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Paulo Freire

Paulo Freire
L'educatore degli oppressi

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"Non esiste una cosa denominata neutralità dell'educazione: non c'è dubbio che la dimensione educativa è, per sua natura, politica"

- La vita di Paulo Freire

- Un articolo in ricordo di Freire (Tratto dalla rivista Popoli)

- Brani tratti dalla "Pedagogia degli Oppressi"

- Bibliografia

- Link esterni al sito per approfondire

Link collegati:

Visita le pagine del nostro sito dedicate a Don Milani

 

La vita di Paulo Freire

 Paulo Freire nacque a Recife nel 1921.

Il padre era uno spiritualista, la madre invece cattolica imparando dal rispetto che ebbero uno dell’altro il dialogo.

 La sua famiglia si trasferì a vivere nel 1929  a Jaboatão dove seguì gli studi secondari.

Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza, si dedica all’insegnamento del portoghese e legge le opere di Maritain e di Mounier.

Conseguì la laurea in Diritto all’Università di Pernanbuco.

Si sposò con Elza, maestra, che influì affinché si dedicasse all’educazione abbandonando la carriera di avvocato.

 Lavorò nel dipartimento di Educazione e Cultura di Pernanbuco come direttore e più tardi come Soprintendente dal 1946 al 1954.

E’ qui che iniziò le sue esperienze educative e che andò emergendo il metodo di alfabetizzazione degli adulti. Con il Movimento di Cultura Popolare di Recife sviluppò il suo particolare metodo di alfabetizzazione. Lavorò come direttore di Estensione Culturale nell’università di Recife, dove esercitò anche l’insegnamento di Storia e Filosofia.

 Freire riuscì ad alfabetizzare 300 adulti in un mese e mezzo, applicando il proprio metodo, per cui il Governo Federale decise di estendere l’azione educativa in tutto il territorio brasiliano. Nel 1964 per il Golpe di Stato si interruppe la campagna di alfabetizzazione che Freire aveva organizzato e venne incarcerato come sovversivo intenzionale. Uscito dal carcere Freire si rifugiò nell’ambasciata di Bolivia per iniziare un lungo esilio. In Cile si fermò dal 1964 al 1969. Lavorando come professore all’Università di Santiago, elaborò una delle sue opere più importanti: "L’educazione come pratica di libertà" dove scrisse le esperienze realizzate in Brasile, e "Pedagogia dell’Oppresso" che costituisce l’opera che più lo rappresenta.

 Il suo metodo fu utilizzato nelle campagne di alfabetizzazione che vennero realizzate in tutto il territorio del Cile.

 Nel 1969 fu nominato esperto dell’Unesco. Fissò la sua residenza e lavorò nel Dipartimento di Educazione del consiglio mondiale della Gioventù, partecipò a numerosi programmi di educazione per gli adulti in vari paesi africani.

 Dopo 17 anni di esilio rientrò in Brasile nel 1980; fissò la sua residenza a Sao Paulo dove proseguì lo sviluppo della sua teoria pedagogica. Nel 1986 gli fu assegnato il premio Educazione dell’Unesco.

 Nel 1997, prima di morire, ebbe assegnata la laurea honoiris causa dall’Università tedesca ‘Carl von Ossietzky’. Morì il 3 maggio 1997 nel suo paese di nascita.

 

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"Aprender para nós é construir, reconstruir, constatar para mudar, o que não se faz sem abertura ao risco e à aventura do espírito."

Paulo Freire

 

Link per Approfondire:

- Istituto Paulo Freire

http://www.paulofreire.org/

 

- Paulo Freire: Pedagogista umanista

 

- Materiali su Paulo Freire

(Redazione Cesp Bologna)

 

- The Freirean Approach to Adult Literacy Education

 

Link esterni collegati:

 

- Lezioni di Pedagogia del Movimento Sem Terra

- Pedagogia Interculturale

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tratto dalla rivista Popoli

Paulo Freire

È morto lo scorso anno, a San Paolo, Paolo Freire, uno dei più grandi pedagoghi del nostro tempo. Nato a Recife nel 1921, il suo messaggio può essere sintetizzato in questa frase: "Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo". Forse la dittatura militare del Brasile nel '64 scoppiò anche per "colpa" di Paulo Freire. Questo scrittore che pubblicò 25 libri sull'educazione e 6.000 articoli, aveva elaborato un metodo di alfabetizzazione che in sole 40 ore insegnava agli adulti non solo a leggere e scrivere, ma soprattutto a capire un po' meglio il mondo nel quale vivevano. Scelto dal governo Goulart come responsabile del Plano Nacional de Alfabetizaçâo, prometteva di alfabetizzare in dodici mesi 6 milioni di brasiliani (che quindi sarebbero stati in grado di votare l'anno seguente). Se si pensa che nel '63 gli elettori erano meno di 12 milioni, si capisce quale importanza politica avesse tale programma. Con l'appoggio del governo, delle correnti politiche di sinistra e della Chiesa, Freire iniziò la formazione di 20.000 circoli culturali, che avrebbero reso possibile il piano. Questa pagina di storia però non venne mai scritta, perchè il "golpe militar" cancellò il piano e incarcerò il "pericoloso" pedagogo, che in seguito preferì la via dell'esilio in Cile. Durante i primi quattro anni come membro del governo, scrisse "La pedagogia degli oppressi" e "L'educazione come pratica della libertà" (pubblicati in Italia da Arnoldo Mondadori), che costituiscono la riflessione teorica sul tema dell'alfabetizza-zione. Se le sue idee fossero state applicate in Brasile, certa-mente una regione come il Paraiba non avrebbe registrato, 30 anni più tardi, la vergognosa quota del 46,85% di analfabetismo tra i suoi abitanti. Ma che cosa c'era di così rivoluzionario nel metodo educati-vo di questo pedagogo? Partendo dalla premessa che l'uomo non è un essere astratto, ma radicato nel tempo e nello spazio, Freire analizza le varie relazioni che intercorrono tra queste tre componenti a partire dall'esperienza di ogni giorno. Da tale "osservatorio" anche le persone più semplici sono in grado di fare una lettura della realtà, scoprendo gli inganni di cui sono vittime e iniziando così un processo di liberazione. A questo tipo di educazione Freire contrappone quella che definisce "educa-zione bancaria", secondo la quale le persone si dividono tra coloro che sanno e coloro che non sanno. Ai primi spetta comuni-cre agli altri il frutto del loro sapere, trasmettere loro la sicurezza che credono di possedere, insieme alle norme di compor-tamento. Ai secondi si richiede l'umiltà di imparare, obbedire ed eseguire quanto viene loro detto. Tale visione, secondo Freire, adottata da ogni tipo di dominatore, lascia il mondo esattamente come lo trova, perchè riduce l'uomo a un mero esecutore di ordi-ni. Lui invece propone la "pedagogia degli oppressi", che partendo dalla consapevolezza che l'azione di educare è indissolubilmente legata a quella dell'imparare, si propone non tanto di conoscere, quanto di trasformare la realtà. In questa nuova visione, il maestro insegna e impara e l'alunno impara e insegna, e se entrambi hanno mantenuto la principale caratteristica dell'uomo, cioè la capacità di stupirsi di fronte alle meraviglie della natura e della storia, saranno in grado non solo di interpretare gli avve-nimenti, ma anche di produrre dei cambiamenti significativi nella storia. Solo in questo modo, secondo Freire, l'uomo realizza la propria vocazione di trasformare il mondo. Convinto che ogni forma di dominazione fa male non solo all'oppresso ma anche all'oppressore, esemplifica dicendo che se lui volesse imporre alla moglie le proprie opinioni instaure-rebbe un rapporto d'amore patologico, assumendo lui il ruolo del sadico e lei quello della masochista. L'immagine qui riprodotta si trova nel best-seller di Freire, tradotto in 35 lingue: "La pedagogia degli oppressi". Il successo di questo brasiliano all'estero e l'attualità del suo messaggio, non derivano dal fatto che abbia esportato un metodo di alfabetizzazione più facile e rapido dei tanti già esistenti, quanto che abbia reso capace una nuova generazione di esercitare pienamente i propri diritti sociali e civili, modificando la società e dando un senso alla propria esistenza. Forse il metodo di Paulo Freire potrebbe aiutare anche gli italiani a guardare con nuovi occhi la presenza sempre crescente degli extra-comunitari tra noi.

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Brani tratti dalla "Pedagogia degli oppressi"

 

Prima della selezione dei brani del libro inseriamo l'indice del libro che da una idea sintetica del libro in tutta la sua totalità.

 

Indice dei capitoli:

 

- Capitolo I

 

- Giustificazione della pedagogia dell'oppresso

- La contraddizione oppressori/oppressi e il suo superamento

-  La situazione concreta di oppressione e gli oppressori

- La situazione concreta di oppressione e gli oppressi

- Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: gli uomini si liberano nella comunione

 

- Capitolo II

 

 - La concezione "depositaria" dell'educazione è uno strumento di oppressione. Presupposti e critica

- La concezione "depositaria" e la contraddizione educatore/educando. La concezione "problematizzante" e il superamento della contraddizione educatore/educando: nessuno educa nessuno - nessuno educa se stesso - gli uomini si educano tra loro, con la mediazione del mondo

-  L'uomo cone essere inconcluso, cosciente delle sua inconclusione, e la sua permanente ricerca di "essere di più"

 

- Capitolo III

 

- La dialogicità. Essenza dell'educazione come pratica della libertà. Dialogicità e dialogo

- Il dialogo comincia nella ricerca del contenuto programmatico dell'educazione

- I rapporti uomini/mondo, i "temi generatori" e il contenuto programmatico di questa educazione. La ricerca dei "temi generatori" e la sua metodologia

- La ricerca dei "temi generatori" come fattore di coscientizzazione. I vari momenti della ricerca.

 

 

- Capitolo IV

 

- Il dialogo e l'anti-dialogo come matrici di teorie opposte sull'azione culturale: il dialogo serve alla liberazione, 'antidialogo all'oppressione

- La teoria dell'azione anti-dialogica e le sue caratteristiche:

     a) La conquista

     b) Dividere per dominare

     c) La manipolazione

     d) L'invasione culturale

     e) Compiti della leadership rivoluzxionaria

- La teoria dell'azione dialogica e le sue caratteristiche

    a) La collaborazione

    b) Uniti per liberare

    c) L'organizzazione

    d) La sintesi culturale

 - Conclusione

 

 

Selezione Brani

 

Capitolo I
- Giustificazione della pedagogia dell'oppresso
 

[...] Ecco il grande compito umanista e storico degli oppressi: liberare se stessi e i loro oppressori.

 

[...] Chi è preparato più degli oppressi a capire il significato terribile di una società che opprime? Chi può sentire, più di loro, gli effetti dell'oppressione? Chi, più di loro, può capire la necessità della liberazione?

 

[...] In questo saggio la nostra preoccupazione è solo di presentare alcuni aspetti di ciò che ci sembra costituire quella che da tempo veniamo chiamando la pedagogia dell'oppresso: quella che deve essere forgiata con lui e non per lui, siano uomini che popoli, nella lotta incessante per ricuperare la loro umanità. Pedagogia che faccia dell'oppressione e delle sue cause un argomento di riflessione per gli oppressi; ne risulterà l'impegno indispensabile alla lotta per la loro liberazione, in cui questa pedagogia si farà e rifarà costantemente.

 

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- La contraddizione oppressori/oppressi e il suo superamento
 

[...] Il grande problema sorge quando ci si domanda come potranno gli oppressi, che ospitano in sè l'oppressore, parteciapre all'elaborazione della pedagogia della loro liberazione, dal momento che sono soggetti a dualismo e inautenticità. Solo nella misura in cui scopriranno di ospitare in sé l'oppressore, potranno contribuire alla creazione comune della pedagogia che li libera.

 

[...] Nessuno possiede la libertà , come condizione per essere libero: al contrario, si lortta per la libertà, perchè non la si possiede. E la libertà non è un punto ideale, fuori degli uomini, difronte a cui essi si alienano. Non è una idea che si fa mito. E' una condizione indispensabile al movimento di ricerca in cui gli uomini sono inseriti, perchè sono esseri iconclusi. Si impone quindi la necessità di superare la situazione di oppressione.

 

[...] Perchè la liberazione è un parto. Un parto doloroso. L'uomo che nasce da questo parto è un uomo nuovo, che diviene tale attraverso il superamento della contraddizione oppressori-oppressi, che è poi l'umanizzazione di tutti.

 

[...] L'oppressore diventa solidale con gli oppressi solo quando il suo gesto cessa di essere un gesto sentimentale, di falsa religiosità, di carattere individuale, e diviene un atto di amore. Quando gli opressi non sono più per lui un nome astratto e divengono uomini concreti, che subiscono ingiustizia e ladrocinio.

 

[...] La pedagogia dell'oppresso, come pedagogia umanistica e liberatrice, avrà due momenti distinti. Il primo, in cui gli oppressi scoprono il mondo dell'oppressione e si impegnano nella prassi a trasformarlo; il secondo, in cui , trasformata la realtà oppressiva, questa pedagogia non è più dell'oppresso e diventa la pedagogia degli uomini che sono in processo permanente di liberazione.

 

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- La situazione concreta di oppressione e gli oppressori
 

[...]Dichiararsi impegnato con la liberazione e non essere capace do entrare in comunione con il popolo, che si continua a considerare assolutamente ignorante, è un equivoco doloroso.

 

 

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- Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: gli uomini si liberano nella comunione

 

[...] L'azione politica fra gli oppressi deve essere in fondo azione culturale per la libertà, quindi azione con loro.

 

[...] Non possiamo dimenticare che la liberazione degli oppressi è liberazione di uomini e non di cose. Per questo, se non è auto-liberazione (nessuno si libera da solo), non è neppure liberazione di alcuni fatta da altri.

 

[...] Gli oppressi devono lottare come uomini e non come "cose". Sono esseri distrutti proprio perchè sono ridotti a cose, nel rapporto di oppressione in cui si trovano.

 

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- Capitolo II

 

 

- La concezione "depositaria" dell'educazione è uno strumento di oppressione. Presupposti e critica

 

 

[...]Nella visione "depositaria" dell'educazione, il sapere è una elargizione di coloro che si giudicano sapienti, agli altri, che essi giudicano ignoranti.

 

[...] Infatti si basa su una serie di postulati che richiamano un tipo di rapporti "verticali":

a) l'educatore educa, gli educandi sono educati;

b) l'educatore sa, gli educandi non sanno

c) l'educatore pensa, gli educandi sono pensati

d) l'educatore parla, gli educandi ascoltano docilmente

 


 

- La concezione "depositaria" e la contraddizione educatore/educando. La concezione "problematizzante" e il superamento della contraddizione educatore/educando: nessuno educa nessuno - nessuno educa se stesso - gli uomini si educano tra loro, con la mediazione del mondo

 

[...] Attraverso il dialogo si verifica il superamento da cui emerge un dato nuovo: non più educatore dell'educando; non più educando dell'educatore. In tal modo l'educatore non è solo colui che educa, ma colui che, mentre educa, è educato nel dialogo con l'educando, il quale a sua volta, mentre è educato, anche educa.

 

[...] A questo punto nessuno educa nessuno, e neppure se stesso: gli uomini si educano in comunione, attraverso la mediazione del mondo.

 

 

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- Capitolo III

 

- La dialogicità. Essenza dell'educazione come pratica della libertà. Dialogicità e dialogo

[...]  Non è nel silenzio che gli uomini si fanno, ma nella parola, nel lavoro, nell'azione-riflessione.

 

[...]  Il dialogo è questo incontro di uomini, attraverso la mediazione del mondo, per dargli un nome, e quindi non siesaurisce nel rapporto io/tu.

 

[...]  Se gli uomini trasformano il mondo dandogli un nome, attraverso la parola, il dialogo si impone come cammino per cui gli uomini acquistano significato in quanto uomini.

Perciò il dialogo è un'esigenza esistenziale.  E se esso è l'incontro in cui si fanno solidali il riflettere e l'agire dei rispettivi soggettim orientati verso un mondo da trasformare e umanizzare, non si può ridurre all'atto di depositare idee da un soggetto all'altro, e molto meno diventare semplice scambio di idee, come se fossero prodotti di consumo.

 

[...]  Non esiste dialogo però, se non esiste un amore profondo per il mondo e per gli uomini. Non è possibile dare un nome al mondo, in un gesto di creazione e ricreazione, se non è l'amore a provocarlo. L'amore, che è fondamento del dialogo, è anch'esso dialogo.

 

[...]  Se non amo il mondo, se non amo la vita, se non amo gli uomini, non mi è possibile il dialogo.

 

[...]  Se il dialogo è l'incontro degli uomini per "essere di più", non ouò farsi senza speranza.

 

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- Il dialogo comincia nella ricerca del contenuto programmatico dell'educazione

 

[...] Ne risulta che per una educazione concepita come pratica della libertà il dialogo comincia non quando l'educatore/educando si trova con gli educandi/educatori in una situazione pedagogica, ma piuttosto quando quello si domanda su che cosa dialogherà con questi.

 

[...]  Potemmo citare numerosi esempi di piani, di natura politica o semplicemente educativa, che sono falliti perchè i loro realizzatori sono partiti da una visione personale della realtà. Perchè non hanno preso in considerazione, neppure per un istante gli uomini come esseri in sistuazione (cui dirigere il loro programma), ma solo come oggetti occasionali della loro azione.

 

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 La ricerca dei "temi generatori" e la sua metodologia

 

[...] L'investigazione della tematica, ripetiamom coinvolge l'investigazione del pensiero del popolo. Pensiero che non esiste fuori degli uomini, e neppure in un solo uomo, o nel vuoto, ma negli uomini e tra gli uomini, e sempre con riferimento alla realtà. 

 

[...] Mentre nell'educazione depositaria, che è per essenza chiusa al dialogo, e per questo non comunicativa. l'eudacatore deposita nell'educando il contenuto dei programmi di educazione, che lui stesso elabora o qualcuno ha elaborato per lui, nell'educazione problematizzante, aperta per eccellenza al dialogo, questo contenuto, che non è ,mai "depositato", si organizza e si costituisce nella visione del mondo degli educandi, in cui si trovano i suoi "temi generatori"

 

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- Capitolo IV

 

 

- La teoria dell'azione dialogica e sue caratteristiche

 

[...] L'io anti-dialogico, dominatore, trasforma il tu dominato, conquistato, in un mero questo.

L'io dialogico, al contrario, sa che è esattamente il tu che lo costituisce. Sa pure di essere costituito da un tu (un non-io) che si costituisce a sua volta come un io, avendo nel suo io un tu.

 

[...]  Il dialogo, che è sempre comunicazione, crea le premesse della collaborazione. Nella teoria dell'azione dialogica, non c'è posto per la conquista delle masse agli ideali rivoluzionari, ma per la loro adesione. Il dialogo non si impone, non manovra, non addomestica, non fa slogan.

 

[...]  Diffidare degli uomini oppressi, non è propriamente diffidare di lor in quando uomini, ma di diffidare dell'oppressore "ospitato" dentro di loro.

 

[...] Uniti per liberare.

 Se nella teoria anti-dialogica dell'azione si impone ai dominatori, necessariamente, la divisione degli oppressi, con cui più facilmente si mantiene l'oppressione, nella teoria dialogica invece la leadership si impegna nello sforza di unire incessantemente gli oppressi tra loro, e con se stessa, per la liberazione.

 

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Conclusione

Tutto il nostro sforzo in questo saggio è consistito nel parlare di questa cosa ovvia: così come l'oppressore, per opprimere, ha bisogno di una teoria dell'azione oppressiva, gli oppressi per liberarsi, hanno egualemnte bisogno di una teoria della loro azione.

L'oppressore elabora la teoria della sua azione necessariamente senza il popolo, perchè è contro di lui. Il popolo a sua volta, schiacciato e oppresso, introiettando l'oppressore, non può da solo  costituire la teoria della sua azione liberatrice. Solo nel suo incontro con la leadership rivoluzionaria, nella comunione tra i due, nella prassi di ambedue, si costituisce questa teoria.

L'esposizione che abbiamo tentato in termini approssimatici e introduttivi del tema "Pedagogia dell'oppresso", ci ha condotto all'analisi anti-dialogica, che serve all'oppressione, e della teoria dialogica che serve alla liberazione.

 

[...] Se nulla resterà di queste pagine, speriamo che resti almeno la nostra fiducia nel popolo. La nostra fede negli uomini e nella creazione di un mondo dove sia meno difficile amare.

 

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BIBLIOGRAFIA:

P. Freire, L'educazione come pratica della libertà - Mondadori 1973.

P. Freire, La pedagogia degli oppressi - Mondadori 1971.

P. Freire, Conscientizaçao: teoria e practica de libertaçao - Cortez & Moraes - Sao Paulo 1979

P. Freire, Frei Betto - Una scuola chiamata vita - EMI 1986

P. Freire, M Gadotti, S Guimaraes - Pedagogia: dialogo e conflitto - SEI 1995

Paulo Freire: pratica di un'utopia, ed. Terre di Mezzo

Leandro Rossi, "Paulo Freire profeta di liberazione",  edizioni Qualevita


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