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Lettera agli amici

di Paolo Rizzetto dall'Uganda

Lettera agli Amici

di Paolo Rizzetto

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TESTIMONI DELLA CARITA'

PROVOCAZIONI DI P.ALEX 

 

(...) “Dove possiamo comprare pane per questa gente?”

Diceva così per metterlo alla prova perché Lui sapeva cosa stava per fare.

(…) “Sei mesi di lavoro non basterebbero nemmeno perché ognuno di loro ne possa avere un pezzo.”(…) C’è qui un bambino che ha qui cinque pani e due pesci… ma che cosa è questo per tanta gente?”

Gesù disse: “Fateli sedere.”(…)

Gv 6,5-10

Carissimi, AJOK NOI!

Qualcuno ha detto che chi va in Africa una volta, poi scrive un libro... chi ci va due volte ne parla… e chi ci va tre volte se ne sta in silenzio. Così penso che una esperienza di soli sei mesi sia troppo per poter capire qualcosa ma penso sia comunque bello condividere impressioni, dubbi e scoperte con chi magari ti porta nel cuore. Ed io so che sono molte le persone che mi stanno portando nel cuore, in maniera assolutamente gratuita. A tutti voi voglio dire prima di tutto GRAZIE per esserci.

Si sta concludendo il terzo mese di presenza qui in Karamoja e davvero il tempo sta scorrendo via veloce. Ammetto che il primo mese è stato stranamente lungo, perché ho scoperto esserci in me molte resistenze ai cambiamenti a cui si deve far fronte “entrando” in una nuova cultura. All’inizio, soprattutto per quanto riguarda il contatto con la realtà dell’ospedale, sembrava di essere dentro ad una giostra che girava troppo velocemente; ora continua a girare ed io ho un po’ meno il mal di mare…

La nostra comunità è stata arricchita dal dono dell’interculturalità, essendo arrivato P. Martìn, dalla Colombia: dopo un periodo passato nella comunità di Kanawat per lo studio della lingua, condivide l‘esperienza missionaria regalandoci la sua preziosa  amicizia. Ci sono molte piccole cose che ti fanno gustare la ricchezza di questo tempo, come l’attenzione (verso cui spesso manchiamo) nel parlare inglese in una comunità dove vivono quattro italiani ed un tedesco; o anche la presenza, spesso materna per tutti noi delle Sorelle Comboniane.

Ora sembra che sia tempo delle piogge che sono una vera benedizione per la nostra gente: cominciano a spuntare le piante di mais e di sorgo: lo scorso anno ha smesso di piovere a metà della stagione e  molti hanno perso tutto.

La sicurezza sembra migliorare: i feriti d’arma da fuoco sono stati molti nel mese di marzo ma ora la situazione è più calma: benedetto il lavoro che tiene lontano le teste calde dalle razzie!

Questa sera siamo stati invitati ad una piccola cerimonia: due delle nostre ostetriche Juliet e Fiona stanno per partire per un’esperienza di studio ulteriore. La cerimonia si trattava allora di un saluto ma è stata in realtà qualcosa di molto più speciale. In uno straordinario clima di amicizia si sono abbracciati la gioia dello stare assieme e l’invio verso qualcosa di più grande… per qualcosa di più grande: per poter poi tornare e condividere le nuove responsabilità, che lo studio avrebbe portato, di nuovo a contatto con la gente. Ogni parola pronunciata (dal padre, dall’amico dalle colleghe di lavoro) sono state parole di benedizione; ogni gesto, un gesto di invio. Semplicità e solennità: qualcosa che in Europa non riusciamo spesso a far stare assieme. Questa serata mi ha ricordato qualcosa della Cena del Giovedì Santo.

Toyai CHEGHEM!

Questo ultimo periodo è stato segnato da un incontro particolare: il Signore ci parla attraverso i volti che incontriamo e se non siamo troppo duri di cuore possiamo anche convertirci.Vorrei dirvi del volto di Chegem. Forse non ci riuscirò e forse arriverò pure a strumentalizzarlo. Spero di no. Spero invece che la nostra amicizia cresca un po’ di più.

Cheghem ha quattro anni, la sua mamma non c’è più ed una nonna si prende cura di lei per i due mesi in cui la piccola sta nel reparto TB. Era denutrita e per questo debole. Era diventata apatica verso tutto ciò che la circondava: se la nonna la metteva seduta, stava seduta; se la faceva sdraiare stava sdraiata. Nei libri si legge che bisogna essere terapeuticamente aggressivi con questi bimbi: trattare le infezioni, la malaria i vermi ed ovviamente a denutrizione. Insomma, la stavamo riempiendo (come un barattolo) di farmaci, di cibo, di vitamine… Sembrava non rispondere a nulla, anzi peggiorava sotto i nostri occhi.

Poi qualcosa è cambiato abbiamo cominciato a trattarla come una persona, come la bambina che è. Abbiamo cominciato a parlarle, a darle attenzione ed affetto ad abbracciarla. L’abbiamo coinvolta negli esercizi per farle acquisire un po’ di tono, prima passivamente, poi quando ha ripreso forza attivamente fino al punto in cui era lei a dettare il ritmo. E’ caparbia di carattere ed a volte permalosa. Cheghem ci ha coinvolto tutti nella sua vita: ci chiamava tutti. Anche la nonna ha capito l’importanza di essere una presenza fondamentale in questa fase, un punto di riferimento. Le abbiamo chiesto di starle vicino, di raccontargli delle storie. Con una costanza feriale e gratuita ha fatto davvero molto. Non sarebbe potuto essere altrimenti: io stesso l’avevo vista più come un ostacolo all’inizio: in realtà, preoccupato del ruolo di eroe di turno non avevo capito che noi non  avremmo potuto sostituirci a lei. Non avremmo fatto nulla di buono né per Cheghem né per lei. Il sorriso di Cheghem è stato per tutti noi la certezza della sua guarigione e per me ha rappresentato forse il primo miracolo del Karamoja. Molto di più, è stato una lezione di umiltà e di Comunità. Oggi Cheghem cammina, parla, sorride, piange quando la nonna la batte ed ha degli amici che giocano con lei. Sbirciando dalla finestra lo vista accarezzare la nonna che le preparava il pocho…

Solo un volto, solo una storia tra le tante che invece vanno male o non vanno affatto. Non racconta tutta la verità della nostra gente ma sicuramente aiuta noi, a capire, se non la nostra gente, almeno un po’ di più ciò che abbiamo nel cuore. Giusto o sbagliato che sia. Credo che Gesù di Nazareth ci chiede di scommettere un po' di più sugli altri e su noi stessi perché il suo Regno è qualcosa di più grande dei nostri calcoli. Quando ne intuiamo la proposta ci sentiamo toccati sul vivo e la prima reazione è il non immischiarsi. La seconda può essere credere nel Sogno, ma demoralizzarci di fronte alla dura realtà. Abbiamo bisogno del suo entusiasmo, del suo Spirito in noi per prendere parte al banchetto. Come servi e come commensali.

Toyakas a tutti voi.

 

Paolo postulante comboniano

fraternamente in cammino nel Karamoja

 

Paolo è postulante comboniano candidato fratello. Dopo essersi laureato in medicina a Padova è partito per l'Uganda (l'1 marzo 2005) per sei mesi di condivisione e servizio nell'ospedale di Matany.

Leggi la lettera di Paolo Rizzetto "Un caldo saluto dal
Karamoja"
.

 

 

 

 

 

Leggi gli approfondimenti sull'Uganda

 

 

 

 

 

Lettera di Padre Maurizio Mulengera

 

 

 

 

 

Altre lettere dall'immenso continente africano

 

 

 

 

 

Lettera di Padre Mario

 

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