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Quarantacinquesimo giorno - La lotta continua

VALDENIA PAULINO da Sao Paulo, 11 novembre 2007

Sao Paulo, novembre 2007.


Sono ormai 45 giorni che ho ricevuto la notizia che il mio nome sarebbe apparso nei media affermando il mio coinvolgimento nel ricevere denaro dal traffico di droga da parte di un gruppo criminale dello Stato di Sao Paulo.
Nei primi 10 giorni sono avvenuti vari fatti, la prigionia di una vittima di violenza sessuale da parte di un poliziotto militare, tentativo di sequestro di uno dei miei fratelli, minacce costanti di morte verso la mia persona, furti nella associazione dove lavoro.
Dopo sono avvenuti i processi per appurare i responsabili di queste barbarie. Ci sono stati molti atti di solidarietà nei miei confronti, di cui sono molto grata.
Le maggiori difficoltà sono state due. La prima di ordine materiale. Il Brasile e lo stato di Sao Paulo non hanno politiche di sostegno di appoggio ai difensori dei diritti umani. Ci sono dei programmi sulla carta, ma nella pratica tutto dipende dalle relazioni e possibilità che i singoli riescono a sostenere.
Ho dovuto assicurare personalmente a mio fratello un luogo sicuro per vivere con la moglie e i figli; ho chiesto aiuto ad amici di altri stati per accogliere la ragazza minacciata e vittima delle violenze della polizia, poiché gli stessi vogliono ucciderla per vendicarsi di me; sono sotto terapia psicologica grazie all’intervento di un’amica psicologa che mi aiuta anche nella rateizzazione del compenso; e anche i costi del telefono che in questo periodo si sono triplicati. In questi 45 giorni i costi hanno superato i 9.000 Reais (circa 3,000 euro). Per fortuna sono borsista nella rete ASHOKA (associazione di imprenditori locali), faccio parte della comunità di Sapopemba e ho tanti amici che mi sostengono dentro e fuori dal Paese. In questo senso approfitto per ringraziare tutte le persone e le associazioni che si sono coinvolte in questo processo.
L’altra difficoltà che considero più grave è il fatto che le autorità e i leaders delle comunità mi riducessero a vittima e ad “eroe” per aver coraggio di denunciare le violenze della polizia. Ci sono autorità che mi chiedono se sto bene, ma non fanno niente per ridurre la violenza della polizia nelle periferie. Nessuno mi chiede come sta la giovane oggetto di abusi e come stanno le molte altre vittime di questa violenza. Forse perché rappresentano solo dei numeri statistici di quelli che soffrono violenza da parte della polizia nelle favelas della città. Forse perché la favela non rappresenta niente di fronte alle “autorità” e di fronte alla società civile hanno importanza soltanto in situazioni di convenienza.
Non è stato facile. Ricevo continue minacce di morte da varie parti. Poliziotti amici mi avvisano di colleghi che mi vogliono morta. Verso la mia famiglia sostengo un atteggiamento positivo, dicendo che le cose miglioreranno, ma so che non è vero. Gli abitanti che vivono vicino alle “bocche di fumo” (luoghi dello spaccio), subiscono continuamente violenze come forma di rappresaglia per quanto accaduto. Colpiscono soprattutto gli usuari di droga, sapendo che poi le loro denunce sarebbero inattese.
In questi 45 giorni si sono avute varie deposizioni, insieme a tanti documenti, ma poca speranza che di fatto sia fatta giustizia.
La ragazza che ha sofferto violenza da parte della polizia è stata scelta come capro espiatorio dell’azione di denuncia fatta all’inizio dell’anno. Tutte le volte che c’è un’azione disciplinare, poi gli stessi poliziotti prendono una delle vittime per attingere noi stessi. Nel ’99 fu il testimone Marcio. Lo torturarono tanto al punto che non sarà più capace di testimoniare, oltre ad aver perso la salute. Nel 2003, hanno tanto perseguitato un paio di genitori che uno è morto d’infarto per le conseguenze subite e l’altro è allettato a causa di un ictus. Nello stesso 2003, un’altra famiglia ha lasciato il quartiere per non rischiare oltre e siamo noi che abbiamo dovuto provvedere.
Conosco bene le conseguenze della promozione dei diritti umani per quelli che nessuno considera  e sono valutati un niente! Fare denunce e indagini, sollevare casi per diffondere notizie sulla realtà della violenza della polizia è importante, ma la sfida resta accompagnare le persone che soffrono con tutto questo. Quando si denuncia, bisogna anche presentare la vittima perché faccia da testimone e indicare i responsabili. Al contrario, la denuncia non sortisce effetto e la politica ne fa uso  per proprio tornaconto. Ma è importante convincere la vittima che per sostenere la denuncia e per aiutare la comunità è fondamentale la testimonianza. E la vittima con la sua famiglia si fiderà nella misura che sa che può contare su chi l’accompagna. Ma oggi so che tutto questo ha costo economico e psicologico altissimo. Ma nonostante tutto sono decisa a continuare in questo lavoro e sostenere tutte le vittime a non aver paura di denunciare.
La ragazza di cui parlo sopra potrebbe essere accolta nel programma di protezione alle vittime, ma lo stesso programma non è abilitato ad accogliere giovani. L’alloggio consiste nei primi giorni di fatto ad un isolamento. Quello che si chiede in queste situazioni, però, è di poter stare con persone che affettivamente sostengano la vittima. Di fatto, il programma è fatto per accogliere persone che abbiano una preparazione che colga anche la valenza politica del processo, ma i nostri giovani delle periferie riescono a cogliere solo le necessità del giorno, quello che serve per la sopravvivenza immediata.
Attualmente, i processi volgono a mio favore. È possibile che nel futuro remoto possa ricevere anche un indennizzo per tutto questo. Ma allo stesso tempo non si vedono segnali di cambiamento nel sistema che mette a repentaglio la vittima delle persone che vivono nelle favelas della periferia delle città.
Ieri ho avuto notizia di un giudice del Mato Grosso (stato del Brasile) che dorme dentro il tribunale perché minacciato di morte da parte di trafficanti che sono stati giudicati dal giudice stesso. Lo stesso giudice, come altri difensori dei diritti umani, ha dovuto lasciare la sua famiglia perché non fosse colpita dalle minacce dei delinquenti. La cosa più difficile è l’assenza dello Stato e della società. La situazione della città di Rio de Janeiro soltanto rinforza questa visione. Mentre il Presidente  della Repubblica e molti brasiliani festeggiano per l’arrivo della Coppa del Mondo di calcio, noi difensori dei diritti umani siamo già preoccupati delle molte probabili vittime che saranno provocate per giustificare la sicurezza delle delegazioni, come è successo quest’anno nelle Olimpiadi svoltesi a Rio de Janeiro. Che triste notizia sapere che il Brasile ospiterà la Coppa.
Continuiamo nella lotta. Ringrazio la solidarietà di coloro che continuano a diffondere il lavoro del CEDECA, perché oltre alle denunce esistono anche i progetti che hanno bisogno dell’aiuto da fuori ma che sono fondamentali per il lavoro di formazione e prevenzione che possa in qualche modo ridurre il grado di violenza.

Un abbraccio fraterno.

Valdênia Aparecida Paulino


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