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Quando gli elefanti litigano...

di Gino Filippini

Quando gli elefanti litigano...

dicembre 2007-gennaio 2008

Carissimi amici,

giorni fa avevo detto che mi sarei fatto vivo per dirvi un po’ come sto vivendo questo tempo di grande sofferenza per il popolo del Kenya: un migliaio di morti, circa 500.000 senza casa, cibo, acqua, cure mediche, 12.000 persone fuggite all’estero (soprattutto in Uganda).

Nel vicino slum di Mathare 600 persone vivono in un campo improvvisato. Queste sono solo alcune cifre significative di un dramma tuttora in corso. Il problema politico che lo ha generato è ancora ben lontano dall’essere risolto: Kofi Annan ed i suoi collaboratori ci stanno provando con un ruolo di intermediari fra due schieramenti opposti, ognuno ben deciso a far prevalere la sua linea.

La conclusione è che si avanza a gran fatica e intanto, come dice un proverbio africano, quando due elefanti litigano è l’erba sotto i loro piedi ad essere schiacciata. Così è del Kenya.

Le violenze del post elezioni hanno generato insicurezza e paura, due fattori coi quali bisogna convivere oggi ma che presumo marcheranno ancora a lungo la vita dei Keniani.

Alle cause di carattere etnico e politico vanno aggiunte quelle socio-economiche come ad esempio il banditismo che è in netta escalation perché usato come arma di sopravvivenza contro l’elevato tasso di disoccupazione giovanile.

L’insicurezza si respira nell’aria come la polvere e l’odore acre che vengono dalla vicina discarica. Ieri ad esempio dopo la via crucis per le strade di Korogocho, finita quando ormai era scuro, per rientrare abbiamo dovuto aspettare la copertura della polizia che, sparando colpi in aria, ha messo in fuga i vari youngster appostati nelle vicinanze muniti di pietre, randelli e machete, pronti a dare addosso al primo malcapitato che passa.

Due giorni fa invece, alle tre di notte, eravamo tutti sulla strada perché dal quartiere vicino arrivavano segnali preoccupanti. Infatti era in atto un violento blitz della polizia, presumibilmente organizzato da alcuni proprietari dell’etnia kikuyu contro i loro affittuari di etnia luo che occupano le loro case ma che, per protesta, rifiutano di pagare l’affitto per boicottare l’economia filo governativa del presidente Kibaki.

Intanto la violenza del post-elezioni ha aumentato il clima di sospetto e di conflittualità fra le varie etnie col risultato che ora chi non appartiene allo stesso gruppo è visto come possibile nemico, e quindi è da temere, va fatto sloggiare. In varie regioni del paese molte case sono state bruciate o danneggiate e gli abitanti costretti a raggrupparsi in campi provvisori. Negli slum urbani - come Korogocho - la gente di solito è mescolata, eterogenea, proviene da province, culture e lingue diverse ma adesso, a causa della paura e dell’insicurezza, i quartieri rischiano di diventare mono-etnici e contrapposti uno all’altro.

La scuola corre lo stesso rischio e, alla fine, tutta l’area potrebbe prendere la configurazione di un immenso mosaico fatto di ghetti antagonisti che sono proprio l’opposto di quella integrazione etnico-culturale da promuovere come collante essenziale per forgiare qualcosa che si chiami comunità, popolo, nazione. Finora si è fatto ben poco in questo senso e i temi etnici sono serviti più come strumento di potere che come risorsa e valore della società keniana. Per quanto mi riguarda, abbiamo dovuto allestire un programma di emergenza nelle scuole (una ventina, le più grandi) dato che anch’esse hanno subito un grosso shock perché sono costituite da persone - allievi ma anche insegnanti - ancora traumatizzati per le scene di panico che hanno visto e per le violenze - fisiche e psicologiche - che tanti hanno dovuto subire.

Gino Filippini

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