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Questo bambino non s’ha da fare…

p. Maurizio Balducci dall’Uganda

Inseriamo una lettera che p. Maurizio ci ha scritto dall'Uganda nel novembre 2006.

Leggi le altre lettere di p. Maurizio e alcuni approfondimenti sulla situazione sanitaria mondiale.

villaggio Acholi

La sensazione di sentirsi a casa e di essere al proprio posto non toglie però il fatto che come missionari siamo in Africa per un motivo e così ci sono anche eventi tristi che ci toccano profondamente per la crudezza o per il realismo di un mondo che… è altro. Anche nel 2006.
Non troppo tempo fa ho dovuto lasciare quello che stavo facendo al Centro catechistico per precipitarmi ad aiutare una partoriente che non riusciva a… farcela da sola.
Ironia della sorte la donna era la midwife, l’ostetrica del dispensario della parrocchia.
Nessuno riusciva ad aiutare lei che quotidianamente aiutava tre o quattro mamme a partorire. Il suo bambino si era gia presentato con la testa ma era bloccato e proprio non si riusciva a farlo venir fuori. A questo punto non c’era che trovare un trasporto rapido alla volta dell’ospedale della città.
Non sono certo nuovo a situazioni del genere già che di tanto in tanto qui si presentano situazioni difficili e ci si presta volentieri ad aiutare la gente nelle emergenze.
Nella mia “lunga carriera” è anche successo che non i dottori, ma le buche della strada hanno avuto la meglio, e così la macchina si è trasformata in una provvidenziale sala parto.
Ma stavolta (e forse per fortuna) non è stato così.
Arrivati al dispensario pensavo che, vista la situazione, si potesse accomodare la paziente nel cassone posteriore del pick-up. Però optammo per il sedile posteriore dato che la donna (immaginate un po’ voi) faceva proprio fatica a muoversi. Due persone aiutavano la poveretta a camminare verso la macchina (solo pochi metri, ma…); la faccia era stravolta. La poveretta camminava a fatica e con le gambe larghe per la presenza scomoda del bambino.
Entrare in macchina non fu per niente facile, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Io, intanto, cercavo di mettere un po’ di fretta, non perché l’avessi io, ma pensando alla sofferenza della donna.
Finalmente fummo pronti e così si pose l’eterno dilemma che si presenta all’autista in queste situazioni. Volare verso l’ospedale… o andare piano per evitare le buche e la strada scassata, e così evitare alla donna ulteriori sofferenze. Ciò non è facile e il sudore scorre a rivoli quando si è costretti a rallentare e quasi a fermarsi per entrare in qualche “voragine“ e poi uscirne senza provocare danni.
La parte più difficile fu il traversare la strada nella palude, che è tutta avvallata, ma soprattutto passare la linea ferroviaria fu davvero drammatico perché la strada è talmente impossibile che umanamente non si può evitare che la macchina balzi letteralmente da una rotaia e da una buca all’altra. La poveretta gridava (con un fil di voce se si può…): mama, mama! Già si era morsicata il labbro superiore e a nulla valsero i miei inviti a metterle qualcosa in bocca per impedirle di ferirsi.
L’altro punto difficile fu all’ingresso della città.
Lì l’asfalto è talmente malmesso che è preferibile uscire di strada e passare sul terreno che comunque è tutto un ottovolante. In prossimità del ponticello, poi, si deve giocoforza tornare su ciò che resta dell’asfalto. E qui son dolori perché si riprende a fare balzi da rodeo.
Come Dio volle arrivammo all’ospedale: dunque ci aspettavano solo gli ultimi salti. La strada dell’ospedale è una delle peggiori di Lira e per entrare dal cancello principale bisogna scendere nella voragine creata dalle acque di scolo e poi risalire. Ciò significa… altri sobbalzi.
Senza poi contare che anche i “sentieri” interni dell’ospedale non sono stati probabilmente toccati da quando furono costruiti. E così la poveretta ebbe altre occasioni di scontare i suoi peccati.
Quando finalmente mi fermai di fronte al Maternity Ward mi ero già fatto una bella sauna. Uno degli accompagnatori andò in cerca di una lettiga ma non tornava. Così decisi di darmi una mossa e dare un’occhiata personalmente.
C’era un altro parto difficile in corso e un’altra donna non era ancora stata spostata dalla lettiga al letto dell’ambulatorio. Naturalmente gli (studenti) infermieri avevano tante cose da raccontarsi e così.. non c’era fretta. Venne per me il momento di gridare un po’ perché si rendessero conto che c’era un’altra persona che aveva bisogno del loro aiuto.
Questo non li scompose più di tanto e con una lentezza esasperante, e perché alla fine mi misi io a tirare la lettiga, (memore del mio passato di volontario sulle ambulanze..?) ci muovemmo. Gli altri stavano già conducendo la donna… a piedi.
Era incredibile vederla camminare fermandosi ad ogni passo e scuotendo la testa da una parte all’altra con un’espressione penosa che veramente ti toccava dentro; almeno le evitammo di fare a piedi l’ultima parte del percorso. Non che la lettiga fosse una soluzione indolore perché una volta ancora avremmo dovuto fare i conti con l’incuria imperante. Il camminamento di cemento somigliava molto alle strade di Lira e una ruota della lettiga andava per conto suo; e così…
Ma, una volta ancora, arrivammo.
Stavolta aiutarono subito la donna a trasferirsi sul lettuccio, ma iniziò… un’altra attesa.
La caposala era impegnata con il primo caso difficile e non c’era nessun altro che potesse aiutare. Uno dei miei accompagnatori conosceva un medico e andammo a cercarlo, ma invano. Intanto io ripresi a invitare gli infermieri a chiamare qualcuno con una certa apprensione. Mi guardavano, però, come chiedendosi perché mi scaldassi tanto. Il motto qui è: no hurry in Uganda! In certe situazioni ciò diventa esasperante.
Insomma la poveretta fu lasciata li per una buona mezz’ora finché, con tutta calma, qualcuno poté occuparsi di lei. A quel punto, sfinito per la tensione nervosa (e per la rabbia) me ne tornai a casa.
Il bambino nacque, non so come, senza parto cesareo, alle 9 di sera. Dopo altre TRE ORE di agonia! Il nonno del bambino, che vidi dopo qualche giorno, mi disse che entrambi stavano bene, anche se entrambi erano un po’ stanchi. E ci credo!
Dopo quasi due mesi la mamma è ancora in un ospedale di Kampala. Dopo il parto la placenta non fu espulsa e solo dopo una settimana di intensi dolori i medici ripulirono l’utero della donna. INCREDIBILE!


Gia diverse volte mi sono scontrato con la mala sanità degli ospedali governativi dove regna imperante la corruzione. Gli ospedali del governo sono una macchina mangiasoldi che arricchiscono tanta gente. I soldi stanziati non vengono usati né per la manutenzione delle strutture né degli apparati. I medici ricevono un regolare salario ma raramente sono disponibili, a meno che non si sborsi una bustarella. Le medicine (che sono già pagate) vengono trasferite alle cliniche private di proprietà dei medici dove vengono vendute.
Non fa meraviglia il fatto che la gente dica: negli ospedali del governo si va per morire.
Nel frattempo facciamo una gran fatica a gestire gli ospedali missionari dove il servizio è buono e dove l’attenzione al paziente è davvero cristiana, perché il governo dice che i soldi per aiutarli non li ha! I salari che riusciamo a pagare sono più bassi e così assistiamo ad una costante emorragia di personale medico (nella cui formazione abbiamo investito noi) verso gli ospedali del governo dove i salari sono migliori e dove si lavora poco (molto poco).

Si sa che l’ Uganda è in cima alle statistiche mondiali della corruzione, ma quello che ti rode dentro è che la pazienza atavica della gente fa sì che nessuno si lamenti. Nessuno si lamenterà delle strade scassate una volta passata l’emergenza che vi ho appena raccontato.
Si accetta supinamente che gli ospedali non funzionino, perché… siamo in Uganda.
Come missionario trovo tutto questo inaccettabile. I Langi dicono: Notte en teko, l’unione fa la forza. E allora uniamoci! Spesso capita di stimolare la gente a mettersi assieme e far valere i propri diritti ma con pochi risultati. Speriamo che il nostro quotidiano sforzo per formare la coscienza della nostra gente produca risultati. Ma di certo ci vorrà tempo. Tanto!

p. Maurizio Obanga tye kedwa

 


 Leggi le altre lettere di p. Maurizio:

* È stato bello...

* Un matrimonio rocambolesco 

* Pace e gioia nel Cristo risorto per sempre...


Approfondimenti sulla situazione sanitaria mondiale:

* La sanità oggi

* L'apartheid della salute 

di: p. Maurizio Obanga tye kedwa

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