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GIM: Camminiamo in ascolto di Gesù di Nazareth

estate 2004

 

 

Spunti di riflessione e provocazioni dal Vangelo di Matteo

 

Spunti per un campo di spiritualità con giovani -

 Camminiamo in ascolto di Gesù di Nazareth e sulle tracce di testimoni di oggi

 

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1° giorno

 

Riflessione sulla parola: CHI SIAMO? (Mt 10, 1-4)

 

1. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità.

       2. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, 3. Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, 4. Simone il Cananeo e Giuda lÂ’Iscariota, che poi lo tradì.

-         Dodici persone chiamate per nomeÂ… e qual è il tuo nome? Qual è la storia che ti porta fino a qui? Chi sei tu agli occhi di Gesù?

-         Dodici, ma chiamati a coppie: perché Gesù ci invia sempre a due a due? Qual è la mia comunità? A cosa serve?

-         Dodici come le dodici tribù della storia di Israele: le attese di un popolo intero si posano su di meÂ… Che storia stiamo vivendo? Quali sono le attese dei popoli di oggi?

 

TESTIMONIANZA

Il rapimento di sette monaci Trappisti di Nostra Signora dell'Atlante

(Algeria)

 

La notte di Natale del 1993 fu per la comunità di Nostra Signora dell'Atlante a Tibhirine un momento decisivo e di grande intensità spirituale. Consideriamo innanzitutto il contesto. All'inizio dell'anno 1992 l'interruzione del processo elettorale aveva portato l'Algeria a una situazione molto precaria, con la soppressione del FIS come partito politico, la detenzione dei suoi dirigenti e la successiva creazione di diversi gruppi armati, in particolare il GIA. Il 14 dicembre 1993 dodici croati cattolici, conoscenti dei monaci erano stati sgozzati a Tamesguida, a qualche chilometro dal monastero.

In quel contesto, qualche giorno dopo, la sera del 24 dicembre 1993, dopo il pasto serale, un gruppo armato composto da sei seguaci dell'Islam si presentò al monastero. Il capo del gruppo l'emiro Sayah Attiya, era noto come un terrorista terribilmente violento. Era lui il responsabile della morte dei croati e secondo le forze di sicurezza avrebbe sgozzato 145 persone. Il suo dialogo con Padre Christian, superiore della comunità di Tibhirine fu eccezionale. Padre Christian, appellandosi al Corano gli disse che il monastero era un luogo di preghiera in cui nessuna arma era mai penetrata ed esigette che la conversazione avesse luogo all'esterno del monastero. Attiya accettò. Quest'ultimo presento ai monaci, in quanto "religiosi" come lui e come il suo gruppo islamista, tre richieste di cooperazione. Christian rispose ad ognuna di esse dicendo che non era possibile; ogni volta che Attiya diceva: "non potete scegliere", Padre Christian rispondeva: "sì, possiamo scegliere". Attiya parti dicendo che avrebbe inviato i suoi emissari con una parola d'ordine. Al momento della sua partenza, Christian gli disse: "Lei è venuto qui armato mentre noi ci preparavamo a celebrare il Natale, la solennità del Principe della Pace". Attiya rispose: "scusatemi, non lo sapevo".

Il miracolo fu che non solo Sayah Attiya ripartì quella sera senza sgozzare o trattare brutalmente i monaci, ma anche che non tornò né mandò i suoi emissari. I monaci non comprarono mai la loro sicurezza con concessioni, né legittimarono alcuna violenza tuttavia per essi qualunque persona, anche un terrorista, restava una persona umana degna di comprensione.

Quando più tardi l'amministrazione algerina volle imporre al monastero una protezione militare armata, la comunità la rifiutò decisamente adducendo la stessa motivazione: le armi non possono entrare in un luogo di preghiera e di pace.

Dopo questa visita del Natale 1993, la comunità discusse a lungo sull'atteggiamento da assumere. Si pensò seriamente di abbandonare il luogo. Infine, dopo aver pregato dialogato ed essersi concertati, si decise di restare per il momento, prospettando la possibilità di rifugiarsi rapidamente ad Algeri o in Marocco se la situazione fosse divenuta più pericolosa.

Nel corso dei due anni che seguirono, undici religiosi della Diocesi di Algeri furono assassinati in cinque attentati diversi. Ogni volta i monaci di Tibhirine si posero nuovamente la domanda: bisogna partire o rimanere? Ogni volta decisero di restare. Fu una decisione presa sempre nella preghiera e nel dialogo: decisione lucida, coraggiosa, serena e unanime. Nessuno di essi "desiderava” il martirio. Christian, parlando a un gruppo di laici, poco prima del suo rapimento, disse che un tale desiderio sarebbe stato un peccato poiché significava desiderare che un "fratello terrorista" peccasse contro il precetto divino "non uccidere". La sua preghiera quotidiana nel corso degli ultimi mesi fu: "Signore, disarmami e disarmali".

Perché restare? Semplicemente per fedeltà alla loro vocazione di essere un'umile presenza contemplativa cristiana in terra d'Algeria, avendo la Chiesa il diritto e il dovere di essere presente sia in circostanze eccezionali sia in situazioni normali. Fedeltà anche verso tutti gli algerini con i quali avevano stabilito da oltre sessant'anni vincoli di solidarietà e di amicizia. Fedeltà soprattutto al popolo che li circondava e che sembrava protetto da ogni sorta di angheria, da una parte e dall'altra, dalla totale neutralità dei monaci.

Io ho avuto l'occasione di visitarli nel gennaio del 1996, due mesi prima del rapimento. Ciò che mi ha più colpito è stata la loro serenità. Essi non giocavano a fare gli eroi e alcuni non nascondevano una certo timore. Ciò che li aveva sempre "salvati" in quella circostanza era stato di continuare una vita monastica normale, con il suo equilibrio fra lavoro manuale, lettura della Parola di Dio e Officio divino.

Il monastero di Tibhirine era diventato, nel corso degli anni, un luogo di dialogo fra cristiani e musulmani. Ciò fu il frutto di un'evoluzione naturale e non di qualcosa di programmato. e monastero è un luogo di preghiera, e i monaci sono sempre stati rispettosi verso la popolazione, la cultura e la religione locali. Un gruppo di musulmani profondamente religiosi iniziò pian piano a frequentare il monastero. Si costituì un gruppo di dialogo fra cristiani e musulmani, il Ribat (parola araba che significa "legame"), gruppo che si riuniva regolarmente nel monastero per pregare e scambiare opinioni (tre degli undici missionari assassinati in questi ultimi anni erano membri di questo gruppo). La notte di Natale del 1995 sei musulmani dei dintorni festeggiarono insieme ai monaci.

Al momento in cui scrivo questo articolo i sette frati di Nostra Signora delI'Atlante sono scomparsi da due settimane e noi non abbiamo ancora ricevuto notizie. Continuiamo a sperare che torneranno tutti vivi. Non è assolutamente pensabile che, nelle circostanze attuali essi possano ritornare al loro monastero.

Se i monaci avessero deciso di lasciare Tibhirine nel corso degli ultimi anni ciò sarebbe stato un duro colpo per la popolazione locale, per la Chiesa di Algeri e per il suo Pastore. Ma essi si sono rifiutati di farlo, con coraggio e con lucidità.

 

 

 

 

2° giorno

 

 

Riflessione sulla parola: COME CAMMINARE? (Mt 10, 5-15)

 

 

5. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti:  Â“Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6. rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa dÂ’Israele. 7. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, 10. né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché lÂ’operaio ha diritto al suo nutrimento. 11. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. 12. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 13. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. 14. Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. 15. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

 

-         Qual è il consiglio che ti colpisce di più, che senti più rivolto a te? Perché?

-       Le caratteristiche del discepolo: occhi fissi sulla meta – speranza – senso della provvidenza e della condivisione – uomo in pace e uomo di pace – dipendenza dagli altri - coraggio della profezia

 

 

 

 

TESTIMONIANZA

Processo di Norimberga o rimozione totale? La via dellÂ’ubuntu

(Desmond Tutu, Sudafrica)

 

“La via da noi scelta è profondamente conseguente ad una visione africana del mondo, quella che noi conosciamo con il nome di ubuntu nel gruppo linguistico nguni, o di botho nelle lingue sotho. Che cosa ha spinto tanta gente a scegliere di perdonare invece di reclamare il castigo, a essere magnanima  e disposta alla clemenza invece di dar libero sfogo alla vendetta?

Ubuntu e' molto difficile da rendere in una lingua occidentale. E' una parola che riguarda l'intima essenza dell'uomo. Quando vogliamo lodare grandemente qualcuno, diciamo: "Yu, u nobuntu" - "il tale ha ubuntu". Ciò significa che la persona in questione e' generosa,accogliente,benevola,sollecita, compassionevole; che condivide quello che ha. E' come dire: "La mia umanità e' inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua". Facciamo parte dello stesso fascio di vita. Noi diciamo: "Una persona e' tale attraverso altre persone". Non ci concepiamo nei termini "penso dunque sono", bensì: "Io sono umano perché appartengo, partecipo, condivido". Una persona che ha ubuntu e' aperta e disponibile verso gli altri, riconosce agli altri il loro valore, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano buoni e bravi, perché ha una giusta stima di sé che le deriva dalla coscienza di appartenere a un insieme più vasto, e quindi si sente sminuita quando gli altri vengono sminuiti o umiliati, quando gli altri vengono torturati e oppressi, o trattati come se fossero inferiori a ciò che sono. L'armonia, la benevolenza, la solidarietà sono beni preziosi. E per noi il bene piu' grande e' l'armonia sociale.” 

 

La testimonianza di una vittima

La testimonianza di una vittima a cui un poliziotto sparò in faccia rendendolo cieco: "Sento che il  fatto di essere qui e di aver raccontato la mia storia mi ha come ridato la vista. Mi sembra che per tutto questo tempo la cosa che mi ha fatto star male sia stata il fatto di non aver potuto raccontare ciò che ho vissuto. Ma ora, avervi raccontato la mia storia è come se mi avesse guarito."

 

La speranza di cambiare

“Molto spesso, come membri della Commissione, siamo rimasti sgomenti nel constatare a quali abissi di depravazione può spingersi lÂ’essere umano; molti di noi ritenevano che chi può compiere azioni così vigliaccamente mostruose per forza debba essere un mostro. Ma la teologia dice che le cose sono diverse. La teologia mi ha spesso ricordato che, per quanto un atto sia diabolico, non significa che sia un diavolo chi lo compie. Il nostro lavoro ci poneva di fronte alla necessità di distinguere tra lÂ’atto e lÂ’attore, tra il peccato e il peccatore. Pur odiando e condannando il peccato, dovevamo sviluppare compassione per il peccatore; se avessimo pensato che gli autori dei crimini si ponevano al di là di ogni condizione umana in quanto erano diavoli e mostri, non avremmo fatto altro che gettare alle ortiche il concetto di responsabilità, perché sarebbe equivalso ad affermare che non avevano i requisiti morali per poter essere ritenuti responsabili dei loro atti. Ma, quel che più conta, avrebbe significato che rinunciavamo alla speranza di vederli cambiare per il meglio. La teologia diceva  che, nonostante lÂ’atrocità dei loro atti, essi rimanevano sempre figli di Dio, capaci di pentirsi e di cambiare. Se non avessimo creduto in questa premessa avremmo potuto chiudere i battenti, perché lÂ’efficacia del sistema creato dalla Commissione si basava proprio sul fatto che le persone potessero cambiare, potessero riconoscere i loro errori e provarne pentimento, o perlomeno rimorso, e quindi ad un certo punto essere spinti a confessare e chiedere perdono per la propria viltà e prepotenza. In ogni caso se venivano qualificate come mostri, non erano in grado di impegnarsi per un processo così profondamente umano come quello della riconciliazione.”

 

 

 

 

 

 

3° giorno

 

Riflessione sulla parola: CON CHI CAMMINARE? (Mt 10, 16-33)

 

 

 

 

16. Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 17. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18. e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: 20 .non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

       21. Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. 22. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. 23. Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in unÂ’altra; in verità vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dellÂ’uomo.

       24. Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; 25. è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!

   26. Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. 27. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate allÂ’orecchio predicatelo sui tetti. 28. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere lÂ’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e lÂ’anima e il corpo nella Geenna. 29. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.

       30. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31. non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!

      32. Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anchÂ’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33. chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anchÂ’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

 

 

- C’è qualcosa che attraversa tutto questo brano…

Con una matita fa un cerchio attorno a tutte le espressioni che richiamano la violenza delle situazioni che i discepoli attraversano: il Vangelo non è un abbraccio che ti protegge e ti toglie dalla storia.

Con la stessa matita sottolinea le espressioni che parlano della presenza di Dio a fianco dei discepoli: il Papà conosce la nostra debolezza e non ci manda da soli!

- Pensa al tuo cammino di questi anni: da che parte sei andato? Hai sentito sulla

pelle la fatica di nuotare controcorrente? O ti sei lasciato andare al corso

dellÂ’acqua che si disperde in basso?

Con chi hai camminato? FaÂ’ memoria di alcune occasioni in cui hai sentito

concretamente di non essere da solo...

Raccogli con un simbolo tutto questo: lo presenteremo alla celebrazione di

stasera.

 

 

 

TESTIMONIANZA

 

Annalena Tonelli e il popolo somalo

 

Annalena era una donna straordinaria, lavorava moltissimo, e quasi non mangiava. Mi ha colpito la sua umiltà, la sua grande forza, la sua sincerità, la sua devozione assoluta ai poveri e agli ammalati. Inizialmente dovevo raggiungere Mogadiscio, ma poi non mi è stato possibile. Allora sono stata da lei, intenzionata a chiederle un’intervista. Una delle cose che mi hanno colpito è stato il mio approccio. Io ero infatti preparata a fare il mio lavoro, cioè a sedermi con lei per intervistarla. Non mi è mai stato possibile farlo, non in questo modo almeno. Per lei era inconcepibile rilasciare un’intervista. Il suo unico pensiero era per i bisognosi. Mi ha concesso però di seguirla nel suo lavoro quotidiano.

 

“Sono nata a Forlì nel 1943. Lavoro in sanità da più di trent’anni, ma non sono medico. Sono laureata in giurisprudenza in Italia e sono abilitata all’insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. Ho certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di medicina tropicale e comunitaria in Inghilterra, di leprologia in Spagna. Ho lasciato l’Italia nel gennaio del 1969. Da allora vivo al servizio dei somali. Volevo seguire Gesù e scelsi di essere per i poveri. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se povera come un vero povero io non potrò mai esserlo. Vivo il mio servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza versamento di contributi per quando sarò vecchia. Ma ho amici che aiutano me e la mia gente, soprattutto quelli del Comitato contro la fame nel mondo di Forlì. Partii decisa a «gridare il Vangelo con la mia vita» sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatré anni dopo, grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a farlo sino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo, insieme a una passione da sempre invincibile per l’uomo ferito e diminuito senza averlo meritato, al di là della razza, della cultura e della fede. Sono praticamente sempre vissuta con i somali, in un mondo rigidamente musulmano. In Kenya prima e ora qui a Borama non c’è nessun cristiano con cui possa condividere. All’inizio tutto mi era contro. Ero giovane dunque non degna né di ascolto né di rispetto. Ero bianca dunque disprezzata da quella razza che si considera superiore a tutte. Ero cristiana dunque oltraggiata, rifiutata, temuta. E poi non ero sposata, un assurdo in quel mondo in cui il celibato non esiste e non è un valore, anzi è un disvalore. Solo chi mi conosce bene dice e ripete senza stancarsi che io sono somala come loro e sono madre autentica di tutti quelli che ho salvato. Quella dell’Ut unum sint è stata ed è l’agonia amorosa della mia vita, lo struggimento del mio essere. È una vita che combatto e mi struggo, io povera cosa, per essere buona, veritiera, non violenta nei pensieri, nella parola, nell’azione. Ed è una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola. Ogni giorno al Tb Centre noi ci adoperiamo per la pace, per la comprensione reciproca, per imparare insieme a perdonare. Oh, il perdono, com’è difficile il perdono. I miei musulmani fanno tanta fatica ad apprezzarlo, a volerlo per la loro vita…Eppure la vita ha un senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con la convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. Ed è allora che la nostra vita diventa degna di essere vissuta. Io impazzisco, perdo la testa per i brandelli di umanità ferita; più sono feriti, più sono maltrattati, disprezzati, senza voce, di nessun conto agli occhi del mondo, più io li amo. E questo amore è tenerezza, comprensione, tolleranza, assenza di paura, audacia. Questo non è un merito. È un’esigenza della mia natura. Ma è certo che io in loro vedo Lui, l’agnello di Dio che patisce nella sua carne i peccati del mondo. Ma il dono più straordinario, il dono per cui ringrazierò Dio e loro per sempre, è il dono dei miei nomadi del deserto. Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore. I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio”.

 

 

 

 

 

4° giorno

 

Riflessione sulla parola: CAMMINARE IN PACE? (Mt 10, 34-39)

 

 

34. Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. 35. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre,  la nuora dalla suocera:  36. e i nemici dellÂ’uomo saranno quelli della sua casa.

 37. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 38. chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 39. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.

 

-         Ma allora avremo la pace o no?! (una contraddizione così forte tra i versetti 13 e 34, in poche righe Gesù dice tutto e il contrario di tutto?)

-         Cos’è la pace? Pace di uomini liberi, che hanno bisogno solo della meta e del cammino. La meta è Gerusalemme (città della pace), il cammino è con Gesù "Â…Solo Dios bastaÂ…"

-         Questa pace costa sofferenza, distacco, morteÂ… ma è Vita Piena per Tutti!

(cf. il racconto di don Tonino Bello su Samarcanda nei suoi discorsi sulla pace)

-         Cosa devi lasciare tu? Da quali cavalli devi saltar giù con coraggioÂ… e dove porta la Pace per te e per gli altri?

 

TESTIMONIANZA

 

P. Ezechiele e il Brasile

 

Il 24 Luglio 1985 a Cacoal veniva ucciso p. Ezechiele (Lele) Ramin, missionario comboniano. Aveva 32 anni. Martire della carità lo ha definito Papa Giovanni Paolo II, qualche giorno dopo la sua morte. La sua uccisione è da attribuirsi alla sua azione in difesa degli Indios Suruì e dei lavoratori della terra nello Stato di Rondonia (Brasile). 

 

"Qui molta gente aveva terra, è stata venduta. Aveva casa è stata distrutta. Aveva figli, sono stati uccisi. Aveva aperto strade, sono state chiuse. A queste persone io ho già dato la mia risposta: un abbraccio".

"Ho la passione di chi segue un sogno. Questa parola ha un tale accoramento che se la raccolgo nel mio animo, sento che c'è una liberazione che mi sanguina dentro.. Non mi vergogno di assumere questa fratellanza. Uomini buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono fedeli. Noi siamo nel linguaggio del Signore".

"Amo molto tutti voi e amo la giustizia. Non approviamo la violenza, malgrado riceviamo violenza. Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte. Caro fratello, se la mia vita ti appartiene, ti apparterrà pure la mia morte".

"Dopo che Cristo è morto vittima di ingiustizia, ogni ingiustizia sfida il cristiano".

"Sto camminando con una fede che crea, come l'inverno, la primavera. Attorno a me la gente muore, i latifondisti aumentano, i poveri sono umiliati, la polizia uccide i contadini, tutte le riserve degli Indios sono invase. Con l'inverno vado creando primavera. I miei occhi con fatica leggono la storia di Dio quaggiù". La croce è la solidarietà di Dio che assume il cammino e il dolore umano, non per renderlo eterno, ma per sopprimerlo. La maniera con cui vuole sopprimerlo non è attraverso la forza né col dominio, ma per la via dell'amore. Cristo predicò e visse questa nuova dimensione. La paura della morte non lo fece desistere dal suo progetto di amore. L'amore è più forte della morte".  

"La vita è bella e sono contento di donarla.".  

 

 

 

 

 

 

5° giorno:

 

Riflessione sulla parola: CHI CI DICE SE STIAMO CAMMINANDO? (Mt 25, 31-46)

 

 

 

31. Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33. e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 34. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36. nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38. Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39. E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40. Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. 41. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43. ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 44. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45. Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 46. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

 

- Dom Pedro Casaldaliga dice che c’è un’unica speranza alla fine della vita. Ci salveremo se, arrivando alla porta del Paradiso, loro ci riconosceranno, e noi ricorderemo il loro nome, e loro ci faranno entrare. I nomi dei poveri sono la chiave per il Paradiso. Che nomi hai in mente tu?

- Il giudizio finale: abbiamo sete di Vita piena giorno per giorno, ma ci accorgiamo che la vita e la verità hanno l’ultima parola con tempi lunghi. I martiri ce lo insegnano. Che tempi hanno la tua vita e le tue verità?

- Jon Sobrino ci dice che la salvezza viene dai poveri, perché hanno tre cose da insegnarci: la verità, la solidarietà e la sobrietà (…)

Mettiamoci a scuola da loro!

 

 

TESTIMONIANZA

 

Oscar Romero e il Salvador

 

El Salvador, 1977. Sono quotidiani gli omicidi di contadini poveri e oppositori del regime politico, i massacri compiuti da organizzazioni paramilitari di destra, protetti e sostenuti dal sistema politico. E’ il periodo in cui il generale Carlos H. Romero è proclamato vincitore, grazie a brogli elettorali, delle elezioni presidenziali. La nomina del nuovo Vescovo Oscar Romero non desta preoccupazione: mons. Romero, si sa, è “un uomo di studi”, non impegnato socialmente e politicamente; è un conservatore.

Il potere  confida in una pastorale aliena da ogni compromesso sociale, una pastorale “spirituale” e quindi asettica, disincarnata. Mons. Romero inizia il suo lavoro con  passione. Passa poco tempo che le notizie della sua inaspettata attività in favore della giustizia sociale giungono lontano e presto arrivano i primi riconoscimenti ufficiali dallÂ’estero. Mons. Romero li accetta tutti in nome del popolo salvadoregno. Ma che cosa è accaduto nellÂ’animo del vescovo conservatore? 

Di particolare nulla. Solo una grande Fede di pastore che non può ignorare i fatti tragici e sanguinosi che interessano la gente. Disse, infatti, Romero: “Nella ricerca della salvezza dobbiamo evitare il dualismo che separa i poteri temporali dalla santificazione”; e ancora: “Essendo nel mondo e perciò per il mondo (una cosa sola con la storia del mondo), la Chiesa svela il lato oscuro del mondo, il suo abisso di male, ciò che fa fallire gli esseri umani, li degrada, ciò che li disumanizza”.

Forse un evento scatenante potrebbe essere stato lÂ’assassinio del gesuita Rutilio Grande da parte dei sicari del regime; Romero apre unÂ’inchiesta sul delitto e ordina la chiusura di scuole e collegi per tre giorni consecutivi. Nei suoi discorsi mette sotto accusa il potere politico e giuridico di El Salvador. Istituisce una commissione permanente in difesa dei diritti umani; le sue omelie, ascoltate da moltissimi parrocchiani e trasmesse dalla radio della diocesi, vengono pubblicate sul giornale “Orientaciòn”. Una certa chiesa si impaurisce allontanandosi da Romero  e dipingendolo come un ”incitatore della lotta di classe e del socialismo”. In realtà Romero non invitò mai nessuno alla lotta armata, ma, piuttosto, alla riflessione, alla presa di coscienza dei propri diritti e allÂ’azione mediata, mai gonfia dÂ’odio. Purtroppo, il  regime sfidato aveva alzato il tiro; dal 1977 al 1980 si alternano i regimi ma non cessano i massacri: il 24 marzo 1980 Oscar Romero, proprio nel momento in cui sta elevando il Calice nellÂ’Eucarestia viene assassinato. Le sue ultime parole sono ancora per la giustizia: “In questo Calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo ed il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo.Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza”.  Da quel giorno la gente lo chiama, lo prega, lo invoca come San Romero dÂ’America. Sì, la profezia di Romero, il vescovo fatto popolo si è realizzata: “Se mi uccideranno – aveva detto – risorgerò nel popolo salvadoregno”.

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