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At 2, 1-13: PIENI DI SPIRITO SANTO

GIM Venegono - Ottobre 2007

     

PIENI DI SPIRITO SANTO      -     Atti 2, 1-13


Il contesto storico, sociale, culturale.

Il contesto letterario: il percorso di Luca (gli atti di Gesù e gli atti della comunità).
Il testo di Lc 24, 44-49 introduce al testo degli Atti:
    - Dall’esperienza dell’esodo e della liberazione alla legge di libertà e uguaglianza.
    - La profezia a servizio del popolo: annuncio del regno e denuncia dei soprusi.
    - Salmi: il discepolo trasforma la vita in preghiera e la preghiera diventa vita vissuta.

Il contesto degli Atti

Il nostro tempo/realtà

 

PENTECOSTE

Un’esperienza “carismatica” dello Spirito Santo che porta ad un cambiamento radicale:

- Il nuovo popolo di Dio, che pone le sue radici nell’esperienza pasquale: Gesù morto e risorto, Signore della storia.
- Dalla schiavitù della legge alla libertà dell’amore. Nasce uno stile nuovo di vivere la relazione con l’altro.
- Un processo di liberazione e conversione che coinvolge tutti e ogni popolo; è la nuova alleanza che porta alla convivialità delle differenze.
- Ora non più al centro il tempio ma in Gesù risorto l’umanità nuova è il tempio dello spirito santo. UMANITA’ NUOVA: l’amore liberante che permette cammini di giustizia, di riconciliazione, di condivisione e comunione.
- Sorge la comunità nuova:

• Si riunisce attorno al pane spezzato 
• condivide la preghiera
• si ritrova nelle case sottolineando la dimensione domestica/famigliare della fede
• spezza il pane con i poveri e gli esclusi proponendo un modello di società alternativa al sistema di sfruttamento

I segni della pentecoste: I riferimenti biblici

 Vento, fuoco, fragori (riferimento all’esperienza del Sinai, dove la TEOFANIA di Dio si manifestò con segni prodigiosi). È la nuova alleanza nel risorto.

 Lingua che tutti comprendono: la divisione di Babele è superata (i popoli divisi non si capiscono), ora l’umanità torna a capirsi. La nuova lingua è quella dell’amore.

 Tutti li udiamo parlare e li intendiamo: è la nuova comunità che mette al centro la condivisione dei beni.

Soltanto la discesa dello spirito sulla comunità riunita in preghiera, dove trova spazio la condivisione e la frazione del pane, consente di annunciare il risorto dentro la storia.
La comunità riconosce che la profezia e la testimonianza della buona novella sono dono dello spirito.

   
La nostra pentecoste oggi
     

“il giorno di Pentecoste stava per finire”

Luca evidenzia questo fatto. Il giorno è compiuto. È allusione al fatto che Gesù iniziando la sua predicazione annuncia che il regno è già compiuto, è già presente perché il regno è lui stesso. Nella nostra storia e in questo tempo, lo stesso regno si realizza nella proposta della vita comune. Perché radunata dallo stesso spirito che ha fatto risorgere Gesù, che in qualche modo ancora oggi risorge nella testimonianza della comunità.
Nell’A.T. la pentecoste ricordava la festa agricola della mietitura e delle primizie. In seguito si celebrava 50 giorni dopo la festa di PESAH (pasqua = passaggio), ricordo del passaggio del mar Rosso (memoria della liberazione). Dopo la pasqua di Gesù la pentecoste è un richiamo alla nuova alleanza nella sua morte e risurrezione.
Anche oggi, siamo invitati a radunarci attorno allo spirito del risorto che nella condivisione della preghiera, dello spezzare il pane (eucaristia), nell’accoglienza dei più deboli, ci manifesta come presenza di Dio.

“Venne all’improvviso…”

sono manifestazioni esteriori legate alla tradizione biblica della teofania (cioè la manifestazione di Dio). Cioè la comunità dei credenti legge questi segni come una rivelazione della presenza di Dio. Ma senza una dinamica di fede rimangono solamente manifestazioni.
Ma questa rilettura è possibile solo in ambito di un cammino di fede, senza la quale anche i fatti più straordinari non sono riconducibili alla presenza di Dio. Uno di fronte alla resurrezione dei morti dovrebbe immediatamente credere e convertirsi, ma sappiamo che neanche Gesù ha potuto cambiare l’ipocrisia e l’incredulità di molti della sua gente. Solo la fede ci consente di scoprire nella storia il luogo della manifestazione di Dio. Così come la prima comunità di Gerusalemme.

“Apparvero loro come lingue di fuoco…”

la comunità riunita nella casa (OIKIA = casa), luogo d’incontro delle prime comunità espulse dalla sinagoga e timorose della persecuzione dei giudei, è scaldata dal fuoco dello spirito che trasforma il cuore e rende possibile la nuova comunione, superando paure e esitazioni. Ciascuno è ricolmo dello stesso spirito, che agisce in modo assolutamente unico, e che rende possibile il superamento della diversità. È il nuovo linguaggio dell’amore, un amore che convoca e riunisce, che sollecita l’accoglienza e la riconciliazione. Si tratta della comunità nuova dei credenti.

“Si trovavano allora in Gerusalemme giudei convertiti…”

la comunità riunita dallo spirito non può trattenere il dono per sé. La gratuità spinge alla condivisione. Attratti da quel fragore, i giudei osservanti sono coinvolti da questo nuovo fenomeno che ha marcato la prima comunità (che a un certo punto ha avuto coraggio di uscire dalle case dove stavano rinchiusi per paura – Gv 20,19).
Lo stupore è enorme perché gli effetti di quella manifestazione/teofania sono straordinari: la CONVIVIALITA’ DELLE DIFFERENZE. È questa la risposta alla dispersione di Babele e alla dispersione che contraddistingue anche il nostro tempo. È il nuovo modo, reale e concreto di seguire il risorto: è la via della condivisione, della solidarietà, della comunità dei credenti come luogo della presenza di Dio (cf. At 2,42-44).
Ma è anche proposta concreta per noi oggi. La comunità è già presenza di Dio perché in essa a tutti è possibile trovare spazio di accoglienza e partecipazione. Come direbbe Jean Vanier: “La comunità è luogo della festa e del perdono”, l’ambito dove si tessono relazioni significative e si offrono possibilità di vita piena per tutti.
Potremmo dire che la comunità diventa risposta all’individualismo e l’egoismo del potere militare di Roma; contro lo sfruttamento del potere religioso del tempio; contro l’ipocrisia del potere dei farisei che caricano di fardelli il popolo più semplice e abbandonato.

La comunità, oggi, è lo spazio di risposta alla solitudine del nostro tempo. È risposta nella condivisione (spezzare il pane insieme) alla logica di sfruttamento e di esclusione dell’attuale sistema economico del libero mercato.
La comunità è lo spazio dove ciascuno si deve sentire accolto per quello che è, per ciò che può fare, con particolare attenzione ai più deboli.
La comunità è il luogo dove coltivare la speranza e rendere possibile il sogno del Regno, che può realizzarsi solo se tutti e tutte ne fanno parte.
La comunità è lo spazio dove, insieme, è possibile fare scelte profetiche di annuncio e di denuncia, perché sia realmente praticata la giustizia, il rispetto dei diritti fondamentali dell’umanità. “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in più”.

“Siamo Parti, Elamiti, Medi, …”

Il lungo elenco dei popoli è il segno di un progetto/sogno di Dio di un mondo dove tutti i popoli possano realmente vivere in pace, nella concordia, e dove tutti possano avere acceso alle ricchezze del creato in modo giusto e sostenibile. Il VILLAGGIO GLOBALE è uno spazio ancora da costruire ma è l’unica via percorribile perché “tutti abbiano la vita in abbondanza”.
Quel linguaggio inteso da tutti è quello che si ascolta a Taizè, per esempio, dove cristiani di tutte le professioni si ritrovano a pregare insieme.
È il linguaggio che si parla a Neve Shalom/What-at-salam (Palestina) dove da decenni ebrei, mussulmani e cristiani vivono insieme senza ammazzarsi.

E allora, ecco che avviene il miracolo, da tutti compreso e accettato. Ma con l’attenzione anche di accettare e rispettare chi non vuole partecipare a questo sogno grande di un’umanità nuova e che confonde il segno con una debolezza umana (questi uomini sono tutti ubriachi!).

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