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fr. Alberto Degan: "Fraternità", parola sovversiva

 

"Fraternità"

parola sovversiva

"Ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef 1,10)

di fratel Alberto Degan

 

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~ Ricapitolare in Cristo tutte le cose

Il disegno di Dio è “ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10). Dio non ha previsto due leggi diverse - una per il cielo e un’altra per la terra: Dio vuole che Cristo sia il criterio che orienta “tutte le cose”, tutti gli ambiti della vita umana, e ció significa anche la politica, l’economia, la cultura, etc.

I cristiani aspettano “cieli nuovi e una terra nuova, in cui avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13). La giustizia per cui lottano i discepoli di Gesù, dunque, non abita solo nel cielo, ma anche sulla terra. Com’è possibile, allora, che noi – cristiani del terzo millennio – accettiamo passivamente che la nostra economia e la nostra politica si sviluppino secondo criteri e valori totalmente contrari al Vangelo?

Bismark, che nella sua vita privata era un pio cattolico, sosteneva che “con il Discorso della Montagna non si governa uno stato”. In altre parole, secondo questo politico cattolico, il Vangelo è irrilevante quando si tratta di prendere decisioni politiche, il Vangelo non si può applicare alla politica.

Questa mentalità, anche se non la esplicitiamo con la stessa sincerità di Bismark, è a tutt’oggi quella che prevale nelle nostre comunità cristiane: i valori del Regno – l’amore al nemico, la costruzione della pace con metodi di pace, ecc.. - possiamo cercare di praticarli nella sfera della vita privata, ma non si possono applicare alla politica nazionale, alla politica internazionale e all’economia. In queste ambiti è necessario “sporcarsi le mani”: mentire e uccidere, se ce ne fosse bisogno. Per questo Bush ha potuto dire alcuni mesi fa a un giornale francese, senza suscitare particolari reazioni: “Se alcuni non vogliono fare il lavoro sporco, devono farlo gli Stati Uniti, come già l’abbiamo fatto in passato”.

Ed è per questo che il presidente Truman, dopo aver fatto esplodere la bomba atomica su Hiroshima, nell’agosto 1945, ha potuto affermare, senza scandalizzare i fedeli cristiani del suo paese: “Ringraziamo Dio perché ci ha dato la bomba…e gli chiediamo che ci guidi sul suo cammino e al servizio del suo disegno”. La bomba atomica posta al servizio del disegno di Dio !!! E nessun cristiano che trova niente da ridire! Mentre Dio ci dice che il suo disegno non è la bomba atomica ma Cristo: ricapitolare tutte le cose in Cristo, e non distruggere l’umanità nel fungo della bomba.

A proposito di questa incongruenza di tante persone che appoggiavano la discriminazione razziale contro i neri, e poi andavano tranquillamente in Chiesa, Martin Luther King scriveva “In mezzo alla grandiosa battaglia destinata a liberare la nostra nazione dall’ingiustizia razziale ed economica…ho viaggiato dappertutto in Alabama, Missisippi, e in tutti gli altri Stati del Sud. In un’afosa giornata estiva o in una diafana mattina autunnale, rimanevo a guardare le belle chiese del Sud con i loro alti campanili che puntano al cielo….E sempre finivo per domandarmi: Che tipo di persone vengono qui? Chi è il loro Dio? Dove stavano quando il governatore Wallace dette il segnale che scatenò l’odio razziale?”

 

 

 

 

~ Diritto alla vita o diritto allÂ’accumulazione?

 

Molti cristiani condividono la visione del liberalismo classico, secondo la quale l’economia é una realtà autonoma che si sviluppa secondo leggi proprie, una realtà in cui il Vangelo non deve interferire.

Secondo lÂ’ortodossia liberista, la principale legge dellÂ’economia è che lÂ’uomo – per natura – segue il suo interesse egoistico, e non potrebbe fare diversamente. Oggigiorno questa teoria, come dice Franco Revelli,  si è trasformata in una specie di superstizione medievale. Nel Medio Evo tutto ciò a cui non si riusciva a dare una spiegazione razionale si giustificava e si spiegava in nome della “insondabile volontà di Dio”. Oggi, molte altre cose – come la scandalosa differenza fra ricchi e poveri, la morte di persone che soffrono di malattie perfettamente curabili, etc. – si spiegano in nome della “insondabile volontà del mercato”. Il mercato, si dice, segue le sue leggi naturali, e non si può fare nulla per interferire nello sviluppo naturale di queste leggi.

La principale legge del mercato dice che bisogna produrre solo quei prodotti che ti fanno guadagnare di più. Applicando questa legge ‘naturale’ al commercio e alla produzione delle medicine, ad esempio, risulta che è ‘naturale’ che le industrie farmaceutiche producano medicine per le malattie dei paesi ricchi (obesità, impotenza, ecc…), perché lì le persone possono pagare bene. Ed è ‘naturale’ che queste industrie non si interessino dei problemi di salute dei paesi poveri, perché lì la gente non può pagare.

Famoso, a questo proposito, è l’esempio della malattia del sonno, diffusa in Africa. Negli anni ’70 morivano ‘solo’ 80 persone all’anno per questa malattia; oggi, invece, muoiono ogni anno 12.000 persone, perché l’unica medicina efficace contro questa malattia – la flornitina – non si sta producendo più, perché l’industria che possiede il brevetto di questo farmaco non vuole produrlo. E non vuole produrlo perché gli farebbe guadagnare ben poco, visto che coloro che soffrono questa malattia sono quasi tutti povera gente. Secondo la dottrina liberista, questa industria ha tutta la libertà di interrompere la produzione di questa medicina: obbligarla a produrla sarebbe una grave violazione di un diritto fondamentale, cioè, il diritto dell’operatore economico di fare quello che vuole coi suoi prodotti. Le migliaia di persone che muoiono per questo stato di cose, invece, evidentemente non hanno nessun diritto.

 

Qual è il senso della nostra economia, dunque? Cristianamente, lo scopo dell’attività economica dovrebbe essere quello di garantire la vita per tutti o quello di garantire l’accumulazione di capitale per pochi? È più importante il diritto alla vita o il diritto all’accumulazione?

 

 

 

~ Un nuovo concetto di ‘economia’

 

E così arriviamo a questo assurdo: per salvare milioni di bambini che ogni anno muoiono per malattie perfettamente curabili l’unica via – all’interno di questo sistema economico – sarebbe quella di ‘corrompere’ le industrie, pagarle perché rompano questa crudele legge ‘naturale’, e si interessino della salute dei poveri. In questo consiste la “razionalità” del nostro sistema economico: bisogna corrompere le persone perché facciano il bene, perché altrimenti l’“insondabile volontà del mercato” glielo impedirebbe.

Questo mercato omicida, in realtà, non nasce da una legge naturale, ma è frutto di determinate opzioni politiche ed economiche antievangeliche.

 

Come cristiani, possiamo accettare che il mercato sostituisca Dio come guida e giudice del destino dell’umanità?

 

Non ho il tempo, adesso, di dilungarmi sull’uso – da parte di San Paolo – della parola ‘economia’. Per il momento, basti dire che l’Apostolo associa l’“economia” al piano di salvezza di Dio, ed è per questo che conia una nuova espressione: l’ “economia della grazia” (Ef 3,2). Per Paolo, dunque, l’economia della città terrena e l’economia del piano salvifico di Dio vanno nella stessa direzione: garantire e salvare la vita di tutti gli esseri umani. Perciò, basandoci sulla Scrittura, dovremmo arricchire il nostro concetto di “attività economica”, che – in un’ottica evangelica - non può ridursi a un significato meramente tecnico-scientifico. Come diceva Jacques Maritain, “le leggi economiche non sono leggi propriamente fisiche, ma leggi dell’azione umana, che implicano valori morali. La giustizia, la generosità e l’amore al prossimo formano parte essenziale dell’attività economica. L’oppressione dei poveri e l’ansia di ricchezza presa come fine in se stessa non sono solamente proibite dalla morale individuale, ma sono cose economicamente sconvenienti, perché contraddicono il fine dell’attività economica, che è un fine umano”.

 

 

 

 

~ Il Trattato di Libero Commercio (TLC)

 

Come si diceva prima, un esempio concreto del disinteresse della nostra economia per la vita dei poveri è la legge del commercio internazionale che assolutizza la proprietà intellettuale. In base a questa legge, solo le industrie che posseggono il brevetto di un determinato prodotto possono produrlo e venderlo. E così, solo le multinazionali che posseggono il brevetto delle medicine contro l’AIDS possono venderle. Il problema è che le multinazionali vendono queste medicine a prezzi altissimi, proibitivi per la maggior parte degli abitanti del cosiddetto “Terzo Mondo”.

È per questo che le industrie farmaceutiche del Sud hanno prodotto medicinali contro l’Aids per proprio conto, a un prezzo più accessibile. Questi farmaci che potrebbero salvare la vita a milioni di persone, però, sono ‘illegali’: se io cercassi di salvare la vita di alcuni ecuatoriani ammalati di Aids con queste medicine, trasgredirei una legge del ‘Mercato’.

In Ecuador i laboratori nazionali sono perfettamente in grado di produrre queste medicine a prezzi accessibili, ma non lo possono fare per non incorrere in sanzioni dellÂ’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Secondo il direttore dellÂ’ALFE (Associazione dei Laboratori Farmaceutici Ecuatoriani), il governo di Quito non ha fatto niente per combattere le disposizioni che impediscono di produrre queste medicine.

In realtà qualcosa, a livello internazionale, è stato fatto. Davanti a questa situazione che pone a rischio la vita di tante persone, la Ronda Mondiale sul Commercio che si realizzò nel 2001 a Doha ha preso una decisione molto importante: ai paesi poveri è stato riconosciuto il diritto di accedere a certe medicine prodotte in loco. In base a questo accordo, i paesi poveri possono accedere ai medicinali contro l’AIDS a un costo medio di 1 dollaro al giorno.

Tuttavia, adesso che si stanno svolgendo i negoziati per il Trattato di Libero Commercio (TLC) fra Stati Uniti e i paesi andini, il governo nordamericano vuole subordinare la firma di questo accordo alla rinuncia del Trattato di Doha. Si tratta, com’é stato detto da più parti, di un vero ricatto: l’Ecuador potrà entrare in questo Trattato solo se rinuncia ai diritti dei suoi ammalati, stabiliti a Doha. Dietro questo ricatto ci sono le multinazionali che posseggono il brevetto delle medicine contro l’Aids. Queste compagnie sostengono che la difesa della proprietà intellettuale è l’unico modo per dare continuità alla ricerca scientifica, che cerca di produrre nuove medicine – più efficaci – contro il ‘male del secolo’. Praticamente, queste compagnie stanno dicendo che loro hanno interesse a proseguire la ricerca solo se il sistema gli garantisce lauti guadagni; se queste nuove medicine si dovessero vendere a buon mercato, le compagnie non sarebbero minimamente interessate nella loro produzione. Perciò garantire la ricerca scientifica non garantirà la vita delle persone; di fatto, le compagnie non garantiscono di salvare la vita degli ammalati, l’unica cosa che garantiscono è di creare prodotti più efficaci e più cari che solo una minoranza di privilegiati potranno pagare.

L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) – che dipende dall’ONU – si oppone alla politica neoliberale, e raccomanda l’uso di questi prodotti a buon mercato; recentemente, ha approvato quattro tipi di medicine contro l’AIDS prodotte in India.

Per quanto riguarda l’Organizzazione Mondiale del Commercio, invece, da il permesso di produrre questi tipi di prodotto solo in caso di gravissima crisi sanitaria. In altre parole, il sistema permette di salvare la vita degli uomini e di fare il bene solo in caso di estrema emergenza: la legge del Vangelo vale solo come eccezione, in pochi casi limite. La norma, il criterio normale – accettato nelle economie dei paesi ‘cristiani’ - è l’egoismo omicida. Così, per difendere il diritto all’accumulazione di poche industrie non si riconosce il diritto alla vita di milioni di poveri.

Grazie a Dio, un mese fa dodici parlamentari statunitensi hanno scritto una lettera al presidente Bush, in cui – fra l’altro – si dice: “Vogliamo che si rispetti il Trattato di Doha, e le chiediamo di operare – in modo opportuno ed efficiente - affinché in America Latina la gente possa comprare le medicine salva-vita a prezzi accessibili”.

Come hanno affermato recentemente i vescovi colombiani, “bisogna garantire la produzione e offerta di medicine nazionali di buona qualità e a basso prezzo. La salute non può essere oggetto di negoziati”.

 

 

 

 

~ Evangelizzare la democrazia

 

Sappiamo che questo sistema economico è nato in paesi ‘democratici’, e a tutt’oggi gode dell’appoggio della ‘democrazia’.

 

Però che cos’è – o che cos’è diventata – la nostra ‘democrazia’?

 

Mi sembrano molto interessanti, a questo proposito, alcune riflessioni che vengono dal Sud del mondo, dall’India. Arundhati Roy, ad esempio, notava che, quando cominciò la Guerra in Iraq, l’anno scorso, il governo turco non volle cedere alla pressioni statunitensi: sapendo che il 90% della sua popolazione era contraria a questa guerra, non dette il permesso di usare le sue basi militari per attaccare l’Iraq, nonostante una generosissima offerta in denaro da parte degli Stati Uniti. Il presidente Bush disse che con quest’atteggiamento la Turchia aveva mostrato di essere una democrazia debole. Contemporaneamente, il governo britannico e quello spagnolo entrarono in guerra, anche se il 90% della loro popolazione non approvava questa decisione. In questo caso, il presidente Bush elogiò questi due paesi come esempio di “vera democrazia”.

 

Che cos’é allora la democrazia, si chiede Arundathy Roy?

 

La democrazia sembra essere diventata un recipiente vuoto: può essere qualsiasi cosa che tu vuoi che sia:

 

“La democrazia è la Prostituta del cosiddetto Mondo libero, disposta a farsi violare, pronta a commettere e a far commettere qualsiasi tipo di crimine in suo nome”.

 

Fino agli anni Â’80, commenta Roy, la democrazia – più  o meno – aveva funzionato abbastanza bene. Però poco a poco, il capitalismo neoliberale ha imparato a usare gli strumenti democratici per svuotarli di significato e per sovvertire la democrazia: si è infiltrato nel potere giudiziario, nei mezzi di comunicazione, nel Parlamento, etc. In questo contesto, espressioni come “libera informazione” e “libera stampa” non significano nulla, quando sappiamo che il “libero mercato” permette che solo i più ricchi possano dirigere i mezzi di comunicazione. La parola ‘democraziaÂ’, dunque, è diventata un eufemismo per dire ‘ImperoÂ’, “prepotenza neoliberale”.

Di fronte a questa situazione, dobbiamo intraprendere un battaglia per riappropriarci della democrazia. I poteri forti del sistema neoliberale vogliono toglierci dalla mano la democrazia per cui tanto hanno lottato e combattuto i nostri padri. Dobbiamo ricordare, infatti, che la libertà di cui ancor oggi godiamo non fu concessa spontaneamente dai governanti ma fu conquistata a prezzo di dure lotte. Questa battaglia oggigiorno deve coinvolgere tutti i popoli: si vince o si perde a livello planetario.

Per i cristiani si apre così una nuova sfida: nel diciannovesimo secolo, al tempo delle prime lotte per la democrazia, la Chiesa – é doloroso dirlo - non sempre ha sostenuto la causa della libertà. E oggi? Da che parte staremo in questa battaglia cruciale per il futuro dell’umanità?

 

 

 

 

~ “Non mi interessano i fatti”

 

Quando, nel 1988, gli statunitensi lanciarono un missile contro un aereo civile iraniano, scambiandolo per un aereo militare, domandarono a Bush Senior se voleva fare un commento sulla morte di questi innocenti, e il presidente rispose: “I will never apologize for the United States. I don’t care what the facts are” (“Non chiederò mai scusa per gli Stati Uniti. Non mi interessano i fatti”). Praticamente, Bush stava dicendo: “Qualsiasi cosa succeda, e qualunque possano essere i nostri sbagli, il nostro atteggiamento non cambia: la nostra politica non è determinata dai fatti, o dalla vita o dalla morte di altra gente, ma dalla nostra volontà. Noi possiamo fare quello che vogliamo”.

Lo abbiamo visto anche con la recente guerra in Iraq. La guerra si iniziò per la presenza di armi di distruzione massiva, si disse. Adesso anche il Governo Bush – dopo un’inchiesta del Congresso - è stato costretto ad ammettere che queste armi non esistevano, mentre prima chi osava dire la verità era tacciato di essere complice dei terroristi. Questa ammissione, comunque, non cambia di una virgola la posizione e la politica di questo governo, che ti dice: “Non mi interessano i fatti. Io volevo fare la guerra contro l’Iraq e l’ho fatta, solo questo importa”.

Perciò Bush junior non ha ancora pronunciato nessuna parola di scusa per tutti le morti innocenti che ha causato fra i civili iracheni, né la pronunzierà. Perché quando si tratta dell’Impero, i fatti reali non rivestono nessuna importanza. E la ragione di ciò, come spiega Jon Sobrino, é metafisica. È come se l’Impero ci stesse dicendo: “Metafisicamente, la realtà siamo noi, l’unica cosa che conta e che determina lo svolgimento degli avvenimenti è la nostra volontà; di fronte alla nostra volontà, i fatti oggettivi non hanno nessun valore, perché non condizioneranno minimamente la politica mondiale”.

Tutto questo è ormai esplicitamente affermato e teorizzato, senza nessuna vergogna. Ad esempio, Robert Kagan, politologo molto vicino a Bush, ha affermato: “Noi non pensiamo che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU debba tenere l’ultima parola; ha solo una funzione decorativa. Certo, a volte può raccomandarti la cosa giusta, e può rafforzare la tua posizione. Ma non se non lo fa, tu puoi sempre ignorarlo”.

E così, si sta imponendo una pericolosa legge de facto: l’Impero può fare tutto quello che vuole, può accendere il fuoco e alimentare l’incendio, senza aver bisogno dell’approvazione di nessuno; e poi l’ONU – in qualche modo - cercherà di spegnerlo.

Il miglior commento a questa situazione lo ha fatto Eduardo Galeano: “Il presidente del pianeta annuncia il suo prossimo crimine in nome di Dio e in nome della democrazia. Così calunnia Dio. E calunnia anche la democrazia…”Non nel mio nome”, ci ammonisce Dio“.

 

 

 

 

~ Libertà e fraternità

 

È interessante notare che la “fraternità” é scomparsa dal discorso politico.

I primi a introdurla ufficialmente in un progetto politico furono i rivoluzionari francesi, che lanciarono il famoso slogan: “Liberté, egalité, fraternité”.

Il filosofo Gabriel Marcel, commentando questo slogan, sottolineava che il principio di uguaglianza e di libertà é un principio fondato sulla ragione, e corrisponde ad un atteggiamento rivendicativo dell’ “io”, che giustamente afferma: “Io non valgo meno di te, non ho meno diritti di te”. La fraternità, invece, è l’atteggiamento dell’ “io” che si decentra nel “tu”, dicendogli: “Tu vali molto, tu sei importante per me, e io so che non posso essere felice se anche tu non lo sei, perché tu sei mio fratello”. È evidente che questo atteggiamento non si spiega in termini razionali: la fraternità fra gli uomini e fra i popoli è una categoria e un atteggiamento di fede.

Potrebbe sembrare strano che i rivoluzionari anticlericali parlassero di “fraternità”, mentre politici dichiaratamente cristiani come Bush, Blair e Berlusconi quasi non pronunciano questa parola. Ma se la “fraternità” è scomparsa dal discorso politico, non è un caso e non è una semplice dimenticanza.

Gorge Bush non ha nessun problema a parlare di “libertà”, perché il concetto di “libertà” – per certi aspetti – è più facilmente manipolabile. Di fatto, il presidente statunitense ha potuto iniziare una guerra, mutilando o uccidendo migliaia di iracheni in nome della libertà dell’Iraq. In altre parole, in nome della libertà si può rubare, torturare, massacrare, etc. È evidente, dunque, che la libertà – separata dalla fraternità – può degenerare in capriccio, in libertà della giungla, dove vige la legge del più forte e del più rapace.

 

 

 

 

~ Il crollo delle civiltà

 

In realtà, tutto questo Robert Kagan lo teorizza esplicitamente: “Gli Stati Uniti devono rifiutarsi di rispettare alcune convenzioni internazionali che potrebbero diminuire la capacità di combattere con efficacia la giungla”. La libertà di cui parla Bush, dunque, comprende anche la libertà di disprezzare il Diritto Internazionale, è la libertà della giungla.

Ma è peggio della giungla: perché nella giungla la violenza si sviluppa entro certi limiti naturali, e la Natura – ad ogni modo - garantisce la continuità della vita. La libertà di cui parlano Kagan e Bush, invece, non ha limiti, è una “libertà” che potrebbe mettere a rischio la vita del pianeta e di tutta l’umanità. È di poco tempo fa la notizia che il Senato americano ha approvato il piano del presidente Bush di studiare una nuova generazione di armi nucleari a “bassa intensità” che possono penetrare la terra. Con queste armi ci si prepara a “combattere la giungla” e a distruggere il pianeta.

Dall’altra parte, alcuni fondamentalisti islamici rispondono allo stesso modo: con una violenza crudele senza limiti, utilizzando anche donne e bambini come kamikaze. Per questo, come ha scritto Satya Sagar, più che di “clash” (scontro) di civiltà, dovremmo parlare di “crash” (crollo, frana) delle civiltà. Abbiamo davvero perso il senso della decenza. E non c’é da meravigliarsi, perché quando si teorizza esplicitamente che le regole del Diritto Internazionale non valgono più, si aprono le porte alla barbarie più selvaggia, e tutti si sentono autorizzati e legittimati a comportarsi barbaramente, cioè, a fare il “lavoro sporco”, come lo chiama Bush: sotto il peso di questa “libertà” senza regole, l’idea stessa di civiltà rischia di crollare.

 

 

 

 

~ Cristo giudica la politica internazionale

 

“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

Generalmente, quando leggiamo la parabola del Giudizio Finale, pensiamo che il giudizio di Gesù si riferisce solo ai singoli individui. Eppure, notava il grande maestro di spiritualità Henry Nowen, se leggiamo con attenzione il testo, ci renderemo conto che il giudizio di Gesù è rivolto non solo agli individui, ma anche alle nazioni: “Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria…saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri…” (Mt 28, 31-32).

Questo giudizio fatto alla presenza di tutte le nazioni sarà un giudizio anche della politica estera di queste nazioni. “Che avete fatto a questi miei fratelli più piccoli?”, è il criterio con cui saremo giudicati non solo a titolo individuale ma anche come ‘nazione’, come comunità politicamente organizzata.

Tutte le cose saranno ricapitolate in Cristo, anche la politica internazionale: la fraternità sarà l’unico criterio di giudizio, che si applicherà indistintamente a tutte le sfere dell’agire umano. Come ha scritto il papa nel messaggio per la Giornata della Pace del 2003, ”nessuna attività umana può rimanere fuori dell’ambito dei valori etici. La politica è un’attività umana, pertanto deve sottomettersi al giudizio morale. Questo vale anche per la politica internazionale”.

 

 

 

 

~ Una parola ‘sovversiva’

 

È urgente, dunque, reintrodurre nel discorso politico la parola ‘fratello’, una delle prime parole pronunciate dal Risorto[1]. È una priorità missionaria, perché - senza fraternità - la libertà della “giungla postmoderna” potrebbe portarci tutti alla morte.

Naturalmente, lottare per la fraternità significa necessariamente affrontare lÂ’opposizione dei “dominatori di questo mondo di tenebra” (Ef 6,11), che non vogliono sentire la parola ‘fratelloÂ’. Perché loro sanno  molto bene che il concetto di “fraternità” é più difficile da manipolare: in nome della libertà dellÂ’Iraq hanno potuto ammazzare migliaia di iracheni; però sarebbe impensabile, in nome della fraternità, ammazzare i nostri fratelli. Per questo lÂ’Impero non vuole mostrarci le immagini dei bambini iracheni sfigurati, torturati e massacrati, e delle loro mamme in preda alla disperazione, perché sa che queste immagini di dolore susciterebbero in noi sentimenti di fraternità.

La parola del Risorto – ‘fratello’ – è una parola che sovverte il sistema imperiale: per questo l’Imperatore ne ha paura, e fa di tutto per non pronunciarla. È questa, dunque, la parola che dobbiamo gridare e annunciare, è questa la parola di cui il mondo ha più bisogno, è questa la priorità dell’evangelizzazione oggi, ieri e sempre.

Una politica fraterna sarà necessariamente una politica nonviolenta, perché nessuno potrà mai convincermi che è necessario infliggere dolore e morte a mio fratello – innocente – come prezzo per conservare “ordine” e “armonia” a livello mondiale. Non sono minimamente interessato in un’“armonia” che esiga il massacro dei miei fratelli.

Come Chiesa, dunque, dobbiamo avere il coraggio di proclamare che per un politico cristiano non c’è alternativa alla fraternità e alla nonviolenza: una politica slegata da questi due elementi non solo non sarebbe una politica evangelica, ma sarebbe – ed è – una politica criminale.


 


[1] “Andate ad annunciare ai miei fratelli...” (Mt 28,10)

 

 

 

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