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ALZATI, VÀ A NINIVE

Provocazioni per le comunità comboniane in Europa

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Il libro di Giona offre spunti di riflessione essenziali per noi missionari comboniani che viviamo in Europa. Perciò l’abbiamo scelto per l’Avvento 2006: sono quattro capitoletti, un capitolo per ogni settimana. Noi chiediamo che la comunità comboniana locale si ritrovi una volta alla settimana per leggere insieme la Parola, interrogarsi personalmente e come comunità e poi condividere quello che la Parola del Signore suscita dentro di noi.
Il libro di Giona è il secondo più breve dell’Antico Testamento, dopo quello di Abdia; un libretto, che però è stato definito da qualcuno “la bomba atomica dell’Antico Testamento”. Infatti è una parabola molto provocatoria, scritta nel momento in cui la comunità ebraica, tornata dall’esilio, si riorganizzava e cercava di distinguersi dagli altri popoli. Il popolo eletto doveva mantenersi puro e separato dagli altri, dai pagani. I matrimoni misti erano proibiti. Questa comunità essenzialmente e ritualmente pura attendeva il giudizio di Dio sui popoli impuri, sugli imperi.
È il momento in cui la comunità si rinchiude in sé stessa, arrabbiata e triste. Il libro di Giona è scritto proprio per punzecchiare la comunità postesilica. Gli studiosi pensano che questo libretto sia stato scritto tra il 500 e il 400 a.C.
Ma il libro di Giona è anche una grande provocazione per noi missionari che lavoriamo in Europa. Per spiegare ciò, dobbiamo fare una piccola presentazione delle persone e dei luoghi di questo libro.

Il protagonista del libro è il Signore: “Fu rivolta a Giona questa parola del Signore...”. Dio è davvero la figura principale di tutta questa parabola. Il termine “Signore”, che traduce “Yahweh”, viene usato ben 25 volte; “Dio” 13 volte; la parola “Signore Dio” una volta. Quindi abbiamo 39 riferimenti alla divinità in solo 44 versetti che compongono il libro. Questo è importante: il cuore di tutto è Dio, e vale anche per noi missionari. Il secondo personaggio è Giona, figlio di Amittai. Questo profeta viene menzionato anche nel secondo Libro dei Re (II Re 14,25); visse all’epoca del massimo splendore del regno di Israele, sotto Geroboamo II (786-746 a.C.). Giona era originario di Gat-Chefer, una città non lontana dalla riva occidentale del mare di Galilea. Il nome “Giona” significa “colomba”. A volte questo nome è usato come metafora per il popolo d’Israele. Giona è profeta di Dio. Il Signore, che è l’agente principale, invia il suo profeta, messaggero inviato al popolo con una parola forte per quel momento storico.
La terza figura è Ninive, una grande città con più di centoventimila abitanti, una metropoli talmente estesa che ci volevano tre giorni di cammino per attraversarla (Giona 1,2; 3,2; 4,11). La sua popolazione è descritta anche in termini qualitativi come incline alla malvagità e alla violenza. Ninive, come risulta dagli scavi archeologici, era situata sulle rive del Tigri, nell’attuale Iraq del nord. Città tra le più antiche del mondo, conobbe il suo apogeo nel corso dell’VIII secolo. Sotto il famoso re Sennacherib (704-681 a.C.) divenne la capitale dell’impero assiro e nel 612 fu distrutta da Medi e Caldei. Ninive era ben conosciuta nel Medio Oriente come una delle città più violente, criminali, oppressive, dell’antichità. Gli Assiri erano un popolo feroce. Quando conquistavano dei territori, ne deportavano l’intera popolazione rimpiazzandola con un’altra. L’esercito assiro era noto per la sua crudeltà. Ninive era l’emblema dell’empietà, dell’oppressione, dell’efferatezza, del militarismo. Basti leggere il profeta Naum:
Guai alla città sanguinaria,
piena di menzogne,
colma di rapine...
Chiunque sentirà tue notizie batterà le mani.
Perché su chi non si è riversata
Senza tregua la tua crudeltà?
(Naum 3,1.19b).

Ninive era la prostituta, la città sanguinaria, il centro del terrore, il nemico per antonomasia. Il popolo ebraico aveva sperimentato la brutalità degli Assiri: furono quelli di Ninive a distruggere Samaria, la capitale del Regno del Nord, nel 722 a.C. Gli Israeliti conoscevano molto bene Ninive e la sua politica ed è chiaro che chiedere al profeta Giona di andare a predicare il perdono a una città come quella era una richiesta sconvolgente. Proviamo a immaginare come sarebbe stato, alla fine dell’anno 1945, chiedere a un ebreo che avesse perso la famiglia nei campi di sterminio di andare in Germania ad annunciare che Dio ama i tedeschi...

Prima settimana (Giona 1)

La storia di Giona inizia con un ordine impartito dal Signore al profeta: “Alzati, va’ a Ninive”. Giona si rifiuta e s’incammina nella direzione opposta, per fuggire a Tarsis (probabilmente situata nell’odierna Spagna), “lontano dal Signore”.
Non solo il profeta va in direzione opposta a quella comandatagli da Dio, ma, mentre il Signore gli ha detto di alzarsi, lui scende sempre più in basso. Fuggire lontano dal Signore significa scendere. Il testo dice che Giona “scese a Giaffa”, il porto da cui partivano le navi dirette a Tarsis. A Giaffa s’imbarca e in seguito scende “nel luogo più riposto della nave”. È il rifiuto chiaro e tondo di andare in missione dove il Signore lo manda. Giona alla fine dovrà rendersi conto che è impossibile fuggire dalla presenza di Yahweh. Il salmo 139 potrebbe esprimere bene questi sentimenti: “Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”. Nel profondo del mare, nel ventre del pesce, nei sobborghi di Ninive, ci si può mai allontanare da Dio? La storia di Giona ci dice che è impossibile sottrarsi ai compiti assegnati da Dio. Le fatiche del profeta a questo scopo sono inutili, come le spese ingenti (un biglietto da Giaffa a Tarsis non doveva essere economico) e i rischi per la sua vita. Ma non è la fine della storia. Il profeta non è ancora sceso abbastanza in basso. Mentre Giona se ne sta rannicchiato in fondo alla nave, Dio manda una grande tempesta. Sulla nave ci sono dei marinai, simpatici, devoti, pacifici. Essi provano una paura tremenda davanti a questa enorme tempesta, ma restano sul ponte, lottano per salvare l’imbarcazione. Giona, invece, dorme profondamente nella stiva. I marinai, pagani, pregano i loro dei, ma da parte di Giona non viene una sola parola di preghiera. I marinai si affannano per salvarsi la vita, Giona vi rinuncia, preferisce morire. I marinai agiscono, Giona si limita a reagire: si alza quando viene svegliato, risponde alle domande. I marinai venerano il Signore, Giona sta scappando da Lui.
La situazione descritta in questo primo capitolo è incredibile. Giona, israelita, rappresentante del popolo di Dio, sprofonda sempre più in basso. La religiosità di Giona è tutta di superficie, perché se è in grado di parlare di Dio, a differenza dei marinai non parla a Dio. Ciancia di teologia, ma non prega. Sa fare osservazioni teologiche, ma non obbedisce. In fondo è un uomo che fugge dalla propria esperienza religiosa, mentre i marinai, pagani, pregano, passano all’azione.
Secondo una tradizione ebraica, l’equipaggio della nave che trasportava Giona era costituito dai rappresentanti di tutte le settanta nazioni del mondo. Il miscuglio della ciurma corrisponde al crogiolo di razze che si poteva trovare nella città di Ninive. In questa storia i popoli pagani dimostrano di essere formati da persone compassionevoli: ne è una riprova la loro reazione quando scoprono che la tempesta è dovuta al fatto che il profeta di Dio sta fuggendo: fanno di tutto per salvargli la vita, non vogliono sacrificare una persona. Vogliono bene anche a Giona. Sono uomini pratici, umili, devoti, compassionevoli, e sono pagani! Invece il profeta Giona fa la figura dello sciocco e per di più non pratica la sua fede.
E noi comboniani in Europa? Siamo provocati fortemente da questa Parola. Il profeta Giona si rifiuta di andare a Ninive e fugge lontano dal Signore. Forse anche noi Comboniani in Europa stiamo fuggendo dalla missione che il Signore ci ha dato? Noi pensiamo di andare a evangelizzare le tribù dell’Africa o gli indios dell’America Latina o i cinesi e Dio invece ci invia nel cuore dell’impero, nell’Europa che, insieme agli Stati Uniti, è il cuore dell’impero economico e finanziario di oggi.
Ci rifiutiamo di andare in missione in Europa? Perché continuiamo a parlare di fare animazione missionaria o di animare missionariamente le comunità e non parliamo invece di missione? Il Signore ci manda in missione, ci manda a proclamare a Ninive, a New York, a Londra, a Roma, a Madrid, a Berlino: o l’impero cambia e si converte dalle sue vie perverse o sarà la fine.
E perché ci rifiutiamo di compiere questa missione? Perché viviamo anche noi fuggendo dal Signore? Molti di noi manifestano la cosiddetta “sindrome del pitone”: il grande serpente, dopo avere mangiato una capretta, rimane per tre o quattro giorni disteso al sole a digerire. Anche noi ritorniamo come soldati dal fronte e ci riposiamo. In Europa ci addormentiamo, stiamo tranquilli, non vogliamo sporcarci. Siamo in riposo, abbiamo già fatto il nostro dovere. Non stiamo forse anche noi fuggendo dalla nostra missione?
E perché abbiamo tanta paura di dire la Verità alla città? Perché questa paura delle grandi città, delle megalopoli? Il mondo ormai va verso l’urbanizzazione: gran parte dell’umanità vivrà in enormi megalopoli, durante questo ventunesimo secolo. Perché abbiamo così tanta paura di scegliere? E non solo fuggiamo dal Signore e fuggiamo dalla nostra missione, ma fuggiamo anche dalla scelta dei poveri, degli ultimi, di chi non conta. Perché non abbandoniamo tutte le nostre grandi strutture per vivere più semplicemente e poveramente, a fianco degli emarginati delle grandi città, proclamando all’impero le sue iniquità, la sua oppressione e dicendo: “Ti rimane poco tempo, convertiti”?
Questa è la missione a cui siamo inviati oggi. È la missione che è in crisi? O siamo noi ad essere in crisi? Come Giona, fuggiamo lontano da Dio, non vogliamo accettare la grande missione che il Signore ci ha dato di andare nel cuore dell’impero. Forse abbiamo studiato molta teologia, ma non sappiamo irradiare questo Dio che ha una passione enorme anche per l’impero. Questo Dio non vuole che nulla sia distrutto, non vuole che nessuno vada perduto. È chiaro che Dio non può accettare Ninive così com’è. L’impero deve cessare di essere impero, deve diventare una comunità umana. A questo siamo inviati oggi dai poveri del Sud del mondo nel cuore di questa Europa. La realizziamo questa missione? Oppure siamo in fuga come Giona? La fuga di Giona è la storia di una continua discesa. Il profeta che fugge lontano dal Signore scende prima a Giaffa, poi scende nella nave, poi giù nella stiva, poi nel ventre del grande pesce.
Povero Giona, povero missionario...

Seconda settimana (Giona 2)

Giona scende nelle profondità del mare. La missione scende davvero in basso (più in basso di così non si può). Arrivato al fondo, Giona mormora una preghiera e recita un salmo che si ispira al salmo 30:
Nella mia angoscia ho invocato il Signore
ed egli mi ha esaudito;
dal profondo degli inferi ho gridato
e tu hai ascoltato la mia voce.
Mi hai gettato nellÂ’abisso, nel cuore del mare
e le correnti mi hanno circondato;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sono passati sopra di me.
Nella situazione disperata in cui Giona si trova, l’unica cosa che si può fare è pregare. I marinai lo sapevano e l’hanno fatto. Il profeta lo ha dimenticato e solo ora, mentre precipita verso il fondo del mare, ha il tempo di mormorare una preghiera (Giona, 2,10-12):
Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio
e adempirò il voto che ho fatto;
la salvezza viene dal Signore.
Dio è un Dio che salva. Anche il suo missionario che pensava di portare la salvezza alle genti deve scoprirsi salvato.
Questa pure è una parola potente per noi. Il profeta sprofonda, il missionario sprofonda, la missione sembra andare a pezzi, sembra che tutto frani, sembra che più niente abbia significato, sembra perfino che il profeta (e missionario) non sia più capace di pregare, sembra che i marinai e i popoli pagani siano più credenti del missionario, del profeta... È incredibile che il missionario conosca la teologia, sappia fare riflessioni teologiche, parlare di Dio, ma che non riesca a parlare a Dio, se non alla fine, quando tutto sembra crollare. Penso che queste siano domande gravi per noi missionari comboniani. Ammettiamolo: la missione in Europa ci manda in crisi. Ci domandiamo se abbia ancora un senso fare missione, essere missionari... Ma Dio è ben più grande di noi!
È bellissimo notare che la salvezza che viene a Giona, il missionario, gli viene tramite la balena. Nel mondo biblico questa non è altro che la trasformazione – come avviene nel libro di Giobbe – del Leviathan, il mostro marino coperto di dure scaglie, simbolo dell’impero, dei poteri forti che schiacciano, che uccidono. Dio può cambiare questo terribile drago, e lo trasforma in una balena. E la balena salva il profeta. Anche noi missionari incominciamo a capire come Giona che stiamo facendo tanti discorsi teologici, ma forse non siamo capaci di irradiare Dio, di riflettere i raggi della sua luce, di pronunciare la sua parola non per fare teologia, ma per parlare di una persona viva, compassionevole, come di un papà, di una mamma.
Riusciamo a pregare, noi missionari? O preghiamo nel profondo solo quando tutto crolla? Riusciamo a parlare a Lui, a Dio, come a un papà, una mamma che ama appassionatamente tutti i popoli, che ama tutti, che vuol salvare tutti?
Ma che razza di Dio proclamiamo noi? Dopo anni di missione siamo diventati forse più duri, acidi, scorbutici, arrabbiati? Forse i marinai pagani sono più compassionevoli di noi, forse hanno più cuore di noi missionari?
Che missione facciamo in Europa?

Terza settimana (Giona 3)

Dio è più grande delle nostre chiesupole, delle nostre ideologie, delle nostre teologie. Dio non si stanca, il profeta invece si stanca e fugge. Dio fa di tutto per mandare il suo profeta dove non vuole andare: a Ninive, nel cuore della città sanguinaria. Giona per la seconda volta sente questa parola del Signore: “Giona, alzati, va’ a Ninive, la grande città e annunzia a loro quanto ti dirò”. Stavolta il profeta ci va e si ritrova davanti all’immensa, sanguinaria città, e proclama quello che Dio gli dice: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.
Inaspettatamente i cittadini di Ninive credono in Dio e iniziano a digiunare tutti, grandi e piccoli, persino gli animali. Ninive si converte dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. “Chissà che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?”.
E Dio fa proprio così. Ma non è sufficiente formulare il “mea culpa”: bisogna cambiare vita e fare opere di giustizia. Ogni impero è costruito sulla violenza.
“E Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece”. Scrive James Limbury nel suo bel commentario a Giona, nei Dodici profeti:
Dio ama la città, Dio ama gli uomini che vivono nell’impero. Non tollera l’impero perché schiaccia e uccide, ma ama appassionatamente gli uomini e vuole trasformare l’impero in uno strumento che permetta a tutti di vivere in dignità di figli. Il sogno di Dio è che il Leviathan diventi una balena. Questa parola esorta il popolo di Dio, coloro che fanno parte della sua Chiesa, a interrogarsi in merito al proprio atteggiamento nei riguardi delle genti e delle grandi città del mondo, città come Calcutta, Caracas, San Paolo, Nairobi, New York, ma soprattutto dello stesso impero, il cuore dell’impero, e lo invita a tenere a mente che essa esiste, il popolo di Dio esiste per il bene dei popoli del mondo e lo ammonisce a non assumere una mentalità arrogante “da dentro a fuori”. Rivolge una critica anche a un popolo che preferisce raggomitolarsi su sé stesso e ripiegare (come Giona nella nave) sulla sicurezza dei propri gruppi, anziché occuparsi del compito al quale era stato chiamato da Gesù: “Andate!”.
Le domande qui ci piovono addosso come missionari inviati a fare missione in Europa. Siamo pronti ad affrontare le grandi città? Siamo pronti a sfidare l’impero finanziario di oggi? Siamo pronti a proclamare la buona novella nel cuore dell’impero? Cinquemila anni d’impero che hanno fatto distruzione, guerre, morti, non ci bastano? Quando muteremo condotta e rinunceremo alla violenza nelle nostre mani? Siamo capaci di provocare l’impero in questa maniera? Siamo capaci di proclamare l’amore di Dio nel cuore dell’impero? Siamo missionari che invocano fulmini e saette sull’impero? O siamo capaci davvero di proclamare l’amore compassionevole di Dio che ama tutti, che non vuol perdere nessuno? Saremo pronti ad ascoltare la Parola che non è un pezzo di libro, ma è un Dio che vive, un Dio passionale, un Dio che ama, un Dio che cammina nella storia, un Dio che si china sul povero, sul reietto, sull’emarginato, sulla prostituta?
Come missionari, siamo capaci di rileggere le Scritture? Il profeta che ha scritto il libro di Giona ha riletto le antiche profezie, le invettive contro le nazioni, la distruzione di Ninive e di Babilonia, perché ha scoperto che Dio ama tutti. Com’è possibile che noi, dopo anni di lavoro con i poveri nel Sud del mondo, ritorniamo dalla missione così arrabbiati? Perché ritorniamo con così poca misericordia? Quando la smetteremo di aspettare il giudizio di Dio sulle nazioni? Dobbiamo incominciare a capire che non dobbiamo aspettarci nessun giudizio da parte di Dio dentro questa storia: è il Dio dell’amore, il Dio della misericordia, il Dio che vuol bene a tutti, il Dio che accoglie tutti. Quando riusciremo a ripensare la nostra stessa tradizione di Chiesa che per millenni ha guardato con disprezzo gli altri popoli e le altre religioni? Quando cominceremo a capire che Dio è il Creatore di tutto e di tutti? È il Dio che ama appassionatamente al di là di credi, ideologie, religioni; ama ogni uomo. Quello che gli interessa è che questo uomo pratichi la giustizia. Quando la nostra missione diventerà una missione universale? Quando diventeremo davvero missionari in Europa?

Quarta settimana (Giona 4)

Quando Giona vede che Dio perdona gli Assiri e la città di Ninive, ne è profondamente sdegnato e borbotta: “L’avevo detto che sarebbe andata a finire così”. Il profeta non vuole che la grazia di Dio si estenda agli Assiri. Il Signore, per Giona, è troppo tenero con i peccatori. Il profeta desidera letteralmente fulmini e saette su Ninive. E invece Dio è “misericordioso”, “clemente”, “di grande amore” e si lascia impietosire. Il libro di Giona usa la parola rehem, che denota l’utero materno e per estensione l’amore viscerale della madre per il figlio.
Giona non riesce assolutamente a capire e ad accettare tutto ciò, perché il suo Dio è il Dio della pioggia di fuoco e zolfo, dei castighi, delle punizioni, del giudizio. E il profeta se ne va, sale su una collina per vedere che cosa accadrà alla città. Per proteggersi dal sole si costruisce un riparo con un po’ di frasche. Dio è molto tenero anche con Giona, facendogli crescere una pianta di ricino. Giona si sente sollevato, ma il giorno dopo quel ricino si secca e Giona sbotta esasperato: “Meglio per me morire che vivere”. “Ti sembra giusto, Giona, essere così sdegnato per una pianta di ricino?”. E il profeta risponde: “Sì, è giusto; ne sono sdegnato al punto di invocare la morte”. E Dio, prendendo il suo profeta per il bavero, gli dice: “Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita, e io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere tra la mano destra e la sinistra (poveri, derelitti), e una grande quantità di animali?”. Tu, profeta, ti arrabbi per un ricino? E non capisci che io ho compassione per la grande città?
Peggio di così un profeta non poteva comportarsi. Si comporta da non-profeta. Il libro di Giona mette totalmente in ridicolo il profeta d’Israele, il profeta del Dio vero. È importante sottolineare come la comunità ebraica sia capace di prendere in giro anche il suo missionario, inviato ad annunciare misericordia ai Niniviti, ma che non ne vuole assolutamente sapere. Quanto è simile questa figura a noi missionari inviati da Dio a convertire l’Europa! Altroché missionari, altroché profeti! Sopravviviamo con la “sindrome di Giona”, il rifiuto di compiere questa missione; la sindrome del rifiuto degli altri, nella speranza di vedere finalmente fulmini e saette da parte di Dio su questa Europa a cui siamo inviati.
Tutti noi siamo colpiti dalla sindrome di Giona. Ricordo con grande commozione l’ultima sera passata nella baraccopoli di Korogocho a Nairobi. Era il 17 aprile 2002. Il giorno dopo sarei uscito da Korogocho per l’ultima volta. La gente è venuta a chiamarmi: “Padre Alex, non possiamo lasciarti partire se prima non preghiamo su di te”. “Eccomi” risposi. Siamo entrati nella stanzetta che serve per la preghiera e hanno cominciato a pregare su di me. Alla fine della preghiera qualcuno ha detto: “Padre Alex, inginocchiati”. Mi sono inginocchiato. Un altro ha detto: “Imponetegli le mani”. Mi sono sentito centinaia di mani sulla testa che mi pesavano come piombo e un pastore di una chiesetta indipendente africana ha incominciato a pregare in maniera carismatica. Verso la fine della preghiera ha detto: “Papà, ti prego, dona a padre Alex il tuo Spirito Santo – e sentivo queste mani che mi schiacciavano a terra – donagli con forza il tuo Spirito Santo perché possa adesso tornare alla sua tribù bianca e convertirla”. Io sono stato inviato dai poveri del mondo a convertire la mia tribù bianca.
Forse noi missionari dobbiamo cominciare a capire che oggi il primo appello alla conversione deve essere rivolto ai ricchi del mondo. Sono i poveri che ci inviano ai ricchi per dire loro – a questa tribù bianca che si considera all’80% cristiana – che ha invece bisogno di convertirsi. La prima conversione è aiutare l’Europa a capire che fa parte integrante di un sistema economico-finanziario che ammazza la gente. Questo sistema permette al 20% dell’umanità di consumare l’83% delle risorse del pianeta e così facendo ogni anno uccide 50 milioni di persone per fame.
Per mantenere le proprie abitudini di consumo, il 20% del mondo ha bisogno di armarsi fino ai denti. L’anno scorso abbiamo speso oltre mille miliardi di dollari in armi, e questo significa guerra e nuovi morti. Infine, questo stile di vita del 20% del mondo che sperpera le risorse della terra e investe immense somme per difendersi dai “barbari” sta ora pesando talmente tanto sull’ecosistema che siamo sull’orlo di una paurosa crisi ecologica. È la vita stessa che ne è minacciata. Noi facciamo parte di un sistema di morte che ammazza per fame, ammazza per guerra, ammazza il pianeta. Abbiamo bisogno di convertirci. Come ha fatto Giona, dobbiamo andare nelle grandi città dell’Europa, a fianco dei più poveri, e proclamare “Quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”, nella certezza che Dio vuole la conversione, vuole perdonare, vuole che tutti si salvino, vuole che tutti vivano in pienezza la loro vita. L’Europa deve cambiare. L’Europa non è mai stata cristiana. Erich Fromm aveva ragione ad affermare che noi europei abbiamo verniciato di cristianesimo le strutture che però sono rimaste profondamente pagane. Questo richiede una conversione radicale anche da parte nostra. Noi siamo eredi di una grande tradizione, la tradizione cristiana, ma questo non ci dà il potere di giudicare tutti, di scomunicare gli altri. Invece noi missionari dobbiamo davvero iniziare a sentire compassione per l’altro. Verso i rom, verso gli impoveriti, verso gli emarginati. Quanta sofferenza! Dobbiamo davvero prendercene cura. Dio dice a Giona: “Se tu sei arrabbiato per una pianta di ricino che è perita, non dovrei io avere pietà di Ninive, quella grande città nella quale sono più di centoventimila persone e una grande quantità di animali?”. È questa compassione di Dio che noi missionari dobbiamo fare nostra con un’apertura a 360 gradi. Il Dio di Giona è il Dio di tutti e Gesù ce lo ha rivelato in modo perfettamente chiaro. Non è il Dio di una razza, non è il Dio di un impero; è il Dio di tutti, è il Dio che vuol bene a tutti.
Dobbiamo veramente, come missionari, renderci conto che la missione in Europa e la missione nel mondo comporterà sempre di più quella che il grande Pierre Claverie di Orano (Algeria), ucciso nel 1996.
Sono giunto alla convinzione personale che non c’è umanità se non al plurale e che, quando pretendiamo – all’interno della Chiesa cattolica ne abbiamo triste esperienza nel corso della storia – di possedere la verità o di parlare in nome dell’umanità, cadiamo nel totalitarismo e nell’esclusione. Nessuno possiede la verità, ognuno la ricerca. Ci sono certamente verità oggettive ma che sono al di là di noi tutti e alle quali non si può accedere che attraverso un lungo cammino ricomponendole a poco a poco, prendendo dalle altre culture e da altri gruppi umani quello che altri hanno cercato e acquisito nel loro lungo cammino verso la verità. Non si possiede la verità, e io ho bisogno della verità degli altri.

 

 

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