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Decreto (in)sicurezza

“Più che criticare chi ha fatto, mi piacerebbe capire come abbiamo permesso noi, noi che siamo qui e che evidentemente la pensiamo in modo differente, che questa legge venisse promulgata!”

Più che criticare chi ha fatto, mi piacerebbe capire come abbiamo permesso noi, noi che siamo qui e che evidentemente la pensiamo in modo differente, che questa legge venisse promulgata!” Tra le tante domande ai relatori del martedì del mondo di questo mese, questa mi ha colpito perché in effetti ci mette davanti ad una realtà, la stessa richiamata anche da padre Alex Zanotelli: noi possiamo essere fermi e dire noi non causiamo danno, no dobbiamo agire per affermare le nostre idee anche se in contrasto con quelle di altri, dobbiamo riprenderci la politica, dobbiamo essere capaci di essere “cittadini” perché partecipanti alla discussione dell’evoluzione sociale della nostra comunità, della nostra civiltà. Sono un gimmino di Verona che ha partecipato all’incontro del 8 gennaio proposto da fondazione Nigrizia, Cestim e Centro Missionario Diocesano, in cui il prof. Gianromano Gnesotto, missionario scalabriano, già direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati della Fondazione Migrante e docente Master Diritto delle immigrazioni dell’università di Bergamo, e Jessica Cugini, giornalista e redattrice di Piemme, ci hanno parlato del decreto legge migrazione e sicurezza recentemente approvato, con una profonda analisi dal punto di vista formale della legge e dei suoi punti critici, nonché delle problematiche che “crea” nell’ambito dell’accoglienza dei cosiddetti migranti.

Entrare approfonditamente in quanto detto mi sembra molto complicato e da semplice ascoltatore probabilmente avrei anche la difficoltà di sapere riferire con precisione quanto detto. Ci sono tuttavia alcuni punti che vorrei sottolineare e condividere.

Questo modo di fare politica, per post, slogan, grida, campagna elettorale perenne, comporta non andare al dettaglio delle questioni, comporta che sia stata fatta una legge in aperta contraddizione con l’articolo 10 della nostra Costituzione, una Costituzione che nasce al domani di una sanguinosa guerra mondiale e per noi italiani pure civile, anche se spesso ce lo dimentichiamo. Una costituzione che vuole portare al centro la persona ed i suoi diritti nel massimo rispetto dell’essere umano a prescindere da provenienza, fede religiosa, estrazione sociale. Una costituzione che addirittura vuole accogliere chi nel proprio stato di origine non vive in una società civile come la nostra. Ecco ora questa cosiddetta società civile ci dice per legge di distinguere tra due cittadini italiani, uno italiano per diritto di nascita e l’altro italiano perché vive in Italia, al primo nulla e nessuno toglierà mai il diritto di sentirsi cittadino italiano, al secondo questo diritto verrà tolto per gravi reati. Bene io mi chiedo come possiamo pensare di creare sicurezza facendo delle divisioni, identificando dei cittadini di serie A e di serie B?

Un’altra questione significativa per me si pone proprio sul senso di accoglienza. Accogliere non significa solo dare una casa, ma pure arrivare alla persona, alla relazione con essa, a non considerare l’altro come un accidente che ci capita tra i piedi, “una fastidiosa mosca che ci arriva in viso” (citazione di un articolo di Libero), quindi la scelta di andare contro l’accoglienza diffusa degli SPRAR e di andare a togliere quei servizi che permettono alle persone di sentirsi accolte (supporto psicologico, assistenza medica, formazione culturale e linguistica per un inserimento nella società italiana), mi sembra veramente un rifiuto di accogliere altri. Questo è assurdo! Una società, in cui il luogo dove stanno i malati o i sofferenti ha un nome che deriva dalla parola ospitalità, ha perso il senso di essere ospitale! Ancora una volta la domanda è: come posso pensare di creare sicurezza andando ad assembrare persone, che probabilmente diventeranno rancorose perché non accettate, e che sicuramente sapranno meno dialogare e confrontarsi perché senza più quegli strumenti di relazione umana che la legge ha tolto?

Altro punto che mi sembra da sottolineare è la preoccupazione di altre autorità civili e religiose degli effetti di questa legge; come gestire in modo sicuro delle persone non registrate all’anagrafe, non dotate di quel documento di identità con cui tutti noi possiamo fare alcune cose fondamentali per la nostra vita sociale e lavorativa come assistenza sanitaria, conto in banca, affitto di una casa, registrazione in certi luoghi pubblici ad accesso limitato? Per non parlare dell’inserimento di alcuni dispositivi nella legge stessa che limitano le modalità per i cittadini italiani di poter manifestare il proprio dissenso. In questo caso mi sembra di leggere due cose molto simili che portano ad unico risultato: limitare le libertà ed ok forse potremmo sentirci più sicuri nel non vedere in giro nei luoghi dove non andiamo gente diversa da noi (ATTENZIONE: li troveremo per strada, nella stazione e comunque in situazioni di profondo disagio, NON SCOMPARIRANNO!) e fare in modo che sulle strade non ci sia un blocco stradale ci farà forse muovere in sicurezza, ma questo generare tensione e diversità di trattamento, questo impedire manifestazioni di dissenso civico, non potrà portare a situazioni di scontro violento, non rischiamo che sia il vero generatore di insicurezza?

Da cittadino, da cristiano, da giovane che si impegna in un cammino di approfondimento missionario per e con gli altri, questa legge non è mia e queste righe sono un modo di manifestare la mia contrarietà, il mio votare no adesso, ed in un mondo che divide mi sento anche io affine a don Milani: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro  senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.”

Federico Sartori

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