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Lettera agli Amici, Pasqua 2008

fr. Paolo Rizzetto

Lettera di fr. Paolo agli amici dall'Uganda, Pasqua 2008
 
 

Carissimi,

queste poche righe vogliono essere solo un segno della vicinanza e dell’affetto che ci lega. Un modo per condividere anche con chi è lontano le impressioni ed i sentimenti di fronte a questa esperienza di “vita condivisa” con la nostra gente Karimojong, nel periodo più intenso dell’anno, quello che ci prepara a vivere il Mistero Pasquale.

Abbiamo iniziato la Quaresima con l’imposizione delle Ceneri: è strano: qui è una cerimonia molto sentita. La nostra gente crede molto nel “potere” della Benedizione e forse c’è anche un po’ di superstizione nel avvicinare il rito. Ma questo mi fa pensare a quanto io credo nel potere “benedicente” di Gesù nella mia vita, alla sua capacità di vedere la brace ardere sotto la coltre di cenere con cui mi ricopro a causa della piccolezza ed inadeguatezza del mio stare con Lui.

La cenere è anche un modo per ricordarci che qualunque cosa accada, noi apparteniamo a Lui: a Lui sta di poter vivificare la brace sotto la cenere soffiando lo Spirito, come fece Dio con Adamo, con le ossa inaridite a cui Ezechiele era stato inviato a profetizzare (Ez 37), con la carne di Lazzaro (Gv 11).

Lavorando in ospedale si vede come questa cenere si confonda spesso con la povere della strada che, in questa stagione secca si deposita, abbondante, su tutto: cose, animali, persone… e loro corpi. Visitando qualche bambino o qualche adulto mi trovo spesso a giudicare chiedendomi perché uno non dovrebbe avere più cura di se stesso e della sua persona, curando di più quell’igiene personale che eviterebbe facilmente molte delle malattie che vediamo. Poi mi guardo un po’ intorno, guardo il paesaggio secco ed immagino che moti devono fare un lungo tragitto per raggiungere il pozzo più vicino, ore sotto il sole, ed altre ore ad aspettare che la fila si diradi.

Dimentico spesso che sotto quella polvere che ricopre i volti c’è la fiamma della presenza di Dio.

Quest’anno è un anno speciale per il Karamoja. Ricorre il 75° anniversario della prima evangelizzazione della regione. Lo “slogan” lanciato per questo tempo è: “Ekapolon, akyatar akilip kosi!” (Signore, aumenta la nostra fede!). E’ davvero una sfida attuale perché, a distanza di 75 anni di presenza della Chiesa, ad un occhiata superficiale, sembra che poco o niente sia cambiato.

Invece i segni ci sono. Sono i segni delle cose piccole: le ragazze che dopo la cresima rifiutano di diventare seconde (o terze o quarte…) mogli; ragazzi che cercano a tutti i costi di finire la scuola per non tornare a far pascolare il bestiame ed andare a razziare; madri che finalmente accettano di venire a partorire in ospedale, in maggior sicurezza…. Certo sono numeri esigui, rispetto alla maggioranza degli atteggiamenti. Penso a Mosè che chiedeva un segno al Signore perché gli Israeliti potessero credergli. Ed il Signore rispose: “Ecco il segno che ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, adorerete Dio su questo monte!” (Es 3,12). Come a dire: i segni del cambiamento, in un processo che richiederà ben più di 75 anni, li vedrai solo se accetterai di starci dentro.

Il tempo che gira attorno alla Pasqua, scandito anche dalla luna piena di primavera, è comunque un tempo che parla di Resurrezione, di risveglio della natura che passa dalla stagione secca alla stagione umida in cui la nostra gente ha occasione di piantare e raccogliere poi i frutti della terra –sorgo, per lo più-. La natura che si vivifica ci parla del mistero della Vita.

Ciò che mi ha sempre colpito nelle lettere dei Missionari era la bellezza del tratteggiare i volti delle persone, quasi a ricordarci che esse sono davvero il dono più bello che Dio ci fa e anche i messaggeri della Sua Parola, quella che sa dire alle pietre che chiudono il nostro cuore di rotolare via.

Vorrei provarci anch’io. Vorrei provare a regalare alcuni dei volti che mi hanno accompagnato e plasmato in questo tempo da Quaresima a Pasqua.

I volti di Longole e di Loyce, entrambe ammalate di AIDS, in stadio avanzato. Volti rifioriti dopo aver iniziato il trattamento, che non le curerà ma che darà loro altri anni di vita dignitosa e, spero, felice.

Il volto triste ma bellissimo di Agnes, una delle nostre infermiere che purtroppo non c’è più. Forse ha fatto un grosso errore, andando a cercare di abortire il suo bambino ma non possiamo giudicare: se una donna presa da angoscia per le ristrettezze della vita, con due bambini e poco futuro, compie una cosa del genere, la prima cosa che mi domando è: perché non eravamo al suo fianco prima che arrivasse ad una decisione così? Sfortunata Agnes perché sola e perché mal consigliata. A volte va liscia in queste pratiche. A lei no. Forse uno strumento sporco, forse un praticone ubriaco. Il Vangelo di domenica delle Palme ci dice che Giuda si pentì di quello che aveva fatto (Mt 27,3). Poi, però fu preso dalla disperazione e corse ad impiccarsi. E’ questo lasco di tempo, a volte molto breve, che dovrebbe essere riempito dalla solidarietà della comunità.

I volti di Sneha e Stella, due suore indiane, venute per la prima volta in Africa con destinazione per il Sud Sudan, ora a trascorrere un pò di tempo con noi. Volti sereni, contenti di darsi da fare nella scuola infermieri e nell’ospedale, con generosità. Volti ospitali, come lo è la loro casa per ognuno di noi che passa a salutarle, sempre disposte a dare un po’ di tempo.

Il volto di Betty, anche lei nostra infermiera, anche lei malata di AIDS. Sempre sorridente e sempre disponibile e paziente nel suo lavoro. Felicissima da quando le è stato chiesto di dare una mano nella clinica per la cura dell’HIV. Per me rimane un segno e mi ricorda ciò che ha scritto il Vescovo di Treviso, Andrea Bruno, nella sua ultima lettera pastorale: “Il più grande ed il più forte è colui che arriva ultimo, perchè ha aspettato e raccolto anche il penultimo ed in questo modo nella comunità cristiana, tutti arrivano e nessuno si perde.”

Con questi volti nel cuore la Pasqua si è avvicinata non solo nel mio calendario ma anche nella mia vita.

L’augurio che desidero farvi è di poter sentire la forza trasformatrice di questo mistero che è la Resurrezione di Cristo.

“E’ Risorto!” significa che tutto quello che in noi era velato dalle lacrime, dal dolore, dal dubbio o dalla vergogna, diventa, con Lui, nuovo,vivo, santo. Anche se rimane nella carne, nella debolezza, nella difficoltà di vedere il domani… E’ RISORTO, non è più qui. Il dolore non è più nella condizione statica di pesare come un macigno sulla nostra vita. Gesù ha la forza – e ce l’ha in noi- di rotolarlo via.

BUONA PASQUA!

Fratello Paolo.


di: fr. Paolo

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