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La sporta

di p.Christian Carlassare, dal Sud Sudan

La sporta

Cosa porto con me come doni preziosi di questo primo periodo in Sud Sudan...

Contare nel Signore... sempre

Daniele Comboni diceva che il missionario che, nella sua opera, contasse solo su sé stesso, in realtá conta sul più grande asino della Terra. Questo é doppiamente vero.

Prima di tutto perchè non si é Chiesa da soli, si deve essere una comunità che crede e lavora. Non si puó testimoniare fede e amore senza comunione con gli altri.

Ma anche, e soprattutto, perchè siamo nella mani del Signore. E’ Lui il Signore, il padrone della messe. E’ Lui il crocifisso risorto che si fa presente nel mondo.

Il missionario é il servo, l’amico, il fratello minore, il testimone fedele. Ma Lui é il Signore. Lui, unico dono significativo e vivificante per la gente.

Prima di tutto... fare silenzio e imparare
Fin dai primi anni di formazione, vari missionari di provata esperienza mi hanno detto: “Quando partirai per il tuo primo servizio missionario, non andare con molti programmi e pensando di insegnare molte cose. Prima di tutto: fà silenzio, ascolta, impara dalla gente. Non giudicare affrettatamente. Guarda, ascolta e fà tesoro di tutto”.
Ringrazio il Signore per il grande esempio di molti missionari che si sono dedicati interamente alla gente e alla Chiesa del Sudan. Fra tutti, due mi hanno accompagnato in maniera speciale: padre Antonio La Braca e padre Alberto Modonesi. Grazie di vero cuore. Grazie anche alla scuola della gente: é sempre la più efficace.

L’importanza del buon esempio
Non si insegna a parole, nè con tanti incontri, attività e  progetti. Non si forma la gente con prediche e doni. Occorre condividere tempo. Condividere nel vero e concreto senso della parola. Fare il bene non basta. Il cuore del missionario deve essere impregnato di bontà, una bontà intelligente che sa ascoltare, incoraggiare e accompagnare nel giusto cammino. Si tratta quindi  di educare attraverso il buon esempio. Non si puó offrire quello che non si ha.

Credere nella gente
E’ sicuramente necessario avere fiducia nella gente. Non considerla semplice ricevente. Non sostituirla, ma incoraggiarla a farsi protagonista dell’opera di evangelizzazione.
Daniele Comboni é profeta in questo: gli Africani saranno i fondatori e guide della Chiesa in Africa. Ha formato molti a diventare preti, maestri, medici, carpentieri...Mi é capitato di incontrare alcuni missionari che sostengono: la gente é povera, non puó dare niente, non chiedere ma offri il tuo aiuto. Sii ingegnoso e aiuta la gente perché possa crescere e diventare autonoma.
Io credo che la gente sia ricca, sa come vivere anche senza di noi e ha molte risorse. Non cominciare cose che non vengono dalla gente. Lavora con loro e dà il tuo contributo nella misura del loro. Troppo poco? No, é importante apprezzare quello che la gente offre... e lo si fa rendendolo vitale e necessario.

 

Pazienza: virtù del missionario
La tentazione é sempre quella di voler essere qualche chilometro più avanti. Si conosce la strada, si sa dove si vuole arrivare, energia ce n’é. A volte si cerca di spingere la gente a far qualcosa di più o di diverso, a ragionare e a pensarla come noi vorremmo. Ma la gente é lì dov’é. Non si puó cambiarle la testa e il cuore... é quel che é.
Allora si va pian piano, magari occorre anche fermarsi sotto ad una pianta a discutere insieme per poi riprendere il cammino con le idee più chiare. La missione é un cammino, un cammino paziente.

 

La pillola dell’umiltà
Si parla molto di promozione umana e trasformazione sociale. Ci sono missionari molto dedicati e capaci che si fanno imprenditori per lo sviluppo della gente. Un giorno ho condiviso con alcuni missionari: “Gesù ha fatto miracoli ma ha dovuto anche autolimitarsi. La gente non capiva e correva da Lui con false aspettative”.
Un missionario di esperienza mi ha risposto: “Gesù era il figlio di Dio, ha amato la gente e ha fatto molti miracoli. Noi non siamo come Lui, non possiamo fare portenti come Lui li faceva, ma abbiamo i soldi, con essi possiamo fare molti miracoli”. Sono rimasto senza parole. L’umiltà é una buona medicina come l’aspirina: un pó per tutto. Io credo che non siamo noi a trasformare la gente. E’ la Parola di Gesù che trasforma i cuori... quando ascoltata e accolta. Se solo potessi imparare ad essere più umile: accettare di essere pietra nascosta, su cui la gente costruirá la Chiesa.

 

Andare all’essenziale
Gesù non era uno che parlava molto. Non attraeva la gente con bei discorsi. Non amava la cattedra. Diceva le cose come sono con poche parole.
Non amava dei cliché, era semplicemente con la gente e rispondeva alle sue domande e bisogni. Parlava con il vocabolario della gente. Nel pregare, nel celebrare i Sacramenti, nell’insegnare, nel portare avanti il piano pastorale... la gente ci disarma, spazza via le nostre costruzioni mentali, gli schemi e i progetti. Ci vuole spontanei e veri.

 

La piaga della povertà
Non é la povertà delle tasche quella che umilia e sfianca la gente. Ma la povertà di pensiero, di idee, di possibilità, di ingegnosità, di visione del futuro, di scrollarsi di dosso vincoli atavici, di poter essere diversi, nuovi. Questa é la vera piaga. E’ una piaga difficile da curare. La ricchezza di questo mondo non ha effetto; l’educazione non basta. Ci vuole il cuore nuovo della fede.
Questi sono i doni che ho trovato dentro la borsa (‘sporta’) mentre sto preparando le valigie per l’Italia. Sarà solo un breve periodo (15 Maggio-12 Agosto) ma spero che avremo occasione di incontrarci e condividere tante cose che il Signore ci ha fatto vivere in questi anni.

Arrivederci a presto, dunque!

 padre Christian Carlassare

 

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