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Un lavoro per pensare un futuro migliore

di Paolo Taffuri dallo Zambia

Paolo Taffuri è un giovane laico che, concluso il cammino GIM, ha scelto un'esperienza prolungata in missione.
Riceviamo la sua lettera e volentieri la pubblichiamo. 

Per approfondire le scelte sulla Cooperazione,
conosci il nostro "Laboratorio SudNord"


Il 24 ottobre la Zambia ha celebrato 42 anni di indipendenza.
Ogni città ha festeggiato, nella State House il presidente ha dato una grande festa con grandi discorsi e la presenza di vari personaggi del mondo politico ed economico.
Qui a Mazabuka ogni scuola ha preparato un piccolo spettacolo, o giochi sportivi.
In Assumption Parish abbiamo celebrato la Messa soprattutto con i giovani e i ragazzi della Luyobolola Community School, la nostra scuola, e poi tornei di calcio e netball per tutta la giornata. Una grande festa, insomma, per ricordare la nascita di una nazione, e l’indipendenza di un popolo.

In Zambia il sentimento nazionale, l’attaccamento alla “patria” è qualcosa di indotto, qualcosa che si impara a scuola. Ogni lunedì e venerdì a scuola si canta l’inno nazionale. La bandiera è esposta in ogni scuola e in ogni ufficio pubblico. La foto del presidente anche in ogni negozio.

Sono sempre incuriosito da una domanda: ma gli zambiani si sentono più zambiani o più africani? Ho fatto un veloce sondaggio locale, la maggior parte mi ha risposto “africano”.
In effetti gli stati in Africa sono una derivazione del colonialismo e quindi qualcosa che è stato deciso non dagli africani ma da altri.
La peculiarità zambiana è data dal fatto che la Repubblica di Zambia è una conquista degli africani che vivevano nella Rhodesia del Nord, una delle colonie nate nemmeno come colonie e quindi appartenenti al colonizzatore, ma come territori dati in concessione a un privato cittadino, nella fattispecie l’inglese Cecil Rhodes, che ne sfruttava tutto ciò che allora fosse sfruttabile.
Poi la Rhodesia del Nord divenne una vera colonia sotto la corona britannica, ma mai strategicamente importante per l’impero coloniale: la ricchezza che questa terra forniva in quantità maggiore era la manodopera da utilizzare in miniere che si trovavano altrove.

I freedom fighters non trovarono molta resistenza da parte dei colonizzatori inglesi quando si trattò di ottenere l’indipendenza.

Oggi però molti tra gli zambiani stessi riconoscono che l’indipendenza è solo sulla carta. L’indipendenza non è reale. La maggior parte della popolazione istruita si rende conto di essere dipendente in molti aspetti della vita sociale, economica e politica del loro paese.
La stessa quotidianità di gran parte della popolazione che vive nelle città è caratterizzata dalla dipendenza nei confronti di altri.

Dal 1964, anno dell’indipendenza, ad oggi le condizioni di vita degli zambiani sono nettamente peggiorate. La forbice tra ricchi e poveri è andata ampliandosi.

Senza avere la pretesa di smascherare le ragioni di tale situazione vorrei puntare i riflettori su alcune situazioni di lack of indipendence.

La scuola e la lingua prima di tutto. Qui nessuno potrebbe mai negare l’evidenza. Non è indipendente un paese in cui a scuola si parla una lingua che non è la propria.
Non solo lo si fa per motivi formativi ma si è obbligati dalle norme scolastiche a parlare l’inglese, nelle classi più alte non solo durante le lezioni ma anche in qualsiasi interlocuzione tra studenti e insegnanti, fuori e dentro le aule scolastiche.
Da una parte questo è un vantaggio perché gli zambiani istruiti sanno un ottimo inglese, apprezzato anche nei paesi di madre lingua, dall’altra questa pratica è indice di una incapacità dello Stato di trovare una soluzione linguistica originale zambiana.
In effetti ai tempi dell’indipendenza i fondatori devono aver pensato che l’inglese fosse la soluzione migliore ad unire sotto lo stesso Stato tribù che parlavano e parlano 73 lingue, che in alcuni casi sono molto diverse tra loro.
Una scelta obbligata, quindi, per mettere in comunicazione popolazioni diverse. Un scelta che però rischia di far perdere le radici delle tradizioni e della cultura locale, soprattutto quando con orgoglio alcuni genitori sfoggiano l’inglese perfetto di figli che hanno non più di 7 o 8 anni.
In alcune famiglie di Lusaka appartenenti alle classi più alte ai bambini vieni insegnato a parlare l’inglese prima delle lingue locali.
Molti giovani parlano un british english, con fierezza, ma forse senza rendersene conto anche con dipendenza da un mondo che di certo non affonda le radici in Africa.

Molti lamentano il fatto che la scuola ha programmi che rispecchiano il modello degli antichi colonizzatori. Non solo: in molti casi sono presi tali e quali dai programmi esistenti prima dell’indipendenza e quindi fissati dai governanti di allora, che erano inglesi e non africani. Qualche intellettuale riconosce che non sono stati fatti molti cambiamenti, e che ancora oggi la maggior parte delle materie insegnate a scuola non sono vicine alle esigenze degli attuali cittadini zambiani.

La scuola inoltre si pone in molti casi come trasmettitrice di dipendenza. Sicuramente non lo fa intenzionalmente, ma questo è il risultato.
Molti ragazzi e ragazze sono impossibilitati a frequentare la scuola perché non possono pagarne la retta. Ogni scuola pubblica, infatti, chiede il pagamento di una retta scolastica in quanto i finanziamenti del governo non coprono il bilancio degli istituti.
Così moltissimi sono costretti a cercare quelli che qui vengono chiamati sponsors, ovvero persone o enti (parrocchie, ong, istituti religiosi, ecc.) che concedono il pagamento delle rette scolastiche e in molti casi anche del materiale necessario ad andare a scuola (tra cui l’uniforme, altro retaggio coloniale).
Se un ragazzo o una ragazza dai 10 ai 20 anni non ha la fortuna di avere genitori abbienti, devono chiedere una sponsorizzazione.
Questo meccanismo/necessità del chiedere non favorisce certamente l’indipendenza della persona. Quindi nonostante ogni lunedì e venerdì gli studenti cantino a scuola l’inno nazionale e celebrino l’indipendenza della nazione, la presenza stessa in quel momento a scuola è garantita da una dipendenza da qualcuno che non è zambiano, in quanto solitamente i soldi per le sponsorizzazioni arrivano da donatori stranieri (che appunto finanziano parrocchie, ong, istituti religiosi, ecc.)

Per quanto riguarda l’economia della Zambia è fin troppo evidente che è nelle mani degli stranieri. O meglio, tutta la produzione su grande scala in Zambia è operata da compagnie straniere, in pochi casi compagnie zambiane comunque guidate da stranieri.
Le piantagioni di zucchero, cotone, caffè, e tanti altri prodotti agricoli sono di proprietà di inglesi, sudafricani, zimbabwani bianchi cacciati dallo Zimbabwe, così come l’estrazione del rame, la principale risorsa di questo paese è affidata a stranieri.
Solo una breve considerazione. E’ chiaro che quando un paese privatizza i settori strategici dell’economia (il rame per l’appunto) e nessun imprenditore locale ha una capacità tale da permettersi un’attività industriale complessa e impegnativa in termini finanziari, sono le multinazionali con sede nel Nord del mondo che hanno la meglio.
Si assicurano i diritti di estrazione, installano gli impianti industriali necessari, impiegano personale straniero per i ruoli dirigenziali e tecnici nelle aziende.
Gli zambiani possono arrivare fino ad un certo punto, poi chi sta nella stanza dei bottoni sono bianchi con una lunga esperienza nel settore. Tutto ciò è chiaramente in contrasto anche solo con l’idea di indipendenza economica di un paese, e non credo che servano molte parole per spiegarlo.

Voglio soffermarmi invece sulla piccola economia, quella della vita di tutti i giorni, l’economia degli zambiani comuni. Come vive uno zambiano medio?

La maggior parte degli zambiani ha un reddito molto basso. Questi si rivolgono per le loro necessità alimentari al mercato locale, il che vuol dire i classici mercati africani dove si trovano i prodotti locali, farina di mais, fagioli, pesce di fiume e di lago, manzo e pollo, uova, pomodori, fagiolini, cipolle, olio di semi, latte a lunga conservazione, pane, zucchero, sale.
La maggior parte di tali prodotti viene dalle fattorie degli zambiani che sono stati capaci di sviluppare l’agricoltura e l’allevamento. In alcuni casi si tratta invece di piccoli agricoltori e allevatori che usano ancora metodi e tecniche tradizionali, vivono nelle campagne e vendono i loro prodotti alle bancarelle del mercato cittadino.
Altri beni, soprattutto quelli lavorati come il latte e lo zucchero, sono forniti da grandi aziende (in Zambia la Parmalat domina il mercato del latte e dei latticini). Al mercato si trovano anche il carbone per cucinare e i prodotti per la pulizia, ovvero saponi, detersivi per il lavaggio a mano dei vestiti, i prodotti per la casa.
Quelli più utilizzati sono locali, i più economici, prodotti da aziende che per lo più si trovano nella capitale Lusaka.

La maggior parte della popolazione di una cittadina di 50.000-70.000 abitanti come può essere quella in cui sono io, Mazabuka, si ferma a questo tipo di consumi.
C’è poi tutta un’altra classe di persone che accede ai supermercati, nei quali si trovano prodotti da un po’ tutto il mondo. Prodotti stranieri sono quasi tutti gli alimentari lavorati come biscotti, pasta, bevande, succhi di frutta, la maggior parte delle marmellate.
Se andiamo oltre il settore alimentare la presenza straniera si fa ancora più pesante.
Anzi più ci si allontana dal settore alimentare più la dipendenza rispetto ad altri paesi aumenta perché in Zambia la produzione industriale non copre una gamma ampia di beni.
Il settore tessile, per esempio, è poco attivo: la maggior parte dei vestiti viene dall’Asia (Cina in prima linea), questo se parliamo di vestiti nuovi, perché invece quelli usati arrivano dall’Europa e dagli Usa. I vestiti usati sono molto apprezzati nei mercati africani perché molto spesso sono più economici ma allo stesso tempo di qualità superiore rispetto a quelli asiatici.
Tutto ciò ha permesso alla popolazione locale di risparmiare, o forse di comprare qualche vestito in più, ma ha danneggiato la produzione locale.
Le piccole industri tessili che a fatica trovavano uno sbocco commerciale hanno dovuto chiudere per via della concorrenza dell’usato. Anche questo fenomeno non ha certo contribuito a favorire l’indipendenza degli zambiani.
Esistono invece piccole produzioni di abiti tradizionali africani: le donne amano ancora vestire quegli abiti colorati tipici che vengono fatti per lo più su misura, quindi da artigiani/e locali/e.

Anche il settore meccanico è dominato dalla produzione cinese: viti, bulloni, in genere prodotti da ferramenta insieme alle biciclette sono tutti oggetti che arrivano dall’est.
In alcuni casi, per quelli di qualità migliore ci si avvale del Sudafrica, che ormai è il dominatore economico di tutta l’Africa ma soprattutto di quella del Sud dove la concorrenza europea e araba è molto ridotta.
Dal Sudafrica, infatti, arrivano i prodotti alimentari di cui si è detto prima, più tutta una serie di beni industriali di uso comune, ma di qualità superiore a quella cinese come per esempio gli elettrodomestici.

Per quanto riguarda le automobili, l’industria giapponese non ha concorrenti. La stragrande maggioranza dei veicoli in circolazione sono automobili usate in Giappone e rivendute in Africa. Negli ultimi anni soprattutto la quantità di tali veicoli è aumentata a vista d’occhio.
Ora anche a Lusaka si rischia di rimanere bloccati nel traffico a qualsiasi ora del giorno.
Ad onor di cronaca devo dire che esiste una marca indiana, la Tata, che vende alcuni veicoli industriali e non, qui in Zambia: la polizia zambiana ha in dotazione la Tata.

Tutto ciò riguarda i consumi. Rivolgiamoci ora ai mezzi necessari per consumare.

La maggior parte degli zambiani è inserita nella cosiddetta economia informale, quelle attività non registrate e da cui non si traggono grossi profitti: venditori ambulanti e/o nei mercati tradizionali, lavoratori occasionali, piccoli agricoltori e allevatori tradizionali, pescatori.
Coloro che hanno un contratto di lavoro o un’assunzione in regola sono una netta minoranza e per lo più insegnanti, impiegati statali o in grandi aziende private, poliziotti o guardie giurate, infermiere.  Alcuni fortunati accedono ad organizzazioni non governative che in genere offrono stipendi al di sopra della media locale.

In genere l’ambizione di ogni zambiano è lavorare nel governo o in uffici pubblici, perché lo stipendio a fine mese è il più delle volte assicurato (in realtà ultimamente non è così scontato) e si gode di alcune agevolazioni.
Una grande opportunità è lavorare per ong o associazioni caritative che grazie ai fondi che provengono dall’estero garantiscono una certa dignità nelle condizioni di lavoro.
Così facendo però falsano il mercato del lavoro: assicurando stipendi più alti attraggono quelle giovani forze che potrebbero costituire la spinta all’imprenditoria, ovvero le risorse umane per l’avvio e lo sviluppo di una eventuale produzione locale, che possa generare ricchezza in loco e quindi auto riprodursi. Il sistema della cooperazione internazionale, quindi, se da una parte va a favorire progetti che danno vita a produzioni locali per i poveri, dall’altra impiega le persone migliori nei propri organici per assolvere compiti amministrativi e burocratici. 

                                    - per una analisi piu' allargata sui rischi della cooperazione -

 Spesso mi è capitato di incontrare giovani che esprimono il desiderio di studiare social work al college (una via di mezzo tra educatore e psicologo) non per forti motivazioni personali, ma semplicemente perché è la figura che più facilmente trova posto nelle ONG.

Io ho la sensazione che manchi una spinta verso l’imprenditorialità da parte dei giovani, che qui sono la maggioranza della popolazione; un’imprenditorialità che vada al di là del commercio al dettaglio. Ovviamente i motivi sono tanti e diversi, ma il più importante penso sia la mancanza di capitali da investire.
Accedere al credito è un’impresa ciclopica, a volte già soltanto aprire un conto bancario è un’operazione che richiede una serie infinita di carte, documenti, dichiarazioni che per la media degli zambiani sono fantascienza.

Ma c’è anche un’altra ragione: la piccola imprenditoria non ha un grande riconoscimento tra gli africani. Soprattutto i governi non investono nella piccola e media impresa. Il territorio africano è costellato di grandi compagnie che beneficiano delle immense risorse naturali. I governi trovano in loro partners a cui affidare il proprio sistema economico, non si investe invece nella piccola e media impresa locale. Il direttore di African Business, una rivista economica sull’Africa, sostiene che i piccoli imprenditori sono trattati come indesiderati e vengono tormentati dalle autorità, piuttosto che aiutati e supportati, “questo non facilita quella crescita economica interna di cui la maggior parte dei paesi africani ha disperatamente bisogno”.

              -  ben diversa la via del microcredito -

 Anche questo è un ostacolo alla vera indipendenza di un paese, perché se si è impossibilitati a produrre la propria ricchezza attraverso il valore aggiunto del proprio ingegno e del proprio lavoro è difficile dire di non dipendere da chi fornisce finanze, beni di ogni genere, conoscenze e “sviluppo”.

                                                    - ma cosa si intende per "sviluppo"? -

Quindi no indipendenza, ma soprattutto no lavoro, no opportunità di crescita professionale, e qual è la conseguenza per alcuni? L’emigrazione.

Qualche giorno fa una giovane di 25 anni, commessa in un supermercato mi ha detto che vuole mettere da parte i soldi per iscriversi a un college che le darà un titolo utile per lavorare nell’ambito del business. Dopodichè vuole emigrare in Suafrica:
“Lì, dice, tutti vanno in giro in macchina, qui in Zambia è un problema anche solo comprarsi la bicicletta”.                                                                            

 - vedi la visione di un esperto sulla migrazione -


Ecco perché ciò a cui ci siamo rivolti come missionari in questi ultimi mesi è creare opportunità di lavoro. I giovani zambiani hanno bisogno della possibilità di anche solo pensarlo un futuro migliore. Quando guardo agli sforzi che stiamo facendo per i vari progetti di sviluppo economico che abbiamo in mente di realizzare qui a Mazabuka, a volte mi chiedo se non stiamo togliendo tempo ed energie all’evangelizzazione, all’annuncio della Buona Novella, a ciò che un missionario per definizione dovrebbe fare.  

- ma cosa e' missione per la Chiesa ?

Mi assalgono i dubbi, ci penso un attimo, prego e mi rendo conto che no, anche questo fa parte dell’evangelizzare un popolo che è sottomesso. Quando nel Vangelo di Luca si dice “Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi”, forse è proprio questo che vuol dire: annunciare che un altro mondo è possibile, che un’economia con al centro la persona e non il profitto è realizzabile, che la giustizia è qualcosa di umano, non sovrannaturale, che tutti abbiamo diritto a pari dignità e libertà, tutti, africani e zambiani compresi.   

                                                      - per saperne di piu' sulla dottrina sociale della Chiesa -

Paolo Taffuri,
missionario laico
Mazabuka, Zambia

di: Freddy

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