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Natale 2006: padre Gaetano dal Perù

Una nuova Culla per la Chiesa in Perù


Una lettera che vuole essere anche una dura denuncia contro i poteri forti della Chiesa in Perù, un clericalesimo che troppo spesso fa rima con razzismo detronizzando il fulcro dell'amore di Dio: quell'umile culla che ci apprestiamo ad accogliere, una culla venuta in soccorso dei più emarginati!


E’ passato un po’ di tempo da quando ho inviato i miei ultimi ricordi e col Natale che si avvicina mi pare giusto rimettermi in contatto di nuovo con quanti mi seguono col pensiero, la preghiera e il loro amore fraterno.  

Ho finito quest’anno scolastico un po’ sfatto per la fatica, ma tanto contento per i risultati ottenuti e il bene che il Signore ha operato anche attraverso di me. Fra una settimana si chiudono tutte le scuole e gli studenti cominciano le loro vacanze estive. Natale si celebra qui quasi all’inizio delle grandi vacanze e col caldo tipico dell’estate dell’emisfero sud. Ovviamente, qui sulla costa del Pacifico per Natale non si canta “Tu scendi dalle stelle… e vieni al freddo e al gelo…”, ma molti altri canti natalizi, belli e propri di queste culture.



Dal punto di vista dell’insegnamento è stato per me un anno di prova, nel senso che non conoscevo personalmente la realtà che mi attendeva, specialmente nel campo della formazione sacerdotale e religiosa. Adesso mi pare di cominciare a capire qualcosa e l’aiuto che potrò dare ancora a tanti giovani, a sacerdoti e religiosi, sarà un po’ più indovinato e sicuro.


Dal punto di vista della pastorale missionaria, alla quale ho dedicato tutto il resto del mio tempo libero, compresi i fine settimana, credo di avere cominciato a capire meglio la gente con i suoi bisogni reali e la sua grande voglia di Dio. Ed è proprio su questo punto che mi piace condividere ancora una volta esperienze e riflessioni.

Sarebbero infiniti i casi di persone concrete che potrei raccontare, con le loro storie innumerevoli di fatiche e di speranze, di sofferenze e di voglia di vivere. Alcuni li ho potuti già scrivere e condividere. Moltissimi altri restano nel mio cuore, mentre altri ancora si vanno aggiungendo continuamente giorno dopo giorno, dandomi la sensazione di avere un cuore in costante dilatazione, perché c’è sempre un po’ di posto per chiunque arrivi. Credo che questo sia un vero dono di Dio.

Stamattina ho voluto ascoltare una giovane mamma di 30 anni, che in una settimana ha visto morire suo figlio di 9… per un apparente semplice raffreddore… in realtà per mancanza di medico e di medicine!
Non era disperata: voleva solo cercare di capire che cosa volesse Dio da lei con questo dolore suo e della sua famiglia. Io so che Dio continua a scrivere dritto anche su righe storte…

Quest’anno ho compiuto 65 anni di vita, dei quali 35 come sacerdote missionario. Adesso che ho i capelli bianchi mi pare di capire che la missione, come annuncio del Vangelo e proposta di Gesù, è innanzi tutto incontro di persone e testimonianza di vita personale.
 Solo in un secondo momento è anche progetto comune e organizzazione di strutture, che pure sono necessarie.

Cosí mi piace pensare alla vita missionaria, mia e dei miei “compagni di avventura”: non una serie di cose da fare o di progetti da realizzare, ma un continuo incontro con le persone concrete, che il Signore ogni giorno mi fa trovare e mi mette innanzi, cominciando dalla mia comunità nella quale vivo.

Penso al Natale che viene e mi domando se io sarò pronto a riceverlo come un dono rinnovato, non solo per me, ma soprattutto per questa gente che cerco di amare e mi sforzo di servire. Essere missionario in Perú potrebbe sembrare facile a chi pensa che è un paese tradizionalmente cristiano.

In realtà, il Perú è un paese difficile da evangelizzare per una molteplicità di fattori storici, politici e anche religiosi, che lo mantengono tuttora diviso e con enormi conflitti, ingiustizie e disuguaglianze sociali, aggravate dal famoso terrorismo locale di “sendero luminoso”, che fino a non molto tempo fa ha imperversato nel paese provocando in pochi anni circa 80 mila morti. Rigurgiti di questo movimento sono ancora all’ordine del giorno, legati ormai al traffico internazionale di droga (il Perú sta diventando la nuova Colombia della droga!). Il 53 per cento della popolazione vive ancora in estrema povertà, nonostante le enormi ricchezze minerarie, sistematicamente sfruttate ed esportate da multinazionali straniere.

Quando penso che Gesù ha scelto di nascere povero e proprio tra i poveri, non posso non pensare che il suo posto è anche questo, il Perú, tra i tantissimi altri paesi che ancora ha nel mondo intero e nei quali, credo, vorrebbe tanto poter nascere finalmente. E nascere non soltanto il 25 dicembre come tradizionalmente lo ricordiamo, ma ogni giorno dell’anno. Quando penso che il Vangelo è diretto proprio a ogni povero che soffre e spera, non posso non pensare che i suoi destinatari sono anche qui, in questo continente e in questo paese, dove Lui si troverebbe certamente a suo agio e a casa sua.

Tenendo presente proprio il Natale che viene anche qui, nel mandare il mio saluto e augurio a tutti, desidero condividere alcune riflessioni che ritengo importanti in questo momento e che permettono di capire meglio non solo la nostra vita missionaria come tale in questo paese, ma anche il contesto in cui dobbiamo vivere e lavorare.

Questa volta mi riferirò soprattutto al contesto di Chiesa nel quale mi tocca vivere. Le mie parole potranno sembrare a qualcuno un po’ o molto provocanti, taglienti e forse dure. E’ il mio stile di scrivere – un po’ “garibaldino”, dico io - che non sempre corrisponde esattamente all’atteggiamento del mio cuore, portato adesso più alla comprensione e alla misericordia che alla critica o al giudizio. Comunque, la realtà che presento è oggettiva e sotto gli occhi di tutti.

Qualche settimana fa il vescovo di una diocesi del sud del Perú ha dato ordine ai suoi parroci e sacerdoti di negare la comunione alla gente(normalmente indigeni) che partecipa alla Messa: solo il celebrante deve fare la comunione perché – risposta ufficiale e arcinota - tutti gli altri non ne sono ancora degni! Come dire che il lavoro svolto per secoli da missionari e sacerdoti in tutto quel territorio non è valso a niente. “Adesso ci pensiamo noi a sistemare le cose!”, sembra essere il messaggio inequivoco di questo atteggiamento radicale e integralista. O peggio ancora: “Noi siamo degni di fare la comunione, voi no!”…

Alle ovvie rimostranze manifestate dai superiori maggiori di religiosi e missionari su questo fatto, la più alta autorità ecclesiastica del paese ha giustificato il provvedimento chiamandolo “un probabile esperimento pastorale”. Solo che lo stesso esperimento sta apparendo sotto altre forme in diverse parti del paese. Si tende, infatti, a tornare alla Messa celebrata con le spalle al popolo e poco manca che sia in lingua latina, la quale ovviamente nessuno capisce: tragico ritorno a tempi preconciliari o addirittura tridentini!

Un mese fa abbiamo celebrato un congresso teologico nella nostra capitale, con la finalità di prepararci come religiosi alla prossima Conferenza Episcopale Latinoamericana del 2007 (Celam V). Uno dei conferenzieri, inviso dall’autorità ecclesiastica costituita ma conosciutissimo a livello teologico mondiale, è stato moralmente obbligato a non presentarsi per paura che i suoi contenuti fomentassero una visione troppo critica e non gradita della chiesa ufficiale. E cosí è stato: il teologo non si è presentato. Nel migliaio di partecipanti la ferita rimase aperta. Un intervento dall’alto ha cercato di chiarire le cose e di scusare l’accaduto, ma tutti sappiamo che qualcosa non funziona nel sistema di questa Chiesa.

Ogni tipo di profetismo è sistematicamente messo al bando.
La teologia è diventata apologetica e la morale cristiana un semplice codice di comportamenti puntuali. Il Regno di Dio è ridotto a una semplice organizzazione ecclesiastica e il modello di Chiesa è tornato a quello sacramentale preconciliare, clericale e gerarchico. Non c’è posto per il laicato, per la donna, per i carismi e i ministeri comuni… La spiritualità è verticalista, avulsa dalla vita della gente e dai problemi del mondo. La fede è disincarnata e ridotta a preghiere devozionali. I poveri sono oggetto di qualche sporadico gesto di aiuto, ma senza impegno per la giustizia e la pace. In un contesto simile, i missionari e i religiosi ci domandiamo che posto ci resta per il nostro lavoro nel mondo!

Per entrare nella chiesa cattedrale si devono pagare dieci soles (moneta locale), piú di mezza giornata di lavoro: nessun povero può permetterselo. In alcune altre chiese della capitale, gestite dagli stessi gruppi integralisti, i poveri malvestiti, gli accattoni senza scarpe e con i piedi sporchi o gli indigeni che non sanno leggere e non parlano bene la lingua ufficiale, non sono ben accetti: sono trattenuti alla porta d’entrata e invitati a ritirarsi. Se lasciati passare per la loro insistenza, devono restare in luogo appartato; comunque, i ricchi non si mescolerebbero con loro. Le persone ben vestite passano senza problemi, specialmente se sono di pelle bianca e in tutti i modi devono rispettare le norme indicate in un biglietto consegnato personalmente a ciascuno e nel quale è scritto tutto il comportamento concreto da seguire nei minimi dettagli, dal come fare la genuflessione quando si entra in chiesa al come si deve uscire. Agli occhi di tutti appare ovvio l’atteggiamento discriminante e quasi razzista di stampo “apartheid”.

Quante volte ho cercato di capire che tipo di Dio deve essere quello che certa gente scomoda per obbligo soltanto la domenica per poi rimandarlo in cielo di nuovo dal lunedì al sabato! Che tipo di Dio deve essere questo che deve rispondermi quando io lo chiamo, ma che non mi disturbi troppo nei miei affari quando non ho proprio bisogno di Lui?

E’ certo però che i riti celebrati in queste chiese sono di una perfezione unica: lussuose vestimenta, liturgie impeccabili, incensi preziosi, cori perfetti, luci e fari dovunque, organizzazione invidiabile in tutti i sensi. Senza contare che la maggioranza di queste parrocchie, presenti in zone bene delle città e di sicuro gettito economico, sono state e vengono ancora letteralmente “sequestrate” ai religiosi - che per secoli le hanno curate - per affidarle adesso d’autorità ai membri di questi nuovi gruppi al potere.

Per potere esercitare il ministero della confessione e celebrare la Santa Messa in regola con le norme canoniche del posto, io stesso ho dovuto sottomettermi all’esame teologico e morale di un incaricato di turno nella curia archidiocesana. So bene che questo può essere un requisito prudenziale richiesto da alcune diocesi nel mondo, ma il contesto in cui è avvenuto il mio esame e le modalità e i contenuti dello stesso mi hanno lasciato profondamente deluso e perfino ferito nel mio orgoglio cristiano e nella mia dignità sacerdotale. Ho superato perfettamente l’esame teologico e morale, ottenendo il permesso richiesto, ma la ragione ultima della firma finale sul permesso accordatomi non è stata tanto la mia preparazione pastorale, e neppure i miei 65 anni di età o i 35 di sacerdozio missionario, bensì la mia laurea ottenuta in una università pontificia romana e i relativi meriti dell’insegnamento, cose che ben poco hanno a che vedere con l’esercizio pastorale del mio ministero sacerdotale e missionario. Mentalità ben nota soggiacente: tutto deve essere sotto stretto controllo, come se Dio o Gesù Cristo suo Figlio fossero diventati “mongolini” (mi si perdoni l’irriverenza!) e avessero adesso bisogno di tali difensori per la loro Chiesa!



Dal punto di vista cristiano, il Perú è un paese simbolo tra tutti quelli di America Latina, perché qui è cominciata qualche decina d’anni fa la famosa “teologia della liberazione” e qui si è pure in gran parte infranta per diversi motivi ben conosciuti da tutti noi che lavoriamo da queste parti.

In teoria qui avrebbe dovuto crescere una Chiesa forte e unita per la presenza massiccia della gente povera, riunita in comunità cristiane compatte e fraterne.

Però oggi noi missionari dobbiamo battagliare non poco perché il Vangelo si faccia strada tra i poveri, non tanto per l’inarrestabile aumento delle sette religiose che continuano a crescere anche per le nostre divisioni interne cattoliche, ma soprattutto per la pressione continua e autoritaria di chi è al potere, non solo civile ma anche ecclesiastico. E’ come se si fosse passato da un estremo all’altro. La paura del diverso con il relativo atteggiamento di difesa hanno fatto presa su queste frange potenti della Chiesa ufficiale, non la proposta libera e coraggiosa del Vangelo con la certezza nella fede che l’opera è di Dio.

Le difficoltà di lavorare oggi come missionari in Perú e in quasi tutti i paesi latinoamericani, dal Messico alla Terra del Fuoco, si devono non solo alle persistenti situazioni di ingiustizia e di miseria tra la gente povera per le scandalose ingiustizie e disuguaglianze, ma anche alla presenza sempre più incisiva di questi settori conservatori del cattolicesimo stesso.

Si tratta di gruppi misti, cioè con una forte base laica, ma anche con proprie ramificazioni clericali e perfino religiose. Sono gruppi fortemente strutturati con una ideologia tipicamente apologetica e una disciplina apparentemente ferrea, di lealtà e fedeltà proclamata all’istituzione e alla gerarchia ecclesiastica. La loro strategia è di “conquista” o piuttosto di “riconquista”, che considera inutile e sorpassato lo sforzo evangelizzatore e missionario dei secoli passati, mentre afferma che è arrivato il momento della “tabula rasa” (rifare tutto daccapo) per cominciare una nuova crociata cristiana nel continente.

Per loro la Chiesa non è il Regno di Dio già presente tra noi e che stiamo costruendo pian piano partendo proprio dai poveri e dagli ultimi, come Gesù ci insegna nel Vangelo. Per loro la Chiesa deve essere un’organizzazione perfetta, sicura e potente, cosa ovviamente possibile solo col denaro e col potere.

Infatti, questi gruppi, che godono attualmente della fiducia e simpatia dell’autorità ecclesiastica di turno, hanno un enorme potere economico che viene loro dalle classi dominanti (industriali, commercianti, banchieri, militari, gente del governo, ecc.), a cui essi stessi appartengono in assoluta maggioranza. Il loro modo di parlare e di vestire, di vivere e di presentare la fede è tipicamente “borghese”, perché sono di classe sociale alta o medio alta. La loro espansione è stata rapida e sono giunti a coprire alte cariche ecclesiastiche. Denaro e potere sono il loro “habitat” normale, fuori del quale perderebbero ogni rilevanza: non potrebbero affatto vivere e lavorare con la povera gente. Non faccio il loro nome per pura deferenza alla carità, non per paura di essere criticato o addirittura censurato. 

 

Molti di loro, ma non solo, sono convinti che per salvare “la barca che affonda” bisogna partire di nuovo con queste premesse rigide e conservatrici, quasi militari, cominciando a mettere ordine in questa Chiesa che – secondo loro - è allo sbando.

Nessuna novità se questi gruppi si trovano normalmente al fianco e in difesa della gente nobile, dei ricchi industriali e commercianti e a volte di dittatori militari o simili. Anche a Mons. Romero toccò imbattersi nella stessa realtà e ci rimise le penne: adesso lo veneriamo come martire e una certa Chiesa ufficiale non ha ancora il coraggio di riconoscerlo! 
          

Mi domando: dov’è finito il Gesù dei poveri e degli ultimi, delle beatitudini e del giudizio finale (“avevo fame, avevo sete…”)? Se quello è il modello di Chiesa che dovremmo accogliere e costruire, che spazio di lavoro abbiamo ancora noi missionari nel mondo? Andiamo forse verso una Chiesa dei ricchi e una Chiesa dei poveri?       
    

Di fronte a questa nuova crociata cristiana, orchestrata dall’alto (con modalità settarie di tipo massonico) e che niente sembra invidiare a quella di tanti secoli fa, i nostri poveri “stanno a guardare”. Fino a quando? Ci meravigliamo se tanti di loro passano dal cattolicesimo alle nuove sette religiose o protestanti? Non è da supporre che questi movimenti di stampo integralista, che si definiscono cattolici e si impongono decisi con la forza del potere e del denaro, stiano provocando poco a poco una specie di nuovo scisma nella Chiesa e in apparenza con le migliori intenzioni? Cosa possiamo fare noi missionari e ogni cristiano cattolico di buona volontà?

 

L’antica teologia della liberazione ha subito una notevole sconfitta, non c’è dubbio. Poco ci resta di tutto quel movimento che solo qualche decina di anni fa sembrava promettere mari e monti al cristianesimo locale e ai poveri di questo continente! Oggi come oggi resta soltanto un piccolo resto, presente unicamente tra gli agenti di pastorale e i missionari. Ci sentiamo in netta minoranza! Tanti ci hanno abbandonato e continuano a lasciarci soli, abbagliati da altre promesse più facili e sicure. Ci pensa l’onnipotenza del mercato neoliberale ad appiattire le coscienze e ad abbagliare anche quelle di certa gente di Chiesa. Tutto nel nome di Dio e a sua maggior gloria!  
          

Gli unici che ci stanno veramente vicini in questo momento sono i poveri, scacciati perfino da alcune chiese e che ogni giorno accorrono a frotte anche alla nostra casa con gli occhi sbarrati, magari in cerca soltanto di uno sguardo amico e di una parola di consolazione.

Ci sentiamo un “piccolo resto”, però convinto e deciso, spesso incompreso e a volte emarginato o addirittura perseguito dai nuovi “arbitri” della partita in corso. Umanamente parlando, ci sembra di essere un drappello poco convincente per una generazione giovane insicura e facilmente sedotta dal miraggio di questi nuovi movimenti affetti gravemente da complessi messianici e di onnipotenza.

 

L’opzione per i poveri, che fino a poco tempo fa si chiamava “preferenziale” e che dovrebbe essere invece “fondamentale” secondo il Vangelo, è entrata per la Chiesa ufficiale di questi paesi nella semi clandestinità o almeno in un profondo anonimato.

Ma forse tutto ciò è provvidenziale, perché ci permette di rivedere profondamente il nostro cammino cristiano e missionario, e di rifare la nostra opzione su basi nettamente più sincere e coerenti, rinunciando contenti a quei brandelli di potere che ci eravamo conquistati nel seno dell’istituzione ecclesiastica e perfino agli occhi di tanta povera gente.

Come sarà e dove ci porterà la prossima Conferenza Episcopale Latinoamericana del 2007?

 

La nostra opzione vuole essere di stretta vicinanza con chi non ha voce né privilegi. Ci sentiamo impotenti di fronte a questo potere, ma sempre solidali nel resistere insieme a chi è al di sotto di tutti, cercando amorosamente la coerenza tra ciò che diciamo a parole e ciò che viviamo di fatto. Non abbiamo molte alternative. O anche noi missionari prendiamo sul serio la Parola di Dio e ci crediamo davvero pagandola di persona, oppure inevitabilmente diventiamo anche noi dei semplici professionisti della religione, al servizio dei potenti di turno.

 

Come missionari continuiamo testardamente a credere che da questa nostra vicinanza modesta ai preferiti di Dio, che sono gli “anawim” cioè i poveri di questa terra, possiamo intravedere con certezza che il Regno di Dio non solo è possibile, ma che è già in mezzo a noi, come Gesù ci ha promesso, e questo proprio “in barba” a quanti si credono oggi gli unici e autentici depositari del Vangelo con il monopolio della grazia di Dio.

Non è con tristezza, bensì con tanta speranza che anch’io mi avvicino al prossimo Natale. Essere missionario in Perú, come dicevo più sopra, non è facile, perché mettersi dalla parte dei poveri desta sospetti e crea problemi. Ancora di più quando il missionario alza la voce per denunciare certe cose. Da quanto vedo e tocco con mano ogni giorno, sento che il Signore deve continuare a nascere anche qui. Lo aspettiamo, forse non proprio il 25 dicembre… ma l’aspettiamo fiduciosi… sicuri che verrà e non tarderà.  

Anzi, siamo ben coscienti che Lui è già venuto e vive tra noi sulla nostra stessa barca, apparentemente addormentato, mentre le onde e il vento infieriscono e sembrano affondarla. Ci aspettiamo il suo dolce rimprovero per essere anche noi uomini di poca fede, ma siamo certi che Lui stesso, prima o poi, si sveglierà al nostro grido, darà ordine al vento e al mare perché la tempesta si plachi e la sua barca riprenda nuovamente il largo navigando con Lui negli alti mari del mondo.

 Buon Natale a tutti: p. Gaetano

di: P. TANO

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