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1 GIM Venegono: “… Abbiate un sogno. Abbiate un bel sogno”

Convivialità delle differenze, Aprile 2008

 

GIM1 ViviAmo la Comunità
19 aprile – Convivialità delle differenze

 

“… Abbiate un sogno. Abbiate un bel sogno”

 

Canto: Venite alla festa A6


Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,
strappa dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: banchetta con la tua vita.

                          (Derek Walcott)
 

La Chiesa, casa dalle porte aperte.

Mi piace osservare come questo luogo sia chiamato casa. Arrivo da un’altra, intitolata a Don Peppino Diana, ucciso dalla camorra, e ora ci ritroviamo, per celebrare un anno dall'apertura di questa casa. Nel Vangelo, ogni volta che un luogo è caratterizzato dall’accoglienza, dall’ospitalità, si parla di casa. In tutti gli altri episodi si usano i termini mura, edificio, mai quello di casa.
E allora la nostra speranza è quella di far diventare casa un edificio che ho visitato recentemente, che è stato confiscato ad un boss della camorra, il cui bagno è grande, più o meno, quanto metà di questo auditorium.
Accoglienza: questa parola mi riporta alla mente anche un’immagine degli ultimi giorni, le nove bare affiancate a Gela (altre se ne sarebbero aggiunte nei giorni successivi), con i corpi di questi anonimi immigrati, annegati in mare. L’annegamento è la prima causa di morte tra gli immigrati. Ebbene, di fronte a quelle bare, ho voluto ripetere, ricordare una frase di Don Tonino Bello, una frase che ad un orecchio disattento potrebbe quasi sembrare oltraggiosa, ed invece è carica di senso: “Non mi interessa sapere chi sia Dio, mi basta sapere da che parte sta”.
Voglio fare allora un augurio a questa casa, ed è proprio questo: che rimanga sempre casa, che non diventi mestiere, istituzione: c’è sempre in agguato il rischio della routine, di un incontro non vissuto più con dentro lo stupore, l’apertura. C’è il rischio dell’accettazione di compromessi per avere qualche mezzo risultato, per il quieto vivere; c’è il rischio della mancanza di denuncia, di profezia, di empatia. Si può fare servizio con noia, senza intesa culturale, senza capacità politica.
E’ per questo che le motivazioni vanno sempre rimotivate, nutrite costantemente.
Ma l’augurio più grande che vi voglio fare è quello di essere analfabeti: nessuno si senta mai a posto, nessuno si senta mai sazio, mai maestro: la storia ci impone di essere sempre pronti allo stupore, alla conoscenza, all’incontro.

(Don Luigi Ciotti, Casa della Carità, 24 novembre 2005)

              
Icona biblica
: Lc 19, 1 – 10. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”

Canto: Canzone di San Damiano F6
        

La Chiesa, sguardo rivolto al futuro.

Trovare la direzione concreta per portare avanti il bene non è facile, e per questo ti scervellasti con analisi teoriche e colloqui con tutti. Ma resta un’ultima domanda sempre più incalzante nel nostro mondo. Da dove trarre la forza, e non solo la direzione corretta per spingere questo pesante carro nella storia? La risposta, non ne ho altre, è la speranza.
Solo che va un po’ spiegata. Alcuni pensano che ci sia speranza quando le cose vanno bene e nel modo in cui noi le desideriamo. Ma questo, per quanto necessario, buono e giusto, non è ancora speranza. Speranza è un’altra cosa. E’ la convinzione che la bontà è possibile, che la promessa non è illusoria, che l’amore è più forte della morte. La speranza deve essere lucida e presuppone obiettività, realismo, ma, in definitiva, nasce e cresce dove c’è amore. “Non ogni vita è occasione di speranza, ma lo è la vita di Gesù che, per amore, ha preso su di sé la croce”, scrisse anni fa Jurgen Moltmann, teologo tedesco che è venuto a pregare nel “Giardino delle rose”, qui al Centro Mons. Romero, pochi mesi fa. E qui, Ellacu, come dicesti tante volte, se qualcosa c’è stato in abbondanza, è stato l’amore. Se terremo presente tanta gente appartenente a questo popolo, quella che ho definito la corrente sotterranea della storia, avremo speranza. Con essa, e con il realismo che anche tu proponevi, potremo agire e cambiare il paese.

(Jon Sobrino, da “Scrivo a te fratello martire”)
              

Icona biblica: 1Cor 14, 1 – 25. “Chi profetizza parla agli uomini per la loro edificazione, esortazione e conforto”

Canto: La ténèbre D7 O
         

La Chiesa, pronta a chinarsi su ogni uomo.

Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente, e l’accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio. Si, perché di solito la stola richiama l’armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami. Non c’è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.
Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule, né di amitti, né di stole, né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.
La cosa più importante, comunque, non è introdurre il “grembiule” nell’armadio dei paramenti sacri, ma comprendere che la stola ed il grembiule sono quasi il diritto ed il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile.

(Don Tonino Bello, da “Stola e grembiule”)
          

Preghiamo insieme:

L’uomo è irragionevole,
illogico, egocentrico:
non importa, amalo.

Se fai il bene, diranno che lo fai
per secondi fini egoistici:
non importa, fa’ il bene.

Se realizzi i tuoi obiettivi,
incontrerai chi ti ostacola:
non importa, realizzali.

Il bene che fai
forse domani verrà dimenticato:
non importa, fa’ il bene.

L’onestà e la sincerità
ti rendono vulnerabile:
non importa, sii onesto e sincero.

Quello che hai costruito
può essere distrutto:
non importa, costruisci.

La gente che hai aiutato
forse non te ne sarà grata:
non importa, aiutala.

Da’ al mondo il meglio di te,
e forse sarai preso a pedate:
non importa, da’ il meglio di te.

               (M. Teresa di Calcutta)
      

Icona biblica: Mc. 10, 35 – 45. “Chi vuol essere grande tra voi, si farà vostro servitore”


La Chiesa, abbraccio di diversità.

Chi ha conosciuto il postconcilio ricorda certo le forti tentazioni, cui a volte si è anche ceduto, di contestazione e di contraddizione della comunione ecclesiale, ma ricorda anche il coraggio, la passione, la volontà di esercitare la propria responsabilità nella vita ecclesiale. A quella stagione, segnata anche dalla conflittualità, è subentrato non un vissuto di comunione più profondo e praticato nel quotidiano, ma un appiattimento, una stanchezza che a volte lascia spazio alla tentazione di non partecipare più al cammino ecclesiale. […] Ma una chiesa che pretende di comunicare, di dialogare con i non cattolici e non si mostra capace di avere dialogo al proprio interno non è credibile: è una questione di semplice coerenza. Paolo VI, quando affrontò il tema del dialogo, lo considerò non una strategia alla ricerca di maggiore efficacia, ma un problema di fondo, di identità della chiesa stessa. Se una parola deve essere dialogo e confronto con chi non è cattolico, questa parola deve esserlo già all’interno del corpo, dell’organismo che vuole dialogare e comunicare: per poter allargare i cerchi del dialogo, è necessario promuoverlo innanzitutto nello spazio ecclesiale, all’interno della chiesa cattolica, tra i suoi figli. Saper ascoltare tutti, dare la parola a tutti e, quindi, parlare è ciò che caratterizza uno spazio in cui è possibile il formarsi di un’opinione pubblica, il recupero di quella parresia, di quella franchezza e libertà di parola che fa parte dello statuto cristiano. […] Una chiesa veramente “comunionale” è anche quella in cui la libertà è vissuta e assunta responsabilmente dal cristiano, il quale percepisce come auspicata la propria voce, anche qualora risuonasse differente. Non credo di essere il solo a sognare delle comunità e delle chiese in cui, senza scadere nella divisione, senza essere preda del detestabile spirito della contestazione e del più attestato spirito della mormorazione, si abbia il coraggio e la libertà di esprimere anche un “dissenso leale” là dove non è richiesta l’unità della fede. La chiesa non ha nulla da perdere ma tutto da guadagnare se riesce a mostrare che il prendere la parola, prima di essere un rischio, è una responsabilità, cioè un rispondere a un corpo di cui si fa parte, a una comunione plurale costruita giorno dopo giorno.
I vincoli di comunione che devono essere rispettati all’interno della comunità cristiana chiedono anche la pratica dell’obbedienza ai pastori, ma non escludono mai confronto e dialogo: quando si afferma che la vita della chiesa non è riducibile a una “democrazia non si vuole affermare che essa è autocrazia o monarchia, bensì che si tratta di una realtà teologale in cui la presenza dello Spirito crea il “senso della fede” e dà la possibilità del discernimento nella saldezza e nell’unità dell’intero corpo ecclesiale.

(Da Enzo Bianchi, “La differenza cristiana”)
        

Icona biblica: At 2, 42 – 47. “Assidui nell’ascoltare la parola degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”

Canto: Beatitudini H6

Silenzio e condivisioni (gesto), intervellato dal mottetto D7 B

Canto: Hopes of Peace S1

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