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Continuando con la vita nella Sierra

Lettera di Lorena dal Messico, febbraio 2009

Pubblichiamo una lettera di Lorena Martinello, una giovane laureata in antropologia, che ora lavora in Messico con gli indios.

Un grande grazie a Lorena!

    

    

Ciao a tutti! È da parecchio tempo che non faccio avere mie notizie e mi scuso per questo, ma le giornate sono sempre strapiene di cose da fare e la sera fa troppo freddo per mettersi a scrivere...

Grazie a tutte le persone che mi scrivono e mi fanno sentire a casa! Mi dispiace non riuscire a rispondere sempre personalmente ma è un po’ preistorica qui la faccenda! Vi racconto un po’ com’è andata nell’ultimo periodo...

Inizio dalla cosa più bella che mi è successa in questo mese e che vorrei condividere con voi amici del gruppo biblico... è un fatto che è successo durante un corso di Pastorale Indigena per la difesa dei diritti umani a cui ho partecipato. È stata un’occasione bellissima per conoscere tanta gente impegnata perché, come dice p. Alex, vinca la Vita. A questo corso partecipava un sacerdote, p. Hector, che mi si è avvicinato raccontandomi che è stato in Italia, che conosce bene la mia terra... poi mi ha chiesto perché ho scelto di venire in Messico e gli ho raccontato un po’ la storia, dicendo che un mio grande esempio è stato un padre comboniano dal sorriso sornione che piangeva al raccontarmi i suoi 14 anni di missione in Messico. E cosa risulta? Che padre Hector ha vissuto a Guadalajara assieme a padre Ottavio!!!! Un sorriso ci ha illuminato contemporaneamente, ci siamo abbracciati saltando e ridendo forte... non ci stavamo abbracciando in quel momento, entrambi stavamo abbracciando il “nostro” padre Ottavio. È stata un’emozione bellissima e mi sono sentita a casa, fra amici. Che bello quando la vita ti regala questi attimi d’arcobaleno! Dio è grande e si nasconde nelle più piccole cose.

 

Ora continuiamo con la vita della Sierra... Nel periodo natalizio tutte le persone che lavorano qui sono tornate a casa propria: in mancanza di infermieri le suore dell’ospedale mi hanno chiesto di dar loro una mano nelle visite nutrizionali ai bambini da 1 a 5 anni di tutta la zona, e l’ho fatto con il cuore. Siamo andate con l’ambulanza in mezzo ai boschi (non c’era la strada, si passava tra pini e rocce con salti da ottovolante!) per raggiungere le comunità più distanti e abbiamo pesato e misurato i bambini, distribuito frutta, latte e biscotti vitaminizzati alle loro mamme-bambine, molte delle quali per firmare intingevano il polpastrello nell’inchiostro. Non sanno scrivere ma a 14 anni sanno gestire una famiglia, dei figli, una casa, gli animali. Grandi lezioni della quotidianità della Sierra.

Durante le vacanze ho passato varie ore vicina alla stufa, a tradurre le lettere per i bambini dei vari centri sostenuti da Fratelli Dimenticati Onlus. È stato interessante vedere come si pongono i benefattori italiani nei confronti di questi bimbi: alcuni li considerano parte della famiglia, allegando foto e disegni; altri scrivono parole d’incoraggiamento e di speranza, chiedono ai bambini di pregare per loro, altri ancora sottolineano la propria generosità o raccontano che hanno un coniglietto bianco che è come un figlio per loro... Interessante.

 

Per la prima volta nella mia vita ho atteso la ripresa della scuola, e sono stata felicissima di tornare nelle classi gelide piene di spifferi, con i ragazzini un po’ cresciuti, un po’ più ribelli, un po’ più selvatici dopo le vacanze profumate di libertà. Abbiamo ripreso le attività a pieno ritmo, con giochi dinamici per imparare i vocaboli d’inglese (e per riscaldarsi!), conversazioni in espanglish e preparazione della settimana culturale: un concorso di danza, canto, poesia, teatro e disegno in cui i ragazzini erano liberi di esprimere la loro creatività. È stato stupendo vedere come sono riusciti a tirar fuori doti nascoste, entusiasmo, impegno. La finale è stata un successone davanti ai genitori... e io dietro le quinte commossa come se fossero i miei figlioli... Porteremo i vincitori a fare un mini viaggio d’istruzione quando se ne va l’inverno (ovvero a maggio)

Sto mettendo in piedi un corso di fotografia ai ragazzi dell’internato, il sabato quando non hanno attività oltre a raccogliere legna nei boschi e lavare i panni al fiume. Penso che educarli a guardare la realtà cercando la Bellezza possa far bene alle loro anime di piccoli delinquenti: qui la vita dei mestizos è pura sopravvivenza, ma se educhi il tuo occhio a vedere la bellezza della natura e delle persone che ti circondano, anche le tue azioni potrebbero venirne influenzate. Lavorare a scuola mi fa crescere tantissimo, mi stimola a mettermi in gioco. Cercare di appassionare questi ragazzini è una sfida, quando rispondono positivamente ai miei stimoli assaporo una felicità semplice ma così genuina che mi fa ricordare che davvero basta poco, un nonnulla, per essere felici. Alla ricreazione a turno mi cercano per parlarmi, confidarmi una cotta, raccontarmi i loro problemi, la difficoltà di stare nell’internato... forse perché siamo un pò sulla stessa barca per quanto riguarda la nostalgia di casa, forse perché percepiscono che è affetto vero quello che provo per loro. Quando esco dalla scuola c’è sempre un gruppetto che mi grida giù dalla finestra “principessa!” (hanno visto “La vita è bella” di Benigni) cambiando la voce per non farsi riconoscere. Perché una semplice parola può far fluttuare tra le nuvole?

 

Questo periodo è stato sconquassato dalla notizia dell’assassinio della mamma di Juanito e Alfredo, due tra i miei alunni più brillanti, motivati allo studio dell’inglese dal sogno di trasferirsi negli Stati Uniti. In queste vacanze, dopo quattro mesi di lontananza dalla loro calda terra di Batopilas, hanno assistito ad una lite tra i genitori che ha portato la morte alla madre e il carcere al padre, che quando si è reso conto di cosa aveva combinato si è sparato in gola - salvandosi miracolosamente. Pallottole nel muro, stanza imbrattata di sangue. Grida e rantoli che rimarranno sempre nelle loro orecchie, odore nelle narici, cuore a pezzi. E ora sono di nuovo in classe, nel convitto del freddo villaggio di Sisoguichi, con un trauma da rielaborare tra compiti, turni di pulizia, studio e raccolta della legna. Mi chiedo come faranno, una volta cresciuti, ad amare una donna, a credere nella bellezza della Vita. Mi spaventano gli occhi di Juanito, era solare e allegro, è una statua vuota, un guscio che si muove lentamente e quando mi guarda fisso negli occhi mi spaventa, mi inquieta. Sono diventati occhi di adulto senza sogni.

A poco a poco sto conoscendo le storie di vita dei miei ragazzini e ogni volta è un colpo al cuore. A volte fatico a credere che sia vero quello che qualcuno mi sta raccontando. Ma lo sguardo limpido e spiazzante nella sua sincerità mi fa capire che anche questa è realtà, e che se uno non vuole imparare i verbi irregolari, beh, forse è perché la vita gli ha stravolto le prospettive, e non gli importa sapere come si coniuga il verbo to dream.

Questa Sierra mi sta insegnando tanto, mi educa alla realtà. Realtà che è sogno dei Raramuri, danze delicate, fruscio di gonne e sguardi che sorridono. Realtà che è anche violenza e morte, solitudine e impotenza. Dura, ma pur sempre Realtà. Da vivere ogni giorno in pienezza, per non farsi sorprendere dalla Morte con qualche sogno in sospeso.

È dura, è affascinante. Mi sto innamorando di questi popoli. Tanto i rispettosi Raramuri quanto i violenti Mestizos, entrambi hanno ogni giorno qualcosa da insegnarmi. E a volte mi viene in mente un momento mentre facevo il corso di formazione a Roma in cui sorridendo mi hanno detto "ma tanto so che tu ci tornerai nella Sierra..." beh... devo dire che andando al di là delle difficoltà che ci sono, del freddo, della solitudine e della lontananza dalla famiglia, dagli amici, dalla mia comunità, ... stare qui mi riempie il cuore. E il bello è che non faccio niente di speciale, ma mi sento piena. Quando chiacchiero con una mamma, quando leggo i numeri della tombola al gruppo "Esperanza de Sisoguichi" (età media 75 anni), quando mi salutano per strada esclamando "guerita bonita!" (significa biondina bellina... sono convinti che il mio capello sia biondo!), quando mi fermo a spidocchiare e coccolare le bambine raramuri dell'internato, quando a messa il padre dice qualcosa di semplice ma così vero e riscontrabile nella realtà, quando guardo le mie compagne di avventura e sento che, anche se a volte mi verrebbe da tirare un collo o fare uno sgambetto, voglio loro bene e le stimo, quando vivo la mia giornata in semplicità e la sera le cose belle da appuntare sono innumerevoli, quando mi addormento con un sorriso nonostante il gelo, e penso che non sto vivendo invano. In realtà non faccio niente di speciale, faccio cose che non ho mai fatto, ma faccio anche cose normali che facevo anche in Italia, lavo cucino pulisco butto la spazzatura aggiusto una porta scrosto una padella ma mi sento piena, mi sento bene, sento che la vita non mi scorre via dalle mani, come ho troppe volte percepito, ma anzi è tranquilla, va al mio ritmo, mi cammina a fianco con il mio passo, anzi ci cammino dentro appieno, nella Vita. È incredibile perché per la prima volta nella mia esistenza non è angustiante il pensiero della morte. Se muoio adesso, muoio felice e consapevole del fatto che è proprio vero quel che dice madre Teresa, che non possiamo fare grandi cose, ma soltanto piccole cose con grande Amore. E ci sto mettendo grande amore in questa piccola vita serrana, mi viene spontaneo, è qualcosa di inspiegabile. Boh. magari è il mio solito entusiasmo iniziale, però mi piace, e me lo sto vivendo appieno, gustandomi ogni momento.

Ci sono ancora così tante cose da conoscere, da capire, da vedere, da imparare....molto per cui impegnarsi, spendersi, battersi, lottare... ah, la Sierra!

Che ne sarà di noi?

Vi penso e spero che tutto proceda bene in Italia... fatemi sapere come va lì! il giovedì sera seguo telepaticamente la lettura dell'Apocalisse... anche se senza la riflessione di ciascun membro del gruppo è molto più difficile....

ricordiamoci nella preghiera!

un abbraccio

febbraio 2009

Lorena Martinello

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