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don Giuseppe Dossetti

Parola e Realtà, Politica e Contemplazione












don Giuseppe Dossetti:
«
Io sono convinto che devo seminare e non mietere,
non preoccuparmi del risultato
né di mietere - vivere di fede.»


Indice:

 

La vita

 

Giuseppe Dossetti nasce a Genova il 13 febbraio 1913 da una famiglia della buona borghesia di fine Ottocento: il padre Luigi, laureato e farmacista, la madre Ines Ligabue, diplomata in pianoforte. Una famiglia colta, venata di militantismo risorgimentale garibaldino e di cattolicesimo. Dopo qualche anno, da Genova si trasferiscono a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia.
Nel 1934 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna con una tesi in diritto canonico; dopo la laurea è chiamato da padre Gemelli all’Università Cattolica di Milano per gli studi nella stessa disciplina. Qualche anno dopo, in piena seconda guerra mondiale, ottiene la cattedra di diritto ecclesiastico all’Università di Modena.
Negli anni tra il 1942 e il 1945 matura in modo sempre più forte quello che chiamerà un “irriducibile antifascismo” ed entra in contatto con i capi democristiani, con il Comitato di Liberazione Nazionale di Reggio Emilia e con i vecchi compagni di scuola, per la maggior parte comunisti che stanno organizzando la Resistenza. Alcuni capi del CLN vengono arrestati: il loro posto è preso da Dossetti che diviene uno dei pochissimi cattolici a presiedere un CLN emiliano. In questi anni stringe rapporti con uomini come Fanfani, Lazzati e il futuro sindaco di Firenze Giorgio La Pira.  
Nel 1945 diviene vicesegretario nazionale della Democrazia Cristiana e capogruppo della DC all’Assemblea Costituente, chiamata a redigere il testo della Costituzione Repubblicana. Inizia in questo modo la stagione politica più visibile ed attiva, in cui cerca di proporre una democrazia “sostanziale”.
In occasione delle elezioni del 1948, nonostante la sua richiesta di non candidarsi, Pio XII gli chiede di presentarsi nelle liste elettorali; viene eletto alla Camera dei Deputati.
Dopo qualche anno, nel 1952, vista l'impraticabilità della sua politica, si dimette dal Parlamento e si ritira dalla vita politica attiva. Si trasferisce a Bologna, dove, grazie alla collaborazione del cardinale Lercaro, fonda un Centro Studi per la formazione teologica dei laici, l'attuale Istituto per le Scienze Religiose, con l'intento di favorire il rinnovamento della Chiesa.
Sul finire del 1955 scrive la regola della Piccola Famiglia dell'Annunziata, la famiglia monastica che fonda a Monteveglio, alle pendici dei colli bolognesi, teatro di un efferato eccidio nazista. Offre la propria obbedienza a Lercaro e fa i voti nelle sue mani. Il primo gesto del cardinale è però quello di chiedergli di candidarsi per le elezioni amministrative del 1956 a Bologna: è uno stop drammatico al suo percorso ed una riconsegna alla vita politica attiva. Le elezioni vengono vinte dall'avversario, Giuseppe Dozza, ma Dossetti rimane nel consiglio comunale cittadino fino al 1958.
Il 6 gennaio 1959 Lercaro lo libera dall’impegno politico e lo ordina prete.
Nel 1963 è nominato perito del Concilio Vaticano II affiancando il cardinale Lercaro e, insieme a uomini come padre Gauthier e il giovane Luigi Bettazzi costituisce il gruppo di lavoro “Gesù, la chiesa e i poveri” sul tema specifico della povertà.
Nel corso del 1964 si allacciano i primi contatti tra la Piccola Famiglia dell’Annunziata e la Terra Santa.
In occasione della prima giornata della pace, nel 1968, Lercaro prende violentemente posizione contro i bombardamenti statunitensi in Vietnam: l’intervento, troppo vicino alle posizioni del PCI, provoca la rimozione di Lercaro dalla sede vescovile da parte di Paolo VI. Dossetti lascia allora il posto di pro-vicario della diocesi e si ritira definitivamente a vita monastica, dedicandosi alla guida delle sue comunità nelle diverse sedi in Italia, Palestina e Giordania.
Il 19 luglio 1988 viene invitato dal patriarca latino Michel Sabbah ad insediare i suoi monaci nella parrocchia di Ain Arik, nei Territori Occupati.
Nel 1994, dopo la vittoria elettorale del centrodestra, esce dal suo ritiro monastico per denunciare il pericolo di una modifica in senso presidenzialista della Costituzione italiana e il pericolo di un'evoluzione a destra nella vita politica nazionale. Nei suoi ultimi anni di vita la sua voce si fa sentire più volte in questo senso, anche attraverso i Comitati per la difesa della Costituzione,
Muore il 15 dicembre 1996 e viene sepolto, per sua espressa volontà, nel cimitero che accoglie le vittime del nazifascismo nei pressi della comunità di Monteveglio.  

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Politica e servizio

 

« La mia scelta, quando sono più vicino a Dio, è di realizzare un certo modo di vivere. Se si aggiunge qualche risultato esso non è voluto e non mi interessa neanche se serve alla Chiesa; ciò che conta è il grado di fedeltà. Non mi interessa, e anche più voglio che non mi interessi, ottenere consensi intorno a questo mio atteggiamento; il problema è che la gente lo vive anche se proviene da altre strade. In conclusione vi è solo un problema interiore che segna, a mio avviso, la via propria essenziale e non accidentale, infallibile e non fallibile, per ottenere un risultato che, se anche non voluto, anzi perché non voluto, di fatto, può aggiungersi [...] "Cercate la gloria di Dio e il resto vi sarà dato in soprapiù", non dobbiamo lavorare per avere il soprapiù. Io sono convinto che devo seminare e non mietere, non preoccuparmi del risultato né di mietere - vivere di fede.»

Dossetti fa della vicinanza a Dio, e al progetto di Dio, il suo stile di vita: partecipa alla vita politica spinto dalla volontà di servire, la abbandona desideroso di una più profonda comunione con gli ultimi.

La vita monastica, scrive Dossetti,

« è stata spesso in tesi generale – e ancor più nel mio caso particolare – rappresentata come una fuga dal mondo o, più banalmente, come conseguenza di delusioni e di amarezze patite. […] Psicologicamente non mi pare di aver patito delusioni di nessuna sorta. Ho subito delle sconfitte, questo è chiaro, Bologna lo sa, sconfitte che sono state anche in certo modo delle mezze vittorie. Comunque certo non è stato quello. Ho sempre pensato che tutto mi sia stato ripagato oltre i miei meriti e i miei sforzi. Considero tutti gli anni antecedenti e tutti gli impegni relativi come anni preziosi, ricchi di doni e di frutti: non rinnego nulla, ma di tutto ringrazio Dio come di una preparazione provvidenziale ed efficace […]. La vita monastica è per eccellenza – proprio perchè distaccata da ogni “curiosità” verso il transeunte, verso la “cronaca”, verso gli “avvenimenti” – è, dico, sempre comunione non solo con l’eterno, ma con tutta la storia, quella vera, non curiosa, la storia della salvezza: di tutti gli uomini e soprattutto degli umili, dei poveri, dei piccoli, di coloro che non hanno “creatività” o sono impediti nell’esplicarla (e sono certo la maggior parte degli uomini), che sono dei “senza storia”. E quindi è anche comunione con quelli che non si vedono, che non si conoscono, che non si qualificano, ma veramente con tutti: gli ignoti, i morenti, i morti, che sono al di là di ogni qualifica (come i morti di Monte Sole). È comunione che porta a cercare anche l’esilio in terra e popoli stranieri: non con la pretesa di portare qualcosa (se non la silenziosa testimonianza di un amore gratuito) e tanto meno di ricavarne esperienze esotiche, ma con il desiderio soltanto della condivisione con lontani ed estranei e quindi con quello che i Padri chiamavano il desiderio di xenitia, cioè appunto dell’essere straniero e ignorato, e comunque sempre in una condizione di inferiorità, in definitiva dell’essere privo di ogni valenza, di essere contato per nulla.»

L'atteggiamento con cui Dossetti lascia la politica attiva non è quindi quello di uno sconfitto, ma appare comunque venato di amarezza

« Io ho deciso che la stagione della politica per me fosse finita, e sono profondamente convinto che doveva finire e che sarebbe stato un grande errore proseguirla, perché non avrei raggiunto gli obiettivi che mi ripromettevo e comunque avrei ingannato, illuso troppa gente. La mia persona poteva essere copertura di cose che invece andavano tutte in senso contrario. La situazione bloccava quelle che erano le mie intenzioni, i miei progetti. C'erano soprattutto due cose insuperabili. Prima di tutto la situazione politica internazionale, la divisione in due blocchi sempre più irrigidita e sempre più irrimediabile. La seconda era la coscienza che la cristianità italiana non consentiva le cose che io auspicavo nel mio cuore. Non le consentiva a me e non le avrebbe consentite a nessun altro in quei momenti. E non so se la coscienza della cristianità italiana sia tanto evoluta da poterle consentire oggi.»

Dossetti fa un'analisi profonda della società italiana e lamenta

« [...] anzitutto una porzione troppo scarsa di battezzati consapevoli del loro battesimo rispetto alla maggioranza inconsapevole. Ancora, l’insufficienza delle comunità che dovrebbero formarli; lo sviamento e la perdita di senso dei cattolici impegnati in politica, che non possono adempiere il loro compito proprio di riordinare le realtà temporali in modo conforme all’evangelo, per la mancanza di vero spirito di disinteresse e soprattutto di una cultura modernamente adeguata; e quindi una attribuzione di plusvalore a una presenza per se stessa, anziché a una vera ed efficace opera di mediazione; e infine l’immaturità del rapporto laici-clero, il quale non tanto deve guidare dall’esterno il laicato, ma proporsi più decisamente il compito della formazione delle coscienze, non a una soggezione passiva o a una semplice religiosità, ma a un cristianesimo profondo ed autentico e quindi ad un’alta eticità privata e pubblica.»

Non si limita però a criticare, ma individua un percorso seguendo il quale ogni persona ha la possibilità di vivere in pienezza i valori cristiani.

« I battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè mirare non a una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma a una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico.
Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra quella di dichiarare e perseguire lealmente - in tanto baccanale dell’esteriore - l’assoluto primato della interiorità, dell’uomo interiore [...], l’uomo secondo ragione, secondo la mente, che impegna per il meglio le sue facoltà a costruirsi pienamente secondo quelle virtù che chiamiamo cardinali (e che anche gli antichi chiamavano così): la temperanza, la fortezza, la prudenza e la giustizia.
Dobbiamo riconoscere che noi cristiani le abbiamo di fatto trascurate: tutte o quasi tutte, almeno per certe loro parti o implicanze. Abbiamo magari insistito molto sulla temperanza, e in particolare sulla castità, ma assai meno sulla fortezza: che ci possa far sostenere non dico la persecuzione violenta, ma appena il disagio sociale di una certa diversità dall’ambiente che ci circonda, oppure che ci porti ad affrontare il contrasto e la disapprovazione sociale o comunitaria, per difendere esternamente una tesi sentita in coscienza come cogente.
Ancor meno abbiamo insistito sulla giustizia in quanto obbligo di veracità verso il prossimo (e di qui la tendenza a tante dissimulazioni, considerate spesso dai non cristiani tipicamente nostre). Soprattutto non abbiamo saputo raggiungere un senso pieno della giustizia, superando una sua concezione limitata solo a certi rapporti intersoggettivi e sapendola estendere ai doveri verso le comunità più grandi in cui noi siamo inseriti.»

L'uomo interiore è però solo il primo passo e deve evolvere diventando uomo nuovo.

« Ma per questo ci vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia. Purtroppo siamo invece più spesso abituati al contrario, cioè ad immergerci continuamente e totalmente nella storia, anzi, nella cronaca: la nostra miopia ci fa pensare all’oggi o al massimo al domani (sempre egoistico), non oltre, in una reale dilatazione di spirito al di là dell’io. (Anzi, qualcuno poteva persino vantarsi di questo, come prova di concretezza e di realismo: non accorgendosi che tutto si riduceva a rimedio empirico, ad espediente effimero).
C’è un aspetto e una conseguenza particolare di questa auspicabile sanazione della nostra vista - sanazione, dico, operata dal richiamo escatologico - che mi pare, concludendo, di dovere fra le altre particolarmente segnalare: il ricordare sempre che la Chiesa non è ancora il Regno di Dio: ne è, se mai, il germe e l’inizio. E va aggiunto che delle sue due funzioni: l’evangelizzazione (cioè l’annunzio del Cristo morto, risorto, glorificato) e l’animazione cristiana delle realtà temporali, la seconda spesso può concernere il Regno in modo molto indiretto. Il che porta a concludere che tutte queste realtà temporali che dovrebbero essere ordinate cristianamente (compresa la politica) possono essere finemente e saggiamente relativizzate, secondo le diverse opportunità concrete: e comunque sempre vanno rispettate nella loro autonomia e perseguite da laici consapevoli e competenti che, come diceva Lazzati, vivono gomito a gomito, per così dire, con gli uomini del loro tempo e di varia estrazione culturale... attraverso il confronto e il dialogo, naturalmente senza perdita della propria identità, sempre nel rispetto della natura di tali realtà e della loro legittima autonomia, con sincero sforzo di comprendere l’altro.»


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In difesa della Costituzione


« [...] avevo nove anni, nei giorni della marcia su Roma, nei giorni dell'avvento del fascismo. Ripensando con intelligenza matura a quell'evento ho confermato le mie impressioni infantili e di adolescente. L'impressione di una gran farsa accompagnata da una grande diseducazione del nostro paese, del nostro popolo; un grande inganno anche se seguito certamente con illusione dalla maggioranza, che però sempre più si lasciava ingannare e fuorviare. Quindi ho acquisito una cosa ben ferma nella maturazione della coscienza e nella riflessione su quei primi momenti che la mia fanciullezza e la mia adolescenza aveva vissuto, una riflessione radicata nel profondo: un irriducibile antifascismo. Non solo per il passato, ma anche per il presente e per il futuro, e per tutto quello che può assimilarlo e prepararlo.»

«So benissimo che la storia non si ripete mai nelle medesime maniere, però si possono dare circostanze simili o similari che poi finiscono con l'avere esiti comparabili o perlomeno in qualche modo accostabili. E questo mi sembra il momento di dire che c'è una incubazione fascista. Non dico che il futuro si presenterà negli stessi termini, ma dico che chi ha vissuto ancora molto giovane la prima esperienza di questa grande farsa e di questo inganno alla coscienza del popolo trova oggi in certi settori della nostra società equivalenze impressionanti.»


Consapevole che i fatti storici non si ripetono mai uguali a se stessi, Dossetti invita in ogni caso a individuare un nucleo sostanziale del fascismo, al di là di simboli o personalità; riconosciuta questa identità, interviene l'esigenza di una scelta radicale e definitiva, senza mezzi termini: o fascismo o non fascismo. Come presupposto di questa scelta profonda, Dossetti pone la necessità di immergersi nella Storia, alla ricerca di una conoscenza non superficiale ma approfondita, con il fine di intravvedere, percepire, riconoscere, il senso del mondo come componente essenziale dell'opera di Dio, per non limitarsi a leggerne la cronaca.
Il dilemma fascismo-antifascismo riassume un problema più generale che Dossetti riconosce nella politica italiana. All'indomani della Seconda Guerra Mondiale, lo Stato italiano si trova immerso in una profonda crisi, destinata in apparenza a sfociare in un rinnovamento radicale. Invece le forze “sanamente propulsive” (contrapposte a quelle eversive) in pochi anni persero forza, dimostrando un'insufficiente contenuto spirituale; al contrario le forze sociali volte a conservare un regime comune al vecchio stato seppero adattarsi alla nuova situazione e reinserirsi in essa.

Nucleo centrale del rinnovamento auspicato da Dossetti è la realizzazione di una democrazia “sostanziale”, tesa a mobilitare le persone verso un modello che favorisce non solo eguaglianza e solidarietà, ma anche l'idea del popolo non più semplice oggetto dell'opera politica, ma soggetto consapevole dell'azione.
I semi di questo rinnovamento si possono intravvedere anche nella costituzione italiana, che Dossetti ha contribuito a scrivere; in particolare gli sono cari tre principi:

- l'unità e indivisibilità del popolo italiano e della sua espressione statuale;

- il principio personalistico, secondo cui la Costituzione riconosce il valore insopprimibile e inviolabile della persona umana, con conseguenti pari dignità e uguaglianza senza distinzione di sesso, lingua, religione, opinioni politiche;

- la consistenza costituzionale dei corpi intermedi tra persona e Stato, territoriali e non territoriali, quali famiglia, comune, regione, scuola, sindacati, partiti, libere associazioni...

Proprio perché così legato alla Costituzione, e a un senso generale della Storia, Dossetti non rimane impassibile davanti alla volontà di riforma della Costituzione. Negli ultimi anni di vita fa ancora sentire la sua voce, sia direttamente, che attraverso i Comitati in difesa della Costituzione.

Nell'aprile 1994 scrive su questo tema una lettera aperta al sindaco di Bologna:

« [...] Sono molto dispiaciuto che un improvviso aggravamento delle mie condizioni di salute mi impedisca di partecipare di persona alle prossime celebrazioni della Liberazione.
Pur nel costante desiderio di completa e unanime pacificazione nazionale, che ha sempre ispirato tutta la mia vita e che tuttora fermamente mi ispira, tuttavia non posso non rilevare che attualmente i propositi delle destre (destre palesi ed occulte) non concernono soltanto il programma del futuro governo, ma mirerebbero ad una modificazione frettolosa e inconsulta del patto fondamentale del nostro popolo, nei suoi presupposti supremi in nessun modo modificabili.    
Tali presupposti non sono solo civilmente vitali ma anche, a mio avviso, spiritualmente inderogabili per un cristiano: per chi come me - per pluridecennale scelta di vita e per età molto avanzata - si sente sempre più al di fuori di ogni parte e distaccato da ogni sentimento mondano e fisso alla Realtà ultraterrena.
Ciò però non può togliere che anch'io debba partecipare alle emergenze maggiori dei fratelli del mio tempo.
Perciò, signor Sindaco, mi senta profondamente solidale con gli intenti unitari che quest' anno, ancor più, le celebrazioni indette vogliono rivestire. Auspico in questo senso che tali celebrazioni siano le più unitarie e limpide possibili.
Auspico ancora la sollecita promozione, a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati, per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione: comitati che dovrebbero essere promossi non solo per riconfermare ideali e dottrine, ma anche per un azione veramente fattiva e inventivamente graduale, che sperimenti tutti i mezzi possibili, non violenti, ma sempre più energici, rispetto allo scopo che l'emergenza attuale pone categoricamente a tutti gli uomini di coscienza.
Si tratta cioè di impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato.»

I Comitati auspicati da Dossetti prendono effettivamente forma, ed egli non manca di esprimere il suo ringraziamento in una lettera aperta indirizzata a quanti hanno risposto al suo appello:

« Ringrazio con gratitudine per la prontissima adesione alla proposta per la costituzione di Comitati in difesa della nostra Carta Costituzionale. [...]
Non nascondo che le mie preoccupazioni in questo momento sono massime, e non credo di esagerare se intravedo una trappola tesa dal nuovo ordine di cose specificamente ai cattolici. Non posso dimenticare che anche l’altra volta, più di settant’anni fa, tutto è incominciato nello stesso modo: con defezioni minime, ma poi gradualmente crescenti, dei cattolici. Ho ancora presenti gli articoli e le cronache della Civiltà Cattolica dal ’20 al ’24, che ancora, con un’editoriale del suo direttore, il Padre Rosa, cercava di scagionare dopo il delitto Matteotti la responsabilità del Regime, e preparava, così, all’acquiescenza al colpo di stato del 3 gennaio 1925.
[...] Né vale addurre l’argomento che il governo Berlusconi contiene in sé tali elementi contraddittori che prima o poi si sfascerà. Questo argomento lo si adduceva anche per i governi fascisti, che invece si sono sempre consolidati. C’è voluta una guerra, e una guerra clamorosamente perduta, perché il Gran Consiglio e il Re mettessero Mussolini con le spalle al muro.
Per questo auspicherei anche da parte delle sinistre un’opposizione più unitaria, più organica e più di principio.
Ora la mia preoccupazione fondamentale è che si addivenga a referendum, abilmente manipolati, con più proposte congiunte, alcune accettabili e altre del tutto inaccettabili, e che la gente totalmente impreparata e per giunta ingannata dai media, non possa saper distinguere e finisca col dare un voto favorevole complessivo sull’onda del consenso indiscriminato a un grande seduttore: il che appunto trasformerebbe un mezzo di cosiddetta democrazia diretta in un mezzo emotivo e irresponsabile di plebiscito. Quante volte questo è accaduto con grande facilità nella storia anche recente, e nostra e di altri Paesi europei!
Perciò assegnerei ai Comitati che ho auspicato il compito di incominciare a preparare l’opinione in vista di questi referendum, in senso molto differenziato e chiaro, che isoli, se possibile, le proposte sane da quelle intrinsecamente inaccettabili; o altrimenti prepari alla possibilità di un rifiuto globale.
Con tanta cordialità e gratitudine faccio i migliori auguri per tutto il vostro lavoro.»

Ma l'attaccamento di Dossetti alla Costituzione e ai suoi valori non è cieco e nostalgico, totale e assoluto; in un discorso tenuto a Milano nel maggio 1994 sostiene anche la necessità di attente modifiche:

« Non si vuol dire, con questo, che nel caso nostro non ci siano cose da cambiare, in corrispondenza delle grosse modificazioni intervenute nella nostra società negli ultimi decenni. È molto avvertita, per esempio, una diffusa e pervasiva alterazione patologica dei rapporti tra privati, partiti e pubblica amministrazione; come pure la pletoricità e macchinosità di un sistema amministrativo che non si adatta più alle dinamiche di una società moderna; e ancor più la degenerazione privilegiaria e clientelare dello stato sociale (tradito); la necessità di una lotta sincera e non simulata alla criminalità organizzata; e infine l’emergenza e la necessità di adeguata valorizzazione di una nuova classe operosa di piccoli e medi imprenditori.
Si può aggiungere l’esigenza di uno sveltimento della produzione legislativa, e perciò la riforma dell’attuale bicameralismo; e soprattutto un’applicazione più effettiva e più penetrante delle autonomie locali, da perseguirsi, però, al di fuori di ogni mito che tenda a stabilire distinzioni aprioristiche nel seno del popolo italiano e che perciò tenda a scomporre l’unità inviolabile della Repubblica.
Se tutto questo sarà fatto, nel rispetto della legalità e senza spirito di sopraffazione e di rapina, nell’osservanza formale e sostanziale delle modalità costituzionali, non ci può essere nessun pregiudizio negativo, anzi ci deve essere un auspicio favorevole.
Ma c’è una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Certo oltrepasserebbe questa soglia una disarticolazione federalista come è stata più volte prospettata dalla Lega. E ancora oltrepasserebbe questa soglia qualunque modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dall’attuale Costituzione. E così pure va ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo esecutivo e giudiziario, cioè per ogni avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell’esecutivo ai danni del legislativo, ancorché fosse realizzato con forme di referendum, che potrebbero trasformarsi in forme di plebiscito.»

 


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Fare memoria

 

La memoria per Dossetti è il passo fondamentale per poter leggere la Storia e per potersi muovere al suo interno con consapevolezza.
In questo spirito la “Comunità di Monteveglio” si è insediata con una comunità o “diaconia” a Monte Sole, dove il 29 settembre 1944 i nazisti uccisero sull'altare don Umberto Marchioni e nel piccolo cimitero fu compiuta una terribile strage. Come Wiesel dice per le vittime di Auschwitz, Dossetti invita a meditare sul fatto che Dio agonizzò nelle donne e nei bambini innocenti di Monte Sole. La presenza lì dei monaci è un segno, e quasi un anticipo, della resurrezione di quei martiri.

Nell'introduzione al volume “Le querce di Montesole” di mons. Luciano Gherardi, Dossetti ripercorre l’eccidio di Monte Sole intrecciandolo con una riflessione prodotta dall’Olocausto: è il silenzio di Dio di fronte alla distruzione di milioni di uomini e dell’idea stessa di “umano” che si pone come interrogativo non eludibile dinanzi ad ognuno. Nella riflessione Dossetti vede il silenzio di Dio, la sua impotenza, emergere e riflettersi nell’immagine e nella carne di Cristo crocifisso:

« la risposta di fede alle catastrofi provocate dalla libertà lasciata da Dio all’uomo, soprattutto quando si asserve agli idoli, è questa e solo questa. La risposta di Dio che è muto è il grido stesso di derelizione di Dio nel suo Eletto. È Gesù Dio agonizzante che grida “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” È a un livello profondo di questa fede che si può vedere, in virtù della croce di Cristo, Dio agonizzante anche in Anna Maria Fiori, la nipotina di otto anni di suor Maria, la quale non colpita da arma di guerra, è rimasta per tre giorni in agonia aggrappata al collo della madre morta, finchè il babbo l’ha trovata così, uccisa dalla fame e dal dolore.»

Di fronte a tutto ciò, Dossetti ci dice che

« la prima cosa da fare, in modo molto risoluto, sistematico, profondo e vaso, è l’impegno per una lucida coscienza storica e perciò ricordare: rendere testimonianza in modo corretto sugli eventi.»

Fare memoria, memoria dei morti, del loro silenzio. Perché come scriveva Elie Wiesel, «come la parola, il silenzio s’impone e chiede di essere trasmesso.»

 

La strage di Monte Sole
Da “Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44)” di Lutz Klinkhammer.

Gli avvenimenti della zona di Marzabotto mi sembrano particolarmente significativi per dimostrare l’intreccio tra operazioni antipartigiane ed eccidi: in primo luogo perché qui si è svolto il più grave massacro di civili dell’intera Europa occidentale occupata e inoltre perché nella zona del Monte Sole nel giro di alcuni mesi si sono verificati almeno due grandi rastrellamenti il cui confronto mi appare particolarmente istruttivo. La prima operazione antipartigiana si volse alla fine del maggio 1944 e risale dunque a un periodo in cui il fronte era ancora molto distante dalla zona di Marzabotto. In quel momento erano i comandi militari, e i reparti militari di stanza nel territorio, ad essere responsabili della sicurezza della forza d’occupazione, registrando attentamente l’attività dei partigiani. Il secondo grande rastrellamento ebbe invece luogo alla fine del settembre 1944 ed è indissolubilmente legato al nome di Walter Reder.

– Un rastrellamento “ordinario”: la “prima battaglia di Monte Sole”
Il 25 maggio 1944 alcuni soldati tedeschi, stazionati a Vado (nel comune di Monzuno) si recarono presso le fattorie dei dintorni in cerca di latte. Appartenevano al reggimento artiglieria contraerea 131. Si erano incamminati in direzione di Villa d’Ignano, ma cinque uomini (quattro tedeschi e un soldato italiano) a tarda sera non avevano ancora fatto ritorno. Non essendo ricomparsi neppure il giorno seguente, il comandante di reggimento, colonnello Thomas, comandò un’“azione immediata”. Pensava infatti che i suoi uomini fossero stai catturati dai partigiani. La supposizione era giusta: […] i partigiani del “Lupo” (nome di battaglia del comandante della “Stella Rossa” Mario Musolesi) avevano catturato esattamente cinque soldati. Il comando della contraerea avviò un’azione di rastrellamento contro i partigiani. Il rastrellamento sul Monte Santa Barbara è uno dei pochi per i quali disponiamo di un dettagliato resoconto della pianificazione e dell’esecuzione dell’operazione. Tale resoconto ci presenta un modello del modo in cui simili azioni venivano pianificate. Dimostra inoltre che i comandi operativi tedeschi consideravano i rastrellamenti delle vere e proprie operazioni militari. Questa forse è una delle ragioni per cui ai soldati subordinati spesso è venuta a mancare la consapevolezza della criminalità degli atti commessi nel contesto di tali operazioni. In altri casi, però, si può individuare in modo talmente inequivocabile la presenza di una sadica voglia di uccidere che ai fini di una spiegazione si può fare riferimento solo a componenti antropologiche o psicopatiche. Il comando militare a Bologna ebbe una parte importante nell’iniziativa e nella pianificazione dell’azione che seguì. Fu però Jaecken, tenente colonnello presso lo stato maggiore del Comando supremo delle SS e della polizia dell’Italia centro-settentrionale, a ricevere l’ordine di eseguire e dirigere concretamente un’azione di ricerca e rappresaglia nella zona del Monte Santa Barbara. […] Ordinò di stringere un cerchio introno al Monte Santa Barbara delimitato dai paesi di Lama di Setta, Casalino, La Collina, Panico, Marzabotto, Monte del Sole (lato sud), Il Poggio, Vado e di nuovo Lama di Setta, circondandolo in modo da poter successivamente procedere al rastrellamento muovendosi concentricamente verso il monte stesso. […] Il colonnello Thomas ordinò di ripetere il rastrellamento il 30 maggio. Questa volta furono messe a disposizione forze ben maggiori: in tutto 720 uomini. Ma i partigiani riuscirono a sfuggire due volte al rastrellamento. […]

– Un rastrellamento finalizzato al massacro: Marzabotto, fine settembre 1944
A metà settembre 1944 arrivò nelle vicinanze del passo della Futa la 16ª divisione corazzata granatieri delle SS. La divisione, intitolata a Himmler, era composta dai reggimenti corazzati granatieri 35 e 36 e dal reparto esploratori dello SS-Sturmbannführer Walter Reder. Quando il 27 settembre 1944 Reder arrivò con il suo battaglione a Rioveggio, delle sei compagnie iniziali, per un numero complessivo di 1000 uomini, aveva ormai a disposizione solo quattro compagnie per un totale di 400 uomini. […]
Il 28 settembre intorno a mezzogiorno arrivò l’ufficiale addetto allo spionaggio e controspionaggio della divisione, il maggiore Loos, per ordinare la lotta contro i partigiani della “Stella Rossa” sul Monte Sole. Reder fu nominato responsabile dell’azione. […] L’organizzazione tecnica del rastrellamento era molto simile a quella di maggio, solo che stavolta il centro dell’azione di accerchiamento era spostato molto più a sud, cioè non era più il Monte Santa Barbara, ma il Monte Sole e il Monte Termine. Come già nei rastrellamenti di maggio, furono stabiliti dei settori da cui procedere concentricamente verso il Monte Sole. […]
I reparti di rastrellamento erano suddivisi in quattro colonne con il compito di stringere un fitto anello di accerchiamento intorno ai monti considerati basi dei partigiani – vale a dire Monte Termine, Monte Caparra, Monte Sole – e procedere successivamente al rastrellamento. I paesi della valle non dovevano invece essere toccati dall’azione (ma anche qui la realtà fu ben diversa). Per paura delle truppe tedesche una parte della popolazione di questi paesi si era rifugiata in case coloniche situate più in alto sulle montagne, credendo fatalmente di essere così più al sicuro. Secondo quanto previsto la mattina presto del 29 settembre, tra le 6 e le 7, le quattro colonne giunsero a formare l’anello di accerchiamento. Poi attraverso razzi traccianti, fu dato il segnale dell’inizio dell’annientamento. Dal lato occidentale della zona accerchiata, partendo da Pian di Venola, la mattina del 29 settembre si mise in marcia la prima colonna tedesca, formata da 130 uomini del reggimento contraerea 105, che passò per Sperticano, Campedello e Castellino per poi dirigersi verso Caprara. […] I soldati tedeschi durante la loro marcia verso Caprara scoprirono il nascondiglio in cui si erano rifugiati la moglie di Tondi, la trentottenne Maria Bernardoni, insieme ai suoi sette figli. Tutte le persone furono trucidate. […] A Creda furono assassinate 69 persone, molte delle quali morirono solo dopo molte ore per le ferite subite. Tra i morti non c’erano partigiani e vi figuravano invece venti bambini sotto i dodici anni. […] Un altro gruppo raggiunse Ca’ Vallego forse ancor prima delle sei di mattino. Qui viveva Callisto Migliori con la sua famiglia. Era stato avvertito e così fuggì dalla casa un attimo prima che arrivassero i soldati. Questi gli spararono dietro, senza riuscire a colpirlo. Invece la sua famiglia fu completamente sterminata. […]
La quarta colonna era composta dalle quattro compagnie del reparto esploratori di Reder. Reder aveva ordinato che la “resistenza partigiana doveva venire infranta senza riguardo per i civili”. La SS Kneissel ha affermato di aver sentito dire da altri soldati che era stato ordinato di “dare alle fiamme tutti i villaggi, di uccidere il bestiame e tutti i civili, compresi donne e bambini”. […] A Cadotto la maggioranza dei partigiani si era intanto dileguata, mentre i civili erano rimasti nelle case e nei fienili. Gli uomini delle SS irruppero nelle case. Tutti gli abitanti furono uccisi. […]
A Cerpiane venti bambini, due anziani e ventisette donne furono portate dalle SS nell’oratorio e ivi rinchiusi. Il caporale caposquadra Meyer lanciò attraverso la finestra una bomba a mano all’interno dell’oratorio, seguita da altre bombe. Una parte dei rinchiusi morì subito, altri rimasero feriti. La tremenda agonia dei feriti durò 28 ore. La mattina dopo i soldati delle SS tornarono e uccisero quanti davano ancora segni di vita con colpi di pistola. Ma tre persone, che erano svenute o si erano finte morte, furno “dimenticate” e sopravvissero. Sulla porta dell’oratorio trovarono inchiodato un cartello di legno sul quale era scritto: “questa è la sorte toccata ai favoreggiatori dei partigiani”. […]
A Casaglia le SS ordinarono agli abitanti di mettersi in marcia verso la valle. In vicinanza del cimitero, al bivio per Ca’ Zizzola, il gruppo incontrò un’altra squadra di sette-otto SS, comandata da un ufficiale, salita da Cerpiane. L’ufficiale discusse con le SS del primo gruppo e decise di lasciare le persone di Casaglia davanti al cimitero, sorvegliate da un uomo amato di fucile mitragliatore. Le altre SS ritornarono verso Casaglia, portando con sé don Ubaldo Marchioni. I prigionieri aspettarono circa mezz’ora davanti all’entrata del cimitero, non sapendo che nel frattempo il loro prete era stato ucciso davanti all’altare. Poi le 100 persone furono spinte all’interno del cimitero e le SS iniziarono a lanciare bombe a mano e a sparare. Dopo la carneficina le SS lasciarono il cimitero, rimanendo però nelle vicinanze per qualche ora, finchè non cessarono i gemiti dei feriti e tutti non sembrarono morti. Ma sotto la montagna di corpi c’erano ancora alcuni sopravvissuti. Erano stati protetti dai cadaveri, rimando solo feriti. […]
A Caprara gli abitanti furono tirati fuori dalle loro case e da un rifugio. Anche questa volta i soldati lanciarono bombe a mano sul gruppo per poi finire le vittime con raffiche di mitragliatrice.
Il 30 settembre, verso le 4 del mattino, le truppe tedesche partirono per una seconda azione di rastrellamento.
I partigiani non furono sterminati neanche dai reparti di Reder .  
Il Comitato per le onoranze ai Caduti indica, usando tutta la prudenza necessaria, 770 vittime complessive negli eccidi di Monte Sole (con l’esclusione degli eccidi inferiori alle quattro vittime). Nei due giorni del 29 e 30 settembre 1944 sono stati uccisi 213 bambini al di sotto dei tredici anni. 

 


Le quercie di Montesole

 

Si piegano le querce
come salici
sul cuore delle rocce
a Monte Sole. 
Hanno memoria le querce,
hanno memoria.

Memoria di sanguigne uve
pigiate in torchi amari
memoria di stermini e di paure
memoria della scure
nel ventre delle madri.

Hanno memoria le querce,
hanno memoria.

Memoria di recinti profanati
memoria dell'angelo e del pastore
crocifissi
tra reliquie di santi sull'altare

Hanno memoria le querce,
hanno memoria.

Memoria dell'inverno desolato
memoria della bianca
ostia di neve
e del kyrie degli angeli
sul corpo del profeta decollato

Ardono le querce
come il cero pasquale
sul candelabro della notte
a Monte Sole.

Cristo figlio del Dio vivo,
pieta' di noi.

Vergine del giglio e dell'ulivo,
intercedi per noi.

Beati martiri di Monte Sole,
pregate per noi.



(mons. Luciano Gherardi)


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