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Gim Venegono (dicembre 2004): Missione giovane: perché fiorisca la Vita

MISSIONE GIOVANE... 

PERCHÉ FIORISCA LA VITA

3 G.I.M. Venegono Superiore dicembre 2004

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Veglie e Preghiere

Teologia della Missione

Sfide per crescere

 

PERCHÉ AVETE PAURA?

Era una famigliola felice e viveva in una casetta di periferia. Ma una notte scoppiò nella cucina della casa un terribile incendio. Mentre le fiamme divampavano, genitori e figli corsero fuori. In quel momento si accorsero, con in­finito orrore, che mancava il più piccolo, un bambi­no di cinque anni. Al momento di uscire, impaurito dal ruggito delle fiamme e dal fumo acre, era torna­to indietro ed era salito al piano superiore. Che fare? Il papà e la mamma si guardarono di­sperati, le due sorelline cominciarono a gridare. Av­venturarsi in quella fornace era ormai impossibile... E i vigili del fuoco tardavano. Ma ecco che lassù, in alto, s'aprì la finestra della soffitta e il bambino si affacciò urlando disperatamen­te: «Papà! Papà!». Il padre accorse e gridò: «Salta giù!». Sotto di sé il bambino vedeva solo fuoco e fumo nero, ma sentì la voce e rispose: «Papà, non ti vedo... ». «Ti vedo io, e basta. Salta giù!». Urlò l'uomo. Il bambino saltò e si ritrovò sano e salvo nelle ro­buste braccia del papà, che lo aveva afferrato al volo.

Non vedi Dio. Ma Lui vede te. Buttati!

 

TUO FIGLIO VIVE!!

Dal vangelo di Giovanni (4,46-54)

Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. Gesù gli disse: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Ma il funzionario del re insistette: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”. Gesù gli risponde: “Và, tuo figlio vive”. Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: “Tuo figlio vive! ”. S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: “Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato”. Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive” e credette lui con tutta la sua famiglia. Questo fu il secondo miracolo che Gesù fece tornando dalla Giudea in Galilea.

 

Andò di nuovo a Cana di Galilea…

Gesù sta percorrendo le strade della Galilea, periferia, sobborgo della storia. Si allontana dai centri del Palazzo e dalle politiche del potere. Vuole andare dalla gente, là dove vive, per offrirle la possibilità di incontrarlo. La missione di Gesù diventa desiderio d’incontro; muovere i passi in direzione dell’umanità ferita. Non si può rimanere fissi dove siamo: la missione di Gesù ci spinge a fare altrettanto: essere pellegrini della storia all’incontro di chi ci chiama a sporcarci le mani.

 LÂ’antica forma del pellegrinaggio è oggi la carovana, una piccola comunità itinerante alla ricerca di una vita piena per tutti, alimentata da una spiritualità incarnata. EÂ’ una comunità pellegrina e itinerante che incontra le persone, uscendo dai propri luoghi con sguardo da pellegrini, e come tali vivendo sulle strade del mondo, dove si impara a vivere camminando con i poveri. 

(Doc. finale della carovana 2004 )

Gesù sente il bisogno di purificare il cammino di fede del suo popolo, che vuole ancora i “miracoli”, i prodigi, con i quali si illude di credere. “Se non vedete segni e prodigi, voi non  credete!” Eppure, quale segno più grande della presenza del Figlio dellÂ’uomo tra noi? Di quale segno avremmo realmente bisogno, se non che Dio, lÂ’Abbà, ci ama a tal punto che ci offre suo Figlio per salvarci? (cfr. Fil 2,6-11)

Quante volte chiediamo “segni” a Dio: la pace nel mondo; più giustizia; più amore tra le persone; la guarigione da una malattia incurabile. Segni legittimi di un’umanità che ha paura e che crede nell’idolo della vita senza fatica e sofferenza. Eppure l’autentico segno ci viene dato nel paradosso più assurdo della storia: la Croce di Gesù! Questo è il segno definitivo che riconcilia l’umanità con il suo Creatore.

 Non possiamo illuderci, perché Gesù ci ha rivelato che “i poveri li avremo sempre con noi”. Il problema non è soffermarci sul perché. “Di chi è la colpa se questÂ’uomo è cieco? Sua o dei suoi genitori?” La svolta decisiva è credere in un uomo che ci mostra il volto autentico di Dio, suo Padre. Ora, il segno inequivocabile dellÂ’amore di Dio si rivela nel mistero del bimbo nella mangiatoia. Ed è Lui che dobbiamo veramente incontrare: il Gesù che cammina sulle strade della storia. È lui che dobbiamo cercare per guarire dalle nostre paure, dalle nostre infermità. A Lui dobbiamo chiedere di darci la forza per credere.

Vivere l’attesa dell’Avvento che ci porta alla gioia del Natale, ha il significato di aspettare la venuta di questo Gesù, uomo e Figlio obbediente, che vuole realizzare la volontà di suo Padre: la venuta del regno di giustizia e di pace. Ma la pace esige un impegno personale. Uno “sporcarsi le mani”, li dove siamo chiamati.

 Entriamo nel testoÂ…

Andò dunque…

Gesù non si ferma al segno delle nozze in Cana; continua il suo cammino deciso verso l’umanità. È la sua missione, il suo compito: il Regno di Dio annunciato e vissuto. Per il quale si gioca fino in fondo.

Vi era un funzionario del reÂ…

C’è una situazione interessante: il funzionario del re, strumento e segno del potere del tempo, si affida al povero falegname di Nazareth, al quale chiede un intervento per guarire il figlio, il suo bambino malato. Di lui aveva sentito parlare e compie un atto di umiltà: lo prega di curargli il figlio. Lui funzionario del re, stretto collaboratore del potere, fa l’esperienza della sua fragilità e umanità. Di fronte al dolore, alla sofferenza, alla fragilità dell’umanità i poteri e il denaro non risolvono nulla. C’è bisogno del Figlio dell’uomo che si faccia carico della nostra realtà limitata. C’è bisogno che il Signore della vita si faccia prossimo alla nostra fragilità.

lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire…

Di fronte all’impotenza della sua autorità, il funzionario si umilia, scende dal suo piedistallo dorato per chiedere umilmente l’intervento di Gesù. Sembra che ora tutta la sua arroganza di potere, la sua sicurezza nei mezzi dell’ordine costituito, svaniscono di fronte alla realtà: suo figlio sta morendo e nessun potere umano può salvarlo. Allora deve far una scelta: da che lato stare?

Davanti al SEGNO della mangiatoia, “trono” del figlio di Dio, al mistero del Dio che si fa carne, anche noi dobbiamo scegliere. A chi mi affido nella mia vita? Chi vado a cercare quando sono nel bisogno? Mi lascio incontrare dal Dio pellegrino che si mette alla ricerca dell’uomo la dove vive e soffre?

In un certo modo anche noi dobbiamo avere il coraggio di umiliarci di fronte a Dio e riconoscere che solo lui ha il potere di curare le nostre infermità, il nostro orgoglio di sentirci sicuri dietro le certezze false dei poteri umani.

Ma il funzionario del re insistette: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia”…

Il funzionario è consapevole del momento difficile. Non può più indugiare. È necessario che il Maestro si occupi del suo bambino. Interessante come riusciamo a cambiare la prospettiva delle cose davanti alle necessità: il potente collaboratore del re è impaurito e ha bisogno che qualcuno lo aiuti.

Il Signore della vita ora è la sua unica salvezza.

Ci sono momenti della vita, nei quali la necessità ci spinge oltre i nostri limiti. Succede che a volte mamme della favela della periferia di S. Paolo si trovino in condizioni veramente difficili per allevare i propri figli, per preservarli dal traffico di droga, per consentirgli cure adeguate. Eppure, anche se hanno già molti figli di cui prendersi cura, sanno sempre offrire uno spazio in più in casa per i bimbi abbandonati o orfani. C’è sempre spazio nella casa di una mamma che ama e che ha fiducia nel Dio della vita!

 Che cosa spinse i re magi a cercare la grotta di Betlemme? Che cosa ha spinto il giovane di piazza Tienammen a porsi davanti al carro armato? Che cosa ha spinto il popolo di Israele a lasciare la certezza dellÂ’Egitto per le mille insidie del deserto? Perché il funzionario del re ha affidato la vita di suo figlio a Gesù?

Alla fine, in tutti questi episodi si è trattato di una scelta di fede. La stessa scelta che ci aiuta a comprendere il mistero dell’incarnazione che tra pochi giorni rivivremo e celebreremo, nella solennità del Natale. Anche noi siamo chiamati a fare questa scelta nell’unico vero Dio, che sceglie di schierarsi al lato di chi soffre, dei più deboli. Scegliere di lasciarsi incontrare dal Signore, vuol dire anche porre la fiducia in Lui: Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: “Tuo figlio vive” e credette lui con tutta la sua famiglia. Ora il segno è davanti ai nostri occhi: la misericordia di Dio agisce nella mia vita per trasformare la mia arroganza in umiltà, per riconoscere che l’unico Signore della storia è il falegname di Nazareth, nato nella mangiatoia di Betlemme, perché per lui e la sua famiglia il posto non c’era.

 In questo Natale ci saranno ancora molti bambini senza cure necessarie. Ci saranno molti genitori disperati che non trovano aiuto in nessuno. Ci sarà ancora molto sangue versato nelle decine di guerre che violentano i popoli del mondo intero.

Eppure, ancora una volta, ci sarà un piccolo bimbo che decide di scommettere nell’uomo; un bimbo che i pastori vanno ad adorare come un piccolo re. Ma questo re ha sconvolto le gerarchie del potere e si è fatto presente nella debolezza. La debolezza che salva il mondo.

 

“Quando un bimbo nasce, significa che Dio ha ancora fiducia nell’umanità”

(Tagore)

 

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