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GIM Padova: FRATELLI NELLA DEBOLEZZA

maggio 2008

FRATELLI NELLA DEBOLEZZA

GIM Padova, maggio 2008

 


Canto


Preghiera iniziale 


GIOIA DELL’AMORE FRATERNO


Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!

E' come olio profumato sul capo, che scende sulla barba di Aronne,

che scende sull'orlo della sua veste.

E' come rugiada dell'Ermon, che scende sui monti di Sion.

Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre.




Testimonianza dalla comunità

In me si creò la consapevolezza di un’alternativa. Il Centro comunitario Gesù Risorto, che io ho fondato, era un grido di battaglia che si contrapponeva al dolorismo dei volontari della sofferenza dove si parlava solo di croce: “poverini, portate la croce”, dicevano, e questo era anche il clima dell’Unitalsi. Non si predicava altro che sofferenza, però ideologizzata. Per me giovane prete non erano malati, ma handicappati, vivevano la condizione del limite, ma non della malattia. Nella società degli anni ’50 praticamente per loro non c’era posto... la riabilitazione è cominciata con l’istituto Don Gnocchi e con l’Aias. Prima c’erano istituzioni chiuse, ricoveri, istituti... degli invalidi civili si è cominciato a parlare dopo, nel ’68.... Erano dei senza diritti...e nella Chiesa c’era in più questo pesante aspetto dolorifico

La comunità doveva cominciare su una collina dell’Istituto Lauretano, vicino Loreto, doveva essere un’alternativa al mondo del dolore. ... la chiesa come tenda, i laboratori....doveva essere il villaggio di Gesù Risorto, una cosa fortissima. Però a Loreto, non a Fermo. Non era neppure una casa, era una collina, non c’era niente. Poi però successe il fatto del vescovo... Il seminario era arrivato a non poterne più di me, quindi il vescovo mi chiamò, io tornai da Lourdes nel 65 con questo documento-appello e mamma mi disse che il vescovo mi cercava. Già in aprile mi aveva avvertito: “se non cambi mentalità, don Franco, io ti mando via dal seminario”, e io gli avevo detto: “eccellenza, la mentalità è questione di coscienza”. Quando mi ha richiamato ad ottobre mi sono messo in tasca il documento di Lourdes e sono andato da lui. Così appena mi ha detto che mi cacciava dal seminario gli ho risposto che il seminario era un posto dove non c’era libertà, dove la gente si nascondeva, dove si faceva allarme su ogni cosa...Ma lui era deciso: “don Franco, anche Roma vuole che io ti mandi via”. Allora io tirai fuori dalla tasca il progetto: “eccellenza, mi lasci lavorare qui”. Il vescovo rimase colpitissimo: “ah, ma questo non è stato mai fatto da nessuno”. Io mi sentii tutto felice perché gli amici preti che mi conoscevano così intraprendente mi raccomandavano: “don Franco lavora con la Chiesa”. Quando il vescovo mi ha dato il permesso sono uscito gongolante, perché mai avevo rinunciato all’idea di lavorare con i giovani, però dentro di me ho pensavo che i giovani avrebbero aiutato gli handicappati...il vescovo mi approvò, mi sostenne Io sono andato dai miei alunni dell’istituto industriale di Fermo e abbiamo cominciato a ripulire e ristrutturare la villa che era in abbandono da sei anni. I miei ragazzi dell’industriale venivano dopo scuola a lavorare, il Corriere Piceno, un giornale locale di quel tempo annunciava l’apertura della casa Papa Giovanni di Fermo Un amico mi ha regalato un pulmino, l’ha tirato fuori dal suo magazzino di roba inservibile, non c’era né passaggio di proprietà, non c’era il bollo, mancavano persino le luci di dietro! Con questo pulmino fatiscente però pieno di speranza, ho caricato gli handicappati che uscivano da situazioni di solitudine di Roma. Proponevo di costruire una comunità a partire dal loro protagonismo per rivendicare anche i diritti, non solo un’azione di protesta puramente politica, ma un coinvolgimento di vita con i sani. L’ideale era mettersi insieme, era per dire “rendiamoci utili alla società per il cambiamento sul piano dei valori”, non era tanto uno scopo puramente sociale.

L’impronta di Capodarco era crescere insieme nella società giovani, studenti, lavoratori. L’8 agosto 1970 si sposarono insieme Michele Rizzi e Emma, Lucio e Natalia, Memmo e Milli. Doveva venire anche il vescovo, poi si sentì male. Molti preti vedevano come uno scandalo i tre matrimoni di handicappati, invece era l’affermazione di questo patrimonio e dei sentimenti più belli, l’integrazione dei sessi vissuta nella sensibilità dell’handicappato che trasformava la sessualità in accoglienza, in tenerezza reciproca. I gruppi famiglia nascevano da questa sessualità trasfigurata che si faceva con la comunità. La comunità dava a loro la possibilità di far nascere la famiglia e la famiglia rafforzava la comunità. Una vera attenzione dentro ai sentimenti, realizzando anche l’aspetto sessuale che per loro era proibito, lo trasformavano in valori umani, di accoglienza.

All’inizio i soci erano solo gli handicappati che si coinvolgevano nella vita comune, poi mano a mano con questi servizi realizzati sul territorio era cresciuto il numero degli “esterni” che ruotavano attorno alla comunità...e ci chiedevamo allora: cosa significa essere comunità? Che significa nell’attuale momento politico-sociale essere comunità? Era il periodo di blocco delle riforme, noi resistevamo sul territorio, e intanto affrontavamo i problemi radicali, il disagio giovanile, la droga, l’individualismo crescente. Per me l’ideale restava “abitare insieme”, altri dicevano che bisognava lasciare andare la gente, promuoverla e poi non rivederla più. Nel Cnca di don Vinicio abbiamo tentato di fare da pungolo alla Chiesa. Però il rapporto non è stato facile. I cattolici ci vedevano di sinistra, quelli di sinistra ci vedevano cattolici.... Nell’85 un prete dell’Ecuador, don Jaime Alvarez, è venuto in Italia per trovare aiuti e ha trovato la comunità di Capodarco come modello per i suoi handicappati e mi ha detto: “aiutaci a fare la comunità per e con gli handicappati come tu l’hai fatta in Italia”. Nell’85 io ho mandato un giovane ex obiettore di Grottaferrata a fare un’esperienza di comunione con gli handicappati dell’Ecuador ed è tornato qua portandosene quattro. Hanno fatto un’esperienza di un anno e sono stati quindi capaci di creare la comunità quando sono tornati.

In quel momento ho capito che la mondialità era la vera dimensione del nostro essere cittadini del mondo, che la vera solidarietà si costruiva a partire da lì. E anche un vero protagonismo dei poveri. Penso al dramma di una società che sta andando verso il disastro ecologico, alla spietatezza di comportamento dell’uomo verso l’altro uomo. Il vero dramma non è più l’handicappato, il dramma è l’educazione, il vuoto che noi stiamo dando alle nuove generazioni. Partire dai ragazzi per ricostruire questa società mi sembra l’opera più bella che Capodarco può fare ora. Io dico che la fede si concretizza nel rapporto con il Dio della croce, è inquietudine più che sicurezza, la carità, l’amore ti sostiene, perché tu ricevi più di quello che dai quando ti confronti con la condivisione nella storia dei poveri. Ma la virtù della speranza è la virtù dei giovani, che sono portatori naturali di speranza. La Chiesa deve aprirsi ai giovani, al protagonismo dei ragazzi. Dobbiamo abbandonare un cristianesimo vissuto in termini di ritualismo intimistico. I ragazzi sono la speranza del mondo e non possono non esserlo, sono naturalmente così, ma non possono nutrirsi da soli delle speranze....sei tu che devi trasmettere loro il tuo patrimonio... Allora io dico, i ragazzini sono il futuro, dobbiamo farli diventare protagonisti, e i veri educatori sono i poveri. I brasiliani dicevano agli italiani: “perché siete così infelici? Perché siete così tristi?” Io vorrei impegnarmi su questo nei prossimi anni. Vedo questo patrimonio di giovani, ragazzi aperti alla mondialità, educatori......oggi il vero mestiere da scoprire è l’educatore di strada, l’educatore che si coinvolge con i ragazzi. La mia speranza è che la Comunità raccolga questa sfida. A livello internazionale deve far crescere queste esperienze di scambio tra ragazzi, sul piano locale dobbiamo portare avanti il discorso dei servizi sul territorio e i servizi sull’handicap approfondendo il coinvolgimento delle famiglie dei ragazzi handicappati. è il discorso del “dopo di noi”: la famiglia coinvolta passa la sua sensibilità agli operatori che aiutano il disabile nel suo processo di autonomia.

GIOVANNI ( 14, 15-29)


Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre,lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Gli disse Giuda, non l’Iscariota: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.



Silenzio e riflessione


Gesto e condivisione

Dopo ogni condivisione seguirà il gesto.



Preghiera finale


" Quando la Parola ci raggiunge è già Pasquale , " pneumatica " ed ecclesiale .

La resurrezione , il dono dello Spirito

e la costituzione della comunità ci precedono sempre e necessariamente .

Lo spirito del Risorto non solo ci raduna ma ci introduce nell’ intelligenza della storia di Gesù e la attualizza , la rende buona notizia " per noi " .

E’ nell’ incontro tra la Parola e la nostra vita che lo Spirito si fa strada .

Egli illumina la vita con la Parola e conferisce alla Parola la concretezza con la vita .

Egli è la nostra Pace... "

di: Luca Manganelli

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