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Martin Luther King

Martin Luther King: io ho un sogno: il leader nero della non violenza


Io ho un sogno:
LA NON VIOLENZA...

Martin Luther King
 










"Noi non possiamo in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora.

Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo”.

 

M. L. KING , La forza di amare


 






"Ci troviamo ora di fronte al fatto che domani è già oggi..."

"La speranza spetta a noi, e per quanto potremmo desiderare altrimenti, dobbiamo scegliere in questo momento cruciale della storia umana."

"La vera scelta non e' tra nonviolenza e violenza ma tra nonviolenza e non esistenza... Se non riusciremo a vivere come fratelli moriremo tutti come stolti".




 Martin Luther King             (1929 - 1968) 

Alla periferia di Atlanta c'è una casetta di mattoni rossi. Di fronte, una drogheria. Ogni mattina dalla casetta sbucano due piccoli negri, Cristina e Martin Luther. Aprono appena la porta della drogheria e urlano:

«Jim! Peter! Noi andiamo!».

Dal retrobottega, tra la cassa del sapone e la grossa bilancia, escono due diavolotti biondi. Fanno la cavalcata dietro Cristina e Martin, fino allo "spiazzo degli indiani". Sono stati loro a battezzare così quattro spanne di terreno abbandonato, con grossi ciuffi d'erba e qualche cespuglio. Hanno tirato su una specie di capanna di frasche, e giocano a Buffalo Bill e a Davy Crockett, finché la sirena di mezzogiorno non li fa ripartire di corsa stanchi e sudati, verso la drogheria e la casetta di mattoni rossi.
Oggi, però, è capitato qualcosa di nuovo, di strano. Cristina, 7 anni, e Martin Luther, 6, sono andati per la prima volta a scuola. Anche Jim e Peter ci sono andati, ma in un'altra scuola. Perché alla periferia di Atlanta c'è una "scuola per i bianchi" e una "scuola per i negri".

Nel pomeriggio, Cristina e Martin galoppano verso la drogheria, come sempre. Vedono Jim e Peter sulla porta e gridano:
« Andiamo?».
Quelli non si muovono.
«La nostra mamma non vuole più che veniamo a giocare con voi».
«E perché?».
«Perché siete dei negri».

Fine dell'anno scolastico. Il maestro ha portato i suoi cinque migliori scolaretti a una passeggiata-premio fino a Macon. E' stata una giornata emozionante, felice. Sull'autobus di linea che li riporta da Macon ad Atlanta i negretti cinguettano come passeri. Ma ad una delle prime fermate, salgono alcuni bianchi. I posti a sedere sono tutti occupati. Il guidatore si volta, e ordina che i negri si alzino e lascino i sedili ai bianchi. E' un fatto "normale" nel Sud degli Stati Uniti. Il maestro e tre scolaretti si alzano. Martin e un suo amico, invece, sono colpiti da quell'ordine come da uno schiaffo. Pallidi di rabbia, rimangono incollati al loro posto. Il guidatore si volta un'altra volta e grida:

«Allora? Volete alzarvi, neri figli di cani?».

Il maestro tocca sulla spalla Martin Luther e gli mormora:

«E' la legge. Dobbiamo obbedire».

«Ci alzammo - scriverà Luther King - e restammo in piedi per 90 miglia, fino ad Atlanta. Quella fu una sera che non dimenticherò mai. Non penso di essere mai stato così profondamente amareggiato».

Nella casetta di mattoni rossi, accanto alla Chiesa Battista, Martin Luther aveva pochi giocattoli. Ma c'era uno strumento che l'affascinava: un grammofono dalla grossa tromba di metallo. Ogni sera, papà vi poneva un grosso disco di canti negri, quelli spirituals nati nelle grandi piantagioni del Sud, che venivano cantati dalle lunghe file di schiavi negri. Una voce specialmente affascinava il piccolo Martin: quella di Bessie Smith, la più celebre cantante negra di quegli anni, una delle più grandi di tutti i tempi, una voce calda, a tratti densa di passione, a tratti squillante come un trillo d'usignolo. Cantava:
«Ho conosciuto i fiumi, ho conosciuto i fiumi antichi come il mondo. Costruii la mia casa sulle rive del Congo che mi cullò nel suo sonno. Vidi il Nilo e vi alzai le mie piramidi. Ascoltai il canto del Mississippi quando Lincoln discese fino a New Orleans. La mia anima è diventata profonda come un fiume».
Aveva 8 anni, Martin, quando suo padre (il pastore battista King) rincasò con la faccia grigia. Gli raccontò una storia triste. Bessie Smith era stata vittima di un incidente automobilistico. L'autoambulanza con la cantante ferita gravemente volò all'ospedale più vicino. Era un ospedale dei bianchi, e non la vollero curare. L'ambulanza fece il giro di tutti gli ospedali di quella città del Mississippi attrezzati per una trasfusione di sangue. Nessuno volle lasciarla entrare: erano tutti "ospedali per i bianchi". Bessie Smith morì dissanguata sulla barella.

Prima di cominciare la cena, la famiglia King si raccolse in silenzio. Pregarono per Bessie Smith, e per tutti i loro fratelli negri, dissanguati dal lungo, crudele egoismo dei bianchi.

Da quel giorno, Martin Luther King non sognò più di diventare Buffalo Bill o Davy Crockett, ma il liberatore dei suoi fratelli negri.

Il 7 dicembre 1941, i giapponesi affondano la flotta americana a Pearl Harbor. Gli Stati Uniti entrano nella II Guerra Mondiale. In quegli anni duri ed incerti, Martin Luther entra nelle scuole superiori. Al Morehouse College (per soli negri) di Atlanta decide di diventare pastore come suo padre.
Ha 22 anni quando tiene il suo primo sermone nella Baptist Church di Atlanta. Nei due anni seguenti Martin si laurea in filosofia a Boston e sposa Coretta Scott.


All'inizio del 1955, gli sono offerte buone parrocchie nel Nord e nell'Est.
Gli è giunta una lettera anche dalla chiesa battista di Dexter Avenue, in Montgomery, capitale dell'Alabama. Il vecchio pastore Vernon Johns vuole ritirarsi, e gli chiede di prendere il suo posto.
Vernon Johns è una pittoresca figura conosciuta in tutto il Sud. I suoi discorsi, confezionati con la lingua dei bassifondi, mandano in visibilio i negri. La sua ribellione alla discriminazione, fatta di invettive, di insulti e anche di parolacce, lo ha reso un idolo. Un giorno, su un autobus, il conducente gli aveva ordinato di cedere il posto ad un bianco. Lui duro come un palo. L'autista andò sulle furie:

«Nigger, non mi hai sentito dire che devi toglierti da quel diavolo di posto?»

«E tu – ruggì il pastore strabuzzando gli occhi – non mi hai sentito dire che invece – e qui esplose una sonora bestemmia – resterò qui?»

Quell'autista aveva sentito di tutto nella sua vita, ma non un pastore bestemmiare. Restò di sasso.
Vernon Johns, quando cominciò a circolare per la città la voce che in autobus si era messo a bestemmiare, raccontò il fatto per filo e per segno dal pulpito. E concluse sorridendo:
«Non credo che il buon Dio si sia offeso per l'uso inconsueto che ho fatto del suo nome. Avrà pensato: "E' meglio che tenga d'occhio quel vecchio ragazzo", e così sono convinto che dando uno sguardo quaggiù nel Sud, farà un mucchio di cose buone per noi e per la cristianità».

Succedere a Vernon Johns era una faccenda stimolante. Dopo averne parlato con Coretta, King accettò.
Appena salì sul pulpito per il primo sermone, una signora negra diede di gomito alla sua vicina:
«Sembra un bambino sperduto senza la mamma», bisbigliò.

Faceva uno strano effetto a quella gente, abituata a vedere spuntare oltre il parapetto la selva dei capelli grigi di Vernon Johns, scorgere lassù quel ragazzo di 26 anni, pulito e pettinato come uno scolaretto. Ma appena le sue parole forti e incisive, ebbero graffiato l'aria come un chiodo graffia la lavagna, quell'impressione svanì. Lassù non c'era uno scolaretto, ma un Mosè pronto a salire la montagna.

Il 1° dicembre 1955 accade l'episodio che scatenerà come una reazione a catena, la "rivoluzione negra".
Rosa Parks, una giovane commessa negra, rifiuta di cedere il suo posto sull'autobus ad un bianco. Viene arrestata. I negri si scatenano con furia. Ma King riesce a fermarli, a persuaderli ad una "resistenza passiva".
Si decide di boicottare gli autobus. Tutti i negri vanno e tornano dal lavoro viaggiando a piedi. La notizia della "resistenza negra" si diffonde in tutto il mondo, e incoraggiamenti e aiuti arrivano da ogni nazione.

Sembra un fuoco di paglia, eppure dopo 30, 50 giorni, i negri continuano a camminare per le strade di Montgomery.


Gli autobus arancioni girano quasi vuoti, e la compagnia che li gestisce registra una perdita secca di 40 mila dollari. I bianchi, ora, cominciano ad aver paura. Hanno sperato nella pioggia, ma essa è venuta e i negri hanno continuato a camminare.

In una tumultuosa riunione del Consiglio comunale, il sindaco Gayle decide di passare ai metodi duri.
26 gennaio 1956. Due poliziotti fermano la macchina di Luther King e lo dichiarano in arresto. Accusa: ha guidato a 50 all'ora in una strada dove la velocità consentita è di 40. Lo perquisiscono, gli ficcano le manette ai polsi e lo caricano su un furgone cellulare.

«Non avevo mai avuto a che fare con la polizia - scrisse poi King – Non sapevo che volessero da me. Quando il furgone partì a forte velocità cominciai a tremare e a pregare. Sapevo che potevano portarmi fuori città, darmi "una lezione" e lasciarmi mezzo morto ai bordi di una strada. Il coraggio mi tornò quando vidi una grande scritta luminosa: "Prigione di città". Meno male: la prigione non mi faceva paura».

La notizia del suo arresto, intanto, era corsa nel ghetto con la velocità del lampo. Una folla di negri minacciosa e vociante circondò la prigione. I poliziotti fecero scattare la sicura alle loro armi. C'era pericolo che da un momento all'altro l'edificio fosse preso d'assalto.

Lo sceriffo si attaccò al telefono e chiamò il sindaco. Dopo un concitato scambio di domande e risposte, il sindaco ordine:

«Rimettetelo in libertà».

King fu portato in trionfo fino a casa. Trovò Coretta in lacrime. Per tutta la giornata il telefono aveva squillato, e anonimi mascalzoni le avevano gridato insolenze cariche di odio e insulti osceni.
«Dapprima non me ne preoccupai - scrisse poi King - credendo che fosse opera di poche teste calde. Ma, via via che il telefono continuava a squillare, mi resi conto che molte delle minacce erano fatte sul serio. Cominciai ad aver paura.

Mia moglie, a tarda ora, si era già addormentata ed io quasi sonnecchiavo, quando il telefono squillò ancora. Una voce irosa disse: "Stai a sentire, negro, non abbiamo preso tutti quelli di voi che abbiamo voluto. Prima della prossima settimana, ti dispiacerà di essere venuto a Montgomery".
Riattaccai, ma non potei dormire: sembrava che tutte le mie paure mi fossero piombate addosso in una volta. Avevo raggiunto il punto di saturazione. Mi alzai da letto e cominciai a camminare per la stanza; infine andai in cucina e mi scaldai una tazza di caffè. Ero pronto a darmi per vinto.
Cominciai a pensare a una maniera di uscire dalla scena senza sembrare un vile. In questo stato di esaurimento, quando il mio coraggio era quasi svanito, decisi di parlare del mio problema a Dio. La testa tra le mani, mi chinai sulla tavola della cucina e pregai ad alta voce. Le parole che dissi a Dio in quella notte sono ancora vivide nella mia memoria: "Io mi batto per quello che credo giusto. Ma ora ho paura. La mia gente guarda a me come a una guida, e se io mi presento a loro senza forza né coraggio, anch'essi vacilleranno. Sono al termine delle mie forze. Non mi rimane nulla. Sono arrivato al punto che non posso affrontare tutto questo da solo".


In quel momento sentii la presenza di Dio come mai mi era accaduto prima. Fu come se sentissi la quieta promessa di una voce interna che mi diceva: "Lotta per la giustizia e per la verità. Dio sarà sempre al tuo fianco". Quasi di colpo, la mia paura cominciò a dissolversi. La mia incertezza scomparve. Ero pronto ad affrontare qualsiasi prova. La situazione rimaneva la stessa, ma Dio era con me».

30 gennaio. Coretta è in cucina. Sente un tonfo, come di una grossa pietra che sia stata gettata nell'ingresso. Ha un brutto presentimento e corre verso la stanza della sua bambina, che dà sulla parte posteriore della casa. Ha appena preso in collo Yoki che un boato scuote l'edificio. Una bomba ha fatto volare in pezzi l'ingresso squarciando la cucina.


Luther King sta parlando in un comizio quando l'avvertono che "qualcosa" è capitato in casa sua. Corre col cuore in gola. Tra un rovinio di calcinacci e di muri sfondati s'arrampica fino alla camera della sua bambina, Yoki. Trova Coretta con la piccola in braccio, tremante di paura.

Sotto s'è radunata gente. Insulti e minacce volano sulle teste. Una decina di negri gridano che loro vanno a fare "un lavoro simile" nella casa del sindaco. In quel momento torna all'aperto King. Alza le braccia:


«Non voglio la violenza. Io voglio che amiate i vostri nemici. In quanto a me, la mia persona e la mia vita non contano nulla. Voglio soltanto dire a tutti che se faranno fuori me, il movimento non si fermerà, perché ciò che facciamo è giusto, e Dio è con noi».


Si può rimanere indifferenti quando delle parole cosi sono dette su un pulpito. Ma quando chi le dice è tra le rovine della sua casa, ha visto un istante prima sua moglie e sua figlia salve per miracolo, allora fanno impressione sul serio.


L'episodio è raccontato da tutti i giornali d'America. A Montgomery scendono giornalisti da tutte le parti del mondo. King è ormai il simbolo della "rivoluzione negra".


I mesi passano. King con tutti i capi del movimento negro è arrestato una seconda volta, ma viene di nuovo rilasciato. Tafferugli, processi, incidenti tirano le cose in lungo fino all'autunno.
Poi, la mossa decisiva. Valendosi di un giudice compiacente, le autorità di Montgomery dichiarano illegale il trasporto su automobili private, e citano King. Egli si appella alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Il processo al pastore battista sta per chiudersi il 13 novembre con una condanna a 15 mila dollari di multa e la repressione del boicottaggio, quando nell'aula succede un movimento strano di giornalisti. Sul banco di King viene fatto scivolare un biglietto da un corrispondente dell'Associated Press: «La Corte Suprema, all'unanimità, ha dichiarato contrarie alla Costituzione le norme sulla segregazione degli autobus nell'Alabama». Qualcuno grida:

«Dio onnipotente ha parlato da Washington!»


King ha vinto.


Cinque settimane dopo, la decisione della Corte Suprema entra in vigore. Alle cinque e tre quarti del mattino, davanti ad una fila lunghissima di negri e bianchi, Martin Luther King attende il primo autobus "integrato". Eccolo, arriva. Le telecamere e le cineprese ronzano. King sale e porge la moneta per il biglietto. Siede con accanto un pastore bianco, Glenn Smith. Sull'altro sedile c'e una commessa negra: Rosa Parks.


E' il 21 dicembre 1956. C'è atmosfera di Natale nell'aria. Il più bel Natale della storia, per i negri del Sud.

La "lotta non violenta" predicata da King si diffonde in tutto il Sud. Si usa la tattica del sit-in: si entra in un locale riservato ai bianchi, e si rimane seduti in silenzio finché non viene la polizia a trascinare fuori con la forza.

Tutto questo serve per tener desta l'opinione pubblica. Ma per ottenere risultati concreti occorre l'intervento del governo di Washington.


20 gennaio 1961. Alla Casa Bianca entra John F. Kennedy. E' un giorno di grande speranza per i negri. Nel suo primo discorso, il nuovo Presidente afferma: «A coloro che nelle capanne e nei villaggi lottano per infrangere le catene di una diffusa miseria, promettiamo i nostri sforzi migliori per aiutarli. Non perché i comunisti facciano altrettanto, ma perché è giusto».

King, ora, è sicuro che la "rivoluzione negra" riuscirà. Rinuncia alla sua parrocchia di Montgomery per dedicarsi completamente ai suoi fratelli di colore. Fonda la SCLC, associazione dei negri decisi a lottare "senza violenza". Balzando da un aereo all'altro, dormendo sui sofà degli aeroporti, riesce a pronunciare in un anno 380 discorsi. Vuole trasformare i negri in un popolo unito, pronto alla lotta e alla sofferenza.


La lotta, ha già deciso, inizierà a Birmingham.


1963. King raggiunge Birmingham con lo stato maggiore della SCLC.


Eugene "Bull" Connor, il capo della polizia locale, rizza gli orecchi. Quest'uomo, una montagna di carne dalla faccia bieca di bull-dog, odia i negri e lo proclama ad alta voce. Lo chiamano "Bull" cioè "toro".
In quest'anno l'America festeggia il centenario della "liberazione degli schiavi". Il proclama di Lincoln, scritto il 1° gennaio 1863, diceva: «Tutte le persone in stato di schiavitù saranno da questo momento e per sempre libere». Per i negri che non possono votare, non possono avere una casa fuori del ghetto, non possono avere un lavoro e una paga decente, quelle parole hanno il suono di uno scherzo atroce.


Luther King ha deciso di trasformare l'anno del centenario nel primo anno di autentica libertà. Per questo, nel 1963, darà battaglia ai bianchi in ottocento città.


Il centro di questa lotta gigantesca (in cui i negri sono pronti a versare il "loro sangue", e non quello degli oppressori) sarà Birmingham.

King da il via alla battaglia all'alba del 3 aprile. Da 5 giorni è diventato papà per la quarta volta: ad Atlanta è nata Berenice Albertine.

L'azione dei negri comincia quasi sottovoce. Piccoli gruppi dimostrano con sit-in in alberghi segregati, altri sfilano in silenzio per le strade della città. Ma lentamente l'azione cresce, come una marea silenziosa che stringe la città in una morsa e la paralizza. I gruppi dei sit-in si moltiplicano, invadono ogni locale riservato ai bianchi. Le colonne dei dimostranti sono fiumi nelle strade. I negozi vedono crollare i loro affari del 50 per cento, poi del 70 per cento.


I poliziotti di Connor si lanciano nella mischia facendo fischiare i manganelli. Scaraventano a terra uomini e donne e li trascinano via come sacchi di immondizie.


Il tribunale della città, riunito in seduta urgente, proibisce i cortei, i sit-in, il boicottaggio.
E' il venerdì santo, 12 aprile. Luther King chiama a raccolta nelle chiese del ghetto tutti i negri. Con la sua parola infiammata annuncia:


«Oggi Cristo è morto per la nostra libertà. Oggi anche qualcuno di noi potrà morire per la libertà dei suoi fratelli. Ci hanno detto che non possiamo marciare, che non possiamo protestare. Da 100 anni ci martellano ai piedi e alle mani la catena della schiavitù che Lincoln tentò invano di infrangere. E' per spezzare questa catena che noi, ora, marceremo e protesteremo, pronti a finire in prigione, pronti ad essere picchiati, ad essere uccisi come Cristo, perché dopo il venerdì santo di Birmingham venga la pasqua di risurrezione per il popolo negro.

«Bull» Connor ha fatto erigere lestamente una barricata all'uscita del ghetto ed ha steso i cordoni della sua polizia armata di manganelli chiodati. I negri formano un corteo interminabile. Cantano a voce spiegata "We shall overcome", e s'avviano lungo la Sedicesima Strada. Laggiù si vede la barricata, su cui, a braccia conserte, "Bull" Connor attende.


Il fiume nero è a dieci passi da "Bull". King, che marcia in testa, alza la mano. Il corteo si ferma, anche il canto s'interrompe all'improvviso.


King avanza solo, deciso. Sembra un controsenso, quell'omino nero contro "Bull" e le fitte squadracce con elmetti e bastoni. King arriva ai piedi della barricata, si curva a spostare il primo asse, che gli impedisce il cammino. E' un segno, un simbolo: vuol dire che lui non accetta la decisione del tribunale, che vuol rimuovere la barricata e marciare oltre.


In quel preciso istante "Bull" grida ai suoi uomini di caricare. Si avventano su quella folla che ora ha ripreso a cantare. Afferrano i primi e li scaraventano sui furgoni cellulari. Ma i furgoni sono strapieni, e altre ondate di negri si fanno avanti, cantando e ridendo come per una festa. Non fanno nessuna resistenza. Anzi, s'incamminano in corteo verso le prigioni, trionfalmente.


Tremila negri fanno straripare la prigione. E altri cortei arrivano, nereggiano attorno alle mura delle carceri chiedendo di essere accolti. "Bull" rischia il colpo apoplettico. Deve spedirli via imprecando.

In serata, tutti gli imprigionati sono rimandati a casa. Uno solo rimane in cella: Luther King. "Bull" Connor ha ordinato che sia chiuso nella cella più profonda e più isolata del carcere. Dietro le sbarre King deve rimanere rigorosamente solo, senza contatti con nessuno; né un rumore, né una voce della città deve poter giungere fino a lui. Un carceriere si fa vedere due volte al giorno per porgergli in silenzio un piatto d'alluminio dove c'è la razione per pranzo e cena. Ed è tutto.


Ma King si trova in tasca una matita e un taccuino. Nei primi giorni della "protesta negra" a Birmingham, dieci pastori bianchi gli avevano indirizzato dalle colonne di un giornale una "lettera aperta". In essa lo rimproveravano di «far sognare troppo i negri». «Essi hanno dei diritti indubbiamente - dicevano - ma devono aspettare con pazienza, conquistarli lentamente dimostrando a tutti di meritarli, e non scendere in piazza col rischio di sconvolgere una città».


Mentre l'ira e la tristezza l'agitavano tutto, King scrisse con quel mozzicone di matita la risposta. La intitolò "Lettera dal carcere di Birmingham". E' uno dei documenti più alti e nobili dell'eterna lotta dell'uomo per la libertà.


«Da anni io sento la parola "aspettate". Noi abbiamo aspettato per più di 340 anni i nostri diritti naturali. Le nazioni d'Asia e d'Africa marciano a grande velocità verso l'indipendenza politica, mentre noi strisciamo ancora verso la libertà di ottenere una tazza di caffè in albergo. E' facile dire "aspettate". Ma quando avete visto un popolaccio linciare a volontà le vostre madri e i vostri padri, affogare secondo fantasia i vostri fratelli e le vostre sorelle; quando avete visto i poliziotti pieni di un odio maledetto colpire e persino uccidere impunemente i vostri fratelli e sorelle negre; quando continuate a vedere la grande maggioranza dei vostri venti milioni di fratelli negri soffocare nella buia prigione della miseria, in mezzo ad una società opulenta; quando sentite la vostra lingua torcersi se cercate di spiegare alla vostra bambina di 6 anni perché non può andare al parco pubblico dei divertimenti e vedete spuntare le sue lacrime quando sente che il lunapark è chiuso ai bambini negri; quando vi tormenta e vi perseguita notte e giorno il fatto di essere negro, non sapendo mai che cosa vi può succedere; allora voi comprendete perché noi troviamo così difficile aspettare».

Il 14 aprile Coretta non aveva ancora ricevuto notizie di Martin. Voci di "punizioni severe" inflitte da "Bull" Connor a King correvano incontrollate per la città.


La sera del 14, angosciata da quelle voci, Coretta cercò di telefonare alla Casa Bianca. Il Presidente Kennedy non era a Washington.


Alcuni secondi dopo nel ricevitore irruppe la voce energica e tagliente di Robert Kennedy, fratello del Presidente e ministro della Giustizia:


«Buona sera, signora King. La ringrazio di avermi chiamato. Come stanno i suoi quattro bambini?»
Dopo aver ascoltato lo sfogo di Coretta, Robert riprese:


«Mi occuperò immediatamente della faccenda ed entro dodici ore avrà notizie di Martin. Ma stia tranquilla, signora, nessuno può aver fatto del male a suo marito nelle carceri. E' un luogo protetto dalla legge, e quelli laggiù sanno che un "incidente" di questo genere costerebbe loro troppo caro».
«Un po' confortata da queste parole, Coretta tentò di dormire qualche ora. Trascorse una notte agitata, piena di incubi. La mattina dopo, lunedì, sollevando il ricevitore del telefono per chiamare il reverendo Abernathy a Birmingham, sentì strane voci e rumori.


«Hallò», disse. Allora la centralinista, come sollevata da un gran peso, esclamò con tono concitato:
«Vi dispiacerebbe togliere il microfono dalle mani di vostro figlio? E mezz'ora che il Presidente degli Stati Uniti sta cercando di mettersi in contatto con voi».


Dexter, il penultimo dei figli che aveva due anni, si stava divertendo un mondo con il secondo ricevitore dell'apparecchio, giù nel soggiorno.


Pochi secondi dopo dall'altro capo del filo giunse la voce calda e sicura di John Kennedy. Il Presidente si scusò per non aver potuto rispondere la sera precedente. Però poteva darle buone notizie: aveva parlato con "quelli di Birmingham", il reverendo King stava bene e presto si sarebbe messo in contatto con lei.

King uscì dal carcere quattro giorni dopo, e immediatamente riprese in mano il movimento negro. L'intervento personale del Presidente per la sua liberazione e la pubblicazione sui giornali della "Lettera dal carcere di Birmingham", attirarono l'attenzione di tutta l'America. Pastori, preti, rabbini bianchi giunsero a Birmingham con la Bibbia sotto il braccio, pronti a marciare coi negri e a finire in prigione con loro.


I cortei e le dimostrazioni ripresero.


Il 3 maggio fu il giorno più drammatico dello scontro. Giornalisti di tutto il mondo erano piovuti a Birmingham, e le reti televisive avevano telecamere piazzate agli angoli delle strade. King permise che ai cortei si aggiungessero tutti i ragazzi negri che dovevano frequentare scuole segregate.
Davanti a quelle file di ragazzini "Bull" perse completamente la testa. Ordinò alla polizia di lanciare i cani-poliziotto e di mettere in azione gli idranti. La "caccia al negro" raggiunse i vertici della più stupida brutalità. Mentre i cani azzannavano, un carro blindato fendette la folla negra gettandola ai lati delta strada, sui marciapiedi, dove gli enormi idranti dei pompieri la investirono con violenza. Squadracce di bianchi si unirono alla caccia, scagliando mattoni e bottiglie. I negri cercarono scampo fuggendo in ogni direzione.


Il 4 maggio, in tutte le nazioni furono pubblicate le orribili foto di cani che azzannavano bambini e donne. La "Pravda", a Mosca, uscì con una foto enorme in prima pagina: quattro poliziotti seduti su una donna negra, uno a tenerla giù per la gola, gli altri a picchiare con i manganelli. La didascalia diceva: "America, Paese della libertà".


L'impressione fu enorme. Un incubo di vergogna e di lutto cadde sugli Stati Uniti. Fu allora che Kennedy prese la palla al balzo. Alla televisione nazionale tenne un discorso drammatico.
«Chi di noi vorrebbe cambiare il colore della pelle e mettersi al loro posto? - domandò il Presidente agli americani – Chi di noi sarebbe disposto ad accettare i consigli degli altri che invitano ad aspettare pazientemente? Abbiamo detto al mondo e a noi stessi che il nostro Paese è un Paese libero; volevamo forse dire che è libero per tutti, fuorché per i negri? Che da noi non ci sono cittadini di seconda classe, salvo i negri? Che non abbiamo divisione di classe o di casta, non abbiamo ghetti né razze privilegiate eccetto per quanto riguarda i negri?». Subito dopo, annunciò ufficialmente che avrebbe presentato al Congresso il "Civil Rights Bill" per l'uguaglianza dei diritti civili tra bianchi e negri.

Il 28 agosto, per sostenere lo sforzo del Presidente, 250 mila persone, bianchi e negri, giunsero a Washington nella più famosa "marcia per la libertà". Non un solo atto di violenza o di irritazione in quella massa enorme che cantava e pregava. Erano i negri delle grandi città industriali del Nord, i contadini delle piantagioni del Mississippi e dell'Alabama, gli operai della California, gli studenti di New York e di Boston. Bianchi e negri, cattolici e protestanti, fusi in un solo grande popolo attorno al gigantesco monumento ad Abramo Lincoln, il grande emancipatore degli schiavi.


La marea della folla occupava due chilometri quadrati lungo le rive del Potomac, lo storico fiume che attraversa Washington. Parlavano l'uno dopo l'altro i leaders negri e bianchi, ma la folla compatta aspettava che parlasse lui, King.


Quando salì al podio degli oratori, si fece un silenzio religioso, teso.


«Il cammino è pieno di asprezze, ma nonostante le fatiche e le umiliazioni, io ho ancora un sogno...
Sogno che sulle rosse colline della Georgia i figli degli antichi schiavi e i figli degli schiavisti possano sedere insieme al tavolo della fratellanza.


Sogno che lo Stato del Mississippi, rigonfio di oppressione e brutalità, sia trasformato in una terra di libertà e di giustizia.


Sogno che un giorno l'Alabama sia trasformato in uno Stato dove bambine e bambini negri potranno dare la mano a bambine e bambini bianchi, e camminare insieme come fratelli e sorelle.
lo sogno ancora».


La folla, dondolandosi in cadenza, a mani giunte, ritmava quel discorso mormorando: «lo sogno ancora».
La sera scendeva sulla grande spianata. Al riverbero delle prime torce accese nel vento, King terminò con l'accento di un profeta:


«Con questa fede io torno nel Sud. Con questa fede staccheremo alla montagna dell'angoscia una scheggia di speranza. Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, sapendo che un giorno saremo liberi.


Quando questo avverrà, tutti i figli di Dio, bianchi e negri, ebrei e pagani, protestanti e cattolici, potranno congiungere le mani e cantare quell'antico inno degli schiavi: "Finalmente liberi! Finalmente liberi! Grazie a Dio onnipotente, noi siamo finalmente liberi!"».
A queste "grandi giornate" dei negri, il Ku Klux Klan reagì con ferocia. Una bomba, gettata in una chiesa di Birmingham affollata di negri, fece a pezzi quattro ragazzi.


La giornata più nera giunse con il 22 novembre: il Presidente Kennedy fu assassinato a Dallas, una città del "profondo Sud". Quel giorno, in una scuola per soli bianchi, la maestra fece applaudire i bambini, «perché l'amico dei perfidi negri aveva avuto il fatto suo».


In quest'atmosfera cupa e pericolosa, qualcuno volle regalare a King una rivoltella. La rifiutò: «Sono un predicatore della non-violenza. Non ho diritto di portarla. E poi, ciò che conta non è quanto si vive, ma come si vive».


Prendeva parte ad un sit-in quando risuonarono alcuni colpi di arma da fuoco. Impallidì un poco, ma rimase seduto. E mormorò ai suoi vicini: «Può darsi che un giorno mi uccidano. Ma voglio che i miei fratelli dicano: "E' morto perché io sia libero"».

L'atmosfera intima e gioiosa del Natale giungeva a sigillare il 1963. Era stato un anno trionfale per i negri dell'America, ma il suo tramonto s'era colorato di rosso sanguigno. Luther King volle che il Natale fosse un giorno di raccoglimento, e non di festa, per la sua famiglia. «Chiedemmo ai bambini - scrive Coretta - di accettare soltanto un dono in luogo dei tanti giocattoli che ricevevano ogni anno, e decidemmo di non scambiarci regali tra noi; il denaro lo avremmo destinato a rendere meno triste il Natale a qualche famiglia che aveva perduto le persone care nella crociata dei diritti civili» .


Sembrava una cosa difficile da far capire a dei bambini di 8, 6 e 3 anni. Eppure capirono. E furono loro stessi a rompere i salvadanai e a consegnare a mamma ogni soldino «per i poveri genitori dei bambini uccisi a Birmingham».


Yoki e Marty scelsero come "dono unico" i pattini a rotelle. Dexter chiese un camioncino da pompieri. Alla piccola Berenice, dagli occhi grandi e bellissimi, regalarono tutti insieme un coniglietto di pezza.


Fu un Natale raccolto e felice. Martin dedicò tutta la sua giornata alla famiglia. Andò soltanto in mattinata a far visita ad un amico, in prigione perché aveva tentato di rompere la segregazione in una chiesa. Yoki e Marty l'accompagnarono, e videro per la prima volta, nel Natale del 1963, dove venivano rinchiusi gli uomini che lottavano per la giustizia: una cella buia, profonda, simile ad una squallida grotta di Betlemme.

Il 10 febbraio 1964, il Congresso approvò la "legge sui diritti civili" come un omaggio al Presidente scomparso.
Il 1964 doveva portare a King ed ai negri due altre giornate luminose. In settembre Martin fu ricevuto da Paolo VI, che gli promise il più completo appoggio dei cattolici alla lotta non-violenta.
14 ottobre. Il ritmo pazzesco di lavoro che King si è imposto negli ultimi mesi gli ha prosciugato ogni energia. I medici della clinica St. Joseph di Atlanta, che lo hanno visitato in mattinata, gli prescrivono un rigoroso periodo di osservazione e di riposo.


Sono le 13, e Martin è immerso da poche ore in un profondo sonno quando alla vecchia casa giunge un telegramma per King. Giunge da una lontanissima città, Stoccolma. Coretta lo apre distrattamente. Ma le prime parole la fanno sobbalzare: «Il Premio Nobel per la pace 1964 è stato assegnato a Martin Luther King per aver fermamente e continuamente sostenuto il principio della non-violenza nella lotta razziale nel suo Paese e nel mondo».


Coretta, eccitatissima, corre al telefono e chiama Martin alla clinica. Il telefono suona a lungo in capo al letto. Martin, ancora assonnato, afferra il ricevitore, e sente la voce gioiosa di Coretta che grida:
Ti hanno dato il Nobel per la pace!


«Non ero completamente sveglio - ricordava King - e per un po' pensai di stare sognando». Poi mormorò: «Bene, cara. Ringraziamo Dio».


Era il più giovane "Premio Nobel" del mondo: 35 anni. Ed era il terzo negro a riceverlo, dopo Ralph Bunche, sotto­segretario all'ONU che nel 1950 era riuscito a ristabilire la pace tra arabi ed ebrei, e Albert Luthuli, un negro dai capelli bianchi del Sudafrica che era in quel momento in una riserva di filo spinato.


King, nell'assegnazione del "Nobel per la pace", era stato preferito al cancelliere tedesco Adenauer, all'ex Presidente Eisenhower e al Presidente della Francia De Gaulle.


" Bull" Connor, il feroce sguinzagliatore di cani di Birmingham, quando apprese la notizia, sbottò:
«Hanno raggiunto il fondo della botte, scegliendo lui. In questo Paese ha già procurato più guai di qualsiasi altro che mi venga in mente».


Molti razzisti del Sud furono d'accordo con "Bull", e giudicarono il premio come una provocazione o una presa in giro.


Ma per moltissimi altri, quella fu la consacrazione definitiva della missione di Martin Luther King.
Coretta, con accanto i quattro figli, pianse di gioia davanti ai giornalisti:
«Per molti anni siamo stati combattuti da un gran numero di persone. Ma ora posso dire che valeva la pena di soffrire tanto. A Martin servirà per continuare gli sforzi nella lotta per l'uguaglianza dei negri. E noi, proprio per questo spirito, accogliamo il premio, umilmente».


King destinò tutto il premio al fondo per la lotta dell'uguaglianza. «Non considero questo un onore diretto a me - disse - ma un riconoscimento al maestoso coraggio di milioni di negri e bianchi che hanno cercato di stabilire una regola di giustizia e di amore in questo Paese».

Per molti sembrava difficile capire come quel giovane negro dal naso schiacciato e dai lineamenti comuni avesse potuto diventare un "capo" pieno di autorità. Era piuttosto piccolo di statura, timido e impacciato. Vestiva sempre di nero come dovesse andare ad un funerale. La sua bocca, sormontata da due leggere virgole di baffi, non aveva quegli smaglianti sorrisi che illuminano il volto.
Ma il fascino di King veniva da qualcosa di più profondo: una coscienza profondamente religiosa, una dedizione totale alla causa dei suoi fratelli. Dio era di casa nella famiglia King. «Credeva che il Vangelo non è soltanto un libro da leggere e ammirare come si ammira un bel panorama, ma anche un libro da mettere in pratica, fare che le sue parole diventino carne, cose».


Da questa profonda spiritualità scattava quella simpatia che trascinava le masse e lo rendeva un grande leader.


Nel Vangelo è scritto: «Ama il tuo nemico, fai del bene a chi ti odia», e Gandhi aveva detto: «Quando ti trovi davanti ad un nemico, ricevilo con amore». King amava sul serio i suoi nemici, i bianchi razzisti che avevano fatto saltare la sua casa, che l'avevano imprigionato dodici volte, che l'avrebbero ucciso.


Aveva provato la segregazione sulla sua pelle, non solo, ma anche sulla pelle dei suoi bambini, ciò che è molto più duro da sopportare. Eppure, ogni volta che sedevano a tavola, Martin curvava la testa e diceva: «Preghiamo». Coretta e i quattro bambini chinavano loro pure la testa, e papà continuava a bassa voce: «Preghiamo per i nostri fratelli neri, perché abbiano la forza di sopportare... Preghiamo per i nostri nemici, perché Dio li faccia più buoni...».

La televisione locale di Atlanta, tra i programmi per i ragazzi, trasmetteva ogni giorno un minuto di pubblicità per "Funtown" ("Città dell'allegria"), il parco dei divertimenti che sorge alla periferia della città.
All'apparire di quella pubblicità, Yoki e Marty battevano le mani gridando:


«Funtown! Funtown!».


Era il loro modo innocente di protestare con la mamma e il papà che non li conducevano mai a quel paradiso dei bambini.


«Aspettavamo con timore - scrive Coretta - il giorno in cui avremmo dovuto rivelar loro che Funtown esiste "solo per i bianchi". Quando non fu più possibile evitare di rivelare la verità tentammo di spiegare con calma che i gestori di Funtown avevano deciso di escludere alcune persone, e che queste persone erano i negri».


Yoki scoppiò a piangere. Poi, con gli occhi che s'erano fatti improvvisamente duri, borbottò:
«Vorrei che avessero costruito un'altra Funtown solo per i negri».


Mamma la prese sulle ginocchia, e cercò di spiegarle che una "Funtown solo per negri" sarebbe stata una cosa cattiva come una "Funtown solo per bianchi"; ogni bambino doveva potersi divertire dappertutto, perché era un figlio di Dio, qualunque fosse il colore della sua pelle: rosso, giallo, bianco o nero.


Durante la prima elementare, un giorno Yoki tornò a casa triste e desolata. Raccontò alla mamma che una bambina bianca le aveva detto: «I bianchi sono belli e i negri brutti».


«Io ho detto di no, mamma, ma lei aveva lo specchio, e tutte e due ci siamo guardate dentro. E io sono più brutta di lei. Davvero mamma, i negri sono proprio più brutti».


Coretta sentiva quella vocetta sconsolata. Avrebbe potuto ridere, come di una uscita strana e buffa della sua piccina.


E invece sentì una stretta al cuore: in Yoki cominciava a formarsi quel "senso di inferiorità" che schiaccia i negri americani. Rispose con calma:


«Non è vero, Yoki».


Aveva alcuni numeri della rivista "Ebony", e cominciò a sfogliarli con lei. C'erano foto di negri bellissimi.
«Guarda com'è bello! - le diceva - E questa ragazza non è splendida?».


Coretta racconta: «Yoki a poco a poco si entusiasmò. "Hum-hum!" esclamava con gli occhi scintillanti. Quando finimmo di sfogliare la rivista, era veramente impressionata. Tanto impressionata che dichiarò con fermezza: "I negri sono più belli dei bianchi!". E dovetti ricominciare tutto da capo».

Luther King non era un "coraggioso" di natura. Lo confessò tante volte. Il coraggio per affrontare l'insidia razzista gli costava uno sforzo penoso. Ma riusciva ad attingerlo nella fede in Dio e nel calore della sua famiglia.


Nel 1965, King scatenò una seconda fase della "rivoluzione": la battaglia per il voto. Su 5 milioni di negri con diritto di voto, solo 1 milione votava, a causa delle minacce e della violenza dei bianchi.
I bianchi razzisti capirono che se i negri avessero votato, per loro sarebbe stata finita, e ingaggiarono un'autentica guerra. A Selma picchiarono ed uccisero. A Memphis spararono contro Meredith che marciava "contro la paura di votare".


La lunga collera dei negri scoppiò. King non riuscì più a persuaderli a lottare "senza violenza". Il ghetto di Watts prese fuoco crepitando: si sparò contro la polizia, si devastarono negozi e magazzini.
Il "nuovo profeta" dei negri divenne Stokely Carmichael, un giovanotto dalla parola infuocata che gridava: «E' ora che la smettiamo di farci sparare addosso come topi di fogna. Se ci attaccano, dobbiamo rispondere!».


Fine del 1966. King ha un difficile problema da risolvere: tenere unite le forze dei negri, moderare chi è per la violenza e rendere più efficace l'azione non-violenta. Se i negri si dividono, è la fine.

1 ° gennaio 1967. Con un grandioso convegno ad Atlanta, la SCLC celebra l'inizio del suo decimo anno di vita.


Sono presenti, tra gli altri, Cassius Clay, campione mondiale dei pesi massimi e fanatico "musulmano nero", e il sindaco bianco di Atlanta, razzista moderato.


Luther King in questa occasione lancia il "nuovo mani­festo della SCLC". Tre punti essenziali:
1) opposizione decisa alla guerra del Vietnam;


2) lotta vasta e concreta alla povertà;


3) campagna di "disobbedienza civile delle masse" per premere sulle autorità in favore delle riforme richieste. «Un boicottaggio aperto, deciso, operato da grandi masse, che paralizzi le città senza distruggerle. Scioperi, sit-in di disoccupati davanti alle fabbriche, negli uffici governativi e municipali e nei servizi pubblici, cortei. Se le prigioni saranno riempite per lo sforzo di impedire tale boicottaggio, tanto meglio: si comprenderà assai di più il significato della forza che lo provoca».
Mentre King prepara i primi piani concreti della nuova «disobbedienza civile delle masse», la violenza esplode furiosa a Newark.


Newark è una città a 20 chilometri da New York. Ha le case più decrepite e il più alto numero di tubercolotici e di criminali del Nord America. Il 12 luglio un taxista negro è fermato dalla polizia per velocità eccessiva. L'uomo, arrabbiato, pesta a lungo sul clakson per richiamare l'attenzione.
Una donna da una finestra grida che un guidatore negro è stato assalito e picchiato dalla polizia. Non è vero, ma la gente si rovescia nelle strade e in pochi minuti si ripete l'orgia di devastazione di Watts. Macchine che bruciano, negozi saccheggiati, isolati in fiamme.


Il governatore fa intervenire truppe con elicotteri: 3.000 guardie nazionali, 1.400 agenti di polizia e 500 poliziotti di Stato prendono d'assalto il quartiere negro con una ferocia mai vista. Si spara a bruciapelo sui ragazzi, sulle donne affacciate alla finestra; chi osa mettere il naso sul marciapiede è percosso col calcio del facile, insultato, preso a pedate. Un ingegnere negro è costretto a baciare le scarpe di un poliziotto che lo copre di villanie e di botte. Cento negozi negri sono sfasciati e distrutti dalle truppe. Una infermiera negra, Rebecca Brow, mentre cerca di tirar via dalla finestra il suo bambino di 2 anni, è fatta a pezzi da una raffica di mitra. Un ragazzo di 13 anni, sorpreso a rubare, è massacrato mentre alza le mani.


La popolazione negra, che non aveva partecipato agli incendi ed al saccheggio operato da pochi fanatici, reagisce con violenza a questi soprusi. Cecchini salgono sui tetti e prendono di mira i soldati. Donne e bambini di 5 anni si fanno sotto le autoblinde impugnando bottiglie Molotov. Sembra di essere a Budapest.


II massacro finisce dopo 4 giorni. Trenta negri uccisi dalla polizia, più di mille feriti, la città devastata.
Subito dopo prende fuoco anche il ghetto di Detroit. In queste poche ore la capitale dell'automobile è ridotta come una città del Vietnam.


I bianchi, ora, cominciano ad aver paura dei negri. Si avvera una facile profezia di King: «Con la violenza perderemo tutto quello che abbiamo conquistato con la non-violen­za». I ghetti sono quartieri orribili dove è impossibile vivere. Ma poiché i negri «ragionano col fucile», i bianchi non vogliono saperne di aiutarli. «Ai fucili risponderemo coi carri armati», dicono.


II 1968 inizia in questa pesante incertezza per Martin Luther King: riuscirà a persuadere i bianchi che occorre trasformare i ghetti in quartieri dove sia possibile vivere come uomini? Riuscirà a persuadere i negri che si deve lottare con l'arma del voto e con le proteste non-violente? O tutta l'America nera prenderà fuoco come Newark e Detroit?

Primi giorni di marzo. Nel suo quartier generale. Martin Luther King sta preparando la "marcia della povera gente". Sarà la prima iniziativa della "disobbedienza civile di massa", e dovrà colpire l'indifferente America dei ricchi come una scudisciata. Un esercito di miseria, formato da poveri di tutte le razze, caricherà bambini e stracci sulle carrette trainate da muli, sui vecchi wagoons trascinati da buoi, e muoverà verso Washington.


«Sarà il pellegrinaggio della miseria nazionale», ha detto King.


A Memphis, intanto, gli spazzini negri sono in sciopero dal 2 febbraio. Chiedono di potersi unire in un sindacato e di avere le stesse agevolazioni di stipendio che hanno ottenuto gli spazzini bianchi: per mezza giornata di lavoro sotto la pioggia, lo stipendio di una giornata intera.


II sindaco Henry Loeb, che tiene un fucile a canna mozza nella sua scrivania in municipio, non vuol passare per il primo sindaco del Sud che ha ceduto ai negri, e risponde no.


I leaders dei sindacati americani, richiesti di aiuto, non credono di dover «perdere tempo» per 1.700 spazzini negri.


20 marzo. Luther King riceve un appello da Memphis: «Tutti ci hanno abbandonati. Non c'e un Dio per gli spazzini negri?».


King interrompe i preparativi della "marcia dei poveri" e scende ancora una volta nel profondo Sud.
27 marzo. Da una chiesa protestante di Memphis parte un corteo di seimila negri che sfila per la città. Grandi cartelli dicono: «Anch'io sono un uomo». In testa marciano King, Abernathy e gli altri della SCLC. Tenendosi sotto­braccio si avviano verso la City Hall, il centro della città. Lì King dovrà tenere un discorso.


All'improvviso, decine di giovani escono di corsa dal corteo. Urlano «Potere Negro» e si lanciano a spaccare vetrine e a saccheggiare negozi. King lancia disperati appelli alla calma e all'ordine, ma la sua voce è coperta dal tumulto. La polizia sta violentemente caricando il corteo. In un attimo la scena diviene tumultuosa. Lampeggiano i manganelli bianchi, crepitano le granate a gas, i negri fuggono urlando. King è infilato a forza in un'automobile dai suoi collaboratori. L'autista parte col dito incollato sul clakson, incurante delle sue proteste.


Un morto, sessanta feriti.


King è sconvolto, scoraggiato. I suoi collaboratori lo vedono piangere. Nel Motel Lorraine dove risiede con i leaders del suo movimento, decide di organizzare un nuovo corteo per le vie della città, del tutto pacifico. Capisce che se anche questo non riuscirà, il movimento della non-violenza riceverà un rude colpo.


4 aprile, ore 17,59. King esce sulla terrazza a prendere una boccata d'aria. E' vestito di scuro. Deve andare a cena dal reverendo Samuel Kyles e poi a tenere un sermone nella sua chiesa.
Ad una finestra, 60 metri più in là, si affaccia la canna minacciosa di un Remington.
Nel cortile del Motel Lorraine è arrivato Ben Branch, il cantore che dovrà intonare gli inni dopo il sermone di King. King si curva sulla ringhiera della terrazza e dice:


– Benvenuto. Ben. Stasera devi cantare per me "Precious Lord, take my hand". Mettici l'anima, Ben, perché è un'occasione molto importante.


"Precious Lord" è l'inno che King preferisce. Dice: «Oh Signore, dammi una mano. Sento di non farcela senza di te».


Sono le 18,01. King si tira su dalla ringhiera e si volta per entrare nel motel. Laggiù, a 60 metri, un dito ha premuto sul grilletto. Un colpo sordo, come un petardo che scoppi lontano. King si porta la mano alla testa. Non fa a tempo a dire una parola. Cade in avanti in una pozza di sangue.
Abernathy ha sentito il colpo e ha dato un'occhiata sulla terrazza. Corre gridando:


«Martin! Martin!...».


Le telescriventi battono freneticamente la notizia.
Robert Kennedy sta parlando ad una folla di negri ad Indianapolis. Qualcuno gli fa scivolare un biglietto tra le mani. Robert dà uno sguardo. Il suo volto si copre di tristezza. Dice:
«Ho una notizia gravissima da darvi. Martin Luther King è stato assassinato».

La folla è come paralizzata. Si sente qualche grido soffocato. Come se un'invincibile stanchezza si fosse abbattuta su di lui, Robert continua:


«Anche mio fratello fu ucciso così, da un bianco... Tocca a noi che rimaniamo, di realizzare il sogno per cui hanno sacrificato la vita: la giustizia e l'amore tra gli uomini».


Un incendio di dimensioni colossali investe l'America. Uno dopo l'altro i ghetti esplodono con un furore mai visto. Centocinquanta città, nella notte, ardono come torce.


«Hanno ucciso King! - grida Stokely Carmichael- Noi uccideremo l'America».


Poi, dopo i giorni della grande pazzia, il silenzio. E i negri di tutta l'America, vagando tra le rovine carbonizzate, si trovano più soli e più disperati.

Una carretta trainata da due muli rotolava sull'acciottolato della strada che porta al cimitero dei negri di Atlanta. Nella chiesa, durante il rito celebrato dal padre (il vecchio King dai capelli tutti bianchi) nessuno aveva parlato. Erano risuonate invece le parole di Martin Luther, registrate su un nastro. In un sermone pronunciato proprio nella Ebenezer Baptist Church, aveva detto:


«Se qualcuno di voi sarà qui nel giorno della mia morte, sappia che non voglio un grande funerale. E se incaricherete qualcuno di pronunciare un'orazione funebre, raccomandategli che non sia troppo lunga. Ditegli di non parlare del mio Premio Nobel, perché non ha importanza; e neppure dei diplomi, delle onorificenze, delle lauree, perché non ha importanza. Dica che fui una voce che gridò nel silenzio per la giustizia. Dica che tentai di spendere la mia vita per vestire gli ignudi, nutrire gli affamati, che tentai di amare e di servire l'umanità».


Dietro la carretta che traballava sotto il sole a picco erano duecentomila persone silenziose. Percorrevano in silenzio la stessa stradina che gli schiavi del profondo Sud avevano percorso tante volte di notte, di soppiatto, per andare a seppellire i loro morti caduti sotto il sole negli sterminati campi di cotone.


Una tomba era scavata fra gli antichi cipressi e le magnolie, fra tumuli corrosi dal muschio e dagli sterpi. Luther King avrebbe riposato accanto ai suoi fratelli negri, che non avevano un dollaro da lasciare al becchino perché tenesse in ordine il loro ultimo metro di terra.


C'era una grande lapide accanto alla fossa. L'avrebbero posta come sigillo sulle zolle di terra rossa. Avevano scolpito a caratteri enormi le parole dell'antico spiritual: «Finalmente libero! Finalmente libero! Grazie a Dio onnipotente, io sono finalmente libero».


Coperta da un velo nero, avanzava Coretta King. Conduceva per mano Yoki, Marty, Dexter e Berenice. La piccola Berenice aveva una stella di nastro bianco tra i capelli. Stringendo forte la mano della mamma, guardava le grandi parole della lapide, ma non le capiva: non sapeva ancora leggere, lei. Fissava la cassa di bronzo, la grande corona di garofani rossi. E le pareva impossibile che un uomo cattivo avesse potuto sparare al suo papà. Non l'avrebbe mai più posata sul frigorifero, dicendo con gli occhi sgranati: «Ma che bella bambola ci ha comprato la mamma!». Non l'avrebbe mai accompagnata a Funtown. Nemmeno quando Funtown sarebbe stata aperta per i piccoli negri.

 


Fonte: "Martin Luther King", di Teresio Bosco, Editrice Elledici, 2002

 
Biografia e tappe principali della sua vita

• 1929

15 gennaio: nasce Martin Luther King Jr, figlio del reverendo Martin Luther King Sr e di Alberta Christine Williams, ad Atlanta, in Georgia.



• 1935-1944

King frequenta la scuola elementare David T. Howard, il liceo sperimentale dell'Università di Atlanta e il liceo Brooker T. Washington. Supera l'esame di ammissione al Morehouse College di Atlanta senza aver conseguito il diploma di scuola superiore.



• 1947

King ottiene il permesso di predicare e diventa assistente di suo padre, pastore della Chiesa battista di Ebenezer, ad Atlanta.



• 1948

25 febbraio: King riceve gli ordini per il ministero battista.

Giugno: King si diploma al Morehouse College con una laurea di primo grado in sociologia.

Settembre: King entra al seminario teologico Crozer, a Chester, in Pennsylvania. Dopo aver assistito alle lezioni del dottor A.J . Muste e del dottor W. Johnson Mordecai che esaltavano la figura del Mahatma Gandhi, inizia a studiare seriamente il pensiero del leader indiano.

• 1951

Giugno: King si laurea al Crozer con una laurea di secondo grado in teologia.



• 1953

18 giugno: King sposa Coretta Scott a Marion, in Alabama.



• 1954

17 maggio: la Corte Suprema degli Stati Uniti, in occasione della causa Brown contro il ministero della Pubblica istruzione, dichiara all'unanimità incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche.

31 ottobre: King viene insediato dal reverendo Martin Luther King Sr come ventesimo pastore della chiesa di Dexter Avenue, a Montgomery.



• 1955

5 giugno: King consegue il dottorato in teologia sistematica all'Università di Boston.

17 novembre: nasce, a Montgomery, Yolanda Denise, prima figlia di King.

1 dicembre: la signora Rosa Parks, una sarta quarantaduenne di Montgomery, si rifiuta di cedere il proprio posto a un bianco su un autobus e viene arrestata.

5 dicembre: primo giorno del boicottaggio degli autobus a Montgomery. Inizia il processo alla signora Parks. Si tiene una riunione dei leader del movimento. Martin Luther King viene eletto all'unanimità presidente di un'organizzazione denominata, su proposta del reverendo Ralph Abernathy, Montgomery Improvement Association (MIA).

10 dicembre: la compagnia di autobus di Montgomery sospende il servizio nei quartieri neri.

• 1956

26 gennaio: King viene arrestato per eccesso di velocità: va a cinquanta chilometri all'ora in una zona di Montgomery dove il limite è di quaranta. Viene rilasciato dietro sua stessa garanzia.

30 gennaio: viene scagliata una bomba nel portico della casa di Martin Luther King, a Montgomery. Coretta King e la signora Roscoe Williams, moglie di un membro della congregazione, sono a casa con la piccola Yolanda Denise. Nessuno resta ferito.



2 febbraio: viene intrapresa un'azione legale in una corte distrettuale federale perché le leggi di segregazione razziale sui mezzi pubblici di Montgomery vengano dichiarate incostituzionali.

21 febbraio: King viene incriminato, assieme ad altri partecipanti al boicottaggio degli autobus di Montgomery, con l'accusa di aver organizzato una cospirazione tesa a ostacolare e impedire lo svolgimento di un'attività "senza giusto o legale motivo".



4 giugno: una corte distrettuale degli Stati Uniti stabilisce che la segregazione razziale sugli autobus cittadini è incostituzionale.



10 agosto: King parla davanti a un'assemblea del partito democratico a Chicago.



30 ottobre: il sindaco di Montgomery Gayle ordina all'ufficio legale della città di "valutare le procedure ritenute idonee a porre termine all'uso di automobili in condivisione e ai sistemi di trasporto sorti in seguito al boicottaggio".



13 novembre: la Corte Suprema degli Stati Uniti conferma la decisione presa dai tre giudici della corte distrettuale che hanno dichiarato incostituzionale le leggi statali e locali dell'Alabama che stabiliscono la segregazione sugli autobus.



20 dicembre: l'ingiunzione federale che proibisce la segregazione sugli autobus viene recapitata ai funzionari della città e della compagnia di autobus. Altre ingiunzioni arrivano a funzionar! dello stato.

21 dicembre: è abolita la segregazione sugli autobus di Montgomery.

• 1957

27 gennaio: viene rinvenuta una bomba inesplosa nel portico della casa di King.

Febbraio: viene fondata la Southern Christian Leadership Conference (SCLC). Martin Luther King è eletto presidente.

18 febbraio: la rivista "Time" mette King in copertina.



17 marzo: King tiene un discorso per il Prayer Pilgrimage for Freedom, in occasione della celebrazione del terzo anniversario dell'abolizione della segregazione da parte della Corte Suprema. Il discorso, intitolato "Give Us the Ballot" ("Dateci il voto"), è pronunciato al Lincoln Memorial, a Washington, DC.

23 giugno: King ha un colloquio con il vicepresidente degli Stati Uniti, Richard M. Nixon.

Settembre: il presidente Dwight D. Eisenhower incarica la Guardia nazionale dell'Arkansas di scortare nove studenti negri all'interno di una scuola per soli studenti bianchi, a Little Rock, in Arkansas.

9 settembre: il Congresso approva il primo atto sui diritti civili dall'epoca della Ricostruzione dopo la Guerra civile, creando la Civil Rights Commission e la Civil Rights Division presso il Dipartimento della giustizia.

23 ottobre: nasce il secondogenito dei coniugi King, Martin Luther III.



• 1958

23 giugno: King, assieme a Roy Wilkins dei NAACP, A. Philip Randolph e Lester Granger, incontra il presidente Dwight D. Eisenhower.



3 settembre: King viene arrestato nei pressi del tribunale di Montgomery con l'accusa di vagabondaggio (in seguito modificata in "non obbedienza a un ufficiale"). Viene liberato dopo il pagamento di una cauzione di cento dollari.



4 settembre: King viene incarcerato dopo essersi dichiarato "innocente" dall'accusa di non aver obbedito a un ufficiale. La cauzione viene immediatamente pagata, nonostante l'obiezione di King, dal commissario della polizia di Montgomery, Clyde C. Sellers.



17 settembre: la casa editrice Harper & Row pubblica il libro di Martin Luther King, "Stride Toward Freedom: The Montgomery Story".



20 settembre: King viene pugnalato al petto dalla signora Izola Curry, una quarantaduenne successivamente dichiarata disturbata mentale. Il ferimento avviene nel centro di Harlem mentre King sta autografando il suo libro appena uscito. Le sue condizioni sono giudicate serie ma non critiche.

• 1959


30 gennaio: King incontra a Detroit Walter Reuther, presidente del sindacato United Auto Workers.

2 febbraio-10 marzo: Martin Luther King e la moglie Coretta passano un mese in India per studiare le tecniche non violente di Gandhi, ospiti del primo ministro indiano Nehru.



• 1960

24 gennaio: la famiglia King si trasferisce ad Atlanta. King diventa pastore aggiunto, con il padre, nella Chiesa battista di Ebenezer.



1 febbraio: ha luogo a Greensboro, in Carolina del Nord, il primo sit-in di studenti nelle tavole calde contro la segregazione razziale.



17 febbraio: si organizza una manifestazione per l'arresto di King in base all'accusa di aver presentato, nel 1956 e nel 1958, false denunce dei redditi per le imposte dovute allo stato dell'Alabama.

15 aprile: viene fondato su base temporanea lo Student Nonviolent Coordinating Committe (SNCC) per coordinare la protesta studentesca alla Shaw University, a Raleigh, in Carolina del Nord (l'organizzazione diventerà permanente a partire dall'ottobre 1960). Martin Luther King e James Lawson sono i principali oratori in occasione della fondazione alla Shaw University.



28 maggio: King viene prosciolto dall'accusa di evasione fiscale da una giuria di soli bianchi a Montgomery.



24 giugno: King ha un incontro sul tema dei diritti civili con John F. Kennedy, candidato democratico alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti.



19 ottobre: King viene arrestato e messo in carcere nel corso di un sit-in ad Atlanta, con l'accusa di aver violato la legge statale sulla proprietà privata.



22-27 ottobre: le accuse di Atlanta decadono. Tutti i dimostranti arrestati vengono rilasciati eccetto Martin Luther King, che viene trattenuto con l'accusa di aver contravvenuto a una sentenza convalidata per una violazione del codice stradale. Viene dapprima trasferito nella prigione della contea di DeKalb, a Decatur, in Georgia, e in seguito nella prigione di stato di Reidsville, da dove viene rilasciato dietro pagamento di una cauzione di duemila dollari.



• 1961


30 gennaio: nasce Dexter Scott, il terzo figlio dei coniugi King.



4 maggio: il primo gruppo di Freedom Riders, sorto per abolire il regime segregazionista sugli autobus interstatali, parte da Washington, DC, su autobus Greyhound. Il gruppo, organizzato dal Congress of Racial Equality (CORE), parte poco dopo che la Corte Suprema ha dichiarato illegale la segregazione nei terminal dei trasporti interstatali. Il 14 maggio, poco fuori Anniston, In Alabama, l'autobus viene bruciato. Al loro arrivo a Birmingham i Riders vengono accolti da un tumulto di bianchi. In seguito vengono arrestati a Jackson, in Mississippi, e passano dai quaranta ai sessanta giorni nel penitenziario di Parchman.

15 dicembre: King arriva ad Albany, in Georgia, invitato da W.G. Anderson, leader del movimento locale per l'abolizione della segregazione nei luoghi pubblici che era nato nel gennaio del 1961.



16 dicembre: King viene arrestato durante una dimostrazione ad Albany. Viene accusato di ostruire il marciapiede e manifestare senza permesso.



• 1962


27 febbraio: King viene processato e condannato per aver guidato la marcia di Albany.

2 maggio: King viene invitato a unirsi alle proteste di Birmingham.



27 luglio: King viene arrestato nel corso di una veglia di preghiera presso il municipio di Albany e incarcerato con l'accusa di non aver obbedito a un poliziotto, per aver ostruito il marciapiede e per turbamento della quiete pubblica.



20 settembre: James Meredith fa il suo primo tentativo di iscriversi all'Università del Mississippi. Viene in effetti iscritto d'ufficio dalla Corte Suprema e scortato nel campus di Oxford, in Mississippi, da ufficiali giudiziari, il 1° ottobre 1962.



16 ottobre: King ha un incontro di un'ora con il presidente John F. Kennedy alla Casa Bianca.

• 1963


28 marzo: nasce Bernice Albertine, la quarta figlia dei King.
Marzo-aprile: si tengono sit-in di protesta contro la segregazione nelle tavole calde a Birmingham. King viene arrestato durante una dimostrazione.



16 aprile: King scrive "Lettera dalla prigione di Birmingham" mentre è in carcere per aver dimostrato.

3-4-5 maggio: Eugene ("Bull") Connor, responsabile della pubblica sicurezza di Birmingham, ordina l'uso di cani poliziotto e di idranti contro i dimostranti (giovani e bambini).



20 maggio: la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionali le ordinanze che stabiliscono la segregazione a Birmingham.



Giugno: l'editore Harper & Row pubblica il libro di Martin Luther King, "Strength to Love".



11 giugno: il governatore George C. Wallace cerca di opporsi all'ordinanza del tribunale che impone l'integrazione nell'Università dell'Alabama, bloccando la porta d'entrata e rifiutandosi personalmente di lasciar entrare gli studenti neri e i rappresentanti del Dipartimento della giustizia. Il presidente John F. Kennedy fa eseguire l'ordine dalla Guardia nazionale dell'Alabama, e il governatore Wallace recede dalla sua azione.



12 giugno: il leader del NAACP di Jackson, in Mississippi, Medgar Evers, viene assassinato all'alba nella sua casa con un colpo di fucile. Il suo funerale si tiene a Jackson il 15 giugno. Evers viene sepolto al cimitero nazionale di Arlington, a Washington, DC, il 19 giugno.



28 agosto: si svolge la marcia di protesta di Washington, la prima grande manifestazione a livello nazionale. King pronuncia il suo discorso "I Have a Dream" ("Io ho un sogno") dai gradini del Lincoln Memorial. Alla fine della manifestazione, assieme agli altri leader del movimento per i diritti civili, incontra il presidente John F. Kennedy alla Casa Bianca.



2-10 settembre: il governatore Wallace ordina alla polizia dell'Alabama di sospendere il processo di integrazione, ordinato dal tribunale, nelle scuole elementari e superiori dell'Alabama fino a quando non venga a lui ingiunta l'ordinanza. Il 10 settembre le scuole vengono integrate da un ordine del tribunale.

22 novembre: il presidente Kennedy viene assassinato a Dallas, in Texas.



• 1964


Estate: il Council of Federated Organizations (COFO) dà il via al Mississippi Summer Project, una campagna itinerante per la registrazione degli aventi diritto al voto, organizzata da studenti bianchi e neri.

Maggio-giugno: King si unisce ad alcuni militanti della SCLC che manifestano a favore dell'integrazione nelle strutture pubbliche di alloggio a St Augustine, in Florida. Viene incarcerato. Giugno: l'editore Harper & Row pubblica il libro di Martin Luther King "Why We Can’t Wait".

21 giugno: si denuncia la scomparsa di tre militanti per i diritti civili, James Chaney (nero), Andrew Goodman e Michael Schwerner (bianchi), dopo un breve viaggio a Philadelphia, in Mississippi.

2 luglio: King assiste alla firma del Public Accomodations Bill, parte del Civil Rights Act del 1964, del presidente Lyndon B. Johnson, alla Casa Bianca.



18-23 luglio: scoppia una rivolta ad Harlem. Un nero viene ucciso.



Agosto: scoppiano rivolte nel New Jersey, in Illinois e in Pennsylvania.



4 agosto: agenti dell'FBI rinvengono i corpi dei tre militanti dei diritti civili James Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner sepolti nei pressi della città di Philadelphia, in Mississippi. Lo sceriffo della contea di Neshoba, Rainey, e il suo vice, Cecil Price, sono presumibilmente implicati negli omicidi.

Settembre: King e il reverendo Ralph Abernathy visitano Berlino ovest, su invito del sindaco Willy Brandt.

18 settembre: King è accolto in udienza da papa Paolo VI, in Vaticano.



10 dicembre: King riceve il premio Nobel per la pace a Oslo, in Norvegia.



• 1965



21 febbraio: Malcolm X, leader dell'Organizzazione per l'unità degli afro-americani, ed ex leader dei Musulmani neri, viene ucciso da neri a New York.



7 marzo: un gruppo di manifestanti (della SNCC e della SCLC), guidati da Hosea Williams della SCLC, viene picchiato mentre attraversa il ponte Edmund Pettus, nel corso della marcia da Selma a Montgomery, in Alabama, da alcuni agenti di polizia in servizio sull'autostrada, comandati da Al Lingo, e da agenti dello sceriffo, guidati da Jim Clark. Un'ordinanza del governatore Wallace aveva proibito la marcia.

9 marzo: il pastore James Reeb, della Chiesa unitaria, viene picchiato da quattro segregazionisti bianchi a Selma e muore due giorni dopo.



15 marzo: il presidente Johnson rivolge un messaggio alla nazione e al Congresso, nel quale descrive il disegno di legge sul diritto di voto che presenterà al Congresso due giorni dopo, usando lo slogan del movimento per i diritti civili: "Vinceremo".



16 marzo: manifestanti bianchi e neri vengono picchiati da uomini dello sceriffo e dalla polizia a cavallo a Montgomery.



21-25 marzo: oltre tremila manifestanti lasciano Selma per raggiungere Montgomery, protetti dalle truppe federali. Lungo la strada si uniscono a loro altri venticinquemila dimostranti. Al loro arrivo al Campidoglio ascoltano un discorso di Martin Luther King.



25 marzo: sparano a Viola Liuzzo, moglie di un agente d'affari della Teamsters Union di Detroit, e la uccidono, mentre sta riportando a Selma un gruppo di manifestanti.



Luglio: King visita Chicago. La SCLC si unisce al Coordinating Council of Community Organizations (CCCO), guidato da Al Raby, e assieme danno vita al Chicago Project.



Agosto-dicembre: in Alabama la SCLC conduce la campagna per la registrazione al voto nelle contee di Green, Wilcox ed Eutaw, e nelle città di Montgomery e Birmingham.

 

6 agosto: il presidente Johnson firma il Voting Rights Act.



11-16 agosto: nella rivolta del ghetto di Watts, a Los Angeles, muoiono trentacinque persone, di cui ventotto neri.



• 1966



Febbraio: King affitta un appartamento nel ghetto nero di Chicago.



23 febbraio: King incontra Elijah Muhammad, leader dei Musulmani neri, a Chicago.



Marzo: King occupa un palazzo in un quartiere povero di Chicago e viene citato in giudizio dal proprietario.

25 marzo: la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilisce che ogni tassa sul voto è incostituzionale.

Primavera: King fa un giro in Alabama per sostenere i candidati neri. Alle primarie in Alabama i neri votano per la prima volta in grande numero dal periodo della Ricostruzione.



16 maggio: alla grande manifestazione di Washington contro i combattimenti in Vietnam viene letta una dichiarazione contro la guerra di King, il quale accetta di diventare co-presidente dell'associazione Clergy and Laymen Concerned about Vietnam.



Giugno: Stokely Carmichael e Willie Ricks (della SNCC) usano per la prima volta in pubblico lo slogan "Black Power" ("Potere nero"), di fronte ai giornalisti a Greenwood, in Mississippi.



6 giugno: sparano a James Meredith all'inizio della "Marcia contro la paura", di 350 chilometri, da Memphis, in Tennessee, a Jackson, in Mississippi.



10 luglio: King lancia una campagna per fare di Chicago una "città aperta" in fatto di abitazioni.



5 agosto: King viene preso a sassate mentre guida una manifestazione in mezzo a una folla di bianchi inferociti, al Gage Park nella zona sud-ovest di Chicago.



Settembre: la SCLC lancia un progetto che ha lo scopo di integrare le scuole di Grenada, in Mississippi.

Autunno: la SCLC da inizio al Progetto di educazione dei cittadini dell'Alabama, nella contea di Wilcox.

• 1967



Gennaio: mentre si trova in Giamaica, Martin Luther King scrive il libro "Where Do We Go from Here?"

12 marzo: in Alabama viene dato ordine di porre fine alla segregazione in tutte le scuole pubbliche.

25 marzo: in un discorso tenuto al Chicago Coliseum, King attacca la politica del governo in Vietnam.

4 aprile: King tiene un discorso sulla guerra in Vietnam, "Oltre iI Vietnam", alla chiesa di Riverside, a New York.

 

10-11 maggio: uno studente nero viene ucciso durante la rivolta nel campus del nero Jackson State College, in Mississippi.



6 luglio: il Dipartimento di giustizia annuncia che oltre il cinquanta per cento dei votanti neri che ne hanno diritto sono stati registrati in Mississippi, Georgia, Alabama, Louisiana e Carolina del Sud.

12-17 luglio: nella rivolta di Newark, in New Jersey, muoiono ventitré persone e settecentoventicinque rimangono ferite.

 

23-30 luglio: nella rivolta di Detroit, la peggiore del secolo, muoiono quarantatré persone e trecentoventiquattro rimangono ferite.



26 luglio: i leader neri Martin Luther King Jr, A. Philip Randolph, Roy Wilkins e Whitney Young lanciano un appello per la fine delle rivolte "che si sono dimostrate inefficaci e dannose alla causa dei diritti civili e all'intera nazione".



30 ottobre: la Corte Suprema conferma la sentenza di condanna per il reato di offesa alla corte per King e altri sette leader neri che hanno organizzato le manifestazioni di Birmingham nel 1963. King e i suoi collaboratori scontano quattro giorni di carcere.



27 novembre: King presenta la Campagna dei poveri della SCLC, con lo scopo di farsi portavoce dei problemi della popolazione povera, sia nera sia bianca.



• 1968


12 febbraio: sciopero dei lavoratori della nettezza urbana di Memphis, in Tennessee.

28 marzo: King guida una marcia di seimila persone attraverso il centro di Memphis in appoggio allo sciopero dei lavoratori della nettezza urbana. Scoppiano disordini durante i quali alcuni manifestanti neri saccheggiano negozi della città. Un ragazzo di sedici anni viene ucciso e cinquanta persone rimangono ferite.



3 aprile: King tiene il suo ultimo discorso, l've Been to the Mountain Top ("Sono stato sulla cima della montagna"), al Masonic Temple di Memphis.



4 aprile: King viene colpito da un cecchino mentre si trova al balcone della sua stanza al secondo piano del Motel Lorraine di Memphis. Muore per le conseguenze della ferita da arma da fuoco alla nuca presso l'ospedale St Joseph. Il suo killer è arrestato a Londra circa due mesi più tardi. Si chiama James Earl Ray e ha precedenti per rapina, alcolismo e spaccio di moneta falsa. Al processo è condannato a novantanove anni di reclusione, ma, qualche anno dopo, riesce ad evadere. Lo catturano nuovamente e rivela che non era stato lui l'assassino di King, sostenendo di sapere chi è il vero colpevole, ma il nome non potrà mai farlo, perché viene accoltellato la notte seguente nella cella in cui è detenuto.

“Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi.

• 1986



18 gennaio: in seguito all'approvazione della Public Law 98-144, il presidente Ronald Reagan firma un proclama con il quale dichiara ogni terzo lunedì di gennaio festa nazionale in onore della data di nascita di Martin Luther King Jr.

• 2006

30 gennaio: muore Coretta Scott King.



(www.paginecristiane.net)

Alcuni brani memorabili:

"I Have a Dream"


«Ho un sogno, che un giorno questa nazione si sollevi e venga fuori il vero significato di questo credo: "Riteniamo evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali".»


(Martin Luther King, 28 agosto 1963, Washington, discorso al Lincoln Memorial durante la marcia per lavoro e libertà)


E' bene che sia nel tuo cuore (da "sogni non realizzati", 1968)


Lettera da una prigione di Birmingham 
Testo scritto il 16 aprile 1963, a Birmingham, durante la prigionia per aver partecipato a dimostrazioni per i diritti civili.


Articoli di Pace e Nonviolenza ...



Altri discorsi pubblici passati alla Storia ...



 Martin Luther King Day

Nel 1986 è stata istituita una giornata della memoria in onore di M.L.King, da celebrarsi il terzo lunedì di gennaio, in un giorno prossimo a quello della sua nascita. Il 18 gennaio 1993 il Martin Luther King Day è stato celebrato per la prima volta in tutti i cinquanta stati degli USA.


Bibliografia


Collegamenti esterni


Materiale video

(www.wikipedia.org)











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