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Lc 10,25-37: E io, di chi sono il prossimo?

Gim Padova, febbraio 2010

 

Catechesi GIM PD. Febbraio, 2010

E IO, DI CHI SONO IL PROSSIMO?

Luca 10,25-37

25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai».29 Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». 30 Gesù riprese:«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 37 Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso».

       

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Di un brano del vangelo si possono fare diverse letture, ognuno di noi si può soffermare su diversi particolari, ogni volta che lo rilegge può provare sentimenti diversi. Per questo motivo ho pensato al buon samaritano in momenti diversi della giornata e in giorni diversi della settimana, così da poter avere delle immagini diverse da condividere con voi.

Per prima cosa, ciò che mi ha colpita, in realtà, non è stato il gesto del buon samaritano, ma sono stati il sacerdote e il levita. Entrambi “passano oltre” davanti all’immagine di quell’uomo, perché lo fanno? Probabilmente ciò che li spinge è la paura: Paura di dover pagare le conseguenze di un gesto di compassione perché magari i briganti sono ancora vicini, o paura di dover sapere chi è la causa di quello che vedono. Quanto è in realtà attuale questa paura, è purtroppo comprensibile anche per noi e anche se magari in questo momento ci sentiamo superiori ad essa, ne siamo vittime molto spesso, magari più indirettamente e meno consapevolmente. Per questo motivo, vorrei leggere il vangelo di Luca in un testo a me molto caro, “La solidarietà e la tenerezza dei poveri” di Padre Franco Nascimbene, ambientato a Guayaquil, in Ecuador.

Due spari nella notte ed un ragazzo cade a terra. La gente accorre ma è troppo tardi. L’auto di Toral, da cui gli spari erano partiti, si allontana nel buio.
Alcuni amici del ragazzo raccontano: “Eravamo in gruppo e ci stavamo drogando quando è giunta l’auto del boss. Vedendola, scappammo. Il boss ci gridò di fermarci. Nessuno gli obbedì. Allora diede l’ordine al suo autista di sparare e quel nostro compagno restò ucciso.”

La sera partecipai alla preghiera nella casa del morto. Lessi il brano di Caino e Abele. Cercammo di rileggere insieme gli avvenimenti che portarono alla morte del ragazzo. Anche se con un po’ di paura, la gente riconobbe nel boss la figura di Caino.

La domenica, dopo la Messa, riunimmo per una sessione straordinaria gli animatori delle comunità chiedendo loro se pensavano che si potesse star zitti e non reagire davanti al boss che uccide.

Ci dissero che era inutile denunciarlo: la mamma del ragazzo l’aveva fatto e dopo tre ore Toral, pagando, aveva fatto sparire la denuncia. E poi era pericoloso: sicuramente sarebbe venuto a sapere da chi era venuta la denuncia e quelle famiglie avrebbero perduto la casa.
Intuimmo che avevano paura l’uno dell’altro. Lasciammo perdere e il giorno dopo andammo a visitarli uno per uno nelle loro case. Senza che altri li ascoltassero, quattro di loro si dissero disposti ad accompagnarci al comitato cittadino dei diritti umani.
Ci presentammo. Ci ascoltarono ed accettarono di fare una denuncia anonima, dicendo che alcuni abitanti di quel quartiere avevano presentato il caso al comitato per i diritti umani.
La polizia, invece di arrestare Toral, gli telefonò per avvisarlo che era arrivata quella denuncia contro di lui. Lui chiese da chi era firmata.
Gli risposero che veniva dal comitato per i diritti umani di Guayaquil, ma che non c’erano i nomi dei denuncianti.
Quella sera Toral mandò alcuni dei suoi “cani” a visitare la sede del comitato: entrarono e fecero a pezzi tutto ciò che poterono: telefono, computer, finestre …

Lo sapemmo perché il giorno dopo dal comitato mandarono una persona ad avvisarci dell’accaduto, consigliandoci di non andare alla loro sede perché sicuramente qualche “cane” di Toral era in zona per controllare se qualche persona del nostro quartiere stesse frequentando quell’ufficio.
Intanto Toral aveva fatto pubblicare su un giornale cittadino la notizia che quel ragazzo era stato ucciso in un altro quartiere.

Che fare? Andammo a visitare la mamma del morto che si disse disposta a qualsiasi rischio pur di fare un po’ di luce sull’accaduto.

Organizzammo un incontro tra lei e la polizia e lei tornò a denunciare l’accaduto, specificando il luogo esatto in cui il figlio era stato ucciso e che a sparare era stato l’autista di Toral.
La polizia andò a trovare Toral e gli disse che dalle investigazioni fatte risultava che l’assassino non era stato lui ma il suo autista.

Toral rispose che andassero allora ad arrestare il suo autista che, diceva, suo autista non era mai stato giacché non aveva mai conosciuto una persona con quel nome.

Nel frattempo il suo autista aveva lasciato Guayaquil e naturalmente nessuno sapeva dove fosse andato a vivere.

La polizia andò sul luogo del delitto e cominciò a far domande agli abitanti di quella via. Anche lì la paura condizionò tutti: nessuno aveva udito spari, nessuno aveva visto il morto, nessuno s’era accorto che l’auto di Toral fosse passata di lì quella sera, molti dichiararono che quella sera si trovavano altrove.

La polizia decise così di chiudere il caso dichiarando che l’accusato era introvabile e che comunque c’erano molti dubbi che la cosa fosse accaduta perché gli abitanti di quella via non ne sapevano niente.
Qualche giorno dopo un amico ci avvertì di aver sentito dire che, in una riunione con i suoi intimi, Toral avrebbe dichiarato che sapeva che erano stati i Padri a denunciarlo.

La situazione si faceva pericolosa, ma decidemmo di non fare passi indietro.
Toral aveva l’abitudine ogni tanto di far girare un camion carico di alimenti per il quartiere (farina, pesce, banane…) e regalarne un sacchetto ad ogni famiglia. Non si è mai capito come si procurasse quei carichi di cibo. Certamente però la cosa creava un rapporto di simpatia e riconoscenza verso babbo Toral.
Pochi giorni dopo quei fatti ecco apparire un camion di farina, probabilmente mandato per aiutare la gente a dimenticare l’accaduto.
A coloro che vennero a consegnarci la nostra dose di farina, dicemmo che non la volevamo e che dicessero pure a Toral che a noi non avrebbe chiuso la bocca con un chilo di farina.
Dopo un’oretta, nel quartiere tutti stavano parlando del nostro rifiuto.
La situazione tra noi e lui era tesa. Molti avevano paura per la nostra vita. Qualcuno si ritirò dal cammino delle comunità per timore di essere coinvolto nei nostri problemi.
L’impressione che avemmo fu che, invece di farci uccidere, pensò che era meglio fare delle pressioni sulle autorità ecclesiastiche di Guayaquil per spingerle a farci andare via dal quartiere.
Dopo due mesi Toral offrì loro gratuitamente un ampio terreno già bonificato per costruirvi una grande chiesa per tutto il quartiere…

 

Cerchiamo di capire chi è il Samaritano nel contesto storico in cui Luca sceglie di parlarci di lui. Al tempo di Gesù, c’era uno scontro acceso tra Giudei e Samaritani: i primi si consideravano i puri discendenti del popolo ebreo e sua legittima continuazione; i secondi erano giudicati quasi come pagani, erano agli occhi dei Giudei, al livello più basso dei valori religiosi e morali.

Non è quindi casuale la scelta della figura del Samaritano: in aperta critica verso quei dottori della legge che vivono quella religione autoreferenziale, limitata al popolo Giudeo, che Gesù intende superare. Infatti, nella parabola, il Sacerdote e il levita “passano oltre”, invece il samaritano “passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione”, fa una scelta precisa, quella di non chiudere gli occhi. Il samaritano è in viaggio, magari ha fretta e deve raggiungere la sua meta al più presto, ma questo all’improvviso passa in secondo piano quando “lo vide” e proprio in questo sguardo è racchiusa la volontà di non ignorare, perché non è lo sguardo degli occhi, ma quello  di chi sceglie di “compatire”, di vivere con l’altro la sua sofferenza e di provare anche la sua indignazione. E’ proprio in questo atteggiamento che si concretizza l’insegnamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, che invece nelle parole del dottore della legge rimane solo un’arida norma che egli non riesce ad umanizzare nella realtà, anche se magari è convinto di saperlo fare. Quindi, il samaritano “gli si fece vicino” e questo è l’atteggiamento non dell’eroe che irrompe coraggioso nella scena, ma di chi in punta dei piedi vuole entrare nella vita di un’altra persona e farsi strumento. Con praticità, gli fascia le ferite e condivide i beni (magari riservati per il viaggio) con lo sconosciuto: l’olio e il vino; senza badare a ciò che resterà per se stesso. Lo porta alla locanda e si “prende cura di lui” e il giorno dopo lo affida anche all’albergatore dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. E’ un prendersi cura che è instancabile nel tempo e nelle risorse .“Vi darò vita e vita in abbondanza” significa forse proprio questo: non mi prendo cura di te che mi sei accanto solo ora, ma mi accorgo e mi ricordo di te anche domani, e il giorno dopo ancora. Non si può percorrere una via in pienezza e abbandonarla subito, è una scelta continua e instancabile. Il samaritano sa inoltre “far rete”; si affida anche alla disponibilità dell’albergatore, perché è nostro dovere aprire gli occhi anche agli altri, essere in qualche modo “contagiosi” nelle nostre azioni.

Alla luce di questo, mi hanno molto colpita le parole di Don Tonino Bello:

“Prima di tutto dobbiamo liberarci dall’equivoco che la carità sia frutto del nostro ‘buon cuore’, della nostra bontà, elaborazione delle nostre virtù, merito da vantare davanti a Dio. La carità non è qualcosa per cui Dio debba ringraziarci, ma un qualcosa di cui noi dobbiamo ringraziare Dio”.

Quello dell’umiltà è un cammino faticoso, non è sempre facile per l’uomo riconoscere che c’è Altro dietro le proprie azioni. Molto spesso, anche nei piccoli gesti quotidiani capita, per esempio, di sentirsi gratificati ed elevati per un “grazie” ricevuto, a tal punto che non si distingue spesso il confine tra ciò che si fa per sé e ciò che si fa per l’altro. Ma se quel “grazie” non ci fosse, la nostra azione sarebbe poi diversa?

Facciamo ora un passo indietro e torniamo alla domanda che ha spinto Gesù a raccontare del buon Samaritano. Il dottore della legge vuole metterlo alla prova e gli chiede “E chi è il mio prossimo?” quasi a voler inserire il prossimo in una categoria precisa, con la pretesa di sapere chi deve “essere salvato” e chi invece non lo merita. E’ una domanda tutt’altro che scontata, perché in fondo anche oggi pretendiamo di incasellare anche la povertà in categorie predefinite.  Credo che non sia affatto banale nemmeno rivolgere questa domanda a sé stessi: “E io di chi sono il prossimo?”. Spostiamo infatti il nostro sguardo sull’uomo senza nome che è stato abbandonato dai briganti, quest’uomo è stato percosso, è sicuramente spaventato, diffidente, in molti l’hanno ignorato e non gli hanno prestato soccorso, ma si affida totalmente a chi sceglie di prendersi cura di lui. Senza dubbio egli si trova in una situazione di “povertà”, proprio lui che sta percorrendo la strada opposta a quella di Gesù: “Da Gerusalemme a Gerico”, un cammino quindi non di Vita, ma di sofferenza; lui che ora si trova in una situazione tale di bisogno da non avere nemmeno la forza di chiedere aiuto a qualcuno, ma rimane inerme. Il nostro cammino di fede, soprattutto nei momenti di difficoltà, è proprio quello di sapersi affidare anche dove non c’è una spiegazione razionale a ciò che subiamo, anche quando ci sentiamo vittime di un’ingiustizia; non è facile trovare la serenità nell’altro eppure è proprio nell’altro che Dio si manifesta per noi.

 

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Per ben due volte nel brano, Gesù ci invia: dopo la prima domanda Egli dice al dottore della legge “Hai risposto bene, fa questo e vivrai.” Lo invita ad agire, a non stare fermo, a non basarsi solo sulla legge, ma ad amare davvero e a vivere in pienezza. Dopo il racconto della parabola, lo invia allo stesso modo “Va' e anche tu fa' lo stesso”. E’ proprio questa la missione a cui ci spinge e ci viene indicata anche la modalità: Ci invita ad amare il prossimo riconoscendo che siamo prossimo,  con la nostra povertà e il bisogno dell’altro;  a non passare oltre, ma ad essere sempre in cammino; ci invita soprattutto a non chiudere gli occhi e a scegliere ogni giorno di essere vita, anche per gli altri.

 

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  PER LA RIFLESSIONE:

  1. Quanto senti effettivamente attuale nella tua vita la parabola del buon samaritano? Prova a rivivere alcune situazioni nella tua mente, talvolta riconosci in te il ruolo del sacerdote e del levita che passano oltre? Quale tra i verbi che indicano le azioni del buon samaritano senti più tuo?
        
  2. A volte hai la sensazione che nei tuoi gesti verso gli altri ci sia bisogno di un ritorno, di un “grazie”?
       
  3. Riconosci anche tu di essere prossimo? Riesci ad affidarti al “buon samaritano” quando sei in difficoltà?
           
  4. Gesù non invia solo il dottore della legge, ma invia ciascuno di noi, anche se a volte non è facile capire che Lui è dietro le nostre azioni. Ti senti inviato? Ti senti in cammino o senti di essere fermo?
       

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