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Difendere e Promuovere la Vita - Aviano 2006

Difendere e Promuovere la Vita!

Centinaia di persone hano partecipato alla decima edizione della Via Crucis Pordenone-Aviano, momento di preghiera e impegno contro ogni forma di violenza. Un cammino di conversione, a partire dalle 50 testate nucleari presenti nella base militare Usaf in provincia di Pordenone... fino alla violenza di ogni nostra scelta quotidiana.
F  Partecipa al forum "O Dio o la bomba"!

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Testi di riflessione proposti durante la via crucis:
La Passione di Gesù nella vita dei testimoni di oggi (a cura del GIM)
Gesù di Nazareth... davanti alla base USAF (di don Pierluigi Di Piazza - www.centrobalducci.org)

Un corpo solo, fuori dal sepolcro! - la lettera di Silvia
Ho sofferto, ho camminato... - la lettera di Carmela

Leggi i contributi dei giovani del GIM che pareciperanno alla Via Crucis.
Approfondisci con il documento programmatico 2006.
Conosci l'edizione precedente della Via Crucis.


Il 2 aprile si svolgerà la decima edizione della Via Crucis Pordenone-Base Usaf Aviano.

Noi Giovani del GIM (Giovani Impegno Missionario di Padova, Verona, Bologna) sentiamo il desiderio di parteciparvi, un sentimento divenuto più forte dopo aver ascoltato le parole di don Giacomo Tolot, parroco a Pordenone, che da molti anni e con molte persone ha scelto lo strumento povero ed essenziale della Via Crucis come espressione di rifiuto verso le armi e la guerra.

Don Giacomo ha condiviso con noi del GIM di Padova alcune delle difficoltà incontrate durante questi anni di lavoro, prima fra tutte l’incomprensione del simbolo della Via Crucis come strumento di comunicazione, partecipazione, comunione. Sembra infatti che per alcuni la Via Crucis debba essere una rappresentazione fedele e ‘neutrale’ degli ultimi momenti di dolore di Gesù, lontano da ogni tentativo di contestualizzazione nelle sfide e nella violenza dell’oggi. 

Ma per noi celebrare e camminare in preghiera per le tappe della Via Crucis di Aviano è una commemorazione di dolore e un insegnamento di pace palesemente contrastante con le 50 testate nucleari conservate nella base militare.

Tra i vari episodi condivisi da don Giacomo, uno in particolare ci ha fatto pensare. Si tratta di una dichiarazione del cappellano militare della Base Usaf di Aviano alle telecamere di “Così è la vita” (TV La7), nella quale sono elogiati il servizio militare e l’uso delle armi.

Nelle sue affermazioni, rilasciate subito dopo la celebrazione dell’Eucarestia all’interno della base, ascoltiamo queste parole che ci preoccupano: 

“Non sono gli studenti che garantiscono la libertà di istruzione, sono i soldati! Non sono i giornalisti che garantiscono la libertà di stampa, sono i soldati! Non sono i preti che garantiscono la libertà di fede sono i soldati! Solo il soldato è pronto a morire e proteggere il proprio popolo.”

 

Solo il soldato è pronto a morire e proteggere il proprio popolo...  Parole che ci fanno male, perché anche noi Giovani per un Impegno Missionario cerchiamo di capire in che modo donare la nostra vita per la pace. E ci ispiriamo a tutti i testimoni che da ‘non militari’ hanno donato la vita per la gente nel mondo: queste parole cancellano d’un colpo i martiri, i santi, cancellano Ghandi, Martin Luther King, Romero, Ezechiele Ramin, Borsellino, Falcone e coprono di vergogna Gesù, morto disarmato e inerme per la pace di tutti i popoli.

Forse anche queste parole giustificano la Via Crucis Pordenone-Aviano.

 

 


BEATI I COSTRUTTORI DI PACE – CENTRO “E.BALDUCCI ” ZUGLIANO (UD)–

COMUNITA'DI S.MARTINO AL CAM O (TS)– COMUNITA''ARCOBALENO (GO)–

EMERGENCY – BILANCI DI GIUSTIZIA – MISSIONARI COMBONIANI DI PADOVA –

ACLI REGIONALI E ACLI PROVINCIALI DI PORDENONE,UDINE,GORIZIA,TRIESTE –

AZIONE CATTOLICA – DIOCESI DI CONCORDIA PORDENONE

 

10a VIA CRUCIS

PORDENONE – BASE USAF DI AVIANO

DIFENDERE E PROMUOVERE LA VITA

 

Continuiamo il cammino insieme agli impoveriti, alle vittime, agli esclusi di questa società e, in modo più evidente e drammatico, del mondo intero. Camminiamo anche per la nostra conversione al vangelo di Gesù di Nazaret e perché tutti gli uomini si aprano alla misericordia, alla fraternità, alla pace.

Una tappa particolarmente significativa di questo procedere insieme nella storia è stata ed è per noi la Via Crucis Pordenone -base Usaf di Aviano,quest'anno alla 10a edizione.

Le date cronologiche segnano il tempo dell'esistere e della sua organizzazione nella storia e possono esprimere,anche in questa nostra esperienza,l'importanza e il significato della perseveranza e della continuità.

I primi cristiani venivano considerati atei anche perché preferivano essere uccisi piuttosto che impugnare la spada e uccidere in nome della sacralità dell'Impero.
La corrente calda e luminosa della profezia ha sempre animato donne e uomini a coerente testimonianza, nonostante tanti compromessi e tradimenti...: la Pacem in Terris di Giovanni XXIII nel 1963 ha chiamato all'impegno della costruzione della pace tutte le donne e gli uomini di buona volontà, superando la concezione e la pratica della deterrenza e giudicando immorali ed espressione di follia quelle armi atomiche che poi il Concilio Vaticano II ha definito “crimine contro Dio e contro l'umanità ”;

Giovanni Paolo II ha definito la guerra “via senza ritorno ”.

È perciò nella profondità dell'essere illuminato e orientato dalla Parola profetica di Gesù di Nazaret e dal Magistero millenario della Chiesa che ne è interprete,che avvertiamo l'urgenza di non poter fare a meno di esserci,di denunciare,di proporre,di coinvolgerci in una conversione alla non violenza attiva a partire da ciascuna/o di noi.

Il prendere a cuore la condizione degli impoveriti e degli uccisi dalla fame ci porta a guardare la base di Aviano come una fortezza armata che pretende di conservare e difendere questa situazione di ingiustizia strutturale del Pianeta.

La partecipazione al dolore per la morte e il ferimento fisico e psichico di innumerevoli persone per le tante distruzioni,compresa quella dell'ambiente vitale,ci induce a guardare la base Usaf di Aviano come un'assurdità umana proprio per la concentrazione di armi che uccidono le persone e la vita.
La memoria dei sopravvissuti ai bombardamenti, con particolare riferimento a Hiroshima e

Nagasaki,diventa giudizio inappellabile di una base che custodisce con tragica sicurezza 50 bombe atomiche di cui si conosce il terrificante potere distruttivo.

Eppure in Friuli-Venezia Giulia, nelle nostre diocesi e comunità parrocchiali per lo più si vive come se la base Usaf di Aviano con le sue testate atomiche non ci fosse.

Il mistero di Dio si è rivelato nelle parole e nei gesti di Gesù;tutta la sua vita è segno di amore misterioso,incondizionato e concreto,tanto che il potere politico-religioso-militare, riconoscibile in quel momento storico, decise ed eseguì la sua morte.

Camminiamo da Pordenone alla base Usaf di Aviano per essere coinvolti dalla luce e

dalla forza del Vangelo a vivere la giustizia, la legalità, la cooperazione, la sobrietà della vita e dei consumi come segni alternativi al neoliberismo, alla massimizzazione dei profitti, al consumismo, che riducono tutto e tutti a merce, a numeri e a cose.

Camminiamo da Pordenone alla base Usaf di Aviano per essere coinvolti dal Vangelo della non violenza attiva e della costruzione della pace; per essere obiettori di coscienza a tutte le guerre, ai diversi terrorismi, alla produzione e al commercio delle armi; per vivere e diffondere la spiritualità e la cultura dell'incontro, del dialogo, del superamento dell'inimicizia. In un momento storico di particolare difficoltà, il nostro cammino è anche penitenziale:cristiani e musulmani sono chiamati a chiedersi reciprocamente perdono, a ripartire nell ’attenzione, nella conoscenza, nel dialogo reciproci.

Il crocefisso ci accompagna e mai può essere utilizzato a simbolo di una identità di

contrapposizione e di esclusione.

Camminiamo da Pordenone alla base Usaf di Aviano per sentirci compagni di viaggio di ogni persona, specie di chi fa più fatica a vivere in questa società e nel mondo; per rinnovare la sensibilità e la pratica dell'accoglienza e superare ogni forma di indifferenza, xenofobia, razzismo, con attenzione particolare agli uomini e alle donne che vengono da noi dai diversi paesi del mondo.

Camminiamo da Pordenone alla base Usaf di Aviano per dire No ai CPT, a partire da quello di Gradisca d ’Isonzo. La denuncia deve diventare proposta di luoghi e di modi per un'accoglienza che sia espressione di umanità. Il No più fermo ai muri, ai fili spinati, ai luoghi separati e inaccessibili, diventi Sì all ’incontro nel rispetto, nel dialogo, nel sostegno reciproci.

Camminiamo da Pordenone alla base Usaf di Aviano contemplando le montagne, il cielo, i prati, gli alberi, gli uccelli, le tante forme di vita che in questo tempo si risvegliano, per essere davvero responsabili di tutti gli esseri viventi, dell'intero eco-sistema che il Signore ci ha affidato perché li custodiamo con premura e cura.

Camminiamo da Pordenone alla base Usaf di Aviano perché stare fermi significherebbe resa al mondo esistente, tradimento del Vangelo e della vita.

 

Invitiamo con fiducia e amicizia tutte le donne e tutti gli uomini di buona volontà a camminare con noi, particolarmente quanti hanno responsabilità istituzionali, nella Chiesa e nella società civile, per un ’umanità giusta e fraterna.


GESÚ DI NAZARET CROCEFISSO E RISORTO

 

Riflessione davanti alla base Usaf di Aviano

di don Pierluigi Di Piazza

 

Le nostre riflessioni il più delle volte sono segnate dalla condizione esistenziale e storica in cui viviamo. Se questa situazione può circoscrivere, certamente risulta sempre più veritiera.

Anche i luoghi parlano e ci interpellano. E noi ci incontriamo e ci esprimiamo nei luoghi della vita e della storia..: oggi in questo luogo.

 

Siamo di fronte ad una base militare Usa, pare la più grande d’Europa; a poche centinaia di metri da noi sono custodite armi sofisticate, caccia bombardieri, cinquanta testate atomiche pronte ad essere usate per colpire, uccidere, ferire, distruggere.

Per la loro custodia e il loro utilizzo sono coinvolti migliaia di persone, donne e uomini, per lo più convinti dell’ideologia della guerra, del dovere di colpire il nemico, della necessità della vittoria.

Non siamo contro di loro: ci preoccupano e ci intristiscono la seduzione e la convinzione della necessità delle armi e della guerra.

La base ci mostra il suo volto tranquillo, laborioso: in questi anni all’interno si è ampliata con l’edificazione di nuovi alloggiamenti, della chiesa e di altre strutture.

Non si può entrare: c’è il filo spinato a delimitare la segretezza misteriosa e inaccessibile del luogo e di tutto quello che vi è contenuto; non si possono nominare, tanto meno conoscere, gli strumenti di morte, si devono solo constatare gli effetti disastrosi.

Regna la calma apparente, ma in noi emergono alcune nitide immagini: i cacciabombardieri che in coppia si alzavano in volo carichi di bombe per andare a colpire le regioni della ex-Jugoslavia con un rumore così assordante che, rapportato agli imminenti bombardamenti, straziava il cuore; la tenda della pace collocata qui di fronte, segno della forza e della perseveranza dell’utopia della pace, oggi unico realismo da vivere; l’Eucaristia celebrata qui davanti a riaffermare che solo la forza della com-passione, della non violenza attiva, della giustizia, della costruzione quotidiana della pace può salvare il mondo.

E ancora le immagini di un gruppo di persone raccolte in meditazione e preghiera, provenienti da diverse parti del mondo: Suzuko Numata, vittima e testimone di Hiroshima, pregava perché Dio le conceda vita ed energia per poter ancora denunciare la follia delle guerre, di tutte le armi, a cominciare da quelle atomiche e l’assurdità di basi militari come questa; i rappresentanti delle comunità degli Indios del Chiapas, della Colombia e dei neri del Nordest del Brasile dichiaravano la follia di una simile struttura militare rapportata all’impoverimento della loro gente, alla mancanza di cibo, di istruzione, di salute, di condizioni di vita dignitose, riproponendo drammaticamente il rapporto fra impoverimento, fame e armi, strumenti di morte…

 

E Gesù di Nazaret cosa ci dice, qui, ora, davanti a questa base, mentre lo contempliamo crocefisso…?

Ci comunica due dimensioni: l’iniquità del potere religioso, giuridico, politico, che uccide il Giusto, l’Innocente, perché ne rifiuta la vita e il messaggio che chiamano a profonda conversione, a cambiamento reale nella vita e nella storia; e insieme l’amore incondizionato, la fedeltà e la coerenza vissuti fino a dare la propria vita per il riscatto e la liberazione.

Nel volto e nel corpo del Crocefisso colpito, tumefatto e sanguinante; nel suo respiro affannoso, nello strazio della sua anima, nell’esperienza dell’abbandono totale e nell’esigenza dell’affidamento noi contempliamo con com-passione e coinvolgimento profondi tutti i crocifissi, bambine, giovani, donne, uomini, anziani dell’umanità: gli impoveriti, gli affamati e gli assetati, i colpiti dalle armi, gli ammalati, tutti coloro che diversamente fanno più fatica a vivere perché soli, discriminati, sfruttati. Contempliamo intere comunità e interi popoli crocifissi dalla logica e dalla pratica del capitalismo, dell’accumulo dei profitti, delle diverse forme di violenza e di terrorismo, della guerra che di per sé produce terrore mentre pretende di sconfiggerlo…

Contempliamo piangendo la condizione di tanta umanità, per le morti e le sofferenze e insieme per la dissennatezza, la protervia, la durezza di cuore dei potenti e dei prepotenti; anche Gesù aveva pianto di fronte a Gerusalemme perché la città non aveva ascoltato le parole della pace…

Sentiamo nel profondo che solo questo amore compassionevole per le vittime, i crocifissi, può salvarci e salvare l’umanità se muove il cuore e illumina la ragione, se sollecita energie, disponibilità alla dedizione e all’impegno, se sostiene coerenza, perseveranza e speranza.

In Gesù innalzato sulla croce contempliamo tutte le donne e tutti gli uomini martiri che hanno dedicato la loro vita, guidati dall’amore, alla giustizia, ai diritti umani e alla pace; concretamente alle vite di bambini, di donne e uomini delle loro comunità e dei loro popoli…

 

E’ una folla innumerevole che attornia questa base, di ogni popolo, cultura, religione; sono qui con Gesù di Nazaret e con noi: scorgiamo Gandhi, Bonhoeffer, Luther King; ci viene incontro il vescovo Romero con il coraggio conquistato dalla sua profezia forte e amorevole e ci raccomanda: “La gloria di Dio è che il povero possa vivere”; i sei padri gesuiti dell’Università di San Salvador ci esortano pensierosi e sorridenti a continuare a percorrere con le vittime, con i poveri, il cammino della librazione e della vita….

Ci esortano Falcone e Borsellino insieme alle 700 vittime delle mafie; ci sorride amichevolmente don Pugliesi e p. Roger Schuz ci incoraggia alla fiducia e alla riconciliazione.

 E ci sono tantissime altre persone; donne e uomini del popolo, una parte vittime consapevoli, altre ignare, colpite impunemente dentro alla logica del profitto e della violenza.

La luce che promana da Gesù e da tutte le donne e tutti gli uomini martiri illumina la nostra vita e la storia dell’umanità; svela e denuncia il male e l’iniquità e incoraggia e rafforza l’amore che si fa concreta dedizione…

Questo amore così profondo non può essere sconfitto dalla morte brutalmente eseguita, non può restare rinchiuso nel sepolcro, nella terra… “Per questa fede e questo amore il Padre ha resuscitato Gesù dalla morte”.

Gesù di Nazaret, Vivente oltre la morte, si incontra nella profondità del cuore che cerca una ragionevole speranza, nell’incontro con lui che ci stimola e ci incoraggia a vivere il Vangelo delle beatitudini: beati i poveri, i non violenti, i giusti, i sinceri, i costruttori di pace, i misericordiosi, i coerenti….; nell’incontro con i segni di vita e di risurrezione della storia, frammenti della nuova umanità e sementi di altre presenze, progetti, iniziative, concrete esperienze….

Il Vivente ci accompagna, anche se alle volte intristiti per il male del mondo, per le infedeltà della chiesa, per le nostre incoerenze rischiamo di non accorgerci e di ripiegare su noi stessi, in dimensioni chiuse, asfittiche, sterili…

Il Viandante misterioso di Emmaus ci accompagna: è fondamentale la sua compagnia, la nostra reciproca compagnia, il camminare insieme; la decisione personale è certo la prima, indispensabile; però da soli non ce la facciamo, senza di Lui e senza la reciprocità fra di noi, fra le comunità e i popoli del Pianeta.

Ci parla: la sua parola ci riscalda il cuore, rende presente la memoria dell’amore e della dedizione di tante persone, dello straordinario patrimonio a cui attingere per vivere intensamente il presente, per umanizzare la storia di oggi e di domani…

Sono importanti anche le nostre parole: quelle forti di denuncia, quelle delicate e piene di tenerezza dell’accoglienza, quelle calde e incoraggianti dell’esortazione a non cedere, a riprendere sempre e di nuovo forza e coraggio.

Il Vivente spezza il pane della condivisione e della fraternità, segno dell’umanità riconciliata e fraterna, fra tutti i popoli, fra tutte le culture e le fedi religiose…

 Siamo qui, davanti alla conclusione del 10° cammino della Via Crucis; ci siamo detti sempre che si tratta di un itinerario quotidiano…

Le immagini si richiamano: la base, le armi, le atomiche; il crocefisso, i crocifissi; il Vivente, coloro che – donne e uomini- vivono diffondendo e promuovendo la vita; le donne e gli uomini martiri che anche se morti nel corpo, vivono nel Mistero del Dio della vita e, insieme al crocefisso-Vivente, ci comunicano luce, forza, coraggio per vivere giorno dopo giorno scegliendo concretamente la non violenza attiva, la costruzione della giustizia e della pace.

Avanti, dunque, il nostro cammino continua con ragionevole speranza, con rinnovato impegno per rendere più umani noi stessi, per umanizzare il mondo. 

 


“Fino in fondo…” 

Via Crucis Pordenone – Aviano: Seconda stazione, la Passione

(a cura di Giovani Impegno Missionario – Missionari Comboniani)

  

Siamo giovani che cercano di non chiudere gli occhi.

Per questo camminiamo, per allungare la vista al di fuori di noi, resistere alla tentazione del sonno delle passioni, incontrare la passione dell’umanità e di un Dio che l’ha amata fino in fondo.

Non possiamo fare a meno di camminare, per tenerci vivi, per stare insieme, per raggiungere chi è stato escluso, per portare il nostro corpo là dove la vita è minacciata dalla violenza.

Nel cammino incontriamo testimoni, che confermano: “questa è la strada!”.

Nel cammino ci sentiamo messi in questione: c’è una violenza e un egoismo che ci stiamo portando dentro, che ci ha già contaminati, che dobbiamo lasciar cadere.

Così, abbiamo scritto questa tappa della Via Crucis dopo aver ascoltato tre testimoni. Abbiamo confrontato le loro storie di passione con il Vangelo: ne nasce un invito alla conversione e all’impegno, da cui non vogliamo sfuggire.

Cindy Sheehan

Dopo questi fatti, Giuseppe D’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù (Gv 19,38)

Vogliamo camminare assieme a coloro che decidono di esporsi.

Giuseppe d’Arimatèa ha rischiato: con il suo gesto poteva apparire complice del Nazareno, sobillatore di folle. Ma si è esposto davanti a Pilato, per amore e rispetto di Gesù.

Siamo compagni di viaggio di tutte le donne e gli uomini che, davanti ai potenti, non hanno paura di esporsi e gridare il dolore per il corpo perduto dei loro cari. Ascoltiamo la lettera di Cindy Sheehan.

Cari amici,
mio figlio Casey, di appena ventiquattro anni, è stato ucciso a Baghdad il 4 aprile 2004. È sconvolgente per me sapere che Casey è morto inutilmente, che così tante altre famiglie affrontano questo stesso dolore, e che altre famiglie si aggiungono ogni giorno. Fin dal 6 agosto rimango seduta fuori del ranch del presidente Bush a Crawford, su di un marciapiede cui abbiamo dato nome Camp Casey, per cercare un incontro ed un dialogo su una guerra illegale ed immorale. Altre madri e famiglie si sono unite a me, la maggior parte delle quali hanno perso i loro figli in guerra, altri hanno figli in servizio nelle forze armate, ed altri ancora che, in un modo o in un altro, sono stati toccati da questa guerra.
Il presidente non ha voluto incontrarmi; continua a sostenere che quegli americani coraggiosi come mio figlio Casey sono morti per una nobile causa.

Ora chiedo a voi: cos’è una nobile causa? Quanti altri figli siamo disposti a sacrificare per renderci conto che le guerre sono ingiuste?

Casey è stato ucciso in un’imboscata. Se potessi parlare con questa gente direi loro che mi dispiace per quello che gli è stato fatto. Direi loro: “Non siete voi responsabili della morte di mio figlio, lui è stato mandato a combattere una guerra inutile, mio figlio è morto per niente”

Io sto viaggiando in vari luoghi del mondo per dare il mio contributo, affinché ciò che è accaduto in Iraq non si ripeta. E voi cosa state facendo?  

 Cindy Sheehan

 Cindy non si lascia vincere dal senso di impotenza nel vedere degli uomini morire per nulla. Il dolore e la rabbia li trasforma in tenacia, coraggio di mettersi in gioco, ricerca del dialogo e denuncia della guerra. 

Sulla via della croce, noi ci impegniamo:

ad esporci in prima persona, per esercitare pressione politica contro dinamiche di morte e di violenza. Cominciamo, ad esempio, con la Campagna contro il traffico di armi leggere, rivolta all’ONU nel prossimo luglio.

 

“IO NO !”

Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso.
Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:
«Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». (Mc 15,38s)

 Un soldato e un uomo che dona la vita… Molto spesso ci troviamo di fronte ad un bivio, all’improvviso si spalancano gli occhi e il cuore, e ci accorgiamo che tutto potrebbe essere diverso, e dipende da noi! E’ l’esperienza di chi sceglie l’obiezione di coscienza. Ascoltiamo la storia di questo ‘Refusenik’, in Israele:

 “Fino a poco tempo fa io ero a mio modo partecipe dell’occupazione, che è illegale e immorale. Ero una parte essenziale dell’intera macchina dell’esercito. È incredibile per me pensare che c’è voluto tanto tempo per rendermene conto e pensare che mi piaceva tanto guidare l’elicottero… Era difficile cogliere la relazione tra il lavoro che mi piaceva così tanto e l’occupazione che odio così tanto.

Ti assicuro che, quando sei dentro l’ingranaggio, sei del tutto convinto che quello che fai è per il bene del tuo Paese e per difendere la tua gente. È un lungo percorso di consapevolezza. Vai avanti a sbagliare e alla fine decidi che quel sistema è corrotto e non devi più eseguire gli ordini!”

 Sono parole di Yonatan Shapira, pilota israeliano, firmatario dell’appello per il “rifiuto di partecipare a esecuzioni mirate nei Territori Occupati”.
Con un coraggio straordinario e pronti a veder sconvolta tutta la loro vita (famiglia, amici, posto di lavoro…), queste donne e uomini “refusenik” stanno diventando sempre più numerosi: si stima che siano circa 1300-1400 i refuser che rifiutano in molti modi di collaborare all’occupazione.

 

Sulla via della croce, noi ci impegniamo:

a riconoscere la violenza che riversiamo nelle relazioni con gli altri e su noi stessi.

Ci impegniamo ad essere obiettori di coscienza in ogni conflitto violento.

“Dobbiamo cominciare a cambiare. Non è tempo di aspettare. È ora di agire e subito.”

 

 Faustin…

I soldati, quando ebbero crocefisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca!

Camminiamo insieme a tanti popoli dilaniati nel profondo del tessuto delle loro relazioni. Popoli segnati da anni di guerra nascosta, depredati delle loro risorse, strappati di ogni loro bene.
Ogni donna e uomo di questa terra ha diritto di gridare la sua dignità, intoccabile come quella tunica “tutta d’un pezzo, da cima a fondo”. C’è invece chi la gioca a sorte, barattandola con il traffico di armi o l’accesso alle materie prime.

 Faustin viveva nel nordest del Congo, con la sua famiglia. Lavorava con i ragazzi di strada, aveva scelto di donarsi a loro, difendeva i loro diritti dentro e fuori del Congo. Per questo la guerriglia l’ha preso di mira: troppo pericoloso, il suo lavoro di coscientizzazione popolare.E’ fuggito, rifugiato politico in Italia. Siamo andati ad intervistarlo: cosa chiedi a noi, qui?

 “Mi chiamo Faustin, sono rifugiato in Italia da 7 anni. Sono fuggito dal Congo a causa della guerra che vi si svolge. Una guerra terribile, che ha fatto più di 5 milioni di vittime. Una piaga al cuore dell’umanità. Arrivato qui mi sono reso conto che solo poca gente sa quello che vivono i congolesi. Considerando che l’umanità è una e che siamo tutti fratelli chiamati ad aiutarci, faccio appello a tutti: sforziamoci ad informarci su quanto capita attorno a noi. Solo se siamo ben informati possiamo darci la mano. Buon cammino”

 

Sulla via della croce, noi ci impegniamo:

come ci chiede Faustin, scegliamo di tenere gli occhi aperti, di cercare le storie della gente e di non fermarci alle favole dell’informazione di massa di oggi.

Come gruppo di giovani e missionari rilanciamo i percorsi di formazione critica, di approfondimento e provocazione nel mondo universitario, di condivisione nelle piccole comunità del locale di momenti e laboratori di informazione alternativa.

 


Silvia, giovane del GIM, ci scrive da Genova:

L'anno della Via Crucis Pordenone - Aviano era il decimo, ma per me era il secondo anno di partecipazione, e come mi era successo l'anno scorso, è stato un momento di grande vita e grande riflessione.

Lo scorso anno era arrivata a Padova, una Silvia titubante e curiosa con il suo bel zainetto carico di curiosità, domande, interrogativi, "Vediamo se...", etc etc... con la volontà di buttarsi in un'avventura che non aveva ben chiara, a cui dava soprattutto un valore politico, e anche un po' scostante e timida nel rapportarsi agli altri ragazzi.

Poi Silvia era rientrata a Genova con la mente e il cuore confuso, di chi era stato troppo tempo nel proprio angolo a guardare e quasi spinto da una "forza" esterna alla sua volontà si era ritrovato "nel centro dell'azione", e ciò che più la sconvolgeva era che le frasi e le parole sentite erano nuove per le orecchie ma non per il cuore...

E dallo scorso anno ho incominciato a pormi domande, prima su di me e poi su ciò che mi circonda, a pormi in atteggiamento critico sulle mie scelte e sul comportamento verso gli altri. Soprattutto si è fatta più insistente dentro di me la ricerca di "Lui" di quel Gesù, di quella Fede che vedevo tanto accesa in altre persone ma che credevo non potesse accendersi dentro di me.

L'anno è trascorso, ho partecipato a un Campo estivo che mi ha mandato in crisi definitiva e che mi ha avvicinato sempre più alla Fede, ai Gesù dei poveri, della sofferenza, del cuore inquieto, della vita,un Gesù che superficialmente andavo a cercare nei libri, nelle spiegazioni di qualche teologo o nelle festicciole degli oratori dove sono tutti sorridenti ma dove manca il festeggiato: Gesù ...e io non riuscivo proprio a trovarlo e a sentirlo lì vicino......... sciocca e sorda!

E allora sono tornata alla Via Crucis, questa volta portando... Nulla! Portando una Silvia - "Sacco vuoto" pronta a recepire tutti i messaggi, tutte le parole, pronta a farsi riempire dalla vita e da Gesù da tutta la sua forza, da tutto il suo amore, priva di idee preconcette.

Che bello, che forza lo sperimentare che cosa significa comunità! Che cosa significa essere tante persone con le proprie teste e la propria vita, ma in quel momento essere un corpo solo, unito nel nome di Gesù per dimostrarlo, per gridarlo, per non rimanere nell'ombra di un Sistema che tutto schiaccia che tutto macina che tutto appiattisce anestetizzandoci con un bel Reality in TV sull'inutilità di turno.

Esiste un mondo un mondo meraviglioso ed è il nostro o lo si vive e ci si compromette con esso, o si è già dentro il sepolcro.

Gesù è morto per dimostrarmelo, ma solo ora lo capisco....

Grazie a tutti ragazzi! Vi abbraccio!

Buona Pasqua a tutti!!!... e finalmente riesco a comprendere il VERO di significato di augurare una serena Pasqua!!!


 

 

 


Ho sofferto, ho camminato...

contributo di riflessione di Carmela (GIM Padova)

Una folla di persone si è avvicinata all’ atrio della chiesa come ogni anno per salutare e dare inizio all’ undicesima via crucis Pordenone –Aviano che come ogni anno una settimana prima di Pasqua si svolge al segno del motto ‘se vuoi la pace, prepara la pace’.

Eravamo in centinaia a calcare il sentiero verso uno dei luoghi di morte dei Gesù Cristo di oggi e di ieri.

Forse non ci sarà un domani in cui poter ripetere questo “segno di vita”, la Via Crucis Pordenone-Aviano. Forse non eravamo tutti presenti con la mente, col corpo e col cuore mentre il segno si compiva. Forse non esistono certezze definitive che noi uomini siamo in grado di darci.

Non siamo stati forse noi uomini capaci di umiliare, prostrare, inumanizzare e, infine, uccidere il Figlio di Dio, come non potremmo ucciderci gli uni contro gli altri?

Fino a quando Dio non sarà Ospite Sacro delle nostre vite, tutto sarà perso, anche il più nobile gesto umano. Se non c’è amore niente ha una radice, niente ha un senso, niente è duraturo.

Credo che per me la sofferenza più grande lungo questa via crucis sia stata quella del poter condividere la forza del perché mi trovassi lì con la presenza delle persone che amo più di tutte, i miei genitori, i miei cugini e gli amici di sempre. Il non poter condividere la realtà di un sogno realizzato con le persone con cui sono cresciuta e le quali mi hanno dato moltissimo. Viverlo per loro sarà il mio grazie. Altra sofferenza è il non poter vedere e guardare che queste iniziative di pace si estendano anche nel luogo in cui sono nata: anche in quella realtà esiste una base Nato, oltre alla presenza dei Cpt. Il continuo domandarmi e domandare perché non fioriscano anche lì questi segni di speranza di Crescita Sociale e Civile. E’ duramente e veramente una sfida il credere che questo sia possibile e fattibile. Credere è una sfida. Una sfida animata dalla passione della preghiera, preghiera personale e collettiva. Come quei sogni che iniziano piano e poi culminano a metà del loro svolgimento, così la nostra via della croce ha elevato la sua intensità nel divenire della dichiarazione di fede della preghiera del “Il Dio in cui non credo”.

Irripetibile momento: un coro unanime di uomini e donne invocava al Vero Dio.

La riflessione generale che mi è stata intimamente compagna lungo tutto il percorso è stata la speranza che io e chi avesse camminato al mio fianco avesse creduto con profondità in quello che stavamo facendo, e infine, se io e loro fossimo disposti in verità e in profondità a dare la vita per la creazione dei cieli e terra nuovi di cui Dio ci ha eletto eredi.

Passi dopo passi, strade dopo strade, stazione dopo stazione, lettura dopo lettura, ascolto dopo ascolto, silenzio dopo silenzio, siamo arrivati dinanzi alla base di Aviano.

Aviano: una ridente cittadina statunitense ai piedi dei monti circondata da praterie di verde si separa dalla nazione Italia: filo spinato e alti pali a cui è legato. Tra di noi, cittadini della terra e loro, cittadini di Aviano, quale muro a dividerci?

Forse l’ignoranza di fronte alla morte? Forse l’incoscienza di avere una coscienza, forse il non sapere che il peccato uccide e che una cultura di pace ripudia la guerra (articolo 11 della Costituzione italiana).

Ma quando si difende la bugia non si è nella verità. Senza verità non c’è giustizia. Senza giustizia non c’è vera Libertà. Non ci servono città o nazioni militarmente sicure, ci servono città e nazioni Giuste. Una giustizia libera da compromessi di potere, libera da egoismi personali, libera di poter camminare a fianco dell’uomo. Una giustizia per l’uomo e non contro l’uomo, che dà vita e non uccide, che rieduchi l’uomo a essere un uomo sociale.

Non viviamo separati dagli altri benché siamo molti esperti e ingegnosi nel creare mezzi di ogni tipo atti a difenderci, oltre ogni illusione, ma siamo piuttosto indissolubilmente e profondamente legati. Ma questo legame per essere tale, cioè per essere vero nel suo significato più pieno, ha bisogno di trascendere la natura umana: camminare con il cuore abbandonato nelle mani dello Spirito, insieme ai nostri amici e ai nostri nemici, per operare in nome della pace che tutti amiamo.

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