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Gim Pesaro (dicembre 2004): Missione: fiorisca la Vita

 

Missione: fiorisca la vita!

"ogni impegno disatteso è un fiore che non sboccia"

 

Gim Pesaro dicembre 2004

 

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Veglie e preghiere                                Teologia  della Missione

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Â…per ricordare e continuareÂ…

Il segno di Cana (2,1-11) che abbiamo visto il mese scorso è lÂ’episodio programmatico che apre il giorno del Messia, in cui questi darà compimento alla creazione dellÂ’uomo, e, con la venuta dello sposo, annuncia la sostituzione dellÂ’Antica Alleanza. Il cambiamento proposto da Gesù incontra una serie di ostacoli. La sua persona è la presenza immediata di Dio tra gli uomini, la sua azione è quella di Dio nellÂ’uomo, che rende superflua ogni mediazione. Per questo gli ostacoli alla sua opera sono le istituzioni mediatrici considerate salvatrici. Gesù deve confrontarsi con il tempio e con i suoi amministratori che lo avevano corrotto (2,13Â…). Incontra lÂ’impedimento della legge, eretta dai maestri a rivelazione piena di Dio, manifestatrice  del suo disegno e mediatrice dei suoi doni (3,1Â…). A lui vengono opposte le figure dellÂ’Antico Testamento (Mosè e i profeti) assolutizzate come intermediari permanenti, (la promessa sostituisce il promesso) mentre la funzione di questi personaggi era stata di annunciare e preparare la venuta del Figlio, il vero signore e sposo; venendo elevati a modelli definiti, impediscono di accettare la sua testimonianza (3,22Â…). Dinanzi a questo ostacoli, il bilancio è negativo: sono pochi coloro che accettano Gesù. Questo avviene in Giudea, che rappresentava il nucleo di quel popolo nella cui storia Dio era intervenuto in forma privilegiata. Gesù si vede obbligato a ripiegare sul punto di partenza, la Galilea. Tuttavia passa per la Samaria (4,4Â…). La situazione della Giudea è quella di nozze senza amore; la situazione di Samaria quella di una prostituta. AnchÂ’essa ha come punto di riferimento il pozzo di Giacobbe, la legge e la tradizione etnica, in cui pretende di estinguere la sua sete e da cui trae la sua identità. In Giudea Gesù si era presentato come alternativa alle istituzioni, in Samaria offre la sua acqua, che sostituisce la legge e la tradizione. La Samaria accetta, riconoscendo le proprie deviazioni e rompendo con il passato. La fine dellÂ’episodio è un canto di trionfo e di speranza; lÂ’orizzonte si allarga con la visione delle messi che biondeggiano. Mentre la permanenza in Giudea si concludeva con una ritirata, il contatto con la Samaria si conclude con la sua permanenza su preghiera degli abitanti. Gesù ritorna in Galilea, la regione meno ostile, dove si può muovere con libertà. LÂ’accoglienza dei Galilei è ispirata dal suo operato a Gerusalemme, che aveva avuto risonanza nazionale. Si mostrano favorevoli a Gesù; continua lÂ’adesione che egli non aveva ricevuto nella capitale (2,23-25) perché fondata sullÂ’idea messianica riformista. Il ritorno di Gesù a Cana, luogo del suo primo segno, pone fine alla prima tappa e costituirà un nuovo principio.      

(Giovanni 4,46-54)

 

 

46 - “Giunse così nuovamente a Cana di Galilea, dove aveva trasformato lÂ’acqua in vino.  CÂ’era un funzionario regio, il cui figlio era infermo a Cafarnao”

Per questo episodio programmatico di tutta lÂ’attività di Gesù verso lÂ’uomo, Giovanni sceglie come protagonista qualcuno mantenuto rigorosamente anonimo: un individuo che esercita autorità e prestigio nella società, e che pertanto può essere figura di qualunque genere di potere (risiede a Cafarnao, la città più importante della Galilea). Viene identificato  col proprio ruolo: il termine greco “ basilikos” indica più un  appartenente alla famiglia reale o un dignitario che un semplice impiegato. La sua dignità deriva dallÂ’ essere associato a un altro, un capo di questo mondo. Questo significa che come dignitario reale è uno di coloro che sono nati “da volere dellÂ’ uomo” . Il ragazzo è infermo: per la prima volta il conflitto vita - morte si presenta a Gesù.

 

47 - “Questi, udendo che Gesù era giunto dalla Giudea in Galilea, andò da lui, e gli chiese che gli guarisse il figlio, che era sul punto di morire”

Il suo (unico) figlio è ammalato, ha bisogno di aiuto. Il funzionario non manda chiamare Gesù, lui stesso va  a trovarlo (da Cafarnao a Cana sono 26 Km in salita!) spinto dalla necessità, senza mostrare evidente preoccupazione per il suo “onore” o la sua carica ufficiale.  Non gli esprime adesione personale, ma ha bisogno del suo aiuto: come soluzione al pericolo di morte, domanda un intervento diretto di Gesù: che scenda di persona e lo guarisca.  Si considera impotente dinanzi alla malattia e alla morte che si avvicina. Attende tutto dallÂ’intervento di Gesù. Sa che questi è stato in Giudea e va a trovarlo attratto dalla sua fama (udendo), che, in Galilea è basata esclusivamente su quanto è accaduto a Gerusalemme durante le feste di pasqua (4,45). Egli, che rappresenta il potere politico, vede pertanto in Gesù, che è stato capace di confrontarsi con il centro dellÂ’istituzione giudaica (2,13Â…), un Messia politico riformista e potente, secondo lÂ’interpretazione data a Gerusalemme. Deducendo da ciò che Gesù possa guarire suo figlio, amplia il significato dellÂ’infermità e della guarigione, includendo lÂ’interpretazione socio – politica accanto allÂ’infermità fisica e trasformando il figlio – infermo in una figura rappresentativa. Il funzionario è preoccupato della situazione disperata dellÂ’uomo che dipende da lui, e viene a cercare soluzione in Gesù, il Messia potente, capaci di porvi rimedio, pur senza proporvi di modificare il sistema di relazioni già esistente.

 

48 - “Gli rispose Gesù: Se non vedete segni portentosi non credete”

Con la sua risposta, Gesù scopre la mentalità del funzionario regio, che questi ha in comune con quelli della sua classe (non credete). Gesù, nel funzionario, si dirige ai potenti, e, più in generale, a coloro che attendono la salvezza nella dimostrazione di potere. Per loro, la fede può avere come fondamento solo un dispiego di forza, lo spettacolo taumaturgico. Il funzionario sarà disposto ad aderire a lui quando vedrà gli effetti prodigiosi della sua azione. Come individuo potente comprende solo il linguaggio del potere. Cerca in Gesù l’intervento del Dio onnipotente che agisce senza assegnare un ruolo all’uomo e che, come un atto spettacolare, rimedia alla situazione dal di fuori. Il potere riconosce il potere superiore. L’espressione di Gesù allo stesso tempo mostra come lui stesso rifiuti un determinato modo di rimediare alla debolezza dell’uomo e, per contrasto, il modo in cui egli le porrà rimedio. Di fatto l’espressione “segni portentosi” fu tipica dell’azione di Dio nell’Antico Testamento, per esempio per mezzo di Mosè per salvare il popolo dalla schiavitù d’Egitto (Esodo 7,3.9; 11,9.10; 15,11). Il rifiuto di Gesù a esercitare un’attività simile a quella di Mosè mostra il significato dell’episodio. Nel funzionario appare la figura del potere , nel ragazzo infermo quella dell’uomo nella situazione estrema e prossimo alla morte (corrispondente all’antico Israele in Egitto). La figura del Messia non sarà quella dei segni prodigiosi, ma quello dell’Amore fedele (1,14): per salvare non farà alcun sfoggio di potere.

 

49 - “Insistette: Signore, scendi prima che il mio ragazzino muoia”.

Il funzionario insiste, trattando Gesù rispettosamente, riconoscendo la sua superiorità. Con la sua rinnovata richiesta confessa lÂ’impotenza del potere davanti alla debolezza e alla morte. Attende la soluzione da questo potere superiore e di qualità diversa. La morte del ragazzo è imminente, da qui lÂ’urgenza della richiesta del padre: per lui la salvezza dipende dalla presenza fisica di Gesù e da un prodigio. Il funzionario non chiama lÂ’infermo “mio figlio”, ma “il mio ragazzino”, indicando da un lato affetto (diminutivo) e dallÂ’altro la dipendenza propria del minore. Per quanto unito allÂ’infermo dallÂ’affetto, lÂ’uomo del potere non ha stabilito con lui una vera relazione paterno – filiale, lo tratta da una posizione di potente. Dato lÂ’ampio significato della malattia, che, oltre al fisico, comprende lÂ’area dellÂ’oppressione, il termine “ragazzino” indica disuguaglianza e dipendenza. 

 

50 – “Gesù gli disse: mettiti in cammino, che tuo figlio vive. L’uomo si fidò della parola datagli da Gesù e si mise in cammino”.

Gesù non ha bisogno di scendere a Cafarnao. Egli comunica vita con la sua parola, che essendo parola creatrice (1,3), non è circoscritta a un luogo, ma può giungere a ogni luogo. Dà vita allÂ’infermo direttamente, senza esigere alcuna condizione. La vita dellÂ’uomo interessa a Gesù tanto quanto al padre. Gesù non parla di guarigione, ma di vita. Si insinua che la vita che egli ha comunicato allÂ’infermo non sia una mera restituzione della salute, una prosecuzione della vita ricevuta dal padre, bensì una vita di nuova qualità, che lo rende indipendente da lui, la vita definitiva, come apparirà negli episodi che seguono.  La liberazione - che Gesù compie - da ogni fattore di morte si effettua in modo positivo con la comunicazione di vita allÂ’uomo stesso; è la vita nuova a permettere allÂ’uomo di restare libero da ciò che gli impediva di vivere. Accettando la qualifica di “ragazzino” come “minore”, la frase di Gesù ricorda al funzionario la sua vera relazione con lÂ’infermo: non è un “ragazzino”, ma un “figlio”, un uguale. Gesù dice al funzionario di mettersi in cammino e di constatare la realtà di quanto è accaduto. Lo mette così alla prova per vedere se rinuncia al suo desiderio di segni spettacolari: se lÂ’uomo accetta lÂ’invito di Gesù, vedrà suo figlio uscito dalla situazione di morte. Colui che avanzava richieste a Gesù come a un potente, crede ora come “uomo”. Prima veniva definito in base alla sua funzione, ora in base alla sua condizione umana, presupposto per ogni relazione personale.

 

51: “Quando già stava scendendo, lo incontrarono i suoi servi, e gli dissero che il suo ragazzo viveva”.

E’ lui e non Gesù che scende verso il figlio, con la fede nella parola di vita. Cana era sulla montagna, Cafarnao sulla sponda del lago: l’uomo scende dal pendio, si pone a livello dell’infermo. E’ allora che incontra i suoi servi (segno della classe sociale a cui apparteneva) che venivano a dargli la notizia. Per loro quello che vive è il suo “ragazzo”, per Gesù è suo “figlio”.

 

52: “Chiese loro a che ora avesse cominciato a migliorare, ed essi gli risposero: Ieri all’ora settima la febbre lo ha lasciato”

L’uomo, che aveva ascoltato le parole di Gesù, ricevendo ora la notizia con una frase quasi identica a quella impiegata da lui, desidera confermare la coincidenza fra quelle parole e il fatto. Al principio, tuttavia, domanda del miglioramento, secondo la richiesta che egli stesso aveva fatto: evitare la morte del ragazzino (4,49).L’ora della guarigione coincide con quella delle parole di Gesù, dimostrando la loro efficacia. In quel tempo, l’una del pomeriggio veniva contata come l’ora settima del giorno. Nel primo episodio programmatico, quello delle nozze (2,1-11), si fa menzione per la prima volta dell’ “ora” di Gesù (2,4) non ancora giunta. In essa egli darà il suo vino (l’amore). Tale ora coincide con la presente, in cui egli comunica vita: lo Spirito – Amore che egli comunicherà all’uomo, traendolo dalla sua situazione di morte. L’ora di Gesù è pertanto “la sesta” in quanto ne segnala la morte; “la settima” in quanto, conclusa la sua opera, genera la vita con la donazione dello Spirito.

 

53 - “Il padre si rese conto che era stata l’ora in cui Gesù gli aveva detto: Tuo figlio vive. E credette lui e tutta la sua famiglia.”

 LÂ’uomo constata lÂ’efficacia delle parole di Gesù. Questi non ha acconsentito al suo desiderio, ma non si è disinteressato dellÂ’infermo. Quando constata che non si trattava di miglioramento, ma di guarigione (la febbre lo ha lasciato), comprende tutta la portata delle parole di Gesù e che quello che vive è “suo figlio”. A tale comprensione può corrispondere la denominazione “il padre”, esplicata nel prologo come quella di colui che comunica al figlio tutta la sua ricchezza, rendendolo uguale a sé.

 Questa interpretazione rivela la causa che privava di vita lÂ’infermo/popolo: il dominio del potente, che creava la dipendenza e sopprimeva la libertà.  La dipendenza espressa al principio è sparita. Il rapporto padre/figlio è segno del rapporto Dio/uomo, rotto dalla diffidenza. La fede lo ristabilisce, integro e sano. Lui è Padre nostro e noi figli suoi. Non è più un rapporto di violenza e schiavitù, ma di amore e libertà: non produce più morte ma vita.

Per la prima volta nel racconto appare la “famiglia” che prima non esisteva, poiché non si poteva chiamare tale la casa del dignitario reale dove tutti gli erano subordinati. Il dignitario che era andato da Gesù per chiedere di guarire il figlio, ha scoperto che doveva essere lui il malato che doveva essere guarito. Percependo la vita che Gesù dà, la manifestazione della sua gloria (2,11), egli giunge alla fede, gli dà la sua vera adesione. Negli episodi precedenti si parlava della Giudea (3,21) o della Samaria (4,4). Fra i pagani tuttavia, per designare una comunità, non la si poteva menzionare come “razza ”o “popolo”; bisognava ricorrere all’unità “casa/famiglia” comune a tutti i popoli. Il termine evoca, per contrapposizione, “la casa di Israele”, quella dei suoi che non lo ricevettero. La prospettiva si allarga: qualunque “casa” può ricevere il messaggio della vita. L’uomo credente di Cana, “rinasce come padre”: così come la Samaritana era dubbiosa e ha portato poi i suoi concittadini alla fede, così questo “basilikos", che all’ inizio dubitava, porta tutta la sua famiglia a credere. Nasce così la prima comunità giovannea a base familiare.

 

54 – “Stavolta Gesù compì questo, come secondo segno, giungendo dalla Giudea alla Galilea”

Il secondo segno è un nuovo punto di partenza. Ricorda il principio dei segni (2,11), che annunciava la sostituzione dellÂ’alleanza e il dono dellÂ’amore: questo stabilirà la nuova relazione tra Dio e lÂ’uomo e creerà la nuova comunità umana. Il segno delle nozze rimane sempre valido: quello che cambia è il modo con cui Gesù realizzerà la sua opera dopo il rifiuto dei suoi. Dinanzi a unÂ’istituzione che rifiuta il il piano di Dio, Gesù darà vita direttamente allÂ’uomo, al di fuori della  istituzione giudaica, realizzando così il suo esodo.

 

Per riflettere:

1. La fede non chiede di vedere segni e prodigi;il vero prodigio che qui si narra è quello  del funzionario che diventa uomo e poi padre. Il ragazzo , da servo diventa libero e figlio. Sta fiorendo il  mio cammino di fede?

2. “ E credette lui e tutta la sua famiglia”: la fede non ci fa diversi dagli altri: ci fa semplicemente“casa”, luogo visibile e vivibile, aperto a tutti gli uomini e donne. Come sta la mia casa?

3. A quanti gli chiedono miracoli che sovvertano a proprio beneficio le leggi che regolano il mondo, nei vangeli Gesù risponde con un invito alla conversione,  un cambiamento nelle leggi che regolano i rapporti sociali a beneficio degli altri. Aspetto “miracoli” o la mia fede mi porta ad agire per fare fiorire la vita in  quella casa che è il mondo?

 

 

 

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Per noi oggi è sempre più difficile essere "famiglia" e "comunità", lasciamoci così aiutare dall'esempio delle comunità di base, come ci racconta Valdênia Aparecida Paulino, avvocato di strada in Brasile.

 

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