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GianCarlo Caselli

GianCarlo Caselli: Lavorare per la giustizia è lavorare per la pace. 
“Lavorare per la Giustizia

è lavorare per la Pace” 

Giancarlo Caselli

E’ stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo. E’ stato direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

Dal marzo 2001 è il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Attualmente è Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino.

 GianCarlo Caselli ha partecipato alla Carovana della Pace con la famiglia Missionaria Comboniana. Approfondisci qui.

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- Giustizia e Costituzione

- La stagione del terrorismo

- La lotta alla mafia

- Il mondo delle carceri: una “dimensione parallela”

- Gli scenari presenti e futuri. Criminalità e globalizzazione

 

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Giustizia e Costituzione

Dott. Caselli, qual secondo Lei il cuore della nostra Costituzione? 

“La sento come una specie di scommessa: quella di combinare insieme libertà ed uguaglianza, sulla base di diritti riconosciuti a tutti e da tutti condivisi, per realizzare un certo tipo di giustizia uguale per tutti. (…)

Se la giustizia è la virtù che si esprime nell’impegno di riconoscere e rispettare il diritto di ognuno, dandogli ciò che gli spetta secondo la ragione e la legge, allora la giustizia non è soltanto una virtù individuale. E’ una componente essenziale della vita comunitaria. Indispensabile perché siano attuate le libertà ed i diritti, senza prevaricazioni; perché siano rimossi gli ostacoli che limitano l’uguaglianza; perché la legalità sia intesa come insieme di regole condivise, individuate tenendo conto delle esigenze di tutti e da tutti rispettate, frenando onnipotenze ed egoismi; perché la legalità così intesa sia effettivo cemento della convivenza civile; perché si realizzi una pace sociale e non la guerra continua.

Questo è il messaggio fondamentale della nostra carta costituzionale. Nella Costituzione vedo affermati alcuni principi, alla luce dei quali c’è la concreta possibilità di provare a combinare tra loro libertà ed uguaglianza. Di tentare di costruire, cioè, un qualcosa che sia nell’interesse di tutti e non assecondi i rapporti di forza, penalizzando ancora una volta i più deboli.

In essa è scritto il progetto di uno Stato vissuto non come espressione degli interessi e della forza di una classe dominante o di qualcuno, ma come garante dei diritti di tutti.

Oggi invece assistiamo con inquietudine a diffusi tentativi di rivedere questo progetto per tornare ad un vecchio modello, in virtù del quale lo status ed i diritti dei cittadini – anche degli immigrati – dipendono non tanto dalle regole, quanto piuttosto dai rapporti di forza”.

Tuttavia, il tentativo di tradurre in azione concreta l’obiettivo di una giustizia giusta ed imparziale trova spesso un ostacolo nel potere (intenso in senso generale), che dalla prima può sentirsi minacciato, temendo per la conservazione dei propri equilibri. Anche oggi, in quest’epoca così turbolenta, quale ruolo possono avere i valori di giustizia ed uguaglianza?

“In Italia, soprattutto nell’ultimo decennio, l’organizzazione della giustizia voluta dalla Costituzione ha funzionato. Essa non si è limitata a perseguire i deboli e gli emarginati nella scala sociale ma ha cominciato a colpire anche i delitti commessi dai “colletti bianchi” e a controllare – come doveva – il corretto esercizio del potere. E’ così ha iniziato ad affermarsi l’indipendenza della Magistratura. Ma nella misura in cui ha funzionato, la giustizia ha creato – nel nostro Paese – vistose preoccupazioni nel potere. (…) Di qui i vari tentativi per ridimensionare drasticamente la Magistratura e per sterilizzare la sua indipendenza. Tali tentativi presuppongono il ridimensionamento della Magistratura in quanto soggetto indipendente incaricato di rendere le regole effettive uguali per tutti. Indipendenza della Magistratura, effettività delle regole, uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge sono un tutto unico. La posta in gioco è il permanere dell’unitarietà di questi concetti, che in democrazia sono essenziali. E irrinunciabili. (…) E’ bene esser chiari, perché il tema è delicato. Non c’è stata, non c’è e non potrebbe esserci alcuna sostituzione del diritto alla politica, che è – e resta – il motore dell’organizzazione sociale e delle sue trasformazioni (guai a un governo della società affidato ai giudici!). Più semplicemente, l’onnipotenza della politica - la sua possibilità, cioè, di fare e disfare a piacimento, ove ne abbia la forza e i numeri – ha trovato dei limiti nella previsione costituzionale di una democrazia pluralista. La sovranità, negli stati contemporanei, appartiene al popolo: i cittadini, uomini e donne – e non, come in altri sistemi o epoche, la divinità, la nazione, il re, o magari l’uomo della provvidenza – sono la fonte della sovranità e gli arbitri del proprio destino.  Non è un caso che la nostra Costituzione, a differenza dello Statuto Albertino, si apra con l’affermazione dei principi fondamentali e dei diritti dei cittadini, affiancati dai doveri inderogabili di solidarietà, e non con le disposizioni sull’organizzazione dello Stato. E non è un caso che l’articolo 1 della stessa Carta precisi che il popolo esercita la sovranità “nelle forme della Costituzione”; la sovranità va esercitata entro binari prestabiliti e con l’obiettivo di realizzare una democrazia emancipante, nella quale il compiuto riconoscimento dei diritti di libertà è integrato dalla solenne affermazione del principio di uguaglianza in senso sostanziale, assunto non come semplice aspirazione o obiettivo ma come dato normativo fondamentale. In questa democrazia la cittadinanza è diventata uno status di cui fanno parte, oltre al diritto elettorale, un reddito decoroso e il diritto a condurre una vita civile, anche quando si è ammalati, o vecchi o disoccupati; i principi di giustizia distributiva sono diventati diritti e le politiche per realizzarli atti dovuti, sottratti una volta per tutte alla negoziazione politica”

Siamo d’accordo. Tuttavia questi fondamentali principi, letti alla luce della situazione odierna, rischiano però di apparire sanciti solo sulla carta. Il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la contemporanea vigenza di due codici, uno fatto per i “briganti” e uno per i “galantuomini” (ossia le persone comunque giudicate come persone per bene, in base al loro censo). Il primo dei due codici serve a segnare la vita delle persone, il secondo invece a misurare l’attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per prescrizione. Ciò è dimostrato dal fatto che oggi, ad esempio, a seguito delle numerose riforme in tema di reati societari e dell’immigrazione, il reato di falso in bilancio è punito meno gravemente del rifiuto dello straniero di eseguire l’ordine del questore di abbandonare il territorio dello Stato. In più, la viva e continua richiesta da parte dei potenti di sottrarsi dal vincolo delle regole e quindi all’azione della Magistratura trova soddisfazione nelle numerose forme di condono e nelle numerose leggi ad personam,, al punto da mettere a rischio lo stesso equilibrio istituzionale.

Di fronte a questo panorama desolante, che fiducia si può ancora riporre nella giustizia?

 

“Tutto tragicamente vero. Eppure forse, per la prima volta nella storia, accade che il diritto non si limita a fotografare (e cristallizzare) questa realtà, ma si pone (anche) come punto di contestazione e di resistenza, seppur debole ed insufficiente, in difesa dei diritti e dell’uguaglianza delle persone. E’ paradossale, ma mentre libertà ed uguaglianza per tutti sono obiettivi lontani e all’apparenza irraggiungibili (nel nostro Paese e, ancor più, sull’intero pianeta) la necessità della loro realizzazione è entrata nell’orizzonte del diritto e dei giudici. Ciò è avvenuto con le grandi convenzioni sui diritti umani e le costituzioni nazionali del secolo scorso (non a caso nate sulle rovine prodotte dalle immani tragedie delle guerre mondiali). Basti pensare all’articolo 3 della nostra Costituzione:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

Così è diventato diritto – un diritto debole, e tuttavia esistente – ciò che in antico si leggeva nel salmo di Asaf (n. 82, 2-4):

“Fino a quando giudicherete iniquamente e sosterrete la parte degli empi.

Difendete il debole e l’orfano, al misero e al povero fate giustizia.

Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi”

In altri termini, il diritto (quello costituzionale, almeno) si è trovato ad essere più avanti della società: da elemento di cristallizzazione e di pura tutela dell’esistente si è visto proiettato nella dimensione del cambiamento”.

Esercitare il mestiere di magistrato quindi cosa significa?

“Contribuire in qualche modo alla crescita dell’uguaglianza, della solidarietà, del rispetto dei diritti di tutti. Compresi quelli dei soggetti più deboli e meno fortunati, perché camminare verso l’uguaglianza significa soprattutto garantire di più queste fasce sociali; i “forti”, si sa benissimo, si garantiscono anche da soli.

E’ questa motivazione ideale che mi ha portato a fare il magistrato, come tanti altri della mia generazione – quella che poi creerà i “pretori d’assalto”, una denominazione pubblicistica molto efficace, e qualche volta denigratoria.

Se ripercorriamo un po’ quella stagione, possiamo prendere in considerazione (per esemplificare) la legge Merli, la prima legge che, in qualche modo, ha cercato di tutelare la salute pubblica contro gli inquinamenti. Essa nasce sull’onda delle emozioni , delle polemiche, dei problemi che hanno creato alcuni interventi dei “pretori d’assalto”. Ne ricordo uno per tutti, quello riguardante i cosiddetti fanghi rossi – gli scarichi gettati in mare da una grande azienda italiana -, scarichi che inquinavano le acque costiere costituendo un pericolo per la salute della popolazione. Ecco, all’epoca non c’era alcuna legge che proibisse questi scarichi. I “pretori d’assalto”, però, scoprono ed utilizzano una “piccolissima” norma che proteggeva il patrimonio ittico italiano. E la applicano al caso di specie, constatando che i pesci erano danneggiati dallo scarico dei fanghi rossi nelle acque in cui nuotavano. La norma che tutelava il patrimonio ittico prevedeva una modesta pena pecuniaria. Questa punizione, per quanto minima, qualificava pur sempre come reato il relativo comportamento: da ciò derivava il potere del magistrato di sequestrare gli impianti inquinanti, con evidenti conseguenze che andavano ben oltre l’ambito dei…pesciolini.

Proteggendo i pesci, si è cominciato dunque a tutelare più efficacemente anche la salute pubblica.

Ecco che il magistrato ha interpretato il proprio mestiere, il proprio ruolo alla luce della Carta costituzionale: la necessità di applicare la legge avendo sempre come punto di riferimento i valori costituzionali, combinando le esigenze del caso concreto con gli interessi generali, ovviamente rimanendo nel perimetro della legge. Ciò contribuisce ad un processo di crescita collettiva del nostro Paese”.

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La stagione del terrorismo

 

Dott. Caselli, sin dall’inizio della Sua carriera ha profuso molto impegno nella lotta al terrorismo di casa nostra, occupandosi di numerosi procedimenti a carico delle “Brigate Rosse” e di “Prima Linea”. Quali insegnamenti ha tratto da queste esperienze?

“Da queste esperienze ho potuto trarre una convinzione: non c’è niente di più pericoloso degli equivoci, della confusione, delle ambiguità quando si tratta di violenza. Figuriamoci poi la violenza armata di tipo brigatista, o di Prima Linea!

Le Brigate Rosse e Prima Linea sono state alla fine smantellate ma all’inizio, nei primi anni ’70, e la cosa è continuata fino al sequestro Moro, e all’omicidio Rossa, c’era molta confusione; i terroristi venivano visti come degli Zorro, dei Robin Hood, oppure come dei “compagni che sbagliano”. Quando andava bene lo slogan era “Né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, una sorte di equidistanza tra il crimine e uno Stato che se anche non funzionava a perfezione, se per certi profili poteva anche non soddisfare, se anche rivelava dei difetti, sicuramente era democratico. (…)

Finchè permaneva l’ambiguità continuava anche la speranza di riuscire a fare proseliti, di ampliare l’ambito della propria base. Finchè esistevano queste convinzioni, i brigatisti nutrivano la speranza di continuare a crescere politicamente e non soltanto militarmente, e quindi di riuscire a realizzare gli obiettivi politici. Il terrorismo è stato sconfitto quando siamo riusciti a isolarlo politicamente spazzando via ogni ambiguità”.

Quindi, contro il fenomeno del terrorismo e comunque contro ogni forma di criminalità organizzata, non si poteva agire solo sul piano tecnico, ad esempio investendo nelle forze dell’ordine e nelle tecniche di indagine.

“Non bastava: occorreva anche far crescere la consapevolezza sulla vera natura del terrorismo, che nulla aveva a che fare con Zorro, Robin Hood o con la teoria dei compagni che sbagliano. Bisognava spiegare che non aveva senso lo slogan “Né con lo Stato né con le Brigate Rosse”. Spiegare che il terrorismo era un nemico non solo per le vittime potenziali, ma per tutti. Un nemico per la stessa democrazia, per i diritti, per la libertà; per chi, coi diritti, con la libertà, con la democrazia vuole determinare una crescita che sia, almeno potenzialmente, uguale per tutti. (…)

Anche se inaccettabile, nella percezione soggettiva di chi sceglieva di fare il terrorista c’era la reazione a una società bloccata, vista come vantaggiosa solo per determinati interessi. Era sbagliato, criminale e controproducente il loro modo di affrontare i problemi, ma che ci fosse l’urgenza di sbloccare la situazione politica aprendola anche alle esigenze dei componenti meno fortunati della collettività, era un dato di fatto. Che fosse necessaria una maggiore democrazia, altrettanto. Senonché, invece di risolvere un qualche problema, ai mali denunciati la pratica del terrorismo ne aggiungeva altri: l’intolleranza e la violenza, con una possibile involuzione del sistema per la necessità di dotarsi degli strumenti adeguati per fronteggiare, combattere contenere e respingere quella violenza.

Fare il terrorista è una scelta criminale, assolutamente non giustificabile ma, umanamente psicologicamente, difficile. Erano persone giovani, intelligenti, che rinunciavano a prospettive di lavoro, di carriera e, quando sceglievano la clandestinità, anche alla famiglia, con cui tagliavano tutti i ponti: queste scelte radicali erano sostenibili nella misura in cui essi credevano fortemente nelle loro idee. Ci credevano così tanto da arrivare al punto di ammazzare una persona praticamente sconosciuta, indifesa, soltanto perché l’avevano individuata, nella loro ottica criminale, come un simbolo da abbattere”.

Ci può raccontare l’atmosfera che si respirava in quegli anni?

“Il processo ai capi storici delle Brigate Rosse comincia nel 1976 e si interrompe una prima volta perché queste, a Genova, uccidono il Procuratore generale Coco e gli uomini della sua scorta.

Il processo avrebbe dovuto ricominciare nel 1977, ma non riesce neanche a partire perché le Brigate Rosse non volevano essere processate: il loro credo politico era che la rivoluzione, la lotta armata non si potevano processare. Se qualcuno provava a farlo avrebbe fatto i conti con loro. In questa ottica criminale non nominavano i difensori di fiducia e rifiutavano anche quelli di ufficio, che per legge devono intervenire quando non ci sono i primi.

Poiché nessuno, per paura, voleva accettare il compito di difensore di ufficio, un uomo coraggioso, l’avvocato Fulvio Croce, si era assunto il compito di organizzare le difese di ufficio. Ma le Brigate Rosse lo hanno ucciso. Era un vecchio avvocato ultraottantenne. Una sera viene aggredito da un commando brigatista; era solo, indifeso, nell’androne del suo studio, ed è stato ammazzato come un cane.

Torino era terrorizzata: non si trovavano sei cittadini disposti a fare i giudici popolari (i reati di terrorismo sono di competenza della Corte d’Assise, formata da due giudici togati, tra cui il Presidente, e sei giudici popolari, i cui nomi sono estratti a sorte da un elenco predisposto da ogni Comune, che include i cittadini residenti che vi fanno richiesta). Tutti i candidati estratti dall’urna mandarono al Presidente dell’assise un certificato medico con su scritto “sindrome depressiva”, la traduzione, in termini clinici, della paura.

In una città di quasi un milione di abitanti, non riuscivamo a trovare sei cittadini disposti a fare i giudici popolari. Disposti, cioè, a rischiare la pelle.

A questo punto sembrava proprio che le Brigate Rosse avessero vinto, che fossero più forti di tutto e di tutti. Che non ci fosse più niente da fare”.

E invece, proprio allora, qualcosa cominciò a muoversi.

“Parte proprio da Torino una campagna civile per invertire la tendenza. Si impegnano tutti: la regione, il Comune, tanti uomini politici, sindacati, scuole, parrocchie, circoli culturali, intellettuali, magistrati…inizia la stagione delle assemblee. Migliaia di assemblee, nelle fabbriche, nelle scuole, nei circoli culturali, nelle parrocchie, nelle sedi di partito…per parlare con la gente del terrorismo. Per far crescere la consapevolezza, far toccare con mano che era un pericolo per tutti, e del quale tutti si dovevano fare carico.

Ho partecipato anch’io, centinaia di volte, perché ho sempre concepito il mio ruolo non come limitato a stare dietro una scrivania a studiare le carte di un fascicolo (ovviamente anche questo, e prima di tutto, deve essere fatto!), ma come magistrato attento anche a collegarsi con la società, per riceverne i giusti stimoli ed interpretarla meglio capendola di più.

In un primo tempo, alle riunioni non partecipava nessuno, c’erano solo quelli che l’avevano organizzate e i relatori. La gente aveva tanta paura.

Poi, a poco a poco, hanno iniziato ad arrivare, ma non avevano il coraggio di fare delle domande, di alzarsi e di farsi sentire. Allora abbiamo escogitato il sistema delle domande scritte in forma anonima su bigliettini che venivano consegnati ai relatori che leggevano e rispondevano.

Questi momenti sono stati decisivi per la sconfitta del terrorismo: la partecipazione di massa, la solidarietà nei confronti delle forze dell’ordine, della Magistratura, rappresentavano la consapevolezza che i terroristi non rappresentavano niente e nessuno. Ed è stato proprio il loro isolamento politico a portarli alla sconfitta.

Quando si sono accorti che tutto il loro credo era condannato anche da coloro che prima erano rimasti indifferenti, che invece di conquistare proseliti, invece di allagare la base, questa si restringeva fino a scomparire, si sono sentiti politicamente isolati e l’impalcatura è crollata”.

Quindi, un aspetto fondamentale è stato quello di sensibilizzare i cittadini, combattere l’indifferenza, spingere la gente a schierarsi, a fare una scelta chiara. Grazie al sostegno dimostrato dalla società civile, la Magistratura e le forze dell’ordine hanno potuto ottenere risultati molto positivi nell’opera di contrasto a questo fenomeno criminale. Lei, personalmente, cosa ha appreso da questa esperienza? 

“Ho imparato che anche nei momenti più brutti, più difficili si può e si deve lavorare per la pace. Agire contro il terrorismo era lavorare per la pace sociale, per condizioni di un miglior progresso sociale. Pur con mille difficoltà, ostacoli, incertezze, quella offerta, da uno stato democratico era comunque una situazione obiettivamente preferibile, mille volte preferibile a quella di intorbidamento delle acque, di avvelenamento dei pozzi della democrazia rappresentata dal terrorismo.

Allora si può lavorare per la pace anche nei momenti più bui, l’importante è che sia un lavoro articolati su più piani, che tiene conto dei problemi in tutta la loro complessità”.

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La lotta alla mafia

Dott. Caselli, dopo l’esperienza del terrorismo inizia un nuovo capitolo del Suo impegno professionale, questa volta in prima linea a Palermo, contro la mafia, raccogliendo l’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Era il 23 maggio 1992 ed io ero a casa, a Torino. In quel periodo lavoravo in Corte d’Assise. Alla radio apprendo dell’assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della scorte, sull’autostrada di Capaci. Tra lo sgomento, la rabbia e le emozioni, ancora neppure immagino il destino che mi attende e che, da lì a qualche mese, mi avrebbe portato a Palermo, ad occuparmi di mafia. Quando, nel luglio dello stesso anno, Paolo Borsellino salterà per aria in via D’Amelio insieme alla sua scorta, quando scoppiano le polemiche che porteranno – di fatto – al trasferimento del Procuratore Giammanco, si fa strada in me e via via cresce l’idea che è giunto il tempo di lasciare la mia città e di mettermi a disposizione: per provare a raccogliere (pur con tutti i miei limiti: e sono tanti…) l’eredità dei due grandi, inarrivabili magistrati. Spero di poter affiancare, con la mia esperienza positiva maturata negli anni della lotta contro il terrorismo delle Brigate Rosse e di Prima Linea, il lavoro di tanti e coraggiosi colleghi, molti giovani, che a Palermo già lottano contro la mafia.

Il 17 dicembre 1992 vengo nominato Procuratore della Repubblica. Sono appena arrivato a Palermo, quando, il 15 gennaio 1993, mi viene comunicata la cattura di Totò Riina, il capo della Cupola, latitante da vent’anni. In quei momenti di grande emozione, penso al sacrificio di Falcone e Borsellino e alla loro forte convinzione che davvero la mafia si possa sconfiggere. Basta volerlo fermamente”.

Gian Carlo Caselli, un torinese in Sicilia. Una situazione completamente diversa da quella in cui sino a quel momento aveva operato.

“Non c’era bisogno di rifletterci tanto per capire di essere arrivati in una realtà tutt’affatto nuova, Palermo, appunto. (…) E le occasioni per acquisire ancor più la consapevolezza di essere ormai a Palermo non mancano di certo: per esempio quando, ascoltando un’intercettazione, salta fuori che un autista giudiziario in servizio presso la Corte d’Appello è stato avvicinato da due personaggi che, tra il serio e il faceto (…) gli hanno chiesto dettagliate informazioni sulle mie abitudini, su quelle della scorta, su quali auto di solito uso. Alla fine, la proposta: perché non mettere un po’ di esplosivo sotto la mia macchina mentre fa il pieno di benzina? (…)

Ascoltando quelle intercettazioni ho ancora più netta la sensazione di che cosa significhi davvero avere la responsabilità della Procura più esposta d’Italia nel contrasto con Cosa nostra. Sensazione che si radica ancor più quando apprendo che colleghi non di Palermo hanno accolto con una dose immotivata di scetticismo le poche notizie che all’epoca circolarono attorno a questa vicenda, sicuramente di portata relativa, ma che avrebbe richiesto giudizi meno aprioristici. (…) Mi soffermo su questo episodio non perché mi appaia più importante o più significativo di quel che in realtà è, ma perché dà il senso del fastidioso isolamento in cui capita di trovarsi lavorando a Palermo, anche quando si è al centro di qualche eccessiva “attenzione” da parte della criminalità”

E’ possibile individuare delle analogie tra terrorismo e fenomeno mafioso?

“Terrorismo e mafia sono dei fenomeni stellarmente diversi dal punto di vista criminale, sociale e politico, ma dal punto di vista tecnico-giuridico per alcuni aspetti sono assimilabili: non solo perché si tratta in tutti e due i casi di reati associativi, ma perché si basano sul segreto e, soprattutto, perché pongono quasi gli stessi problemi di risposta da parte dello Stato. Per essere efficace, la risposta deve basarsi su un’organizzazione efficiente e su un’estrema chiarezza riguardo alla vera natura dei fenomeni da contrastare: i brigatisti non erano certo dei Robin Hood vome avrebbero voluto far credere, né Cosa Nostra è formata da uomini davvero d’onore; né le organizzazioni criminali sono, nel territorio nel quale si insediano, garanti della pacificazione come la loro retorica mistificante vorrebbe suggerire”.

Quindi, anche nell’opera di contrasto con Cosa nostra, come in quella contro il terrorismo brigatista, all’apparato repressivo devono aggiungersi anche altri campi di azione, tesi a promuovere una forte risposta civile della società.

“Sono convinto che l’antimafia, per essere davvero efficace, per poter procedere positivamente, ha bisogno di tre gambe. Ovviamente l’antimafia della repressione, quella delle manette: polizia e Magistratura che raccolgono prove, processano, cercano di inceppare le attività criminali della mafia. Se ci fosse solo questa antimafia, i risultati non sarebbero mai definitivi.

Con quella della repressione devono intrecciarsi l’antimafia dei diritti e quella della cultura.

Antimafia dei diritti significa creare lavoro e nuove opportunità, riconoscere i diritti dei cittadini per prosciugare la palude di sottosviluppo economico ed amministrativo in cui nuota e ingrassa il pescecane mafioso. Quanto all’antimafia della cultura, considero determinante il fatto che pubblicamente si discuta, si esamini la vera natura delle organizzazioni criminali, si contrasti sempre e ovunque la loro pretesa di apparire come gruppi basati su principi di cosiddetto onore, come organizzazioni che garantiscono lavoro e pacificazione, mentre il loro vero scopo è quello di controllare il territorio trasformando i cittadini in sudditi elargendo favori o briciole di ricchezza”.

In quest’ottica, quale fu il ruolo dell’informazione?

“C’è stata una sorta di doppia velocità: una era quella che tenevamo noi, che cercavamo di spingere a fondo. L’altra, quella dell’informazione che, anche nei casi di indiscutibile buona fede, per leggere le storie di mafia generalmente usava, quasi in maniera inerziale, categorie e codici arretrati, preferendo all’inchiesta e all’approfondita completezza la truculenza urlata della cronaca o gli scoop forzati (se non presunti), indulgendo al colore invece che aggiornare le conoscenze (…) Anche se ci sono, naturalmente, moltissimi giornalisti capaci, sensibili, attenti. Non certo in combutta con la Procure, come nelle forsennate campagne d’attacco contro di noi troppe volte è stato detto insieme ad altre menzogne”.

Un utile strumento di contrasto si è rivelato l’utilizzo dei cosiddetti “pentiti”, i collaboratori di giustizia.

“Senza i pentiti e le loro ricostruzioni dettagliate della struttura e delle attività di Cosa nostra, contro la mafia si potrebbe fare ben poco. E’ stato così anche per il terrorismo delle Brigate Rosse. Quando si tratta di crimine organizzato, se si vuole debellare questo male (quale che sia la sua articolazione) bisogna conoscerne le dinamiche e la fisiologia: e il ruolo dei pentiti, che lo vivono dal di dentro, è fondamentale per fornire allo Stato tutti gli elementi per distruggerlo.

La pensavano così anche Falcone e Borsellino, che hanno chiesto per anni una legge ad hoc per incoraggiare le collaborazioni: sono stati accontentati solo post mortem. Ovviamente, chi si pente e racconta fatti e misfatti mafiosi ha bisogno di un programma di protezione per sé e per la propria famiglia che lo tuteli da vendette e ritorsioni. Dunque lo Stato deve assumersi la responsabilità della loro incolumità. E ciò significa anche investire del denaro in questo caso.

Il problema è che si era tutti d’accordo sull’utilizzo dei pentiti fino al momento in cui non sono stati toccati personaggi potenti. A quel puntosi sono scatenate reazioni dure nei nostri confronti. Veri e propri attacchi. In Italia c’è la tendenza ad essere tolleranti con chi ha posizioni di rilievo nella scala sociale o nel mondo della politica. Come ho detto e scritto più volte, a vincere non è soltanto la forza della mafia, ma anche la nostra debolezza nell’affrontarla”.

Poco fa accennava agli attacchi subiti dalla Procura di Palermo, per via delle numerose iniziative intraprese contro Cosa nostra, tra cui non vanno dimenticati i numerosi sequestri di beni alle cosche, per un valore di circa diecimila miliardi di Lire.

“Ci hanno lanciato addosso, pubblicamente, proprio di tutto; dall’accusa di essere dei criminali al tentare di demolire la democrazia, dall’essere comunisti all’essere pazzi, dall’aver creato una nuova cupola mafiosa al volere corrompere la dignità dei siciliani. (…) Qualcuno ci ha persino accusato, falsamente, di indirizzare le rivelazioni dei pentiti contro determinate personalità. Sono arrivati anche al tentativo di mettere in cattiva luce uno dei miei figli.

E quando sono stato nominato direttore dell’Amministrazione penitenziaria, è stato scritto che così avrei avuto l’opportunità di arruolare nuovi falsi pentiti!

Eppure, in pochi anni di attività, a Palermo, la nostra Procura era arrivata a catturare i vertici di Cosa nostra: sono stati grandi successi, che evidentemente non contano, anzi sembra che diano fastidio. Ricordo quel periodo: la mafia reagiva duramente, il 1993 fu infatti l’epoca, in tutt’Italia, di numerose stragi. Qualcosa di oscuro, potente stava affiancando Cosa nostra nella sua strategia della tensione. Del terrore. C’era un preciso interesse a creare quel clima. Quella parte della società civile che cercava di ribellarsi alla mafia, subiva intimidazioni e pressioni.

In quegli anni di duri colpi infetti alla mafia, di grande convinzione di poterla isolare e sconfiggere, qualcuno stava anche cercando di isolare e sconfiggere noi. E ciò che noi rappresentavamo: lo Stato con le sue regole. A una parte della società italiana non piaceva questa voglia di legalità: le preferivano l’arte di rubare, di infrangere le leggi, di raggirarle a proprio comodo. Piaceva l’impunità.

Una nazione dal doppio, triplo volto ci stava guardando: una per approvarci ed incoraggiarci, l’altra per ostacolarci e denigrarci, l’altra ancora, lontana, indifferente e pronta al compromesso. Gli attacchi contro di noi, inoltre, hanno trovato pochi ostacoli e chiunque poteva sentirsi in diritto di insultare il nostro lavoro, i nostri sforzi, professionali e personali, il continuo rischiare la vita nella quotidianità. Avevamo rinunciato a tanto: alla sicurezza, alla normalità familiare, alla tranquillità, per un grande ideale, e molti ci ricambiavano aggredendoci pubblicamente, gettando discredito sul nostro operare e sulle nostre motivazioni. E i mezzi di informazione, spesso, si prestavano a fare da cassa di risonanza, da megafono.

Tuttavia, a trarre profitto da questa situazione erano, e sono, anche i criminali e chi viola la legge.

Per noi c’era un percorso tutto in salita, per gli altri – conseguentemente – diminuivano le difficoltà”.

Eppure, siete andati avanti.

“Non ci siamo arresi. Abbiamo proseguito la lotta, nonostante la nostra immagine di magistrati subisse continui colpi. Continui attacchi. Venivamo criticati perché stavamo svelando alcuni legami tra mafia e politica, tra mafia ed amministratori politici; tanti nomi eccellenti comparivano (ricorrendone i presupposti di fatto e di diritto) nel registro degli indagati.

Cosa avremmo dovuto fare? Chiudere gli occhi davanti agli elementi di prova che indicavano personaggi famosi e potenti? Che offesa per la giustizia! Che vergogna per la Magistratura! Un Procuratore della Repubblica non deve e non può farsi intimidire dai nomi degli imputati: deve essere il garante dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Questa, del primato della legalità, è la mia convinzione profonda e in ciò sta il mio sforzo costante”.

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Il mondo delle carceri: una “dimensione parallela”

Dopo sette anni trascorsi a Palermo giunge, come una nuova sfida, la nomina a Direttore generale dell’Amministrazione penitenziaria. Una realtà, quella del carcere, fatta di sofferenze, di emarginazione, di persone che hanno commesso crimini, talvolta gravissimi, e per questi stanno pagando. Dott. Caselli, qual è il Suo giudizio sulla realtà carceraria del nostro tempo?

“Il carcere ha subito una profonda trasformazione: più che argine alla delinquenza più pericolosa, secondo un progetto di riforma del Codice Penale elaborato dalla Commissione presieduta dal professor Grosso, dovrà essere un’estrema ratio anche se ultimamente si fanno pressanti le richieste di carcere sempre e comunque.Oggi il carcere, invece di essere argine a fronte delle manifestazioni delinquenziali più pericolose, è diventato un contenitore di soggetti che hanno violato la legge penale. Soggetti che sono anche protagonisti dei problemi sociali, il 30% sono tossicodipendenti, il 25% sono extracomunitari, per cui bisogna domandarsi se il carcere sia davvero l’unica risposta possibile e giusta o se invece sia più utile combinare con esso altre sanzioni.Il carcere è considerato il tappeto sotto il quale nascondere cose che non si sanno gestire altrimenti. In questa discarica sociale circa 14000 sono stranieri. Per tutti i detenuti il carcere è anche luogo di privazione della libertà, di sofferenza dovuta per legge, ma dovrebbe essere anche luogo di diritti. Può essere luogo di contatto a volte per prima volta con la tutela a chi ha avuto soltanto esperienze della prevalenza della forza. Vi sono spazi perché vi sia anche questa sperimentazione e si tratta di dilatare questi spazi. Il detenuto dovrebbe sperimentare che le regole giuridiche non funzionano solo contro di lui, ma anche per lui; che egli non ha soltanto doveri, ma anche diritti e interessi tutelati; che l’apparato non è concepito per essergli ostile, ma per riconoscerlo come soggetto di diritto; che lo stato è tenuto ad osservare quelle regole che si impongono come comuni e non come strumenti ingannatori unilaterali e infine che esiste il Giudice di sorveglianza, il quale persino d’ufficio deve intervenire a vigilare sul rispetto dei diritti. Questa figura ha un’importanza fondamentale, ha una presenza educativa soprattutto considerando che essa si colloca in un mondo ove il diritto è vissuto in partenza come qualcosa di ostile. Avrete sentito dire che la legge Gozzini ha il merito di aver salvato le carceri dalla violenza, in parte è vero, ma se ci si limita a questo, si dà un’interpretazione della legge in termini utilitaristi, evitiamo il confronto con i giudizi di valore, mentre dovrebbe essere chiaro che l’introduzione della legalità nella gestione della pena detentiva possiede un grande significato in termini educativi. E’ appunto il Magistrato di sorveglianza che fa entrare la giurisdizione all’interno dell’esecuzione della pena detentiva.

Ciò significa che la legislazione italiana, per questi aspetti, può considerarsi buona. Ma può dirsi lo stesso per la situazione concreta?

“Questo è il quadro teorico, in cui il nostro paese è all’avanguardia. Altro è il conto se ci spostiamo sul versante dell’effettività. I diritti sono riconosciuti, ma subiscono pesantissime limitazioni, in modo particolare per gli stranieri. La Magistratura di sorveglianza è in crisi per carenza di organici e si riesce a rispondere quando è ormai tardi. Nel pacchetto giustizia è previsto il reclutamento straordinario di mille magistrati, molti da destinare agli Uffici di sorveglianza. Altra pesante limitazione deriva dal sovraffollamento di 14000 unità. Molto spesso i detenuti devono fare a turno per rimanere in piedi in cella. L’amministrazione penitenziaria è l’unica che non ha in mano la leva per regolare l’entità della presenza carceraria, questa leva è altrove: il Governo insieme al Parlamento con leggi che prevedono le pene per determinati reati, poi c’è la Magistratura giudicante e quella di sorveglianza. Altro fattore di limitazione dei diritti è che un diritto fondamentale del detenuto scritto nella nostra Carta Costituzionale, nelle nostre coscienze, nei doveri di uno stato civile è che la pena deve tendere anche alla sua rieducazione”.

Si veda l’articolo 27 comma III della Costituzione italiana:

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

“Oggi non c’è spazio per il recupero, perché il sovraffollamento significa eliminazione degli spazi fisici. Qui è all’orizzonte un fondo speciale di 300 miliardi stanziato per la prima volta in questa direzione. Un altro aspetto è quello della formazione professionale per impedire che il detenuto cada nella spirale della recidiva. Oggi per il lavoro dei detenuti si fa poco e proprio il messaggio pontificio per il Giubileo è che si deve fare di più. Le prospettive non sono nere, il Parlamento ha approvato la cosiddetta legge Smuraglia che offre per la prima volta effettive possibilità. Poi c’è il problema della salute, il carcere è specchio di una realtà extracarceraria: la sanità nel nostro paese funziona ora bene ora meno bene, così è nel carcere con le complicazioni derivanti dal passaggio di competenze ancora in atto dal penitenziario alla sanità nazionale, ma anche qui vi sono limitazioni dei diritti per circostanze di fatto”.

In questa situazione, quanto e come incide il fenomeno dell’immigrazione?

 “Il fenomeno dell’emigrazione nel nostro tempo ha assunto dimensioni bibliche, e una parte non piccola di questo flusso finisce in carcere. E’ il livello estremo dello sconfitta di un sogno di emancipazione. Spesso l’emigrazione non è frutto di una scelta libera, ma è costretta dalla miseria, dalla paura, dalla persecuzione, dalla guerra, dalla negazione della cultura, della razza d’origine. Chi lascia il proprio paese non lo fa senza una ragione grave e questo dovrebbe essere chiaro soprattutto ad un popolo come il nostro, che ha dato all’emigrazione un contributo enorme. Il sogno ad un certo punto si infrange ed così che si arriva alla criminalità. Ci sono però altre forme di criminalità internazionale, nuove mafie difficili da combattere, perché sono ancora poco conosciute e difficili da penetrare. La presenza degli stranieri nelle carceri è costituita in gran maggioranza da individui che hanno violato la legge penale, ma sono anelli ultimi di una catena.

Non ci sono in carcere extracomunitari clandestini o irregolari per il fatto di essere clandestini o irregolari. La violazione delle norme che regolano l’immigrazione non dà luogo a reato e ad incarcerazione. Gli irregolari in base alla normativa vigente vengono espulsi, se si ignora la loro identità e sin quando l’espulsione non è realizzabile sono trattenuti nei cosiddetti centri di accoglienza i quali al di là del nome accattivante purtroppo sono di fatto molto simili a carceri, quando addirittura peggio. E’ giusto allora dire che gli stranieri detenuti lo sono perché hanno commesso dei reati e che per loro non possono valere regole diverse da quelle che nelle circostanze condurrebbero in carcere un italiano. Il problema è se poi all’interno del carcere valgono o no le stesse regole che dovrebbero valere per i cittadini.

(Il panorama normativo cui si riferiscono queste osservazioni ha tuttavia successivamente subito alcune modifiche. Nel porre ripetutamente mano alla normativa sull’immigrazione, il Legislatore ha infatti disciplinato alcune nuove figure di reato, tra cui spicca quella dell’inottemperanza, da parte dello straniero all’ordine del questore di abbandonare il territorio dello Stato; tale comportamento è sanzionato con la pena della reclusione fino ad un massimo di quattro anni).

C’è un altro fatto: il rapporto tra popolazione di extracomunitari e percentuale di detenuti extracomunitari; questo rapporto è decisamente superiore a quello tra popolazione nazionale e percentuale di detenuti italiani. Ecco le cifre: il rapporto tra popolazione generale e numero dei detenuti italiani è di circa 90 a 100000, meno dello 0,1%. Invece il rapporto tra popolazione di extracomunitari presente sul territorio italiano e percentuale di stranieri detenuti sfiora il livello di 1005 a 100000, ossia l’1,5% della popolazione straniera; 15 volte il rapporto che corre tra popolazione italiana e popolazione detenuta. E’ allora evidente che, a parità di popolazione, la presenza di extracomunitari è molto maggiore rispetto alla presenza degli italiani. Anche senza ricorrere a spiegazioni che facciano leva sulla maggiore facilità di colpire persone scarsamente difese, e quindi su una naturale selettività dell’apparato repressivo, sono spiegazioni che certamente hanno un fondo di verità, ma sono difficili da dimostrare, perché è noto che le condizioni di difficoltà economica sono dei fattori correlati alla commissione di reati per la mancanza di alternative lecite. Comunque i dati confermano un’intuizione comune: spesso la strada dell’immigrazione clandestina si conclude nel reato e nel carcere. Un fenomeno complesso anche per le sue dimensioni. Allora ci si chiede cosa fare. La mia risposta è abbastanza scontata: bisogna operare là dove questi flussi hanno origine per provare ad attenuare le difficoltà che spingono milioni di persone ad abbandonare la propria terra e con essa gli affetti, le famiglie, le tradizioni. Si tratta di porre la sfida a livello delle cause per affrontarle in una prospettiva rispettosa dei valori umani. Siamo all’inizio di un nuovo millennio e dovrebbe coincidere con un modo nuovo di porre il problema che trascenda la dimensione assistenzialista, che privilegi la dimensione dei diritti. Chi è il titolare dei diritti? Tutti. Coloro che si vedono negati questi diritti fino al punto di essere costretti a un’emigrazione drammatica. La pietà non deve essere il surrogato della dignità umana, la carità non deve impedire l’affermazione della giustizia, ma deve intervenire dopo che si è fatto ogni sforzo perché la giustizia si realizzi. Avrete sentito parlare di Luciano Tavazza , presidente della Fondazione italiana per il volontariato scomparso recentemente. Tavazza disse che chi ama vuole la giustizia per l’altro e non soltanto per sé medesimo. Nel volere la giustizia per tutti si manifesta una delle forme dell’amore che io credo sia la più adatta alle esigenze del tempo. Volere la giustizia significa porre e poi difendere regole di vita che consentano di trattare tutta l’umanità come una famiglia unita. Per quanto riguarda il fenomeno dell’immigrazione forzata, ciò significa operare perché le condizioni che ostacolano la realizzazione umana nei paesi di provenienza possano essere ridotte e magari superate”.

Cosa si può fare per il problema dei detenuti stranieri?

“C’è un problema di formazione del personale, dobbiamo moltiplicare la presenza di mediatori culturali stipulando convenzioni con organismi specializzati, c’è un nuovo regolamento di vita penitenziaria appena entrato in vigore e ci vorranno cinque anni perché sia a pieno regime. Ci sono, a Torino in particolare, sperimentazioni di attività di formazione professionale proiettate per chi voglia rientrare nelle esigenze di mercato del paese d’origine cercando di dare un contributo alla soluzione dei problemi a monte. C’è l’attività insostituibile delle mille forme di volontariato laico e cattolico”.

Dott. Caselli, le nostre leggi prevedono numerose misure alternative al carcere, il cui obiettivo è proprio quello di favorire un reinserimento sociale del condannato e, al tempo stesso, ridurre così anche la popolazione carceraria. Eppure, quasi mai esse vengono applicate in favore di stranieri. Come mai?

“Esistono misure alternative al carcere, ma per gli stranieri vengono prese solo occasionalmente, perché mancano obbiettivamente i requisiti previsti dalla legge. E’ difficile applicare al detenuto extracomunitario le misure alternative, perché questi soggetti non hanno punti di riferimento esterni, se li hanno sono in nero o contigui alle aree criminali. Né durante il processo, né durante l’esecuzione della pena riescono a ottenere misure diverse dalla detenzione. Questo significa che il detenuto straniero finisce per scontare una maggiore permanenza media rispetto agli altri a parità di reato. Si tengono in carcere persone non particolarmente pericolose anche perché mancano di lavoro, di famiglia, di case, il che significa che lo stato di precarietà in cui sono costretti rappresenta il discrimine per la permanenza in carcere laddove aveva già rappresentato la causa originaria dell’emigrazione e quindi l’inserimento in un circuito che a volte si conclude con la detenzione. Il sovraffollamento delle carceri significa mobilità intensa quasi quotidiana e per quanti detenuti entrano ci dev’essere un flusso in uscita; considerando la precarietà sociale dello straniero, questi purtroppo viene più facilmente trasferito. Così l’ostilità che lo caratterizza quando è libero lo insegue anche quando è detenuto. Molti amministratori locali non vogliono la presenza di molti extracomunitari nelle carceri del loro territorio, perché temono che essi, ottenuta la libertà e insediandosi sul quel territorio, possano favorire l’espandersi di fenomeni che essi cercano di limitare. Questa è una situazione di non facile soluzione e oggi sempre di più mi chiedo cos’è la legalità. Io ho un timore: la legge dovrebbe essere uguale per tutti? Il controllo della legalità dovrebbe svolgersi ricorrendo a dei presupposti nei confronti di tutti allo stesso modo? La legalità sempre più temo rischi di diventare protezione per gli inclusi e nuova forma di discriminazione per chi è già in partenza escluso. Non è tanto un problema di titolarità della legalità quanto piuttosto di contenuti della legalità, di significato di questa parola che non può non essere di speranza”.

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Gli scenari presenti e futuri. Criminalità e globalizzazione

Dott. Caselli, anche oggi abbiamo moltissimi orizzonti di impegno. Dalla domanda di sicurezza sul versante interno, legata al fenomeno di criminalità di casa nostra, a quello internazionale, in cui predominano i problemi posti dal terrorismo.

“La delinquenza organizzata, nelle sue varie forme ed espressioni – dalle mafie al terrorismo, dal riciclaggio alla tratta di esseri umani e al racket della prostituzione – è pienamente inserita nel nuovo millennio. Coglie tutte le occasioni che i nuovi stili di vita e la globalizzazione delle informazioni, della libera circolazione oltre le frontiere nazionali e le nuove tecniche offrono. Beneficiando di questa libertà di spostamento di persone, di servizi, di capitali, anche i mafiosi, i terroristi, i criminali comuni, possono circolare liberamente da un confine all’altro senza trovare grandi ostacoli. Chi invece gli ostacoli li incontra ancora sono magistrati e forze dell’ordine quando devono condurre le proprie inchieste all’estero, che vengono rallentate o ostacolate dalla mancanza o inadeguatezza di collaborazione tra le polizie e le magistrature. A differenza dell’internazionalizzazione e della globalizzazione del crimine organizzato, le normative penali hanno ancora un carattere nazionale.

Può farci un esempio di questo fenomeno?

“Ne è prova la tratta degli esseri umani, dove fattori di esclusione da certe zone geografiche – povertà, fame, guerre e malattie – si intrecciano con l’attrazione verso altre mete, portatrici di sogni e speranze di un futuro migliore. Questo crea una sacca enorme di disperati pronti a tutto pur di realizzare questi sogni, di cui vecchie e nuove mafie, comprendendo al volo l’affare incredibile, hanno assunto l’organizzazione e la gestione. Le rotte sono quelle tradizionali della droga, delle armi e del tabacco. La sicurezza o quasi dell’impunità alimenta enormemente questo traffico: ogni stato, infatti, finora ha indagato per il proprio pezzo di crimine, senza collaborazione con gli altri. Questo comporta il rischio di non avere grandi strumenti di azione neanche contro il segmento di crimine di casa propria. Se infatti non si riesce a ricostruire l’intera filiera del traffico è molto difficile arrivare ai vertici della struttura per colpirla nei suoi centri di potere. Per questo è fondamentale poter fare affidamento su una strategia globale di contrasto a livello internazionale”.

Questa esigenza ha trovato finalmente un principio di attuazione in una Convenzione internazionale siglata nel dicembre 2000 proprio a Palermo nell’ambito di una conferenza dell’ONU, mediante la quale gli Stati firmatari (tra cui l’Italia, la cui esperienza di lotta alla mafia è stata determinante) hanno assunto l’impegno di inscrivere nel proprio ordinamento alcuni importanti provvedimenti relativi alle realtà delle organizzazioni criminali. Sono stati previsti come strumenti comuni di contrasto provvedimenti quali la punizione del riciclaggio, la confisca dei beni delle associazioni criminali, la protezione dei testimoni e delle vittime, l’incentivazione dei “pentimenti”, limitazioni al segreto bancario. Inoltre, sempre dal dicembre 2000 opera in ambito comunitario un’unità di cooperazione giudiziaria, l’Eurojust, che svolge attività di coordinamento delle investigazioni dei vari organismi competenti, facilitando le indagini ed evitando sovrapposizioni di interventi.

Ben vengano tutti questi strumenti di contrasto. Ma sono sufficienti?

“A queste risposte di contrasto delle manifestazioni criminali o illegali, ne vanno affiancate altre, dirette ad estirpare alle radici tali fenomeni. Per ciò che riguarda la sicurezza internazionale, e indirettamente quella interna, sono convinto che si possa sperare di sradicare il terrorismo se non ci si limita soltanto a dichiarargli guerra, a perseguirlo, com’è doveroso che sia. E’ necessario anche cercare di debellare l’ingiustizia che può esserne l’elemento scatenante. Invece cosa accade? Che il nostro contesto sociale privilegia i temi della sicurezza, intesa come ordine pubblico, rispetto alla tutela e alla pratica dei diritti. Il tema della sicurezza è importantissimo ma non deve essere esclusivo: se lo è, i diritti ne diventano ostaggio. (…) Credo che non ci siamo soffermati abbastanza a considerare che, senza diritti, non ci può essere pace. Se un sistema politico punta tutto esclusivamente sulla logica della sicurezza, se alla disperazione di chi vive nell’ingiustizia si contrappone soltanto uno schieramento armato, repressivo; se in questo modo si negano aiuti concreti, seri, effettivi, all’istruzione, alla sanità, allo sviluppo umano – uno sviluppo degno di questo nome e inteso come crescita, almeno tendenzialmente, uguale per tutti, e non come privilegi solo per alcuni a svantaggio dei più -; tutto questo finirà con il produrre logiche contorte, inefficaci. Finiremo per fare come Penelope, a gridare “pace!” di giorno, ma a preparare ingiustizie e violenze di notte. (…) E’ un paradosso: per difendere le libertà c’è il rischio di creare qualcosa che nega le stesse attraverso l’instaurazione di un potere assoluto e incontrollato. Un paradosso che non è né di destra né di sinistra, ma, ancora una volta, riguarda i diritti, le libertà, l’interesse di tutti”.

A fronte di tutto questo, si può essere ancora ottimisti?

“Non si  può essere ottimisti, sarebbe un ottimismo di maniera, ma neanche si deve essere pessimisti. Realisti, attenti alla complessità dei problemi senza superficialità. Il nostro paese ha tanti problemi, ma molti di questi, come il terrorismo, lo stragismo, è riuscito a superarli. E’ un paese che ha dimostrato insieme a tanti difetti, di avere anche gli antidoti dentro di sé per superare queste difficoltà”.

Grazie, Dott. Caselli.

I brani citati sono tratti da:

- Lano A., “Quando le parole non bastano”, Bologna, EMI, 2003;

- Caselli G. C. – Ingoia A., “L’eredità scomoda”, Milano, Feltrinelli, 2001;

- Caselli G. C. – Pepino L., “A un cittadino che non crede nella giustizia”, Bari, Laterza, 2005.

Quanto riportato nella sezione “Il mondo delle carceri: una dimensione parallela” è tratto dall’intervento del Dott. Caselli in occasione del Giubileo degli Oppressi, tenutosi a Verona nel 2000.

 

 

di: Andrea

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