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Testi di Approfondimento08-05-07
:: Martin Luther King: Lettera da una prigione di Birmingham   PDF  Stampa  E-mail 

Martin Luter King                                                                    testimone della carità

Lettera da una prigione di Birmingham

 
"
Il culto religioso ai suoi livelli più alti è un'esperienza sociale in cui persone di tutte le condizioni si uniscono per realizzare la loro identità e unità sotto Dio. Quando la chiesa, consapevolmente o inconsapevolmente, si rivolge a una classe sola perde la forza spirituale della dottrina che afferma "lasciate che chiunque venga a me" e rischia di trasformarsi in poco più di un club sociale con una sottile vernice di religiosità".
M.L.KING

INTRODUZIONE: L'ingiustizia, da qualunque parte si trovi, è una minaccia per la giustizia da qualunque altra parte.

Cari colleghi ministri della Chiesa,
mentre mi trovavo qui in questa prigione della città di Birmingham mi è accaduto di leggere la vostra recente presa di posizione che definisce le nostre attuali attività «poco sagge e intempestive». Di rado, forse mai, mi fermo a rispondere alle critiche formulate alla mia opera e alle mie idee. Se mai cercassi di rispondere a tutte le critiche che mi passano sulla scrivania, i miei segretari non avrebbero quasi più tempo di fare altro tutto il giorno, e io non avrei tempo per un lavoro più costruttivo. Ma poiché sono convinto che voi siate uomini di genuina buona volontà e che abbiate avanzato le vostre critiche con sincerità, vorrei rispondervi in termini che spero saranno pazienti e ragionevoli.
Penso che dovrei dire per quali motivi mi trovo a Birmingham, dato che vi ha influenzato l'argomentazione di alcuni che parlano di «estranei che si sono intromessi». Ho l'onore di essere presidente della Southern Christian Leadership Conference, un'organizzazione che opera in tutti gli stati del Sud, con sede ad Atlanta, nella Georgia. Abbiamo circa ottantacinque organizzazioni affiliate in tutto il Sud; una è l'Alabama Christian Movement for Human Rights. Ogni volta che è necessario e possibile utilizziamo lo stesso personale, le risorse educative e finanziarie dei nostri affiliati. Un certo numero di mesi fa, la nostra affiliata locale di Birmingham ci invitò a tenerci pronti ad iniziare un programma di azione diretta non violenta se si fosse dimostrato necessario. Noi demmo il nostro pronto assenso e quando fu il momento rispettammo l'impegno preso. Ecco perché mi trovo qui, insieme con molti degli uomini che lavorano con me: perché ci hanno invitati. Mi trovo qui perché ho importanti rapporti organizzativi in questa città.
Oltre a ciò, mi trovo a Birmingham perché qui si trova l'ingiustizia. Esattamente come i profeti dell'ottavo secolo lasciavano i loro villaggi per portare il loro «così disse il Signore» ben oltre i confini delle città in cui erano nati, e esattamente come l'apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso per portare il vangelo di Gesù Cristo praticamente in ogni borgo e città del mondo greco­romano, anch'io mi sento costretto a portare il vangelo della libertà al di fuori della mia città natale. Come Paolo, debbo costantemente rispondere alla richiesta di aiuto dei Tessalonicesi.
Mi si dice, inoltre, che esiste una interrelazione tra tutte le comunità e gli stati. Non posso starmene seduto senza fare niente ad Atlanta e non preoccuparmi di quanto accade a Birmingham. L'ingiustizia, da qualunque parte si trovi, è una minaccia per la giustizia da qualunque altra parte. Ci ritroviamo in un intrico, a cui non possiamo sottrarci, di reciprocità, avvolti in un unico destino. Ciò che interessa qualcuno direttamente interessa tutti indirettamente. Non possiamo più permetterci di vivere con l'immagine angusta e provinciale dell'«agitatore che viene da fuori». Chiunque viva negli Stati Uniti non può essere considerato «uno di fuori» dovunque si trovi nel paese intero.
Voi deplorate le dimostrazioni che stanno avvenendo a Birmingham. Mi spiace che nel vostro documento non abbiate espresso preoccupazione anche per lo stato di cose che ha generato queste dimostrazioni. Sono certo che tutti voi non vorreste fermarvi a quanto potrebbe dire un superficiale analista della società che si accontenta degli effetti e non si cimenta con le cause che stanno dietro a questi effetti. Non esiterei a dire che è per circostanze sfortunate che queste cosiddette dimostrazioni stiano accadendo proprio adesso a Birmingham, ma direi con forza ancora maggiore che è per circostanze ancora più sfortunate che la struttura del potere bianco di questa città non abbia lasciato alla comunità negra altra alternativa.
In qualunque campagna non violenta bisogna fare quattro passi fondamentali: 1) raccogliere i fatti per determinare dove si radichi l'ingiustizia; 2) negoziare; 3) autopurificarsi e 4) intraprendere un'azione diretta. Qui, a Birmingham, abbiamo fatto tutti e quattro questi passi. Non c'è dubbio che l'ingiustizia razziale è dovunque in questa comunità.
Birmingham è probabilmente la città degli Stati Uniti in cui la segregazione è più totale. Le sue storie di brutalità da parte della polizia sono note in ogni parte di questo paese. Il trattamento ingiusto dei negri nei tribunali è purtroppo ben noto. Si sono verificati più attacchi incendiari impuniti contro le abitazioni e le chiese dei negri qui che in qualsiasi altra città del paese. Questi sono fatti duri, brutali, incredibili. Sulla base di questi fatti i leader negri hanno cercato di negoziare con i maggiorenti della città. Ma i capi politici si sono rifiutati sistematicamente di intraprendere negoziati in buona fede.
Venne poi, nello scorso settembre, l'opportunità di parlare con alcuni leader della comunità economica. Durante questi negoziati furono avanzate dai commercianti certe promesse, come ad esempio di eliminare le umilianti insegne razziste dai negozi. Sulla base di queste promesse il reverendo Shuttlesworth e i capi dell'Alabama Christian Movement for Human Rights acconsentirono a una moratoria per ogni tipo di dimostrazione. Ma, a mano a mano che le settimane e i mesi correvano, ci accorgemmo che eravamo stati vittime di una promessa infranta. Le insegne rimasero. Come in moltissime esperienze del passato, ci trovavamo di fronte a speranze deluse, e si fermò su di noi un'ombra oscura di delusione. Non avevamo perciò altra alternativa che prepararci a un'azione diretta, nella quale avremmo usato il nostro stesso corpo per mettere il nostro caso davanti alla coscienza dell'intera comunità locale e nazionale. Non ignoravamo le difficoltà a cui andavamo incontro. Decidemmo quindi di intraprendere prima un processo di auto-purificazione. Incominciammo a tenere delle giornate di lavoro sulla non violenza e ci chiedemmo ripetutamente: «Sarai in grado di accettare offese senza vendicarti?», «Sarai in grado di affrontare la prova della prigione?». Decidemmo di realizzare il nostro programma di azione diretta durante il periodo pasquale, consapevoli che, dopo Natale, questo era il periodo dell'anno più importante per gli acquisti. Sapendo che un forte programma di boicottaggio economico sarebbe stato una conseguenza dell'azione diretta, concludemmo che questo sarebbe stato il momento migliore per esercitare la nostra pressione sui commercianti, per poter reclamare i cambiamenti che ritenevamo necessari. Poi ci venne in mente che le elezioni di marzo sarebbero venute di lì a poco, e quindi decidemmo di ritardare la nostra azione fino al giorno delle votazioni. Quando scoprimmo che Eugene «Bull» Connor avrebbe partecipato al ballottaggio decidemmo un'altra volta di rimandare l'azione così che non si potessero utilizzare le dimostrazioni per appannare le questioni da noi poste. A questo punto decidemmo di dare inizio alla nostra testimonianza non violenta il giorno successivo al ballottaggio.
Questo dimostra che non abbiamo preso decisioni irresponsabili nel dare inizio alla nostra azione diretta. E volevamo anche assistere alla sconfitta di Connor; di rinvio in rinvio abbiamo voluto portare il nostro contributo ai bisogni di questa comunità. Dopo di ciò fu nostra convinzione che la nostra azione non poteva più essere rinviata ancora.

LE RAGIONI DELL'AZIONE DIRETTA

Giustissimo chiedere: «Perché l'azione diretta? Perché i sit-in, le marce, ecc.? Forse i negoziati non sono una via migliore?». Avete perfettamente ragione nel chiedere negoziati. E questo, infatti, è l'obiettivo dell'azione diretta. L'azione diretta non violenta cerca di creare una situazione di crisi e di provocare una tensione creativa tale che una comunità che si è sempre rifiutata di negoziare sia costretta ad affrontare i problemi. Cerca in questo modo di portare ad evidenza drammatica una questione che non può più essere ignorata. Ho appena fatto menzione del provocare tensione come parte dell'opera di colui che combatte con non violenza. Questo potrebbe apparire alquanto sorprendente. Ma debbo confessare che non ho paura delle parole «provocare tensione». Ho operato con impegno e ho predicato con altrettanto impegno contro una tensione violenta: esiste però un tipo di tensione non violenta che è costruttiva e necessaria alla nostra crescita. Esattamente come Socrate riteneva che fosse necessario provocare una tensione nella mente, così che l'individuo fosse messo in grado di elevarsi dai legami del mito e delle mezze verità fino al libero regno dell'analisi creativa e del giudizio obiettivo, dobbiamo anche noi giungere a sentire il bisogno di servirci di tormentosi tafani non violenti che provochino tensione nella società e diano una mano agli uomini per farli uscire dalle valli oscure del pregiudizio e del razzismo, ed elevare fino alle vette maestose della comprensione e della fratellanza. Lo scopo quindi dell'azione diretta è di creare una situazione così fortemente critica che renda inevitabile l'apertura della porta che conduce al negoziato. Noi, quindi, concordiamo con voi nel chiedere che si ricorra al negoziato. Da troppo tempo i nostri amati stati del Sud si trovano impantanati nel tentativo tragico di condurre un monologo invece che un dialogo.
Uno dei punti fondamentali del vostro documento è che le nostre azioni sono intempestive. Alcuni hanno domandato: «Perché non avete dato alla nuova amministrazione il tempo di agire?». La sola risposta che posso dare a questa domanda è che la nuova amministrazione dev'essere pungolata quanto quella vecchia prima che si decida a prendere l'iniziativa. Ci sbaglieremmo di grosso se credessimo che l'elezione di Albert Boutwell introdurrà in Birmingham un nuovo millennio di rigenerazione. Pur concedendo che Boutwell è assai più articolato e gentile di Connor, sono pur sempre entrambi segregazionisti, dediti all'obiettivo di mantenere lo status quo. La speranza che io vedo in Boutwell e che sia abbastanza ragionevole da capire quanto sarebbe futile una resistenza massiccia contro l'abolizione della segregazione. Ma questo non lo capirà se non ci sarà qualcuno a tenerlo sotto pressione, qualcuno che si è votato alla difesa dei diritti civili. Amici miei, vi debbo dire che non è stato fatto un solo passo in avanti nel conseguire i diritti civili senza che fosse esercitata pressione legale e non violenta. La storia e il racconto lungo e tragico del fatto che i gruppi dei privilegiati raramente rinunciano ai loro privilegi di loro spontanea volontà. Gli individui possono vedere la luce morale e volontariamente abbandonare le loro ingiuste posizioni; ma, come ci ha ricordato Reinhold Niebuhr, i gruppi sono più immorali dei singoli individui.
Noi sappiamo, per dolorosa esperienza, che la libertà non viene mai concessa volontariamente dall'oppressore; deve essere richiesta dall'oppresso. Francamente, non mi sono ancora mai impegnato in un movimento di azione diretta che fosse «tempestivo», secondo l'orario di coloro che non hanno indebitamente sofferto della malattia della segregazione. Sono anni che sento la parola «Aspettate!». Risuona nelle orecchie di ogni negro; gli è acutamente familiare. Questo «Aspettate!» ha quasi sempre significato di «No! Mai!». Ha funzionato da tranquillante come il talidomide, alleviando per un momento la tensione solo per generare le malformazioni della frustrazione. Dobbiamo capire insieme con l'illustre giurista di ieri che «la giustizia amministrata con ritardo è una giustizia negata». Aspettiamo da oltre 340 anni che ci vengano concessi i nostri diritti costituzionali, diritti che Dio ci ha concesso. I paesi dell' Asia e dell' Africa si stanno muovendo con velocità di jet verso la mèta dell'indipendenza politica, mentre noi procediamo con la lentezza di un calesse verso il diritto di bere una tazza di caffè in un bar. Immagino che sia facile per coloro che non hanno mai provato la puntura delle frecce della segregazione dire «Aspettate!». Ma quando avete visto folle malvagie linciarvi madri e padri a piacere e annegare sorelle e fratelli a capriccio, quando avete visto poliziotti colmi d'odio che imprecavano impunemente contro i vostri fratelli e sorelle negri mentre li prendevano a calci e infierivano su di loro, quando vedete che la maggioranza dei venti milioni dei fratelli negri stanno soffocando in una gabbia opprimente di povertà nel bel mezzo di una società affluente, quando all'improvviso ti accorgi che la lingua ti si contorce e la parola ti si fa confusa mentre cerchi di spiegare alla tua figlioletta di sei anni perché non può andare al Luna Park di cui ha appena visto alla televisione la pubblicità, e vedi che le salgono agli occhi le lacrime quando le vien detto che il Luna Park è vietato ai bambini di colore, e vedi formarsi nell'azzurro cielo della sua mente le opprimenti nuvole dell'inferiorità, e vedi che incomincia a snaturare la sua personalità provando un'inconscia amarezza e risentimento nei confronti dei bianchi, quando devi mettere insieme una risposta per tuo figlio di cinque anni che ti chiede angosciato: «Papà, perché i bianchi trattano così male i negri?», quando fai un viaggio nell'interno del tuo paese e scopri di dover dormire una notte dopo l'altra in un angolo scomodo della macchina perché non c'è motel che sia disposto a darti una stanza, quando ti si umilia un giorno sì e uno no con cartelli che dicono «bianchi», «persone di colore», quando il tuo nome di battesimo diventa «nigger» e quello di mezzo diventa «ragazzo» (non importa che età tu abbia) e il cognome diventa «John», e quando tua moglie e tua madre non sono mai chiamate «signore» con rispetto, quando sei tormentato di giorno e ossessionato di notte dal fatto di essere un negro, che devi vivere sempre in punta di piedi senza mai sapere ciò che ti può capitare, lacerato da paure interiori e risentimento esteriore, quando devi sempre combattere contro il sentimento di essere «nulla», allora capite perché troviamo difficile aspettare. Viene un tempo in cui la coppa della sopportazione trabocca, e le persone non tollerano più di tuffarsi in un baratro di ingiustizia dove sperimentano le tenebre corrosive della disperazione. Spero, signori, che comprendiate che la nostra impazienza è legittima e inevitabile.

LA LEGGE GIUSTA

Voi esprimete molta preoccupazione di fronte alla nostra decisione a infrangere la legge. E' certo una preoccupazione legittima. Dal momento che noi chiediamo con insistenza che si ubbidisca alla sentenza della Corte Suprema del 1954 che proibisce la segregazione nelle scuole pubbliche, è piuttosto strano e paradossale che ci troviamo così ad infrangere coscientemente le leggi.
Si potrebbe chiedere: «Come potete sostenere la vostra richiesta di infrangere certe leggi e di ubbidire ad altre?». La risposta si trova nel fatto che esistono due tipi di leggi: ci sono le leggi giuste e quelle ingiuste. Io concordo con Sant'Agostino che «Una legge ingiusta non è una legge».
Ora, qual è la differenza tra le due? Come si decide che una legge è giusta o ingiusta? Una legge giusta è una legge fatta dall'uomo che si armonizza con la legge morale o legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice che si trova in disarmonia con la legge morale. Per dirla con le parole di San Tommaso d'Aquino, una legge ingiusta è una legge umana che non trova le sue radici nella legge eterna e naturale. E la legge che eleva la persona umana è giusta. Quella che degrada la persona umana è ingiusta. Tutti gli statuti segregazionisti sono ingiusti perché la segregazione altera l'anima e danneggia la persona. Dà a colui che segrega un falso senso di superiorità e al segregato un falso senso di inferiorità. Per servirci delle parole di Martin Buber, il grande filosofo ebreo, la segregazione sostituisce la relazione «io-esso» a quella «io-tu», e finisce per relegare le persone allo stato di cose. Quindi la segregazione non è solo malsana politicamente, economicamente e sociologicamente, ma è anche moralmente sbagliata e peccaminosa. Paul Tillich ha detto che peccato è separazione. Forse che la segregazione non è l'espressione esistenziale di una tragica separazione tra gli uomini, l'espressione di un tremendo straniamento, di una terribile condizione di peccato? Per questo posso chiedere che si disubbidisca alle ingiunzioni segregazioniste perché esse sono moralmente errate.
Volgiamoci ora a un esempio più concreto di leggi giuste e ingiuste. Una legge ingiusta è un codice che una maggioranza impone su una minoranza senza che anche la maggioranza ne sia vincolata. Questa è diversità legalizzata. D'altro canto una legge giusta è un codice che una maggioranza impone a una minoranza e che è vincolante per entrambe. Questa è uguaglianza legalizzata. Permettetemi di darvi un'altra spiegazione ancora. Una legge ingiusta è un codice applicato a una minoranza che non ha avuto la possibilità di discuterlo e di contribuirvi perché priva di un libero diritto di voto. Chi può sostenere che l'amministrazione dell'Alabama, che ha iniziato la segregazione, è stata eletta democraticamente? Si impiegano per tutto lo stato dell'Alabama ogni sorta di metodi e connivenze per impedire che i negri diventino votanti registrati, e in certe contee non c'è un solo negro registrato, nonostante che i negri costituiscano la maggioranza della popolazione. Può una qualunque legge di uno stato come questo essere considerata una legge generata dalla democrazia?
Questi non sono che alcuni esempi di leggi ingiuste e di leggi giuste. Ci sono casi in cui una legge è giusta in superficie e ingiusta nella sua applicazione. Per esempio, quando venni arrestato venerdì con l'accusa di partecipare a una manifestazione che non era stata consentita. Ora, non c'è nulla di sbagliato che una legge esiga che una manifestazione non debba essere consentita, ma quando questa legge viene impiegata per mantenere la segregazione e negare invece ai cittadini il privilegio garantito dal Primo Emendamento per le assemblee pacifiche e per la protesta pacifica, allora questa legge si fa ingiusta.
Spero che riusciate a vedere la diversità che sto cercando di mostrarvi. In nessun modo io difendo l'infrazione della legge o la sfida alla legge, come fanno invece i segregazionisti infuriati. Questo non ci condurrebbe che all'anarchia. Infrangere una legge ingiusta deve essere fatto alla luce del sole, con amore (non con odio, come hanno fatto le madri di New Orleans che si vedevano in televisione e che gridavano «nigger, nigger, nigger»), e con disponibilità ad accettare la punizione. Io sostengo che un individuo che infranga una legge che la coscienza gli dice essere ingiusta, ma che accetta di buon grado di andare in prigione per sollevare le coscienze della comunità sul caso dell'ingiustizia inflittagli, esprime in realtà un altissimo rispetto della legge.
Naturalmente, non c'è niente di nuovo in questo tipo di disubbidienza civile. La si vede praticata in modo sublime in Shadrach, Meshach e Abednego e nel loro rifiuto ad ubbidire alle leggi di Nabucodonosor perché vi era implicata una più alta legge morale. Veniva praticata in modo sublime dai primi cristiani, che erano pronti ad affrontare leoni affamati e il dolore lancinante della decapitazione piuttosto che sottomettersi a certe leggi ingiuste dell'Impero Romano. In una certa misura oggi la libertà di pensiero è una realtà perché Socrate mise in pratica la disubbidienza civile.
Non dobbiamo mai dimenticare che tutto ciò che Hitler fece in Germania era legale, e che tutto ciò che fecero i combattenti per la libertà d'Ungheria era «illegale». Era «illegale» aiutare e consolare un ebreo nella Germania hitleriana. Ma sono certo che se fossi vissuto in Germania in quel periodo avrei aiutato e consolato i miei fratelli ebrei anche se era illegale. Se vivessi oggi in un paese comunista, dove certi principi cari alla fede cristiana sono soppressi, credo che difenderei apertamente chi disubbidisce a queste leggi antireligiose. Devo farvi due aperte confessioni, a voi miei fratelli cristiani e ebrei.

I "MODERATI"
Per prima cosa, debbo confessare che durante gli ultimissimi anni sono stato molto deluso del comportamento dei bianchi moderati. Sono quasi giunto alla deplorevole conclusione che la grande pietra di inciampo che il negro incontra nel suo cammino verso la libertà non è il membro del Consiglio dei Cittadini Bianchi e quello del Ku Klux Klan, ma il bianco moderato, devoto più dell'«ordine» che della giustizia; che preferisce una pace negativa, come l'assenza di tensione, a una pace positiva che si trova nella presenza della giustizia; che può dire senza sosta: «Sono d'accordo con voi nella mèta che perseguite, ma non concordo con voi nel metodo dell'azione diretta»; che paternalisticamente ritiene di dover caricare lui l'orologio della libertà per un altro uomo; che vive con il mito del momento giusto e che non smette mai di consigliare il negro di aspettare una «stagione più opportuna». Una comprensione superficiale da parte di persone di buona volontà è più frustrante che una incomprensione assoluta da parte di persone di cattiva volontà. Una tiepida accettazione confonde di più che non un rifiuto deciso.
Avevo sperato che i bianchi moderati capissero che la legge e l'ordine hanno lo scopo di stabilire la giustizia, e che quando ciò non accadesse diventano dighe pericolose che bloccano il fluire del progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati capissero che la presente tensione al Sud non è altro che una fase necessaria della transizione da una pace negativa e disgustosa, nella quale il negro accetta passivamente uno stato di cose ingiusto, a una pace positiva e sostanziale, nella quale tutti gli uomini rispettano la dignità e il valore della persona umana. In verità, noi che ci impegniamo nell'azione diretta non violenta non siamo creatori di tensione. Portiamo semplicemente alla superficie la tensione nascosta già esistente. La portiamo allo scoperto dove la si può vedere e la si può curare. Come un foruncolo che non si può curare se rimane chiuso in sé ma deve essere esposto con tutta l'oscenità del pus che contiene perché sia curato dalle medicine naturali dell'aria e della luce, anche l'ingiustizia deve essere esposta, con tutta la tensione che l'atto contiene, alla luce della coscienza umana e all'aria dell'opinione del paese prima che possa essere curata.
Nel vostro documento sostenete che le nostre azioni, per quanto pacifiche, debbono essere condannate perché fanno scatenare la violenza. Ma lo si può davvero, logicamente, affermare? Non è come se condannassimo il derubato perché il fatto di possedere del denaro ha provocato la cattiva azione del furto? Non é come se condannassimo Socrate perché la sua ostinata difesa della verità e il suo scavare da filosofo dentro le cose provocò l'opinione generale che si schierò contro di lui finché fu costretto a bere la cicuta? Non è come se condannassimo Gesù perché la personale coscienza di essere Dio e la sua indefettibile fedeltà a questa coscienza provocarono l'azione malvagia della crocifissione? Dobbiamo arrivare a capire che, come hanno coerentemente affermato i tribunali federali, è immorale sollecitare le persone a rinunciare ai loro basilari diritti costituzionali perché il loro esigerli provoca violenza. La società deve proteggere il derubato e punire il ladro.
Avevo anche sperato che i bianchi moderati non ricorressero al mito del momento. Questa mattina ho ricevuto una lettera da un fratello bianco del Texas che dice: «Tutti i cristiani sanno che le persone di colore riceveranno infine i loro uguali diritti, ma è possibile che ci sia in voi un eccesso di fretta religiosa. Ci sono voluti quasi duemila anni perché il cristianesimo conseguisse quello che ora ha. Ci vuole del tempo perché gli insegnamenti di Cristo giungano alla terra. Quello che qui si dice rivela un tragico fraintendimento del concetto di tempo, del momento. C'è l'idea stranamente irrazionale che nello scorrere del tempo ci sia qualcosa capace di curare qualsiasi male. In realtà il tempo è neutrale. Lo si può usare sia per distruggere che per creare. Mi sto convincendo che gli uomini di cattiva volontà hanno usato il loro tempo con assai maggiore efficacia che non gli uomini di buona volontà. Noi di questa generazione dovremo pentirci non semplicemente delle parole e delle azioni al vetriolo dei cattivi, ma anche dello spaventoso silenzio dei buoni. Dovremo arrivare a capire che il progresso umano non giunge su ruote silenziose, inevitabilmente. Giunge per lo sforzo indefesso e per l'operato persistente di uomini di buona volontà che cooperano con Dio; senza questo duro impegno il tempo diventa esso stesso alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo impiegare il tempo creativamente, e dobbiamo riconoscere che il tempo è sempre maturo quando si vuole agire bene. E' ora il momento di avverare la promessa della democrazia e di trasformare questa incombente elegia di tutto il paese in salmo vivificante di fratellanza. E' ora il momento di far uscire la politica nazionale del paese dalle sabbie mobili dell'ingiustizia razziale e portarla a poggiare sulla solida roccia della dignità umana.

LE DUE FORZE INTERNE ALLA COMUNITA' NEGRA

Avete parlato della nostra attività qui a Birmingham come di un estremismo. All'inizio mi ha deluso il fatto che voi, fratelli nel ministero ecclesiale, vedeste nei miei sforzi di non violento una forma di estremismo. Ho incominciato a pensare al fatto di trovarmi al centro di due forze opposte interne alla comunità negra. Una consiste in un senso di appagamento, che troviamo in quei negri che, in seguito a lunghi anni di oppressione, sono stati interamente svuotati di qualsiasi sentimento di rispetto di sé e dell'essere «persona», così che si sono adattati alla segregazione e sono diventati inconsciamente insensibili ai problemi delle masse. L'altra forza è fatta di risentimento e odio e giunge pericolosamente vicina alla violenza. La si trova espressa nei vari gruppi di nazionalisti neri che stanno sorgendo un po' dovunque nel paese, di cui il più grande e conosciuto è quello di Elijah Muhammad, il movimento musulmano. Questo movimento si nutre della frustrazione odierna dell'ininterrotta presenza della discriminazione razziale. Vi aderiscono persone che hanno perso la loro fede nell'America, che hanno ripudiato radicalmente il cristianesimo e che sono giunte alla conclusione che i bianchi sono irredimibili «demoni». Ho cercato di oppormi a queste due forze, dicendo che non è necessario seguire l'esempio di colui che si sente appagato e che «non fa nulla», oppure l'odio e la disperazione del nazionalista. Esiste anche la via più perfetta dell'amore e della protesta non violenta. Sono grato a Dio che, tramite la chiesa negra, sia entrata nella nostra lotta la dimensione della non violenza. Se non fosse sorta questa filosofia sono convinto che ora molte strade del Sud vedrebbero scorrere fiumi di sangue. E sono anche convinto che se i nostri fratelli bianchi etichetteranno come «mestatori» e «agitatori venuti da fuori» coloro tra di noi che operano servendosi dei canali dell'azione diretta non violenta, e si rifiuteranno di dare il loro appoggio ai nostri sforzi di non violenti, milioni di negri, per frustrazione e disperazione, cercheranno consolazione e sicurezza nelle ideologie dei nazionalisti neri, e questo condurrà inevitabilmente ad uno spaventoso incubo razziale.

"...CI ACCUSANO DI ESTREMISMO..."

Gli oppressi non possono rimanere oppressi per sempre. L'esigenza della libertà si farà infine sentire. E' quanto è successo al negro d'America. Qualcosa dentro di lui gli ha ricordato il suo diritto ad ereditare la libertà; qualcosa al di fuori di lui gli ha ricordato che la può conquistare. Consciamente e inconsciamente, è stato travolto da ciò che i tedeschi chiamano lo Zeitgeist, e con i suoi fratelli neri dell'Africa, e i fratelli scuri e gialli dell'Asia, del Sud America e dei Caraibi, si sta muovendo con un sentimento di necessità cosmica verso la terra promessa della giustizia razziale. Riconoscere questa esigenza vitale che ha sommerso la comunità negra significa anche capire il perché delle dimostrazioni. I negri hanno molti motivi di risentimento nascosto e di frustrazione latente. E li debbono manifestare. E quindi lasciate che per una volta scendano per le strade; lasciate che vadano in processioni di preghiera in municipio; cercate di capire perché devono organizzare dei sit-in e i loro «viaggi della libertà». Se le loro emozioni represse non si sfogano in questi modi non violenti, si sfogheranno in manifestazioni minacciose di violenza. La mia non è una minaccia; è un fatto che la storia può testimoniare. Per questo io non ho detto ai miei «liberatevi della vostra insoddisfazione», ma ho cercato di dire che questa insoddisfazione normale e salutare può essere canalizzata nella creatività dell'azione diretta non violenta. E adesso voi tacciate di estremismo questo modo di affrontare il problema. Sulle prime mi ha deluso sentirmi così classificato.
Ma, a mano a mano che pensavo alla cosa, sempre più incominciava a piacermi essere considerato un estremista.
Non era forse un estremista Gesù? «Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano con disprezzo».
Forse non era un estremista Amos, per amore della giustizia? «Che la giustizia scorra come un torrente e l'onestà come un fiume possente». Non era forse un estremista Paolo, per amore del vangelo di Gesù Cristo? «Porto nel mio corpo i segni del Signore Gesù». Non era forse un estremista Martin Lutero? «In questo io credo; non posso fare altro, e così Iddio m'aiuti». Non era forse un estremista John Bunyan? «Rimarrò in prigione fino alla fine dei miei giorni piuttosto che massacrare la mia coscienza». Non era forse un estremista Abramo Lincoln? «Questa nazione non potrà vivere per metà schiava e per meta libera». Non era forse un estremista Thomas Jefferson?
«Noi giudichiamo ovvie queste verità, che tutti gli uomini sono creati uguali». Perciò non domandate se noi siamo estremisti, ma di quale estremismo siamo. Saremo estremisti dell'odio o saremo estremisti dell'amore? Saremo estremisti del mantenimento dell'ingiustizia, o saremo estremisti della causa della giustizia?
Nella drammatica scena del monte Calvario, furono crocifissi tre uomini. Non dobbiamo dimenticare che furono tutti e tre crocifissi per lo stesso crimine: il crimine dell'estremismo. Due erano stati estremisti dell'immoralità, e perciò stavano in basso nel complesso di quella scena. L'altro, Gesù Cristo, era stato un estremista per la causa dell'amore, della verità e della bontà e perciò stava elevato nel complesso di quella scena. Forse, quindi, il Sud di questo paese ha, dopo tutto, un bisogno tremendo di qualche estremista creativo, e così il paese stesso e il mondo.
Avevo sperato che i bianchi moderati capissero tutto ciò. Ma forse peccavo di eccessivo ottimismo. Forse mi aspettavo troppo. Credo che avrei dovuto sapere che pochi sono i rappresentanti di una razza che ha oppresso un'altra razza che siano anche capaci di capire o interpretare i profondi lamenti e le espressioni accorate di coloro che sono stati oppressi e in numero ancora minore sono quelli che posseggono la luce che rivela che l'ingiustizia dev'essere sradicata con un'azione forte, persistente e determinata. Sono tuttavia riconoscente verso quelli tra i nostri fratelli bianchi che hanno compreso il significato di questa nostra rivoluzione sociale e vi si sono dedicati. Sono sempre in numero troppo piccolo, ma per qualità sono grandissimi. Alcuni, come Ralph McGill, Lilian Smith, Harry Golden e James Dabbs hanno scritto di questa nostra lotta con parole eloquenti, profetiche e intelligenti. Altri hanno marciato con noi lungo anonime strade del Sud. Hanno languito in prigioni immonde e piene di scarafaggi, subendo gli insulti e la brutalità di poliziotti irati che li vedono come «sporchi amici dei niggers». Diversamente da tanti loro fratelli e sorelle moderati, hanno riconosciuto l'urgenza del momento e sentito il bisogno di poderosi antidoti di «azione» per combattere questa malattia che è la segregazione.

UNA CHIESA CHE DELUDE

Permettetemi di procedere rapidamente a menzionare l'altra mia delusione. Mi ha fortemente deluso l'atteggiamento della chiesa bianca e delle sue guide. Certo, ci sono eccezioni importanti. Non ho dimenticato il fatto che tutti voi avete preso posizioni significative sulla questione. Apprezzo lei, Reverendo Stallings, per la posizione che ha espresso domenica scorsa, accogliendo i negri alla sua funzione, in contrasto con le norme della segregazione. Apprezzo i capi della chiesa cattolica di questo stato per avere fatto dello Springhill College una Scuola integrata già anni fa.
Ma nonostante queste notevoli eccezioni, debbo onestamente ripetere di essere stato deluso dalla chiesa. Non lo dico come uno di quei critici che hanno sempre da ridire della chiesa. Lo dico come ministro del vangelo, che ama la chiesa; che e stato nutrito dal suo seno; che ha tratto forza dalle sue benedizioni spirituali e che le rimarrà fedele fino a quando si estenderà il cordone della sua vita.
Quando mi trovai improvvisamente catapultato alla guida della protesta degli autobus a Montgomery, anni fa, avevo lo strano presentimento che avremmo avuto l'appoggio della chiesa bianca. Sentivo che i ministri bianchi, i preti, i rabbini del Sud sarebbero stati tra i nostri alleati più convinti. Alcuni, invece, si sono dimostrati oppositori decisi, rifiutandosi di capire il movimento per la libertà e falsificando la personalità dei suoi leader; altri, anche troppi, sono stati più cauti che coraggiosi, e se ne sono rimasti zitti dietro l'anestetico rassicurante delle vetrate delle loro chiese.
Nonostante i miei sogni infranti del passato, sono venuto a Birmingham con la speranza che la guida religiosa dei bianchi di questa comunità avrebbe compreso la giustizia della nostra causa e, con profonda partecipazione morale, si sarebbe presentata come il canale tramite il quale la consapevolezza dei torti che noi subiamo sarebbero giunti all'attenzione della struttura del potere. Avevo sperato che ciascuno di voi avrebbe capito. Ma un'altra volta sono stato deluso. Ho sentito numerosi leader religiosi del Sud chiedere ai loro fedeli di rispettare la sentenza sulla abolizione della segregazione perché così vuole la legge, mentre il mio desiderio era che i ministri bianchi dicessero: «Rispettate questo decreto perché l'integrazione è moralmente giusta e il negro è vostro fratello».
Nel pieno di una situazione di flagranti ingiustizie inflitte ai negri, ho visto le chiese dei bianchi starsene ai margini e limitarsi a pronunciare pie parole insignificanti e banalità bigotte. Nel pieno di una lotta intesa a liberare il nostro paese dall'ingiustizia razziale e economica, ho sentito molti ministri dire: «Si tratta di questioni sociali nei confronti delle quali il vangelo non ha in effetti nulla da dire», e ho visto moltissime chiese limitarsi rigorosamente ad una religione dell'oltremondano, che faceva una strana separazione tra il corpo e l'anima, tra il sacro e il secolare.
Eccoci quindi procedere verso l'uscita dal ventesimo secolo con una comunità religiosa in linea di massima allineata su posizioni di status quo, fanalino di coda di altre organizzazioni, piuttosto che essere il faro che guida gli uomini a più elevati obiettivi di giustizia.
Ho percorso in lungo e in largo l'Alabama e tutti gli altri stati del Sud. Nei giorni soffocanti dell'estate e nelle mattine pungenti dell'autunno ho guardato le belle chiese con quei loro alti campanili rivolti al cielo. Ho osservato le estensioni imponenti delle scuole delle chiese. Continuamente mi ritrovavo a chiedermi: «Quali persone vengono qui ad adorare? Quale è il loro Dio? Dove articolavano le loro voci quando il governatore Barnett snocciolava parole di veto e di annullamento? Dov'erano quando il governatore Wallace dava fiato alle trombe della sfida e dell'odio? Dove articolavano le loro voci di simpatia, quando uomini e donne negri, stanchi, picchiati, scoraggiati decidevano di uscire dalle oscure segrete dell'essere contenti di come stanno le cose per uscire alla luce della protesta creativa?
Sì, queste domande sono ancora in me. Con una grande delusione, ho pianto sulla negligenza della chiesa. Ma rassicuratevi, perché queste mie sono lacrime d'amore. Non può esserci delusione cocente se non c'è amore. Sì, io amo la chiesa; ne amo i sacri muri. Come potrei fare altrimenti? Mi trovo nella posizione molto singolare di essere figlio, nipote e pronipote di predicatori. Sì, io vedo la chiesa come il corpo di Cristo. Ma, ah!, come abbiamo macchiato e ferito questo corpo, con la negligenza sociale e il timore di essere nonconformisti!
Ci fu un tempo in cui la chiesa era poderosa. Fu durante quel periodo che i primi cristiani si rallegravano quando venivano considerati degni di soffrire per ciò in cui credevano. In quegli anni la chiesa non era soltanto un termometro, ma registrava le idee e i principi dell'opinione popolare; era un termostato che trasformava i costumi della società. Ogni volta che i primi cristiani entravano in una città, la struttura del potere se ne sentiva disturbata e cercava immediatamente di imprigionarli, perché diceva di loro che erano «disturbatori della quiete pubblica» e «agitatori venuti da fuori». Eppure essi continuavano nella loro certezza di essere «comunità venuta dal cielo» e continuavano a ubbidire a Dio piuttosto che all'uomo. Erano pochi di numero, ma molti nell'impegno. Erano troppo ubriachi di Dio per poter essere «impauriti dagli astri». Posero fine a quei mali antichi che erano l'infanticidio e il combattimento tra i gladiatori.
Ora le cose sono diverse.
La chiesa contemporanea si dimostra spesso debole, voce inefficace dal timbro incerto. Così, spesso, si manifesta come estrema sostenitrice dello status quo. Ben lontana dall'essere intimidita dalla presenza della chiesa, la struttura del potere di una comunità media si sente consolata dalla tacita e talora espressa sanzione della chiesa, che accetta le cose così come stanno.
Ma il giudizio di Dio sta sopra la chiesa come non mai prima. Se la chiesa di oggi non recupera lo spirito sacrificale della chiesa primitiva, perderà la sua autenticità, si alienerà la fede di milioni di persone e sarà trattata alla stregua di una qualsiasi associazione priva di qualunque rilevanza nel ventesimo secolo. Incontro ogni giorno giovani la cui delusione nei confronti della chiesa giunge anche ad essere vero e proprio disgusto.
Forse sono stato un'altra volta troppo ottimista.
Forse una religione organizzata si lega troppo intimamente con lo status quo, tale da diventare inutile per la salvezza del paese e del mondo? Forse dovrei volgere la mia fede verso la chiesa spirituale interiore, quella chiesa dentro la chiesa come unica vera ecclesia e speranza del mondo.
Ma ancora una volta ringrazio il Signore perché alcune anime nobili tra i ranghi della religione organizzata si sono liberate dalle catene paralizzanti del conformismo e si sono unite a noi come operatori attivi nella lotta per la libertà. Hanno lasciato le loro tranquille congregazioni e hanno marciato con noi per le strade di Albany, nella Georgia. Hanno percorso le strade del Sud in tortuosi viaggi della libertà. Sì, sono state in prigione con noi. Alcuni sono stati cacciati dalle loro chiese e hanno perduto l'approvazione dei loro vescovi e dei loro compagni nel ministero. Ma hanno proceduto con la convinzione che la giustizia sconfitta è più forte del male trionfante. Questi uomini sono stati lievito nella massa della loro comunità. La loro testimonianza è stata il sale spirituale che ha mantenuto la verità del vangelo in questi anni tormentati. Hanno scavato un tunnel di speranza dentro la scura montagna della delusione.

UN OBIETTIVO: LA LIBERTA'

Io spero che la chiesa intera affronterà la sfida di quest'ora decisiva. Ma anche se la chiesa non viene in soccorso della giustizia, non dispero del futuro. Non ho alcun timore riguardo all'esito della nostra lotta qui a Birmingham, anche se le nostre ragioni, in questo momento, sono fraintese. Conseguiremo il nostro obiettivo di libertà qui a Birmingham e in tutta la nazione, perché la libertà è l'obiettivo dell'America intera. Prima che i Padri Pellegrini sbarcassero a Plymouth noi già eravamo in questo paese. Prima che la penna di Jefferson tracciasse sulle pagine della storia le parole maestose della Dichiarazione di Indipendenza, noi già eravamo in questo paese. Per più di due secoli i nostri antenati lavorarono duramente su queste terre senza essere remunerati; il cotone fu il loro re; costruirono le case dei loro padroni, vittime di una ingiustizia brutale e sottoposti a umiliazioni terribili: e tuttavia, sostenuti da una vitalità immensa, continuarono a progredire e a prosperare. Se le indicibili crudeltà della schiavitù non sono bastate a fermarci, non ci fermerà certo l'ostilità che ci sta ora davanti. Ci conquisteremo la libertà perché il sacro retaggio della nostra nazione è la volontà eterna di Dio si trovano incarnati nelle cose che chiediamo.
Ora debbo concludere. Ma prima di farlo mi sento costretto a fare menzione ancora di un altro passo del vostro documento che mi ha profondamente turbato. Voi lodate con convinzione la polizia di Birmingham per essere riuscita a mantenere l'«ordine» e a «impedire la violenza». Non credo che l'avreste tanto lodata se aveste visto i loro cani addentare letteralmente sei negri disarmati e non violenti. Non credo che lodereste con tanta prontezza i poliziotti se osservaste il loro aspro e inumano trattamento dei negri nella prigione di questa città; se li vedeste spintonare e insultare donne negre vecchie e giovani; se li vedeste schiaffeggiare e prendere a calci uomini e ragazzi negri; se li osservaste, com'è accaduto in due occasioni, rifiutarsi di darci da mangiare perché volevamo cantare insieme le nostre preghiere. Mi dispiace di non potermi unire a voi in queste vostre lodi del dipartimento di polizia.
E' vero che, nel controllo pubblico dei dimostranti, si sono comportati con disciplina. In questo senso sono stati «non violenti» in pubblico. Ma per quale motivo? Per mantenere il sistema malvagio della segregazione. Durante gli ultimissimi anni ho coerentemente predicato che la non violenza esige che i mezzi che impieghiamo siano puri quanto i fini che ci proponiamo. Ho perciò cercato di rendere ben chiaro che è sbagliato usare mezzi immorali per conseguire fini morali. Ma debbo ora affermare che e altrettanto sbagliato, e forse ancora di più, usare mezzi morali per persistere in fini immorali. Forse Eugene Connor e i suoi poliziotti sono stati non violenti in pubblico per mantenere il fine immorale di una flagrante ingiustizia razziale. T. S. Eliot ha detto che non esiste tradimento più grande di quello del fare la cosa giusta per la ragione sbagliata.
Vorrei piuttosto che aveste lodato i negri nei loro sit-in e quelli che dimostrarono a Birmingham per il loro coraggio sublime, la loro disponibilità a soffrire e la loro sorprendente disciplina in risposta diretta a una disumana provocazione. Un giorno il Sud riconoscerà i suoi veri eroi. Saranno i James Meredith, che con coraggio e con una grande determinazione affrontarono folle ostili e che li schernivano, e la lancinante solitudine che caratterizza la vita del pioniere. Saranno le vecchie, oppresse e picchiate donne negre simboleggiate dai settantadue anni della donna di Montgomery in Alabama che si levò con grande senso di dignità e decise, insieme con la sua gente, di non servirsi dei pullman in cui veniva applicata la segregazione, e che rispose a uno che le chiedeva se fosse stanca, con la sua stentata grammatica: «Ho i piedi stanchi, ma la mia anima è riposata». Saranno gli studenti delle scuole e delle università, i giovani ministri del vangelo e una folla di altri più anziani che, con coraggio e senza violenza, presero posto nei ristoranti, disposti ad andare in prigione per stare in pace con la loro coscienza. Un giorno il Sud saprà che quando questi diseredati figli di Dio si sedettero nei ristoranti si misero in verità in piedi in difesa del meglio che si trova nel sogno americano e dei sacri valori della tradizione giudaico-cristiana, e così riportarono l'intera nazione a quelle fonti della democrazia che erano state scavate profonde dai nostri Padri Fondatori nella formulazione della Costituzione e nella Dichiarazione di Indipendenza.

CONCLUSIONE

Non mi era mai accaduto di scrivere una lettera così lunga prima d'ora (o forse dovrei dire un libro). Temo che sia troppo lunga per il vostro tempo prezioso.
Ma vi posso assicurare che sarebbe stata molto più breve se avessi scritto da una comoda scrivania; e invece che cosa si può fare, quando sei solo per giorni interi nella piatta monotonia di una cella angusta, se non scrivere lunghe lettere, meditare pensieri strani, e pregare a lungo?
Se in questa lettera ho detto qualcosa che assomiglia ad una verità un po' enfatica e che rivela un grado irragionevole di impazienza, vi prego di perdonarmi. Se in questa lettera ho detto qualcosa che assomiglia ad una verità non pienamente espressa e che rivela quindi in me una pazienza che non è la pazienza della fratellanza, prego Dio di perdonarmi.
Spero che questa lettera vi trovi forti nella fede. Spero anche che le circostanze mi rendano presto possibile incontrarvi, ciascuno di voi, non come uno che lotta per l'integrazione o per i diritti civili, ma come ministro del vangelo come voi siete, e fratello nel cristianesimo. Speriamo tutti che le scure nubi del pregiudizio razziale passino presto e che la spessa nebbia dell'incomprensione si sollevi dalle nostre comunità intrise di paura, e che in un domani non troppo lontano le stelle radiose dell'amore e della fratellanza risplendano sopra la nostra grande nazione in tutta la loro scintillante bellezza.
Il vostro, nella causa della pace e della fratellanza,

Martin Luther King


Testo scritto il 16 aprile 1963, a Birmingham, durante la prigionia per aver partecipato a dimostrazioni per i diritti civili.

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