegnamento di Gesù nei vangeli,
indicano come ascoltatori privilegiati della
Parola di Dio quelli che il mondo considera gente di
umile condizione. Gesù ha riconosciuto che certe cose
tenute nascoste ai sapienti e agli intelligenti sono
state rivelate ai semplici (Mt 11,25; Lc,
10,21) e che il Regno di Dio appartiene a quelli che
sono come bambini… Quelli che nella loro impotenza,
nella loro privazione di risorse umane si sentono spinti
a porre la loro unica speranza in Dio e nella sua
giustizia, hanno una capacità di ascoltare e
interpretare la Parola di Dio che deve essere presa in
considerazione da tutta la Chiesa e richiede anche una
risposta a livello sociale”. |
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Da Korogocho
Ho potuto toccare con mano quanto questo sia vero,
camminando e ascoltando la Parola con i baraccati di
Korogocho, una grande
baraccopoli di Nairobi, la capitale del
Kenya. Nairobi ha oggi una popolazione di quattro
milioni di abitanti. Di questi, tre milioni sono
costretti a vivere nel 2,5% della terra totale della
megalopoli (è la sardinizzazione dei poveri!).
Questo 2,5% della terra in cui i baraccati sono
costretti a vivere non appartiene a loro, ma al governo,
il quale può venire quando e come vuole con le ruspe,
spiana le baracche e spinge altrove i poveri. L’80% dei
baraccati non possiede neanche la baracca dove vive,
ma paga l’affitto. Le baracche appartengono a gente che
sta meglio e che fa lauti guadagni con questi affitti.
Vi sono circa 200
baraccopoli a Nairobi poste sotto la linea fognaria
(sewage line), nel fondo valle: gli inferi.
Korogocho è una di queste con 100.000 abitanti costretti
a vivere in un km quadrato. Le baracche sono di tre
metri per quattro e ci vivono cinque – sei persone in
media. Le fogne sono a cielo aperto. Unico servizio del
Comune è quello dell’acqua potabile, ma che diventa poi
un affare per chi la rivende. C’è un cesso ogni
trenta-quaranta famiglie. La violenza è spaventosa,
pagata soprattutto dalle donne. Il 50% dei baraccati è
già oggi siero-positivo, oltre un migliaio i malati
terminali di Aids.
È solo quando si assume fino in fondo questa realtà,
quando ci si incarna e si sente sulla propria pelle la
sofferenza dell’altro che si può capire qualcosa (è la
legge dell’incarnazione). È questo scendere nei
sotterranei della vita e della storia che ti forza a
leggere la realtà come le vittime del Sistema la
leggono. È questo camminare con la gente della
discarica, con i ragazzi/e di strada, con le ragazzine
prostitute, con le bande dei ladri, con i malati di
Aids… È questo ascoltare la Parola con le comunità di
base (15-20 adulti cadauna) nei sotterranei della vita e
della storia, dai “margini”, come dice l’indiano R. S.
Sugirtharajah nel suo libro Voices from the Margin,
che porta come sottotitolo “Leggere la Bibbia dal sud
del mondo”. È la grazia grande dell’ascolto della Parola
con
i
poveri, gli emarginati. Sono stati la mia scuola
della Parola. “Ma Alex – a volte mi dicevano
familiarmente – perché ascolti con tanta attenzione
quanto diciamo? Tu sai così tante cose! Cosa puoi
imparare da noi?” Ed invece sono stati proprio loro i
miei maestri. “Considerate infatti la vostra chiamata,
fratelli – Paolo scriveva alla piccola comunità di
Corinto – non ci sono tra voi molti sapienti secondo la
carne, non molti potenti, non molti nobili…”. Paolo,
sapendo di scrivere ad una comunità in buona parte
costituita da schiavi e prostitute, afferma: “Ma Dio ha
scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i
sapienti…
Dio ha scelto quello che nel mondo è ignobile e
disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le
cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi
davanti a Dio” (1 Cor 1, 26-29). quanto fece
Paolo quando iniziò il suo lavoro apostolico nel più
grande porto dell’Impero Romano. “Anch’io, fratelli,
quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad
annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di
parola e sapienza. Io ritenni di non sapere altro in
mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1
Cor 2,1-2). Ci voleva un bel coraggio da parte di
Paolo, nel cuore di una colonia romana, a proclamare
Gesù e questo crocifisso, quando sappiamo che l’Imperium
crocifiggeva schiavi e sobillatori contro Roma per
terrorizzare la gente. Paolo conosce solo il Crocifisso
di Nazareth e i crocifissi di Corinto. “I crocifissi,
gli impoveriti, gli emarginati sono il volto di Cristo.
– scrive il teologo francese Bruno Chenu in Tracce
del Volto. L’identificazione non è generale ma
personalizzata: ogni volto di povero è icona di Cristo.
E perciò stesso diventa rivelatore del cattivo ordine
del mondo, denunciatore dell’ingiustizia regnante… Nel
tempo della storia, la relazione con il Cristo vincitore
è mediata dall’altro vinto, indigente, demunito,
affamato. La via più breve per andare a Cristo è la via
per l’altro. La prossimità a Cristo è la prossimità ai
nostri fratelli nell’indigenza. Il Figlio dell’uomo ci
dà per sempre l’appuntamento dell’uomo e del popolo
calpestati!”.
É quanto ho imparato sui volti dei baraccati di
Korogocho, soprattutto negli incontri delle Piccole
Comunità di base come nelle eucaristie celebrate nelle
baracche con i malati di Aids. Tutte le sere per dodici
anni abbiamo celebrato due eucaristie che duravano 2-3
ore ciascuna. Iniziando “alla sera” e continuando nel
cuore della notte, ho fatto esperienza del Mistero. In
quei momenti ho toccato con mano che Lui c’è, ma Lui non
è in paradiso bensì all’inferno. Sono stati i poveri,
gli ammalati di Aids, gli emarginati ad annunciarmi il
Vangelo. Sono loro i soggetti dell’evangelizzazione! (È
questo il cuore dell’intuizione gesuana: i poveri sono i
soggetti dell’evangelizzazione, non gli oggetti a cui
fare la carità!
Francesco d’Assisi è venuto a ricordarcelo in
occidente, ma stentiamo ancora ad accettarlo!)
Queste celebrazioni serali confluivano nella
celebrazione domenicale quando le Piccole Comunità
Cristiane di
Korogocho si ritrovano per celebrare, danzare il Dio
della vita che ha dato vita al Martire del Golgotha e
vuole che tutti i suoi figli vivano. Una lunga, vibrante
celebrazione di vita. È la celebrazione settimanale
della vita, celebrata nel “cantone” dei morti. Il Dio
che ho sperimentato in queste celebrazioni è il Dio
della vita. (È questo il cuore della teologia giovannea:
l’Abbà è il Dio della vita che ci ha mandato Gesù perché
“abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv
10, 10). È il Dio che libera (una visione espressa così
bene nell’ultimo libro del teologo camerunese Jean-Marc
Ela, Repenser la théologie africaine). |
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Rileggere la Bibbia
Lentamente ho cominciato a capire quanto era borghese,
razionalista, illuministica, schizofrenica la mia
lettura della Bibbia. Leggendo la Bibbia con i poveri ho
capito che Dio è di parte. Dio non è neutrale, ma
è anzi profondamente schierato. Dio è il Dio degli
schiavi, degli oppressi, degli emarginati. È questa la
rivoluzione religiosa che avviene con la nascita di
Israele (1250 a.C.). Dio non è il Dio del faraone, dei
re… ma è il Dio degli schiavi che li spinge ad
impegnarsi per la loro liberazione. Dio non vuole
schiavi, oppressi, ma vuole uomini liberi, vuole che il
suo popolo diventi comunità alternativa
all’Impero. È questo il sogno che Dio ha per il
suo popolo. Perché Israele possa realizzare questo sogno
deve favorire un’economia di uguaglianza dove i
beni di questo mondo siano il più equamente divisi
possibile.
Perché questo si realizzi dovrà perseguire una
politica di giustizia: una politica attenta agli
ultimi, agli emarginati, agli oppressi… “Ho ascoltato il
grido del mio popolo”.
Ma solo chi ha una profonda esperienza di Dio come il
totalmente “Altro”, il totalmente libero e quindi il Dio
delle vittime, si sentirà sospinto a rimettere in
discussione un Sistema che schiaccia ed opprime.
Il clan di Mosè, dopo un lungo cammino nel deserto,
penetrò pacificamente sulle montagne della Giudea dove
facilmente trovò altri clan che si erano rifugiati per
difendersi dagli attacchi dei re delle città costiere. È
a questi “ribelli” (Hapiru – Ebrei) che il clan di Mosè
porta la buona novella che Dio non sta dalla parte dei
re, ma dalla parte degli schiavi e vuole la loro
liberazione. E Dio diventerà la forza coagulante che
unirà i vari clan in un unico popolo. La caratteristica
di quella società era l’uguaglianza economica (economia
di uguaglianza) ottenuta attraverso una politica di
giustizia che proibiva l’accumulo (Esodo 16). La
terra fu distribuita il più equamente possibile tra le
famiglie. Questo avvenne per scelte politiche tramite il
Consiglio degli anziani e l’assemblea popolare partendo
dal rifiuto di avere un governo centrale con un re, un
esercito, tasse… Per circa 200 anni le “tribù di Jahvè”
tentarono, con esiti alterni, di tradurre nella
concretezza quotidiana il gran sogno di Dio. Ma poi, sia
per ragioni interne (crollo degli ideali) che esterne
(l’arrivo dei Filistei con armi superiori), le tribù
decidono di imitare i loro vicini e chiedono un re.
Chiedere un re significa accettare le logiche imperiali.
Israele si adegua all’andazzo comune e passa, ad una
economia di opulenza (pochi dalla pancia piena a
spese di molti morti di fame), che richiede a sua volta
una politica di oppressione, in cui gli apparati
statali servono a tenere a bada il popolo perché serva
ai pochi dalla pancia piena. La conseguenza di questo è
che Dio diventa garante del disordine costituito,
prigioniero del Sistema. E in Israele questo avviene con
il re Salomone che farà costruire il Tempio proprio
davanti al suo palazzo. Quando Salomone usciva dal suo
palazzo per entrare nel Tempio per dire: “Jahvè,
eccomi!”, Jahvè non c’era già più! È fuori dal tempio,
a fianco dei contadini oppressi, emarginati… Nasce da
qui la protesta profetica che ricorderà ad Israele il
“Grande Sogno” che Dio le aveva affidato. L’esilio (587
a.C.) è per i profeti il frutto amaro di quel
tradimento. Nel dopo-esilio la profezia si esprimerà
attraverso il movimento apocalittico che incoraggerà le
comunità ebraiche alla Resistenza nel contesto degli
Imperi, mantenendo vivo il Sogno. Daniele (il nome di un
mitico personaggio dell’esilio) dirà che Israele è stato
costretto a sopravvivere sotto Bestie e Bestioni, ma ora
sogna che finalmente uno simile ad un uomo (il
Figlio dell’uomo) verrà a rimpiazzare la Bestia (gli
Imperi). Per Daniele “uno simile ad un figlio di uomo”
sono i “santi dell’Altissimo” (Dan 7,25), le
piccole comunità ebraiche di resistenza contro il re
Antioco IV di Antiochia (circa 174-164 a.C.) che voleva
ellenizzare gli ebrei. Siamo stufi di Bestie/Imperi –
grida Daniele – abbiamo bisogno di comunità di uomini/di
volti. Quasi 200 anni dopo Gesù rilancerà, sulla scia di
Daniele, il grande sogno di Dio (Gesù lo chiamerà il
“Regno di Dio” riprendendolo dallo stesso Daniele) in un
movimento popolare che chiamerà il movimento del Figlio
dell’uomo. Lo proclamerà agli impoveriti di quella
Galilea strozzata dall’imperialismo romano che
utilizzava sia il tempio sia il re Erode Antipa per
svenare la povera gente. A questa, Gesù proclama il Gran
Sogno di Dio (“Il regno di Dio è vicino!”) e secondo la
tradizione lucana rilancia l’anno sabbatico, il giubileo
(Lc. 4, 16-21). “Portare un lieto messaggio ai
poveri significa cambiare la realtà socio-economica e
spirituale dei contadini indebitati, di gente senza
terra, di disoccupati o schiavi. È importante notare che
l’anno di grazia che Gesù proclamò come l’arrivo del
Regno di Dio non era più un anno ogni sette o un anno
ogni cinquanta, ma una nuova età di libertà perpetua per
tutto il popolo di Dio da ogni tipo di oppressione” -
così affermano le due bibliste americane R. e G. Kinsley
nel volume The Biblical Jubilee and the Struggle for
Life. Gesù rilanciava così in Galilea il Sogno di
Dio partendo dal basso attraverso piccole comunità
(gruppi di rinnovamento nei villaggi della regione).
“L’intuizione di Gesù non era quella di pilotare i suoi
seguaci verso comunità disincarnate, ma di cercare
comunità alternative incarnate che potessero resistere e
sfidare sistemi di potere come lui stesso ha fatto,
pagando di persona” – afferma il biblista americano R.
Horsley. “Il Regno di Dio che Gesù proclamava era
precisamente quell’ordine socio-economico e spirituale
inculcato dalla Legge e dai Profeti e condensato nella
visione del sabato-giubileo. Gesù rinnovò la memoria
sovversiva delle tribù di Jahvè e l’aspettativa del
Regno di Dio tra gli abitanti della Galilea.” Piccoli
gruppi o comunità alternative dove l’emarginato,
l’indebitato, il lebbroso si sentivano accolti, amati,
perdonati. Comunità di condivisione dove quel poco che
c’era veniva “spezzato”, condiviso. Nessun episodio del
Vangelo è stato raccontato così tante volte (6!) come la
moltiplicazione dei pani che è il cuore stesso della
Buona Novella. Questo spiega il rifiuto radicale da
parte di Gesù dell’economia monetaria di accumulo del
sistema imperiale romano. Gesù lo chiama Mammona.
Non si possono servire due padroni: o Dio o il Sistema.
Non è per caso che
Gesù venne crocifisso: quella croce è la logica
conclusione di una vita che ha rimesso in discussione il
Sistema. Gesù muore come schiavo e come sobillatore
contro l’Imperium. Ma l’Abbà rimane fedele a quel
Crocifisso: “È vivo! È risorto! Vi precede in Galilea!”
Nel nome di Gesù, il Cristo, crocifisso, ma Vivo, verrà
rilanciato il Sogno di Dio. Chi lo accoglie si ritrova
in piccole comunità alternative come quella di
Gerusalemme che Luca presenta negli Atti come modello (Atti
1-5). “Nessuno era tra loro bisognoso, perché quanti
possedevano campi o case li vendevano, portavano
l’importo… e poi veniva distribuito secondo il bisogno
di ciascuno (At 4, 34-36). Piccole comunità
domestiche alternative all’Impero come quelle fondate da
Paolo in Asia minore, in Macedonia, Grecia… comunità che
tentavano la strada di un’economia di uguaglianza che
Paolo esprime in quella brillante idea di una colletta a
favore della Comunità dei Poveri (Gerusalemme). “Qui non
si tratta infatti di mettere in ristrettezze voi per
risollevare gli altri – scriverà Paolo ai Corinti
parlando della colletta – ma di fare uguaglianza”
(2 Cor 8-9). Anche le comunità giovannee di Efeso
e dintorni (comunità chiaramente alternative al Sistema
imperiale!) arriveranno ad una lucida analisi del
Sistema che sfocerà poi nell’Apocalisse. La paura
infatti del profeta che ha scritto l’Apocalisse è che
quelle comunità giovannee (sette chiese) si stiano
lentamente adattando all’ethos imperiale romano.
Se questo fosse avvenuto, non sarebbero servite più a
nulla.
“Sto per vomitarti dalla mia bocca”, dice Gesù alla
chiesa compromessa di Laodicea (Ap 3).
Sono questi alcuni tratti fondamentali di una rilettura
della Parola maturata nell’ascolto dei poveri. È
l’essere vissuto con i
baraccati che mi ha permesso la riscoperta di una
Parola di vita, la Parola di Dio che vuole che il suo
popolo esca dalla schiavitù, viva nella libertà dei
figli, abbia vita in abbondanza qui e per sempre. È
stata una conversione per me. È il missionario che si è
ritrovato convertito.
“Il Dio della predicazione missionaria è un Dio così
distante, così straniero nella storia dei popoli
colonizzati, oppressi e sfruttati – scrive molto bene
Jean-Marc Ela in Le cri de l’homme africain.
Gli africani trovano difficile identificare il Dio dei
missionari con il Dio dell’Esodo che ben conosce le
situazioni di oppressione e di schiavitù in cui versa il
suo popolo”. Ma anche così lontano dal Dio di Gesù che,
nel vangelo di Giovanni, viene presentato come il Dio
della Vita. |
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Dalla parte dei poveri
L’esperienza religiosa dei bantu può essere
definita vitalologia. L’uomo/donna bantu
esprimono la loro gioia di vivere con il canto, il
corpo, la danza! Ho potuto toccarlo con mano a
Korogocho! Raramente come a Korogocho ho visto
uomini e donne carichi di speranza, di forza di vivere,
capaci di danzare la vita, anche se costretti a vivere
nel “cantone dei morti”. In passato (ma ancora oggi
anche da parte di missionari) si parlava della religione
tradizionale africana come di animismo, paganesimo… I
bantu non sono né animisti né pagani. Penso che solo
un atto di umiltà, di domanda di perdono ci può
permettere di entrare nel mondo bantu. Appena
arrivato in
Kenya, la prima volta che celebrai l’Eucaristia con
una comunità keniana decisi, all’inizio della Messa, di
chiedere perdono per la mia “pelle bianca”. “Io sono un
prete bianco – dissi alla gente – sono cosciente di
quanto male i bianchi abbiano fatto ai popoli neri. Non
posso celebrare l’Eucaristia senza chiedere a voi e a
tutti gli africani perdono per il male fatto, per il
razzismo, per il disprezzo verso la vostra religione
tradizionale, per tutti i crimini commessi contro gli
africani. Chiedo che esprimiate il vostro perdono
venendo e tracciando un segno di croce sul palmo della
mia mano e dicendo: «Ti perdono, fratello bianco!»”. Mi
misi davanti all’altare ed una lunga processione di
volti neri venne a tracciare sul palmo della mia mano la
croce del perdono. E ne abbiamo da farci
perdonare! Fra l’altro dobbiamo chiedere perdono per
come abbiamo manipolato la Bibbia per opprimere, per
emarginare, per ingannare. Ricordo che Desmond Tutu, già
arcivescovo anglicano di Città del Capo, un giorno mi
disse a Nairobi: “Quando i bianchi sono venuti con la
Bibbia ad annunciare la Buona Novella, ci hanno detto:
«Chiudete gli occhi, preghiamo…» E noi africani abbiamo
pregato con gli occhi chiusi. Quando li abbiamo aperti,
ci siamo accorti che eravamo rimasti senza terra”. In
Sudafrica, i Boeri hanno sentenziato che la Bibbia dice
che la razza nera è maledetta per cui i bianchi hanno il
diritto di sottomettere i neri. Le Chiese sudafricane
hanno difeso il sistema dell’apartheid per 3 secoli!
Solo nel ’91, dopo la caduta del regime di apartheid, le
Chiese del Sudafrica hanno proclamato l’apartheid
“peccato”. Lo stesso è avvenuto in America latina per
mano dei conquistadores. E con la Bibbia abbiamo
giustificato l’olocausto più incredibile della storia
umana: la tratta degli schiavi utilizzando testi biblici
come: “Voi schiavi siate docili in tutto ai vostri
padroni terreni, non servendo solo quando vi vedono come
si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e
nel timore di Dio”(Col 3, 22-23).
È incredibile l’abuso che noi occidentali abbiamo fatto
della Bibbia per dominare il mondo. L’esempio più
folgorante è quello del presidente americano Bush che
con la Bibbia in mano si dice autorizzato a governare il
mondo esportando ovunque la democrazia, i diritti umani
e la civiltà occidentale. Ci rendiamo conto oggi di
quanto sia pericolosa la Bibbia, se nelle mani
sbagliate! Questi libri, scritti spesso da comunità
perseguitate, emarginate, povere… che dovevano servire
ad animarle alla resistenza, diventano pericolosi
strumenti di oppressione una volta nelle mani dei
potenti. “Imploriamo Dio onnipotente di custodire la
nostra nazione, di concederci la pazienza e la capacità
di controllare ciò che accadrà – ha detto G. Bush in un
suo discorso – Né angeli, nè principati, né potestà
possono separarci dall’amore di Dio”.
Il libro dell’Apocalisse, scritto per incoraggiare le
comunità perseguitate dall’Impero Romano, diventa il
libro del terrore se posto nelle mani di Bush.
Iniziamo ora a capire che dobbiamo “decolonizzare la
Bibbia”. Ha ragione il biblista ispano-americano
Fernando Segovia nel suo splendido Decolonising
Biblical Studies, che ha come sottotitolo: “un punto
di vista dai margini”, quando afferma: “Questo controllo
eurocentrico sulla Bibbia e la sua interpretazione
riflette il più vasto controllo occidentale esercitato
sui sistemi economico-politico-sociali mondiali. È
questa stessa cultura occidentale che ha prodotto anche
le norme dell’interpretazione biblica.” Incominciamo
così a intuire che anche la nostra critica
storico-letteraria del testi biblici è viziata
ideologicamente. E incominciamo a capire la “grazia” di
leggere questi testi dall’altra parte del mondo, nei
sotterranei della vita e della storia.
“Iniziai a comprendere – continua Segovia – che il
fenomeno della realtà imperiale, dell’imperialismo, del
colonialismo erano nel cuore stesso dell’esegesi a tutti
i livelli dell’analisi. Nel mondo dei testi: il mondo
dell’antichità, il mondo dell’imperialismo romano. Nel
mondo della modernità: il mondo dell’imperialismo
occidentale. Nel mondo della critica biblica moderna: il
mondo post-moderno che va dal crollo del colonialismo al
neo-colonialismo, al neoliberismo di oggi. Dovetti
rendermi conto che era giusto, anzi necessario,
esaminare non solo quello che i testi avevano da dire
sulla realtà imperiale entro cui furono scritti, ma
anche come erano stati interpretati nelle tradizioni
moderne e contemporanee occidentali. Le conseguenze
sono pesanti per l’interpretazione delle Scritture: “Ma
insistere sul carattere politico di tutta la critica
biblica, moderna e contemporanea, – afferma sempre
Segovia - collocando l’interpretazione e gli interpreti
dentro il contesto geopolitico dell’imperialismo e del
colonialismo è ancora visto oggi come qualcosa di
temerario e di audace.”
L’esemplificazione più chiara di questo è il libro
dell’Apocalisse che non ha nulla a che fare con la fine
del mondo, ma ha a che fare con la fine di un
mondo: l’Impero Romano. Infatti l’Apocalisse è stata
scritta da un profeta di nome Giovanni che tenta di
invitare le piccole comunità della tradizione giovannea
collocate nell’Asia Minore a leggere il mondo in cui
vivevano, quello dei Cesari. Lo fa utilizzando il
codice (ecco perché l’Apocalisse
è così difficile, almeno per chi non conosce il
codice!). Il codice è usato perché, se, per caso,
il testo fosse caduto nelle mani dei servizi segreti
romani, non avrebbero capito nulla. Guai se Roma avesse
capito quello che i primi cristiani pensavano dell’Imperium!
Altro che ad leones! Si tratta di letteratura
sovversiva! Basterebbe leggere il capitolo 13, la Bestia
che sale dal mare, per capire quanto sia sovversiva
l’Apocalisse. Nel capitolo 13 (centrale nel libro), il
profeta aiuta le piccole comunità di resistenza a capire
che l’Impero è una Bestia orribile che schiaccia e
uccide. Questa Bestia (il potere politico romano) riceve
la sua autorità dal Drago, il che vuol dire che il
potere romano è diabolico. E si serve poi della seconda
Bestia (sacerdoti, templi, oracoli…) per ammaliare tutti
perché adorino Cesare. Il grande peccato di Roma è
pensare di essere dio (la hubris del potere).
“Chi è simile alla Bestia? Chi può combattere con essa?”
(Ap 13, 4)
Questa lettura di Roma ha un prezzo: il martirio. “Colui
che deve andare in prigione andrà in prigione, colui che
deve essere ucciso di spada, di spada sarà ucciso” (Ap.
13,10).
Le comunità cristiane sono chiamate alla resistenza. Ma
il profeta non ha paura della persecuzione (fa bene alla
chiesa!), ma ha paura che, poco a poco, le comunità
cristiane, chiamate ad essere alternative
all’Impero, si stiano lentamente adattando, livellando,
all’ethos imperiale romano. Non servirebbero più
a nulla!
Il profeta sogna che Babilonia (Roma) sparirà quando
crescerà, la nuova Gerusalemme, quel mondo nuovo, quel
Sogno di Dio per l’umanità. Infatti la nuova Gerusalemme
non è composta solo dalle Piccole Comunità, ma anche da
tutte quelle realtà che tentano di essere alternative al
Sistema. Ma come ha fatto questo profeta nel momento
d’oro dell’Impero (mai si era visto un Impero talmente
vasto e vittorioso al mondo!) a leggere Roma in termini
così pesanti? Tutto dipende da dove leggi la
realtà. Se la leggi come Virgilio, all’ombra dei Fori
Imperiali, pagato e spesato da Augusto, inneggerai alla
Pax Romana. Ma se la leggi dalla parte delle
vittime, dalla parte dei crocifissi, del Crocifisso del
Golgotha… allora leggerai Roma in ben altra maniera. Il
luogo da dove leggi la realtà diventa
fondamentale.
Se leggo l’Impero del Denaro da New York, da un
grattacielo di Manhattan (come fa la Fallaci),
sviolinerò all’Impero. Ma se lo leggo da
Korogocho e dalle Korogocho del mondo è chiaro che
lo leggerò come la Bestia più orribile che sia mai
apparsa nella storia umana (basti pensare che ogni vacca
europea, americana o giapponese hanno a testa 3/5/7
dollari al giorno mentre 3 miliardi di uomini sono
costretti a vivere con meno di due dollari al giorno!).
Questo Impero del denaro ammazza dai 40 ai 60 milioni di
donne e bambini all’anno per fame. Se io leggo l’Impero
partendo da questi crocifissi… lo vedrò come un mostro.
Come cristiano non posso fare altro che partire dalle
vittime, perché conosco solo “Gesù e questi crocifisso”,
direbbe Paolo. |
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Lettura femminista
Se teniamo presente che molti libri biblici sono stati
scritti da comunità povere, perseguitate,
emarginate…saranno proprio le comunità emarginate,
oppresse, schiacciate che sapranno comprendere meglio
questi testi. È interessante in questo senso ricordare
la critica mossa dal biblista americano R. Horsley al
massimo biblista cattolico di quel paese, Raymond Brown,
sul suo commento ai vangeli dell’infanzia di Gesù (La
nascita del Messia): “Sei così sicuro, Raymond – gli
chiedeva Horsley – che tu da una scrivania di Washington
puoi capire quei racconti dell’infanzia di Gesù meglio
dei contadini oppressi e perseguitati del Nicaragua o
del Salvador, quando ci riflettono nelle loro comunità
di base?”. Sono domande gravi che ci devono far pensare.
Gesù in quella Galilea martoriata, l’aveva capito molto
bene quando aveva esclamato: “Abbà, ti lodo, ti
benedico… perché hai tenuto nascosto queste cose ai
grandi, ai sapienti e le hai rivelate ai poveri, ai
piccoli…” (Mt 11, 25)
Ma non c’è solo da dove leggi la Bibbia, ma anche
il chi la legge e non è questione solo di
classe, ma anche di genere: se è un uomo o
una donna. Sono in tanti ormai ad ammettere che
Gesù ha rotto le regole della società ebraica del suo
tempo per quanto riguarda la donna. Basta leggere i
vangeli per capire quanto Gesù abbia violato i vari tabù
di una società, la sua, profondamente maschilista e
patriarcale. Sembra sicuro che Gesù avesse tra i suoi
discepoli sia uomini che donne. Questa era una grave
violazione del codice sociale. La biblista americana
Shüssler Fiorenza parla di “discepolato di uguali”. Era
un’autentica rivoluzione per il mondo ebraico! Una
rivoluzione che continuò almeno nelle comunità
giovannee, dove sembra che anche alla guida delle
comunità ci fosse una parità di ruoli (sono le
conclusioni a cui arriva R. Brown, il più noto biblista
cattolico sul vangelo di Giovanni).
È incredibile notare come anche all’interno dello stesso
Nuovo Testamento, questa “rottura” di Gesù sia stata
tradita. Basterebbe leggere la Lettera di Timoteo (non è
certo di Paolo!): “La donna impari in silenzio, con
tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di
insegnare né di dettare legge all’uomo… Essa potrà
essere salvata partorendo figli…” (1Tm 2,11-15).
Allora comprenderemo quanto sia importante la lettura
della Bibbia fatta dalle donne di oggi, dalla teologia
al femminile. Non solo è importante il dove, ma
anche il chi legge… “È arrivato il momento di
riconoscere che certi testi biblici che riflettono una
cultura patriarcale e proclamano l’inferiorità delle
donne e la loro sottomissione agli uomini non sono
normativi – scrive la teologa della liberazione Elsa
Tamez nel volume Voices from the Margin –
né lo sono quei testi che legittimano la schiavitù. Il
ragionamento che sta dietro a questa affermazione è
essenzialmente quello offertoci dalla Scrittura: la
proclamazione del vangelo di Gesù ci chiama alla Vita e
annuncia l’arrivo del Regno di giustizia”. E aggiunge:
“Le donne per le loro esperienze di oppressione possono
porre nuovi «dubbi ideologici» non solo alla cultura in
cui un testo è letto, ma anche al cuore dello stesso
testo a ragione del suo essere il prodotto di una
cultura patriarcale.”
È importante notare come il magistero abbia assunto
questa lettura femminista nel documento citato
all'inizio: “L’interpretazione della Bibbia nella
Chiesa” (1993). |
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Lettura non-violenta
Non è solo questione del dove si leggono le
Scritture, del chi le legge, ma anche del come
si legge un testo. Tutti oggi ammettono che la novità
evangelica, il cuore del messaggio di Gesù, è la legge
dell’amore, il rifiuto della violenza. Ormai anche i
biblisti incominciano a riconoscere che è stato Gesù ad
inventare la non-violenza attiva. Gandhi ce
l’aveva già detto: lui aveva imparato i metodi non
violenti dal Vangelo, da Gesù. (Notiamo che è stato un
indù a venire a ricordare a noi cristiani un aspetto
fondamentale che avevamo dimenticato). Oggi gli esperti
ci dicono con chiarezza che Gesù ha inventato la
non-violenza attiva. Gesù poteva constatare quanto era
pesante il giogo che spingeva la sua gente alla
ribellione violenta contro Roma. Gesù aveva capito che
questo non sarebbe servito a nulla: solo a nuove morti,
a nuove tragedie. È questa la grande crisi che Gesù vede
arrivare: la fine di un mondo, del suo popolo.
Per questo Gesù inventa una via per rimettere in piedi
persone che lottano per i loro diritti, ma che rifiutano
la via della violenza (si veda l’analisi molto bella di
tutto questo nel libro Rigenerare i Poteri di W.
Wink). Una cosa è chiara: Gesù ha rifiutato la via della
violenza ed ha inventato la non-violenza attiva (che è
ben altro dalla rassegnazione), a cui si ispireranno poi
Gandhi, Martin Luther King, etc… Gesù l’ha praticata.
L’ha vissuta fino alla fine, pagandola di persona.
Le prime comunità cristiane, in ossequio a questo
insegnamento, dicevano ad ogni uomo che chiedeva il
battesimo: “Fratello, scegli: o l’esercito o il
battesimo”! Cosa ne abbiamo fatto di questa scelta di
Gesù? È incredibile il tradimento da parte dei
cristiani. Ma anche di quanto poco la non-violenza
attiva sia usata come fondamento nella lettura delle
Scritture. Come cristiani non abbiamo ancora tirato le
conclusioni teologiche di questo discorso del rifiuto
della violenza. Se in Gesù abbiamo il no alla
logica della violenza e il sì chiaro alla
non-violenza attiva, allora dobbiamo riconoscere che
anche Dio è non-violento. Quindi non possiamo chiedere a
Lui, non possiamo aspettarci che sarà Lui alla fine a
fare giustizia. L’Abbà di Gesù è non-violento! E quindi
non possiamo aspettarci uno che farà giustizia in modo
violento perché altrimenti ricadiamo nella logica della
“violenza sacra”, come dice giustamente René Girard.
Tutto questo non è facile né da dire né da vivere.
Troviamo che anche gli stessi vangeli sono caduti nella
trappola. Un esempio di questo è come Matteo “rilegge”
la parabola del banchetto nuziale (Mt 22,1-14 e
Lc 14,15-24). Nella parabola originale in Luca
abbiamo un uomo che fa una grande cena e manda a
chiamare una serie di invitati. Tutti hanno le loro
buone scuse per non andare alla cena. Davanti a questi
rifiuti, quell’uomo manda i servi ad invitare i poveri,
gli storpi… Sembra essere questa la parabola di Gesù.
Matteo la trasforma in una parabola dove un re fa un
banchetto di nozze per suo figlio. Manda i servi a
chiamare gli invitati… Quando questi si rifiutano, il re
indignato manda le sue truppe e dà “alle fiamme la loro
città”. Matteo vede questi invitati come i capi del
popolo ebraico che rifiutano Gesù e per questo
Gerusalemme sarà poi distrutta da Roma. È incredibile
come Matteo sia caduto proprio nella trappola che Gesù
aveva rifiutato: la “violenza sacra”! Come afferma
Nelson-Pall Meyer nel suo volume Jesus against
Christianity, Matteo ritiene infatti che Dio punisce
il suo popolo Israele con la distruzione di Gerusalemme
perché ha rifiutato Gesù e lo ha crocifisso. E la
domanda si fa pesante: come leggiamo le
Scritture? Come leggiamo le scritture ebraiche
con il loro forte carico di violenza? Come
leggiamo le Scritture cristiane che pure contengono
tratti di “violenza sacra”? Mai come oggi, in un mondo
così violento, c’è bisogno di una più approfondita
lettura delle Scritture alla luce dell’Abbà/Ima
che Gesù ci ha rivelato. |
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Parola Viva
Forse ha ragione Meister Eckart, il grande mistico
fiammingo, che ci ammonisce che non possiamo fare della
Bibbia un idolo. Noi diciamo che la Bibbia è
Parola di Dio. Ma un libro può essere Parola?
Solo una Persona viva può parlare. Noi crediamo in un
Dio che è vivo, che ha parlato ieri al suo popolo, ai
popoli, ma parla anche oggi. E parla in tante maniere.
Attraverso il libro della Natura (è così che ha parlato
Dio per migliaia di anni in Africa), attraverso gli
eventi della storia, attraverso i volti dei miei
fratelli e sorelle… Dio non si stanca, ma continua a
parlare… Noi non siamo il popolo del Libro, ma il popolo
di Gesù Cristo, il Vivente!
I musulmani si definiscono “la gente del Libro”. I
cristiani non sono la gente del Libro, ma il popolo di
Dio, di un Dio che ha parlato ieri, ma parla anche oggi.
La Scrittura diventa Parola quando/dove, due o tre si
ritrovano nel suo nome per ascoltare la Sua parola. È
Gesù (è Lui la Parola!) che parla oggi, utilizzando
quegli antichi testi… “E Dio mette sulla bocca di tuo
fratello – dice Bonhoeffer – la parola di salvezza per
te!” Ma è Lui che ci parla, ci interpella oggi! E
questo avviene quando ognuno, dopo aver ascoltato le
Scritture, diventa Parola per suo
fratello/sorella attraverso la sua esperienza condivisa.
Con un metro ben preciso: Dio è il Dio della vita
che vuole che viviamo. Tutto quello che aiuta la vita a
crescere è buono, viene da Dio, ma tutto quello che
diminuisce la vita è cattivo, non può venire da Lui!
Solo così potremo evitare i fondamentalismi che minano
oggi tutte le religioni. “Tra i fondamentalismi è molto
diffusa l’idea che le profezie bibliche indichino le
tappe che portano alla fine dei tempi – scrive M.
Rubboli nel suo volume Dio sta marciando. –
Secondo l’ottica del dispensazionalismo
premillenarista, l’approssimarsi della fine sarà
indicata da una serie di segni come guerre, disastri
naturali, aumento dell’immoralità, la formazione di un
sistema economico e politico mondiale e il ritorno degli
ebrei nella terra promessa.”… E continua: “Nello
scenario internazionale, il mondo islamico è un nemico
di Dio, destinato ad essere distrutto o viene
identificato con l’Anti-Cristo (G. Dury).” È questo
filone biblico che sta ispirando il presidente americano
Bush e che serve da supporto alla guerra contro l’Iraq.
Ecco le nuove letture fondamentaliste della Bibbia fatte
dai ricchi e potenti della terra per giustificare le
loro politiche. “Il problema non è se Bush sia sincero
o meno – afferma uno dei penetranti pensatori cristiani
USA, Martin Marty – ma la sua evidente convinzione che
stia facendo la volontà di Dio”. |
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… alla Sanità
Ecco perché diventa sempre più importante che noi come
missionari diventiamo, formiamo delle piccole comunità,
fraternità/sororità, che si ritrovano per l’ascolto
della Parola letta nel contesto storico, economico –
finanziario – militarizzato di oggi. Prima di tutto
siamo chiamati noi comboniani/e a diventare delle vere
fraterntà/sororità: luoghi umani, dove sbocciano delle
relazioni vere, dove si fa esperienza della
“convivialità delle differenze”. Solo in tali comunità
può sbocciare un ascolto serio della Parola. Piccole
comunità vicine ai poveri, ai emarginati, agli immigrati
(stiamo tentando con p. Fernando Madaschi un’esperienza
di comunità inserita in uno dei quartieri storici di
Napoli: la Sanità). Comunità con uno stile di vita
sobrio, alternative al Sistema, impegnate per la
trasformazione sociale. Sono queste le comunità dove può
sbocciare l’ascolto della Parola, la lettura della
realtà. Luoghi dove insieme si ascolta la Parola, ci si
ascolta, si riflette, ci si impegna. È questa la strada
della formazione permanente: è solo così che si cresce.
Ma questo deve poi portarci a far fiorire attorno a noi
comunità di base, piccole comunità cristiane, comunità
di ascolto… E questo non solo nel sud del mondo, ma
anche nel cuore stesso dell’Europa. Ne abbiamo
un’esperienza molto bella qui nel quartiere Sanità dov’è
nata una piccola comunità cristiana che si incontra una
volta alla settimana per l’ascolto della Parola
(leggiamo il vangelo di Marco). Che meraviglia ascoltare
la povera gente del quartiere riattualizzare quel
vangelo in parole proprie per la loro vita quotidiana!
(Questo mi ricorda
Korogocho!) Altre nasceranno…
I poveri non si stancano di annunciarci il Vangelo: sono
loro gli annunciatori della Parola, sono loro che ci
rivelano i segreti del Regno. Solo con loro è possibile
ascoltare la Parola, solo con loro è possibile scoprire
il volto dell’Abbà/Ima, il volto del Dio di Gesù
che ha parlato e che continua oggi a parlarci, a farci
sognare che
un “altro” mondo è possibile. |
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P.
Alex Zanotelli
è
un missionario Comboniano che ha vissuto per 12
anni nella baraccopoli di
Korogocho in Kenya,
dove sopravvivono i più poveri fra i poveri, i più
esclusi fra gli esclusi. Attualmente è rientrato
in Italia, ha scelto di vivere inserito in un
quartiere popolare di Napoli e si impegna
nell'animazione di gruppi, comunità e
associazioni
in
tutta Italia.
Precedentemente
era stato missionario in Sudan e per molti anni
direttore della rivista Nigrizia.
Ancora adesso collabora per questa rivista e lo
scorso anno ha curato le riflessioni di Ormegiovani
Leggi
le provocazioni di Alex
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Spesso chi i missionari ci scrivono e ci
interrogano con le loro
lettere... | |
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Il
rapporto con la parola va curato, visita la
sezione del sito dedicata agli interventi dei
teologi dal sud del mondo! | |
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Per comprendere meglio la situazione delle
baraccopoli africane,
leggi il nostro
Speciale
Kenya.
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