giovaniemissione.it

Ottobre 2006

"Prendi il largo e gettate le reti" (Lc 5,1-10)

Missione Giovane: ViviAmo la Speranza

“IL PUNTO DI VISTA DI DIO”

Un abrazo de paz a tutti/e voi!!!
Abbiamo vissuto un’estate intensissima che ci ha visti coinvolti e vicini a tante realtà di emarginazione, povertà, di accoglienza e condivisione (il resoconto dei campi GIM in Italia la trovate nel nostro sito: www.giovaniemissione.it) . E come sempre non vogliamo che siano piccole parentesi che si aprono e si chiudono nello spazio di 10 giorni. Ripartiamo con il cammino GIM (Giovani Impegno Missionario) anche quest’anno, come proposta di accompagnamento e discernimento missionario aperto a tutti i giovani che si lasciano sfidare dalla scelta radicale di Gesù, che è quella di camminare e costruire il Sogno di Dio insieme ai più poveri e abbandonati della Terra, gli esclusi dal Sistema di opulenza e morte nel quale viviamo. E sono davvero tante le persone che a questo Sogno - Vita piena per tutti - ci credono davvero e si giocano la vita con audacia e semplicità, nell’Accoglienza dell’ALTRO. Ma abbiamo bisogno anche di te.

Insieme a loro noi proponiamo quest’anno il cammino della Speranza: “Vivi-Amo la Speranza!” è il tema di questo nuovo anno 2006-2007. Coinvolgiti anche TE , cammina con noi.

Dice Jon Sobrino: “La speranza che bisogna ricreare oggi non è una speranza qualsiasi, ma speranza nel potere di Dio contro l’ingiustizia che produce vittime. “Ciò che conferisce un tratto nuovo e scandaloso al messaggio cristiano della Pasqua non è il fatto che un certo individuo sia risuscitato precedendo tutti gli altri, ma che a risorgere dai morti sia stato proprio costui: il condannato, l’appeso a un legno, l’abbandonato” (Moltmann)…. Non bisogna dimenticare che la croce di Gesù, prima di essere la croce è una croce, e prima e dopo di essa ce ne sono state e ce ne saranno molte altre. Dio ha risuscitato un crocifisso e da allora c’è speranza per i crocifissi”.

Il luogo di questa Speranza è il mondo dei crocifissi. E’ da lì che si costruisce, con creatività, la Speranza. Da lì partiamo, e da lì scopriamo il “punto di vista di Dio” (De Andrè).

Per acquisire anche noi questo punto di vista quest’anno ci faremo accompagnare dal Vangelo di Luca e da due testimoni: Mosè dal Perù e Maria dallo Zambia, che ci aiuteranno a rileggere le narrazioni della comunità di Luca dal Sud del mondo.

"[...] quando i sentimenti, l'interesse, la passione, i sogni e il WE CARE esce, si trasforma in coperte, in alimento, in pane, in visita agli ammalati, in ricerca del diritto dei lavoratori, in informazione per migliorare la qualitá della vita… allora c'è qualcosa che si sta muovendo… e un canto latinoamericano dice: “ è il mio popolo che sta risorgendo, è il mio popolo che si è incontrato con Dio, e la Vita germoglia, e la vita trasforma in passi di pace l'amore incontrato ” (p. Mosè).

Buon cammino!

p. Daniele, p. Rossano, sr.Eleonora

 

 

Prendi il largo e gettate le reti

 

Lc 5, 1-10

"Gli investigatori scoprono i beni per gli uomini, i potenti li distribuiscono e i ricchi li usano; i poveri e gli oppressi decidono se vivere ha senso, se l'uomo è un essere felice, se la vita nonostante tutto puó essere amore e progetto" (A. Paoli)

Luca unisce due fatti diversi: la chiamata degli apostoli (che in Marco troviamo all'inizio del vangelo - Mc 1,16 e in Matteo dopo le tentazioni del deserto - Mt 4,17ss) e la pesca miracolosa (che in Giovanni è dopo la resurrezione di Gesú - Gv 21).

Perchè questa scelta? Pensiamo che in questo modo, narrando i miracoli, si spieghi meglio la risposta immediata dei discepoli. Nel testo che ci accingiamo a far entrare nel nostro cuore, non incontriamo nessuna proclamazione eclatante o dogmatica, ma la semplice descrizione di una giornata lavorativa di alcuni pescatori con Gesú.

"La gente si radunó per ascoltare la parola di Dio, e Lui stava in piedi sulla riva del lago" (5,1).

Il versetto anteriore narra che Gesù uscì per andare a predicare nelle sinagoghe del paese e ora lo troviamo sulla riva del lago. Non erano le sinagoghe i luoghi più appropriati per ascoltare la parola di Dio? Pure a noi hanno insegnato che la Parola di Dio si ascolta in Chiesa. E l'abbiamo osservato bene il precetto considerando che ci accontentiamo di osservarlo una volta alla settimana.

Gesú apre lo spazio e il tempo al messaggio di Dio: in qualsiasi posto, lí dove la gente ha desiderio di ascoltare la Parola di Dio, si apre il cammino. Non sappiamo quale sia il motivo vero per cui la gente si riunì attorno a Gesú. Possiamo immaginarlo. Lui prende le distanze opportune, rimane in piedi ed osserva. La gente lo cerca e i pescatori, come era abitudine al termine del loro lavoro, puliscono le reti. Nulla di nuovo, ma tutto era differente.

Gesú si autoinvita a salire sulla barca di Simone (5,3) che non si nega a prestargli un servizio. Si siede ed inizia a insegnare a quella gente che per un motivo o un altro é accorsa a Lui. Nasce cosí la "cattedra di Gesú", nel tempio piú pratico del mondo (in mezzo al lavoro) e sulle rive del lago (luogo dei senza fissa dimora; limite della lotta quotidiana della sopravvivenza delle migliaia di persone che vivono del lavoro di pesca). Terminata la lezione (non si sa cosa abbia detto Gesú) si rivolge a Simone per invitarlo a rigettare le reti. Proviamo a immaginare che la stessa richiesta Gesú la rivolga oggi a un gruppo di pescatori genovesi, napoletani o veneziani; pensate che la risposta possa essere cosí nonviolenta come quella di Simone?

L'insuccesso della pesca realizzata la notte anteriore dispone i discepoli allo stesso scetticismo che spesso prende anche noi quando non riusciamo in ciò che ci eravamo proposti. Pensiamo che ormai non ci sia più nulla da fare, pero Simone confida (5,5).

Interessante il modello educativo che Gesú propone con la sua università popolare: da un insegnamento rivolto a tutti, al dialogo con pochi; dalle parole passa al dialogo che si fa azione immediata. A Simone non gli viene chiesto nulla di impossibile se non solo di fare con un altro spirito ciò che sempre ha fatto. E nonostante la stanchezza, la frustrazione e l'angustia accettano la sfida e il risultato li stupisce e li obbliga a lavorare in gruppo, si fanno compagni (5,6-7).

Il gesto illumina Simone che con umiltà si dichiara peccatore. Ma quale fu il suo peccato? Dubitare della parola di Gesú? Non dire subito di sí e rispondere con riserva o l'insicurezza dovuta alla stanchezza? Lo consideriamo peccato tutto questo? O forse si era accorto che aveva lavorato da solo e che si riteneva la colonna sapienziale del club dei pescatori di Genesaret?

Si riconosce peccatore (ossia colui che crea scandalo e rottura) non per una infrazione morale, ma per aver scoperto che fino a quel momento non si era fatto compagno, non era cresciuto nella relazione. Chissà sia proprio questa la grande disobbedienza originale: la rottura della relazione.

Simone dichiara il suo fallimento per riconfermare la fiducia. Ha voglia di cambiare, di fare un passo in piú. Quel dialogo personale gli ha aperto la porta dell'incontro. E allora la stanchezza sparisce.

Tanti sono coloro che sentono la Parola della Buona Notizia e pochi coloro che l'ascoltano. É lo stesso meccanismo che si instaura nelle nostre relazioni e che causa la maggior parte dei conflitti: sentiamo l'altro, ma non l'ascoltiamo.

Gesú accetta, nei suoi corsi di università popolare, gli «uditori esterni», ma sceglie gli ascoltatori che si lasciano trasformare personalmente dai numerosi segni di vita che nascono quando la buona notizia penetra.

Il progetto del Regno di Dio ha bisogno di persone che siano disponibili a questo primo passo: farsi persona. É un invito a darsi da fare, a collaborare coinvolgendosi, ad assumere un piccolo impegno fedele e liberante, ad essere "pescatori di uomini" (5,10b) ossia sentirsi responsabili delle persone.

Il vecchio trio di pescatori costituisce il primo nucleo di discepoli. Sono convocati per collaborare con Gesú nell'annuncio del Regno, qualcosa di estremamente nuovo e radicale per loro. Per questo, e dopo tutto questo, lasciarono le loro barche alla riva, lasciarono tutto per seguirlo (5,11).

É un dialogo semplice e pedagogico che ci presenta una sfida. Il Vangelo deve essere proclamato dalla vita quotidiana delle persone. Fuori da questo contesto l'annuncio non influisce minimamente sulla realtà.

L'invio è preceduto da un incontro e da una relazione: non esiste il lasciar tutto senza la scena anteriore, in sintesi: ributtare le reti, riconoscersi "peccatori" per aprirsi al nuovo (e volerlo) e rimanere senza parole (stupore) di fronte al segno realizzato da Gesú e infine la prassi concreta.

In questi tempi in cui si respira la "perplessità della Chiesa", sarebbe opportuno che ogni lectio divina sia anticipata da una profonda lectio humana che ci aiuti a prendere il largo per avvicinarci e ributtare le reti per credere nella provvidenza abbondante. Non temere!

p.Mosé

 

 

 

Valdenia Aparecida Paulino

Dice Paulo Freire“si diventa solidali con gli oppressi solo quando il nostro gesto cessa di essere un gesto sentimentale, di falsa religiosità, di carattere individuale, e diviene un atto di amore. La vera solidarietà nasce solo nella pienezza di questo atto di amore, quando esso diventa esistenza e prassi. La solidarietà esige da colui che diventa solidale che assuma la situazione di coloro che ha scoperto oppressi, è un atteggiamento radicale.”.


Grazie a Valdenia e a quelle persone, ancora troppo poche, che testimoniano che questa radicalità è possibile.

Valdenia è avvocata, laureatasi alla facoltà di diritto di São Paulo, Brasile.

Proveniente da una zona periferica, povera e molto violenta della città, non ha mai abbandonato le sue radici, conquistando con fatica il diritto allo studio e garantendosi con il suo lavoro la possibilità di acquisire una professione a servizio degli esclusi. Si è impegnata a fianco dei più poveri, cominciando coi raccoglitori di cartone e ferro vecchio, fino ad organizzare una comunità di recupero per ragazze coinvolte nella prostituzione minorile.


Lavora al Centro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente “Mônica Paião Trevisan” (CEDECA) , occupandosi della denuncia delle violazioni dei diritti umani dei bambini e adolescenti in famiglia, nella società, nelle carceri minorili (FEBEM). Segue progetti di prevenzione e di reinserimento comunitario, alternando il suo tempo tra la presenza in favela, in università e nelle istituzioni e associazioni di difesa dei diritti umani. Collabora con l’attività delle comunità cristiane di base dei quartieri periferici, che riconosce come suo punto di partenza e di continua ispirazione, oltre che ambito privilegiato di coscientizzazione per i più poveri.


Ha realizzato una piccola comunità famiglia nell’appartamento in cui vive, accogliendo con sè un gruppo di adolescenti in fase di recupero dopo esperienze di violenza e esclusione.


Appoggia i movimenti popolari per il diritto alla casa, alla terra, alla salute e al lavoro.


Ha coperto anche ruoli istituzionali nella città di São Paulo, partecipando dei consigli di difesa dei diritti dei bambini e adolescenti e delle commissioni di difesa dei diritti umani.


Mantiene relazioni con vari centri di difesa dei diritti umani in Brasile, raggiungendoli con incontri di formazione e scambio di esperienze.


Ha collaborato più volte con Amnesty International e realizzato alcuni viaggi in Europa per denunciare le gravi violazioni ancora in atto nel suo Paese.


E’ citata in un rapporto di Amnesty International sulla questione delle carceri minorili a São Paulo e nel rapporto sulla indipendenza dell’autorità giudiziaria del Consiglio Socio-Economico dell’ONU.

Le chiediamo: “Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a coinvolgerti così a fondo con il tuo popolo?”

La mia scelta l’ho fatta a partire dalla mia realtà, perché anch’io vengo da una famiglia molto povera, che come tante altre famiglie che vivono nei quartieri poveri a San Paolo è venuta immigrata di altro stato del nord-est del Brasile per trovare una vita più dignitosa. Per fortuna nonostante tanta povertà sono cresciuta in una famiglia cristiana che cercava di portare ai loro figli un’esperienza di fede e così sono cresciuta insieme alla comunità ecclesiale di base che ancora oggi in Brasile è molto forte e importante. Nel quartiere povero, la gente è abbandonata alla sua sorte, non c’è un appoggio forte del potere pubblico, statale, è un quartiere dove non c’è università, centro industriale; quindi la comunità, ne parlo anche in senso religioso, tante volte diventa l’unico spazio che c’è per pregare, organizzare, pensare una modalità diversa. Sono cresciuta insieme... perché quando avevamo bisogno della luce elettrica era una lotta che dovevamo fare tutti insieme e quindi per necessità le persone si riuniscono ma anche con l’aiuto di tanti missionari che sono arrivati lì per aiutare a capire queste cose con la coscienza che se tu stai insieme ad altre persone che hanno la stessa sofferenza si può cambiare qualcosa. Abbiamo fatto insieme questo cammino. Ho sentito sulla mia pelle cosa vuol dire non aver da mangiare, non avere soldi per tenere una vita più dignitosa. Insieme a questa comunità abbiamo preso coscienza del perché questa situazione (di povertà e ingiustizia) è così. Di fronte a questo, avevo bisogno di fare qualcosa: allora abbiamo iniziato un lavoro, io ero ancora adolescente, prendendo in mano la problematica dei bambini, che ci sembrava la problematica che coinvolgeva la frazione di popolazione più fragile, perché erano bambini di favela. Abbiamo iniziato io come educatrice, uno scolastico comboniano e un’altra ragazza. Abbiamo iniziato andando insieme ai bambini: andando nella spazzatura, per strada... cercando di insegnare che poco che noi sapevamo...così è nato nel nostro quartiere tutto un lavoro con i bambini, che negli anni si è sviluppato molto, e che ora continua anche con handiccapati, giovani adolescenti che escono dal carcere, giovani con problemi di droga...la nostra base era questo vincolo con la comunità di fede, non una fede astratta, ma una fede incarnata nella sofferenza di queste situazioni, che era anche la nostra ma che per i bambini era ancora più brutta...

Grazie Valdenia perché anche tu ci fai vedere il punto di vista di Dio.

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