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Eduardo Arens: Evangelizzazione a partire dal Vangelo, perchè il mondo creda

PERCHE' IL MONDO CREDA 

EVANGELIZZAZIONE Â… A PARTIRE DAL VANGELO

di  EDUARDO ARENS

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Aiuterebbe molto la comprensione, riprendere un altro testo di Eduardo Arens: "Informazione elementare sulla Bibbia" ed un'intervista allo stesso Gustavo Gutiérrez: "Come la povertà sfida l'annuncio della fede"


 Una persona chiamata a evangelizzare non rappresenta di per sé una novità. Se ne è parlato non una ma molte volte negli ultimi decenni. Fu il tema del sinodo dei vescovi a Roma nel 1974 che diede origine allÂ’esortazione Evangelii Nuntiandi (=EN)[1]; si ripeté ampiamente a Puebla, e in Perù nel 1973, nella XLII Assemblea Episcopale. La reiterazione sul tema da parte di Giovanni Paolo II certamente è stata molto opportuna in se stessa, ma fino a questo momento è rimasta in buona misura sulla carta. Chiunque osservi il panorama religioso a partire dalla prospettiva della Chiesa cattolica, e in particolare nel nostro continente, non ha dubbi sul fatto che è urgente uno sforzo di evangelizzazione ... ma diversa, “nuova”.

 LÂ’esortazione è quella di portare a termine una evangelizzazione “nuova”. Questa caratteristica è comprensibile semanticamente solo in contrasto con una evangelizzazione “vecchia”, passata, alla quale si sostituisce la “nuova”. E questo si comprende se si ha preso consapevolezza del fatto che il modo di evangelizzare deve essere diverso, “nuovo”, come lo spiegò bene il Papa nella sua frase programmatica ormai famosa: “Nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione”, ma il modo di farlo fino a ora non ha dato risultati o non è ancora efficace. A ciò si dovrebbe aggiungere che non solo il modo di evangelizzare deve essere ripensato, ma anche il contenuto stesso.

 Per molte, moltissime persone evangelizzare equivale a indottrinare, catechizzare. Tuttavia il Papa stesso ha ricordato in più di una occasione che si tratta di “annunciare Gesù Cristo, lo stesso ieri, oggi e sempre”. Questo era il contenuto dellÂ’evangelizzazione a partire dagli inizi del cristianesimo: lÂ’annuncio della persona di Gesù Cristo come il Messia inviato, il salvatore del mondo. Si annunciava una buona novella (euangelion), non semplicemente una notizia, e neppure una dottrina, ma un avvenimento di carattere salvifico: lÂ’avvenimento-Gesù Cristo, la sua vita e la sua chiamata a seguirlo per questo cammino che conduce alla salvezza già da subito. Per questo si esortava alla conversione e a “camminare” secondo il Vangelo (Ef 4,1; Col 1,10; 2,6; Gal 5,16). Tuttavia la domanda finale non è tanto che cosa crediamo (concetti, idee), ma che cosa facciamo (prassi); non è per la ortodossia ma per la ortoprassi. EÂ’ la domanda del giudizio finale: “Quando ebbi fame mi avete dato da mangiare …” (Mt 25,31ss).

 LÂ’evangelizzazione è (deve essere) il primo passo nella predicazione del cristianesimo: è lÂ’annuncio dellÂ’avvenimento-Gesù Cristo il cui nucleo è il kerigma, la morte e resurrezione di Gesù di Nazaret e le sue implicazioni. Dopo lÂ’incontro con Gesù Cristo viene lÂ’istruzione formale, o catechesi, che conduce al pieno impegno con lui e il suo cammino, allÂ’accettazione dellÂ’invito “tu, vieni e seguimi”. Cristiano, in senso stretto, è colui che ha accettato questo invito e si è impegnato con Gesù Cristo come suo discepolo.

 Innanzitutto riconosciamo (alcuni più di altri) che lÂ’evangelizzazione non è progredita, che sono state anteposte altre cose, che il metodo era imperfetto, che i risultati lasciano a desiderare Â… Il crescente grado di corruzione e immoralità nel nostro continente, che si proclama cristiano, lo mette in evidenza. Per questo lÂ’evangelizzazione non può essere pensata come prima; deve essere “nuova”. Ma quali sono gli ingredienti perché la “nuova evangelizzazione” sia fruttifera?

 Perché lÂ’evangelizzazione sia realmente fruttifera dobbiamo apprendere da Gesù e dalla Chiesa nascente. Dobbiamo lasciarci guidare da questi maestri nellÂ’evangelizzazione di cui ammiriamo i frutti. Per questo, il potenziale evangelizzatore, come la Chiesa tutta, deve prima evangelizzarsi e lasciarsi evangelizzare (cf. Ad Gentes 5.11-12; EN 15). Questo presuppone il fatto di prendere molto sul serio il Nuovo Testamento, molto più in serio di quanto si è soliti fare. Già questo sarebbe qualcosa di realmente nuovo! Si deve ascoltare, meditare, assimilare e mettere in pratica quella parola di Dio, perché spesso succede quello di cui già Gesù si lamentava:

 Â“Colui che ascolta queste mie parole ma non le metterà in pratica sarà simile a quellÂ’uomo insensato che costruì la sua casa sulla sabbia: crollò e la sua rovina fu completa” (Mt 7,24-27;Lc 6,47-49). 

 1. IMPOSTAZIONE

 Solo se lÂ’evangelizzazione si adempie in modo tale che si possa riconoscere la coerenza tra ciò che il predicatore dice, ciò che fa e la sua stessa vita, questa crescerà di credibilità. Ma precisamente ciò significa che se si predica Gesù Cristo si deve incarnare il modus vivendi di Gesù Cristo. E questo presuppone che lÂ’evangelizzatore conosca questo modus vivendi di Gesù Cristo, cioè che sia permeato dalle testimonianze su di lui nel Nuovo Testamento. Quando questo si realizza, lÂ’evangelizzazione sarà realmente “nuova” in un continente stanco di apparenza e demagogia ma “assetato di autenticità” e della parola liberatrice di Dio vissuta oggi.

 Al contrario, la predicazione di un Cristo che ama tutti nello stesso modo, che è misericordioso e compassionevole, solidale con i poveri, gli emarginati e i sofferenti, mancherà di credibilità se si fanno discriminazioni (per esempio verso le donne), se si ha più condiscendenza con i potenti che con gli umili, se si mette “il sabato davanti allÂ’uomo”, se si vive voltando le spalle al dolore altrui, incapaci di “piangere con coloro che piangono”, se i poveri sono solo occasione per conversazioni o paternalismi e se la giustizia più elementare non cessa di essere un progetto o un oggetto di disquisizioni interessate a scopo di lucro.

 Quale credibilità merita la predicazione di un Cristo crocifisso, umile, salvatore, redentore, liberatore, quando questa proviene da chi si presenta facendo sentire la propria autorità e il proprio potere, da chi ama fare bella figura o usa gli altri per ingraziarsi chi sta sopra di lui? O quando proviene da chi parla soltanto, si impone e non ascolta, da chi di fronte alle ingiustizie dei potenti tace per salvare la propria immagine o non perdere il loro favore, da chi cioè fugge dallÂ’essere lui stesso crocifisso, se già non è egli stesso ingiusto? O quando proviene da chi impone alle persone “un giogo che neppure i nostri padri poterono portare” (che ci ricorda la religiosità di scribi e farisei), per il quale lÂ’uguaglianza, i diritti umani e la libertà (di pensiero e di espressione, per esempio) è tema di retorica più che una realtà?

 Ma manca di credibilità anche la reiterazione di una “opzione per i poveri”, di una supposta attitudine di servizio e di una difesa dellÂ’uomo da parte di coloro che vivono in modo lussuoso e pomposo, chiusi dentro i loro inaccessibili uffici e che cercano di essere serviti facendo valere i loro titoli, posizioni e altri “diritti” a una relazione preferenziale, o che non fanno valere certi diritti umani nella loro stessa Chiesa. LÂ’annuncio che in Cristo troviamo lÂ’amore di Dio manca di credibilità se si è incapaci di piangere con chi piange (Rm 12,15), di aiutare a portare il peso degli altri (Gal 6,2), cioè se non manifestiamo nelle nostre vite “gli stessi sentimenti che ebbe Cristo” (Fip 2,5).

 Solo se la predicazione della Buona Novella è avvallata dalla prassi e dallo stile di vita del predicatore essa  acquista credibilità e lÂ’evangelizzazione potrà essere efficace. Alla fine, non sono le parole ma gli esempi che affermano la fede annunciata. E se si tratta del Vangelo, lo sarà la testimonianza dellÂ’esperienza che “la parola della croce” è realmente salvifica.

 Le pagine che seguono sono una lettura ermeneutica di alcuni testi del NT, specificatamente di San Paolo e di San Giovanni, che toccano queste tematiche. Sono un invito a ripensare, partendo dalle nostre stesse radici, lÂ’importanza della coerenza che deve caratterizzare lÂ’evangelizzazione. Questa coerenza deve darsi a partire da tre angoli: ciò che si dice, ciò che si fa e il modo in cui si vive. Lei sola darà allÂ’evangelizzazione quel necessario marchio di autenticità e di credibilità preteso sempre più dallÂ’uomo di oggi. E la sua esperienza radicale farà sì che lÂ’evangelizzazione sia “nuova”.

  2. “NOI ANNUNCIAMO CRISTO CROCIFISSO” (1 Cor 1.23)

 A causa della divisione e della confusione che si era prodotta tra i cristiani a Corinto, Paolo spiegò loro in una lettera che, per quanto lo riguardava, la sua predicazione si concentra nel “Cristo crocifisso” (1 Cor 1,23). Paolo spiegò, inoltre, che “Cristo non è diviso” (v.13), per tanto non avrebbero dovuto esserci divisioni tra i cristiani. La fede in Cristo non deve produrre divisione, ma unione tra tutti coloro che si riferiscono a lui, come sappiamo bene ed è testimoniato più volte nel NT. EÂ’ il tema della lettera agli Efesini, riassunto nella confessione “un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (4,5). EÂ’ anche la richiesta di Gesù in Gv 17, di cui ci occuperemo più avanti.

 I corinzi, che avevano formato gruppi o “partiti”, non avevano posto la loro adesione in primo luogo nella persona di Cristo, ma nelle idee del predicatore (Paolo, Apolo, Cefas, Cristo). Per questo potevano dire “io sono Paolo, io sono Apolo …”. Molti esegeti sono rimasti sconcertati dal fatto che tra i gruppi o partiti menzionati in 1 Cor 1,12 si include Cristo. I corinzi in questione commisero un errore che nel corso della storia non ha cessato di ripetersi: confondere insegnamento con predicazione, idee o dottrine con fede, e associarle alla salvezza. EÂ’ ciò che conosciamo come gnosticismo, che più tardi sarà condannato nel cristianesimo come eresia: credere che la salvezza è questione di concetti, idee, dottrine, cioè conoscenze (gnosis). Questa confusione non ha cessato di darsi ogni volta che si è teso a presentare Gesù come maestro di dottrine (nello stile dei maestri filosofici, tra cui gli gnostici), come chiaramente evidenziato nel Vangelo apocrifo di Tommaso. A questo corrisponde “il partito di Cristo”. La cosa importante sarebbero le dottrine e gli insegnamenti, non la persona del maestro. La salvezza dipenderebbe da concetti, dottrine, teologie Â… e non dalla relazione esistenziale con Gesù Cristo, dalla fede. E nello spazio comunitario, erano più importanti le dottrine delle persone. Proprio per questo si disprezzavano e si divisero! Risulta familiare?

 Nel passaggio citato (1 Cor 1,23), Paolo chiarì quale era il contenuto e lÂ’oggetto della sua predicazione. Quella di Paolo è la predicazione di “Cristo crocifisso”, non di Cristo solamente (cf.1 Cor 2,2; Gal 3,1). Lo ha espresso in modo così preciso per evitare di lasciare lÂ’impressione che si tratti di Cristo maestro di conoscenze, di dottrine, di gnosis, e per questo causa di divisioni. Il “Cristo crocifisso” che Paolo predica non esclude nessuno, ma la sua fu una totale pro-esistenza (H. Schürmann) sino alla croce, solidale con le vittime delle divisioni ed emarginazioni del suo tempo, tanto per ragioni ideologiche e religiose come socio-economiche. Per questo Cristo stesso fu crocifisso! Dividendo ed emarginando, crocifiggono. Cristo venne per riconciliare tutti gli uomini, senza alcuna esclusione, con Dio e quindi tra di loro. (cf. Rm 5,6-11; 2 Cor 5,17-21).

 Il Vangelo predicato da Paolo non rappresentava le idee di un maestro (Cristo) ma il maestro stesso, la persona stessa di Gesù Cristo, e tutto ciò che lui incarna storicamente e soteriologicamente. Il problema a Corinto, come si apprende da unÂ’attenta lettura di 1 Cor 1-2, era che si aveva confuso vangelo con teologia, inoltre si correva il rischio di trasformarla in una specie di ideologia (cosa che implica molte delle altre deviazioni che Paolo si sentì obbligato a correggere nella stessa lettera).

 Dopo aver denunciato lÂ’esistenza di gruppi o partiti a Corinto, Paolo annotò: ”Fu Paolo crocifisso da voi o avete ricevuto il battesimo in nome di Paolo? (v. 13). Per quanto riguardava lui, la sua predicazione non dovrebbe essere presa come sua, ma riferita a Cristo. Lui è solamente mediatore (1 Cor 4,1; 2 Cor 3,6; 6,4). Questo ci porta a un ammonimento che si ricava da quanto detto, quello di predicare non se stessi, ma Gesù Cristo, senza finire per sostituirlo in importanza. (cf. EN 15)[2].

In ripetute occasioni, Paolo evidenziò che lui non predicava se stesso, inoltre evitava tutto ciò che potesse essere un ostacolo alla sua predicazione: “Non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù come Signore” (2 Cor 4,5). Paolo utilizzò lo stesso verbo di 1 Cor 1,23: kêryssein, annunciare. Entrambe le affermazioni si possono porre perfettamente in parallelo:

                   “Noi annunciamo (kêryssomen) Cristo crocifisso” (1 Cor 1,23)

                   “Non annunciamo (kêryssomen) noi stessi ma Cristo Gesù come Signore” (2 Cor 4,5).

 Per questo Paolo evitò tutto quello che potesse essere un ostacolo nella sua predicazione di Gesù Cristo. Così lo fece sapere ai corinzi:

 Â“C’è mai chi faccia il servizio militare a proprie spese? Chi pianti una vigna e non mangi i suoi frutti? Chi faccia pascolare un gregge e non si nutra del latte che da questo ricava? (Â…) Tuttavia non abbiamo usato di questo diritto ma lo sopportiamo tutto per non porre alcun ostacolo al Vangelo di Cristo” (1Cor 9,1-18; cf. 2Cor 11,10; Fil 4,11ss).

 Paolo si appellò, almeno un paio di volte, alle sue sofferenze come garanzia dellÂ’autenticità del suo Vangelo. Concretamente, per gli stessi corinzi, in 1Cor 4,9-13 e in 2 Cor11,23-28, fece un conteggio delle sue sofferenze: naufragi, mille viaggi con ogni tipo di pericoli, fame e sete, prigioni, fatiche e insulti, etc. La credibilità della sua predicazione era enormemente importante per lui, e si preoccupava molto di questo, costasse ciò che costasse.

 Cristo crocifisso, quello che Paolo predicava, è colui che fu, come Paolo stesso, coerente tra ciò che diceva, ciò che faceva e ciò che viveva. Nello stesso modo, era un Paolo “crocifisso” quello che predicava: disinteressato, povero, totalmente dedito, che non cercava assolutamente nulla per il proprio beneficio personale, che non si imponeva né si condannava, disposto a dialogare (per questo era “crocifisso” da coloro che lo respingevano). E la sua predicazione proveniva dalla sua compenetrazione con Cristo, con i suoi sentimenti, la sua mentalità, la sua crocifissione, e come lui era colpito, emarginato. La sua compenetrazione fu tale che potè aggiungere nella stessa lettera: “Già non sono io che vivo; è Cristo che vive in me” (2,20).

 Anche per questo Paolo relativizzò la sua capacità oratoria (che secondo il suo stile di scrittura, non era per niente disprezzabile) in 1Cor 2,1-5:

 Â“Io, fratelli, quando venni da voi non mi presentai ad annunziarvi il mistero di Dio con sublimità di linguaggio o di sapienza, ma in mezzo a voi preferii di non sapere altro che Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo crocifisso (Â…) affichè la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio”.

 La ragione lÂ’aveva espressa poco prima:

 Â“Cristo infatti (Â…) mi ha mandato a predicare il Vangelo, non con sapienza di linguaggio, affinchè non sia resa vana la croce di Cristo” (1,17).

 Se Paolo ebbe successo fu perché, tra le altre cose, seppe adattarsi in modo che il suo uditorio captasse nella sua predicazione il messaggio riferito a Cristo. La stessa esigenza si impone oggi: adattare il linguaggio in modo che sia comprensibile al popolo semplice al quale i predicatori si rivolgono, invece di anteporre lÂ’oratoria e di usare un vocabolario che per gli altri è incomprensibile (si veda EN 63).

 Se osserviamo attentamente la realtà del cristianesimo, incluso il cattolicesimo, la nostra situazione non è diversa da quella denunciata da Paolo in 1Cor1. Una delle cause per le quali lÂ’evangelizzazione manca di forza è perché si spendono troppe energie in questioni di ortodossia, catechismo, obbedienza etc. Sembra essere più importante ciò che si pensa rispetto a ciò che si vive. Si corre il rischio di ricadere nel gnosticismo. Le dottrine risultano più importanti delle persone e della creazione di comunità, lÂ’ortodossia della ortoprassi, la teologia della fede (quest'ultima intesa biblicamente). Senza alcun dubbio, questa è una delle cause per le quali il cattolicesimo in particolare ha perso credibilità. Ogni volta che si sono anteposte idee, concetti, teologie alla persona di Gesù Cristo, si sono verificate tensioni e divisioni. E tutte le volte che è successo questo, ne ha sofferto la fiducia o la speranza che non pochi avevano nellÂ’efficacia salvifica di Gesù Cristo, cioè la credibilità nel Vangelo stesso.

 Paolo scrisse nella stessa lettera ai corinzi che la predicazione di Cristo crocifisso è “scandalo per i Giudei, follia per i Gentili” (1,23). Perché?

 Â“La parola della croce” non è oggetto di disquisizioni e ragionamenti, di una logica filosofica, neppure di discussioni teologiche (cf. 1,18-21). A questo livello, la croce è un controsenso, e per questo è considerata dai Gentili come “follia”. Non è nemmeno questione di discorsi. EÂ’, come disse bene Paolo, Cristo stesso che è “potenza di Dio e sapienza di Dio” (v.24). La “parola della croce” è unÂ’esperienza, è un linguaggio vissuto, non verbale! La croce parla per se stessa: Cristo crocifisso è un linguaggio! EÂ’ una realtà e, per esserlo, è “potere di Dio”, e su di lui deve basarsi la fede, come Paolo spiega più avanti (2,5). In poche parole, è un cammino, quello di Cristo, che è un cammino del dono totale di se stesso, come vedremo poi.

 Solo gli sciocchi non comprendono “la parola della croce”, ma aspettano una logica o unÂ’argomentazione concettuale: come può un Dio umiliarsi in questo modo? I giudei lo considerano uno scandalo perché il Messia dovrebbe venire con forza, potere e gloria, e non come venne Gesù. “La parola della croce”, allora, risulta essere unÂ’inversione dei valori che il mondo ha fissato per Dio. Per questo Paolo poteva dire molto bene che “il mondo, con la sua sapienza, non ha conosciuto Dio nella sapienza di Dio” (1,21).

 La Croce non era solo unÂ’inversione di valori di fronte a Dio, ma anche - e in modo inseparabile - di fronte agli uomini. La croce incarna la chiamata allÂ’unità realmente fraterna di tutti. EÂ’ umiliazione per poter così accogliere gli umili nella solidarietà con loro. La croce stessa è una “opzione di Dio per il povero”, lÂ’emarginato, lÂ’escluso. EÂ’ così che la croce, questa “follia di Dio”, si è manifestata come vera sapienza, poiché produce lÂ’unione fraterna tra gli uomini, mettendo in evidenza la follia della sapienza umana, che produce discriminazioni, divisioni ed esclusioni. Greci e Giudei non comprendevano il fatto di dare la loro vita perché regni la fraternità indiscriminata e incondizionata tra tutti gli uomini, al di là della loro condizione sociale, religiosa, economica, etc., perché Dio regni. La vera sapienza, quella che viene da Dio, si dà nella povertà e nellÂ’umiltà, in un amore preferenziale per gli ultimi del mondo, e nella dipendenza da Dio e non dai poteri e dalle ricchezze di questo mondo. Per questo Gesù stesso poteva dichiarare: “Beati i poveri, perché di essi è il regno di Dio”. Questo è quanto evidenzia la croce, questo è il Vangelo predicato da Paolo, un Vangelo realmente efficace, autentica “potenza di Dio e sapienza di Dio”, come molti corinzi potevano testimoniare (2,1ss). Prova del fatto che la sapienza di Dio è costituita dalla croce, è che la predicazione del cammino e delle opzioni di Gesù Cristo non ha cessato di produrre crocifissioni da parte di coloro che si sentono minacciati da essa, come è successo più volte negli ultimi decenni nel nostro continente, e paradossalmente da parte di persone che affermano di essere cristiane.

 Per illustrare la sapienza Divina, Paolo si appellò alla realtà sociologica della comunità: “Considerate, fratelli, la vostra chiamata”. Nella maggior parte sono persone umili (1,26ss). Per avvicinarsi a Cristo, per comprendere la sapienza divina e sperimentare la “giustizia, santificazione e redenzione” (v.30) che da lui procede, è indispensabile lÂ’umiltà e il reale distacco, lÂ’essere povero. I maggiori ostacoli sono costituiti dallÂ’orgoglio (kauchesisi) e dallÂ’attaccamento al denaro e al potere, che generano autosufficienza e il volere che Dio si conformi ai nostri schemi mentali e ai nostri criteri socio-politici, invece di piegarci noi ai suoi. Queste attitudini esplicano la croce. Sono quelle che fanno sì che il nostro mondo sia diviso e generano violenza Â… che si torni a crocifiggere Cristo.

 Dunque, se lÂ’evangelizzazione si riduce solo a discorsi, prediche, conferenze e pubblicazioni, per molti continuerà a essere “parole, parole, parole”, ma non “la parola della croce” così come Paolo la predicava e la spiegava ai corinzi. Sarà inefficace, non sarà “potenza di Dio”. In altre parole, la predicazione deve essere avallata dalle azioni e dalla vita stessa del predicatore. Deve essere trasmessa coerentemente, accompagnata dalla testimonianza della sua efficacia salvifica nella vita del predicatore stesso. Per questo il papa Paolo VI colpì nel segno avvertendo nella EN che

 Â“Oggi più che mai la testimonianza della vita si è convertita in una condizione essenziale in vista di una reale efficacia della predicazione” (n.76)

 Cristo crocifisso è colui che storicamente visse la missione di chiamare alla conversione e allÂ’accettazione di questo regno di Dio che poneva alla portata dellÂ’uomo. (Mc 1,15). Non un regno di Dio solo nei cieli lontani, come molti deplorevolmente pensano. Questo regno di Dio, che non è mai definito nei Vangeli, ma che fiorisce chiaramente nei frequenti riferimenti a esso, tanto espliciti come impliciti, è una realtà che, se anche non appartiene pienamente a questo mondo, inizia già qui. E si fa realtà nel modo in cui Gesù lo realizzava: lì dove si vive il perdono, la misericordia, lÂ’accoglienza di peccatori e pubblicani, di bambini e donne, lì dove si riavvicinano i lebbrosi, si illumina la vita ai ciechi Â… dove è una realtà la prima beatitudine: “beati i poveri, perché di essi è il regno di Dio”[3].

  3. “VI DO UN COMANDAMENTO NUOVO” (Gv 13,34s)

 I due aspetti emersi si trovano anche nel quarto Vangelo, in modo particolare nel discorso di commiato, dove Giovanni concentrò gli orientamenti per la sua comunità di fronte al mondo. Si tratta dellÂ’identità del discepolo e, nei testi citati, della credibilità del cristianesimo stesso:

 13,35: “In questo tutti conosceranno che voi siete miei discepoli: che vi amiate gli uni gli altri”.

    17,21: “Padre, che tutti siano uno (Â…) perché il mondo creda che tu mi hai inviato” (cf. v. 23).

 Iniziamo dal secondo. Come in 1Cor1, si tratta di una chiamata allÂ’unità tra tutti. In Gv 17,21 spiccano due aspetti. Come prima cosa, quest'unità deve essere “come tu, Padre, in me e io in te, che anche loro siano in noi”, cioè deve essere unÂ’unità esistenziale, più esattamente una stretta unione tra i cristiani. LÂ’elemento unificante è lÂ’amore reciproco, come è chiaramente esposto in Gv 13. Secondo, la ragione per esigere questa unione è “perché il mondo creda che tu mi hai inviato”, cioè che credano che Gesù è effettivamente lÂ’inviato definitivo di Dio, il Messia, non un profeta o un maestro. Perciò questa affermazione centrale era preceduta dalla chiarificazione “non solo per questi ti prego, ma anche per coloro che mediante la loro parola crederanno in me” (v.20). EÂ’ una questione di credibilità! La parola deve essere supportata dai fatti: lÂ’unione nellÂ’amore. LÂ’esperienza del Vangelo deve unire gli uomini. LÂ’elemento unificatore cristiano è lÂ’amore, lÂ’unico comandamento lasciato da Gesù. Il corollario è che, se ci sono divisioni, è perché non regna lÂ’amore tra i fratelli e il Vangelo non è stato assunto in modo esistenziale, è rimasto al livello della teoria o della compiacenza intellettuale, dallÂ’ortodossia non è passato allÂ’ortoprassi. Su questo abbiamo già riflettuto prima a proposito di 1Cor 1. Ora deve essere più facile comprendere Gv 13,34s.

 La prima indicazione di carattere evangelizzatrice in Giovanni è che i discepoli devono amarsi gli uni gli altri, perché “in questo tutti conosceranno che voi siete miei discepoli” (13,35). La ragione per lÂ’amore fraterno è testimonianza per attrarre gli altri a Gesù.

 La fedeltà a Cristo la si dà nellÂ’amore, non in questioni dottrinali in se e per se stesse: “Rimanete (meinate[4]) nel mio amore!” “Se osserveranno i miei comandamenti rimarranno nel mio amore” (17,9s). Per questo la sua esperienza è intesa come evangelizzatrice: “In questo tutti conosceranno che sono miei discepoli”. LÂ’esperienza di un amore come quello mostrato da Gesù è diventata indispensabile per la credibilità della Buona Notizia incarnata in Gesù Cristo.

 Il comandamento dellÂ’amore fraterno è caratterizzato come “un comandamento nuovo”. Quale è la novità? Non lÂ’amore reciproco. Questo si conosceva già nellÂ’antichità. La novità dellÂ’amore impostato da Gesù e preteso dai suoi discepoli è mostrata dalla sua stessa vita: “amateviÂ…come io vi ho amato” (13,34; 15,12). Lo spiega in 15,13: lÂ’amore più grande è “dare la propria vita per i propri amici …” E Gesù lo fece.

 Come è noto, Giovanni omise la narrazione dellÂ’istituzione dellÂ’eucarestia e al suo posto mise quella del lavaggio dei piedi. Entrambe sono strettamente relazionate. La narrazione del lavaggio dei piedi esplicita visibilmente il significato concreto di “fate questo in memoria di me” presente nellÂ’istituzione dellÂ’eucarestia. Leggiamo attentamente il testo nella sua parte esplicativa:

 Â“Dopo aver dunque lavato loro i piedi (Â…) disse: “Intendete quello che vi ho fatto? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque vi ho lavato i piedi io, il Maestro e il Signore, dovete anche voi lavarvi i piedi lÂ’un lÂ’altro. Io, infatti, vi ho dato lÂ’esempio, affinchè come ho fatto io, facciate anche voi” ”. (13, 12-15)

 Il significato dellÂ’eucaristia è il dono di Gesù stesso. LÂ’eucaristia anticipa che il suo “corpo sarà consegnato per (hyper) voi” e il suo “sangue sarà versato per voi” (Lc – 1 Cor). La sua morte sulla croce è la materializzazione di questa consegna. Il lavaggio dei piedi rappresenta ciò che questa consegna significa in concreto per i discepoli, che devono fare come fece il Maestro, mettersi al servizio dei fratelli, come uno schiavo si mette a servizio del proprio signore o padrone. Questa è la qualità dellÂ’amore richiesto, esemplificato e vissuto coerentemente da Gesù stesso! Ed è proprio questa la qualità di amore che deve far vedere al mondo che “voi siete miei discepoli”. La comunione con Gesù Cristo per mezzo dellÂ’eucaristia è comunione con la sua qualità dellÂ’amore, che è un amore ad extra. Obbliga a “fare questo in memoria” sua, ad amarsi come lui amò, a lavare i piedi al fratello, cioè ad assumere lÂ’attitudine di “ultimo – schiavo – minore” e non di “primo – signore – maggiore”, molte volte ripetuta in modi diversi nei vangeli sinottici e ampliata particolarmente nellÂ’istruzione data ai discepoli in Mc 10,42-45. La partecipazione allÂ’eucaristia obbliga cioè a svestirsi nella consegna di se stesso in umile servizio agli uomini, come lo fece Gesù. Si farà “in memoria” sua quando sia continuazione fedele del progetto di vita iniziato da Gesù[5].

 Questa è la testimonianza che molti si attendono da coloro che si dedicano a evangelizzare. E hanno diritto di aspettarselo, persino di reclamarlo, perché è una questione di credibilità. Questo è certamente un aspetto sul quale dovremmo riflettere in modo sincero e onesto guardandoci nello “specchio del Signore”; ma invece di avvicinarci a una testimonianza di amore nello stile di Gesù, cioè servizievole, umile, aperto al dialogo, fraterno, purtroppo si ha lÂ’impressione che ci muoviamo verso il contrario. Si sa pubblicamente che, per una serie di azioni e attitudini da parte di alcune delle istanze della chiesa, ci stiamo allontanando dalla unione fraterna procedendo per cammini di costrizioni, imposizioni, monologhi, censure, in un clima di sospetto e di diffidenza Â…

Gesù mostrò con la sua vita che cosa significa essere veramente un pastore, un buon pastore, a differenza dei mercenari (Gv 10). Ha dato la sua vita per le sue pecore (v.11.15). E di questo precisamente incaricò  Pietro: “Pascola le mie pecore” (Gv 21). Non disse che erano pecore di Pietro, e neppure che le governasse. Per loro avrebbe dovuto dare la propria vita. Il menzionato passaggio in Mc 10 avverte in modo molto chiaro al riguardo, nellÂ’occasione in cui alcuni discepoli volevano assicurarsi la preminenza nel Regno:

 Â“Voi sapete che quelli che passano per capi delle nazioni, le governano con imperio, e i loro grandi esercitano potere su di esse. Ma non così deve essere fra di voi. Al contrario, colui che vorrà diventare grande fra voi sarà il vostro servo; e colui che fra voi vorrà essere il primo, sarà lo schiavo di tutti. Poiché anche il figlio dellÂ’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto di molti.” (10,42-45)

  IN SINTESI

 LÂ’evangelizzazione sarà realmente nuova e sarà efficace nella misura in cui sia come quella di Gesù e della Chiesa nascente testimoniata nel NT. Cioè sarà nuova ed efficace nella misura in cui gli evangelizzatori si lascino evangelizzare dalla parola di Dio e questa sia in dialogo con la realtà alla quale si rivolgono, realtà che include la presa di coscienza della cultura in questione (tema che lascio da parte, ma che è già stato magistralmente trattato a Puebla e a Santo Domingo). Ciò suppone che chi evangelizza deve mostrare unÂ’evidente coerenza tra la Buona Novella che annuncia, la sua stessa prassi e il modo in cui vive. Che sia cioè un testimone vivo della propria esperienza della “parola della croce”. In caso contrario, mancherà di credibilità e, in quanto a evangelizzazione, sarà sterile.

PER QUANTO RIGUARDA LÂ’UNITAÂ’

 Purtroppo, con crescente frequenza, si va insistendo più sullÂ’uniformità che sullÂ’unità. C’è una crescente insistenza nella nostra Chiesa perché tutti pensino in modo uguale, difendano gli stessi concetti, confessino le stesse idee, etc. E deplorevolmente si  agisce con mezzi lontani dal modo di invitare allÂ’unione che mostrarono Gesù, Paolo e Giovanni: censure, emarginazioni, minacce, silenzi, quindi imposizioni e costrizioni, al posto dellÂ’avvicinamento, del dialogo e del rispetto. Questa impostazione dellÂ’unità non ha unito, ma ha creato antagonismi, e di conseguenza ha dato una testimonianza negativa che ha allontanato molti dalla Chiesa cattolica (migliaia in Europa, come si sa pubblicamente). LÂ’unità, a differenza della uniformità, non si impone: si stimola e si guadagna. LÂ’evangelizzazione sarà realmente nuova se, tra le altre cose, fomenta lÂ’unità per il cammino evangelico: quello dellÂ’amore, del dialogo, della fraternità, della solidarietà con i poveri e gli emarginati.

 Paolo VI chiedeva se “uno dei grandi mali dellÂ’evangelizzazione” non fosse forse la mancanza di unità tra i cristiani, perché “il vangelo che proclamiamo sembra lacerato da questioni dottrinali, da polarizzazioni ideologiche o da condanne reciproche tra i cristiani” (EN 77). Poi aggiunse un invito a proseguire nel dialogo ecumenico. Solo un cieco non vede che questa mancanza di unione e gli stessi rimproveri si applicano mutatis mutandi alle relazioni dentro la Chiesa cattolica.

 In questi tempi di una valutazione così grande dei diritti umani, lÂ’insistenza allÂ’uniformità al posto dellÂ’unità - e questa autenticamente rispettosa e fraterna - produce un rifiuto naturale da parte di coloro che cercano proprio quest'unità in termini di fede prima che di dottrine, di esperienza comunitaria prima che di idee. LÂ’unità si guadagna, non si impone; lÂ’unità è inseparabile dalla libertà e dal dialogo. EÂ’ ciò che è esistito tra personaggi tanto diversi come gli apostoli Pietro e Paolo, tra ebreo e gentile-cristiani. Ma quando si volle imporre unÂ’uniformità, senza ammettere la diversità nellÂ’unità, sorsero gli scismi di cui oggi tanto ci lamentiamo. Questo mi ricorda la confessione che pubblicò il filosofo Bertrand Russel “Perché non sono cristiano?”. LÂ’impostazione è ammirevole, ma la sua applicazione, concretamente la mancanza di unione e di rispetto tra i cristiani, tolgono ogni credibilità alla sua autenticità. Non testimoniano ciò che predicano.

PER QUANTO RIGUARDA IL CONTENUTO FORMALE DELLÂ’EVANGELIZZAZIONE

Evangelizzare è annunciare la Buona Novella, che è Gesù Cristo, la sua persona, la sua missione e mediazione salvifica[6]. “Non c’è vera evangelizzazione se non si annuncia il nome, la dottrina, la vita, le promesse, il mistero di Gesù di Nazaret, figlio di Dio”, annotò opportunamente Paolo VI (EN 22). Per questo avvertì, rimandando a 2 Cor 4,5, che gli inviati devono andare:

“A predicare, non se stessi o le proprie idee personali, ma un vangelo del quale neppure loro sono padroni e proprietari assoluti per disporre di esso a loro piacimento, ma ministri per trasmetterlo con somma fedeltà” (EN 15).

 La Chiesa dovrebbe essere nuovamente Vangelo-centrica, o più chiaramente, Cristo-centrica, dopotutto il vangelo non è altro che lÂ’avvenimento-Gesù Cristo. Se ci riesce, allora la sua stessa vita sarà evangelizzatrice, perché incarnerà a partire dal Papa, passando per vescovi e clero fino al più umile dei laici, uno spirito come quello di Cristo. Essere cristiano,  a differenza dellÂ’essere ebreo, è essere discepolo di Gesù Cristo, non essere semplicemente “teista”.

 Nel sinodo europeo nel dicembre del 1991, solo il cardinale Ratzinger affermò:

 Â“LÂ’evangelizzazione è parlare di Dio. La Chiesa parla troppo di se stessa, della propria struttura e bisogna chiedersi se non lasciamo nellÂ’ombra lÂ’annuncio di Dio. LÂ’evangelizzazione non è un annuncio di dogmi e di prescrizioni, è lÂ’annuncio del Dio che in Cristo si rivela a tutti gli uomini”.

 PER QUANTO RIGUARDA GLI EVANGELIZZATORI

 LÂ’evangelizzazione sarà nuova se si mostra realmente coerente, e per tanto degna di credibilità. Tra il vangelo, le azioni e la vita vissuta da coloro che evangelizzano ci deve essere coerenza, in modo che si testimoni il vangelo come realmente efficace nella propria stessa vita. Questa coerenza deve essere reale ed evidente, non immaginaria. Manca di credibilità la predicazione dellÂ’amore se non si vive e si proietta questo amore in modo concreto e visibile.

In ripetute occasioni Paolo VI avvertì nella EN circa l’importanza della testimonianza personale (nn. 21,26,41,76), perché evangelizzare è, prima di tutto, dare testimonianza. Egli stesso ci ricordava che “questo secolo ha sete di autenticità” e che per questo:

“Tacitamente o a forti grida ci viene chiesto: “Credono veramente in ciò che annunciano? Vivono ciò che credono? Predicano veramente ciò che vivono?” Oggi più che mai la testimonianza di vita è diventata una condizione essenziale in vista di una reale efficacia della predicazione” (EN 76).

Questo spetta a tutti, dal primo allÂ’ultimo, dalla alta gerarchia sino allÂ’evangelizzatore laico. Per questo concludeva con lÂ’avvertenza che:

“Il mondo esige e si aspetta da noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità con tutti, specialmente per i piccoli e i poveri, obbedienza e umiltà, distacco da se stessi e rinuncia. Senza questo marchio di santità, la nostra parola … corre il rischio di farsi vana e infeconda” (Ibid.).

E prima Paolo VI aveva avvertito che:

“Evangelizzatrice, la Chiesa comincia a evangelizzare se stessa (…). La Chiesa ha sempre la necessità di essere evangelizzata se vuole conservare la sua freschezza, il suo impulso e la sua forza per annunciare il vangelo” (EN 15, rimanda al decreto del Concilio, Ad Gentes n.5, 11-12).


 

[1] Citerò con relativa frequenza questa esortazione perché è stata il grande manifesto dell’evangelizzazione, che servì come base per molti altri. Rileggerlo è molto istruttivo. Ci permette di constatare fino a che punto è rimasto come lettera morta. Perché?

[2] In termini moderni è anche un invito alla riflessione sul pericolo di cadere nel culto di determinate personalità religiose (stampe, quadri, pubblicazioni) che in non poche occasioni dà l’impressione di essere più importante di Cristo e di conseguenza di sostituirlo. Questo sarebbe contrario tanto al Vangelo come allo sforzo evangelizzatore: l’annuncio di Cristo come l’unico “cammino, verità e vita”.

[3] Cf. J. M. Castillo, Il regno di Dio, Navarra, 2000.

[4] Questo verbo importante appare con relativa frequenza in Giovanni. Generalmente tradotto con “rimanere con”, equivale alla nostra espressione “essere fedele a”.

[5] A questo proposito raccomando vivamente la meditazione della presentazione magistrale di G. Lohfink, La Chiesa che Gesù voleva, DDB, Bilbao 1986.

[6] Su tutto questo si veda più ampiamente E. Arens, M. Dìaz Mateos e C. Mesters, Faccio tutto nuovo. Supporti  biblici allÂ’evangelizzazione, CEP, Lima, 1992.

 

 

 

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