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Io vorrei che tu fossi sempre FELICE

Veglia di Preghiera GIM

“Io vorrei che tu fossi sempre FELICE”…

Ci troviamo qui
in mezzo al Nilo,
ristrette,
anzi mancanti
di tante cose necessarie,

ma tuttavia
siamo contente,
stiamo tutte bene
e in buona armonia.
Ci sforziamo a gara
di vivere allegre”.


SUOR MARIA GIUSEPPA SCANDOLA


Al servizio di Dio e dell’umanità piena d’amore,
povera tra i poveri, in silenzio, umiltà, preghiera …
sempre SI alla volontà di Dio nella sua vita,
questa è la sua gioia..

 

VEGLIA GIM
Nov/ 2014

Introduzione

Vogliamo vivere questa veglia di preghiera in compagnia di sr Maria Giuseppa Scandola, Missionaria Comboniana nata il 26 gennaio 1849 a Bosco Chiesanuova (VR), contrada dei Biàncari.
Donna di famiglia modesta e contadina, “pastorella che odora di pecore”, come il Pastore Bello, Gesù. Donna dei piccoli servizi, dei continui gesti di delicatezza e attenzione verso gli altri, creatrice di bellezza, di amore, e tenerezza verso tutti … sempre contenta di essere unita a Gesù, nella gioia e nel dolore. Donna genuina e amante delle cose vere, semplici, spontanee, donna nuda davanti a se stessa, a Dio e agli altri. Possa questa vita nascosta e silenziosa svelarci il segreto della sua VERA GIOIA. Possa il suo silenzio, più eloquente di tante parole,  infiammare la nostra passione per cercare e compiere sempre la volontà di Dio in noi.

Canto: invocazione allo Spirito – si accende un cero- 

“La mano di Dio salva” (1866)

“Marietta”, come la chiamavano in casa, a diciassette anni si trasferisce ad Avesa per servire presso la famiglia Zanetti. Erano ormai passati undici anni dalla scomparsa del papà e la povertà e la fame si facevano sentire. Lei, di sua iniziativa, vuole rendersi utile e darsi da fare per aiutare la sua cara famiglia. Una sera di novembre, per sfuggire alle insidie di un giovane, si getta nel vicino torrente, Lorì. L’acqua gelida, lo spavento subìto le procurano una grave malattia che la portano sull’orlo della tomba. Moribonda l’8 dicembre si riprende all’improvviso al suono delle campane che annunciano il momento della consacrazione.
Di questa “esperienza” il suo parroco, don Antonio Covi, dirà: “Marietta è una persona da tenere in conto: ci deve essere qualcosa di straordinario, non è che una mano divina che l’ha salvata”
Tuttavia, di questa grave malattia, lei porterà le conseguenze per tutta la vita.


“Vuoi seguirmi?” (1871)

A Erbezzo Marietta si incontra casualmente per la prima volta con Daniele Comboni. Lui vede questa ragazza in mezzo ad una collettività un po’ euforica per la presunta apparizione della Madonna, Marietta però è lì, calma, lei non vede nessuna Madonna e rimane emotivamente centrata e presente. Comboni, che stava pensando di fondare un istituto di missionarie, vede questa ragazza e le parla dell’Africa; dei cento milioni di africani in attesa di rigenerazione in Cristo; del grande bisogno di persone che sappiano tutto sacrificare a questo ideale di annuncio evangelico.

“Vuoi venire con me?” chiede Comboni. Lei rimane assorta mentre con gioia sente che dentro di lei si scalda una passione che già portava dentro di sé: donare tutta la sua vita per amore di Gesù, seguirlo ovunque servendolo, amandolo … è stupore!
Dopo qualche mese Comboni partecipa alle Quarantore a Bosco Chiesanuova e Marietta, che ormai ci aveva pensato seriamente, vuole incontrarlo di nuovo; dopo questo, Marietta prega ed attende, condivide con la mamma e con il parroco questa chiamata che sente nel cuore.

Accompagnata dalla mamma decide di andare a trovare il missionario a Verona. Comboni le chiede se davvero vuole seguirlo in Africa, “certo che sì”, risponde lei spontanea e decisa, lei, amante della vita, del Bene e delle cose Belle. Comboni condivide con Marietta il suo sogno di fondare un istituto di missionarie, di “madri” che vadano in Africa ad istruire, a curare, a camminare con quelle anime verso la via del cielo. Le chiede: “tu cosa sai fare?”, lei, un po’ timorosa di trovarsi inadeguata davanti alle sue aspettative, risponde con semplicità: “solo la polenta”… “bene, in Africa bisogna saper fare anche quella”- risponde Comboni- sembra tutto una pazzia- Marietta, che non aveva portato con sé nulla, e decide di rimanere definitivamente ad iniziare questo cammino. A lei non servono tante cose, tante sicurezze, abituata alla povertà e alla sostanza delle cose, sente di avere l’essenziale: una gran voglia di realizzare questo sogno con Dio, con Comboni e con gli africani.  

Canto: vocazione (p.113-Q5) – si porta il poster di Giuseppa Scandola-

Salmo 22, affidamento al Pastore Bello (due cori)


1 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
2 su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.
4 Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
5 Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca.
6 Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

Marietta, da pastorella che era, si affida al suo Pastore Buono, con Lui è felice, non le manca proprio nulla, le anime semplici si accontentano dell’essenziale, lei è contenta anche nella precarietà, Dio è la sua sicurezza, con Lui nulla teme e con Lui rischia tutto. Anche quando attraversa la valle oscura (ed è lunga) lei sa che il Pastore Bello è con lei. Felicità e grazia le sono compagne tutti i giorni della sua vita:
“Ci troviamo qui in mezzo al Nilo, ristrette, anzi mancanti di tante cose necessarie, ma tuttavia siamo contente, stiamo tutte bene e in buona armonia. Ci sforziamo a gara di vivere allegre”.                        

Breve silenzio


Spunta un piccolo germoglio (1872)   - si porta un germoglio-

A gennaio Daniele Comboni fonda l’istituto delle “Pie Madri della Nigrizia” (attuali Suore Missionarie Comboniane). L’Istituto spunta come un piccolo germoglio di speranza, il tempo lo concimerà con i sudori, sacrifici, con giovani vite donate interamente per Dio nella missione, conoscerà il crogiolo della prigionia in Sudan, e andrà avanti negli anni con la provvidenza e la fedeltà di Dio.

Comboni aveva ormai fatto esperienza dell’Africa e sapeva bene di cosa c’era bisogno là. Aveva compreso che il contributo della donna consacrata era prezioso; lui vedeva la donna come presenza della compassione di Dio tra i poveri, paragonava le sue suore ad “un sacerdote e più di un prete” "La suora di carità in Africa centrale fa fino a tre sacerdoti in Europa ..." era convinto che le suore potevano fare molto bene attraverso la loro vita personale di sacrificio e di donazione di sé, affermava che le sue missionarie erano di "primo ordine, con grande spirito di sacrificio e veramente sante". Orgogliosamente diceva: "Nell'apostolato dell'Africa Centrale, io sono stato il primo a coinvolgere l'onnipotente ministero della donna del Vangelo e della sorella di carità, che è lo scudo, la forza e la garanzia del ministero del Missionario”.

Comboni vedeva con chiarezza il ministero femminile: educare in particolare la "società femminile dalla quale, come anche da noi, dipende quasi interamente la rigenerazione della grande famiglia degli africani". Educare "insegnanti e casalinghe, che a sua volta promovessero la formazione di altre donne in lettura, scrittura, tenuta della contabilità, la filatura, il cucito, la tessitura, la cura per i malati e la pratica di tutte le competenze domestiche più utili nei paesi dell’Africa Centrale".  Le suore – diceva- sono "una vera immagine delle antiche donne del Vangelo, che, con la stessa facilità con la quale insegnano l'abc agli orfani abbandonati in Europa, affrontano mesi di lunghi viaggi a 60 gradi, attraversano deserti su cammelli, e cavalcano cavalli, dormono all'aperto, sotto un albero o in un angolo di una barca araba, aiutano i malati e chiedono giustizia dai Pascià per gl'infelici e gli oppressi. Loro non temono il ruggito del leone, affrontano tutti i lavori, viaggi disastrosi e la morte, per conquistare le anime per la Chiesa ".

Video clip: Donne del Vangelo

“Pie Madri della Nigrizia” – si porta il crocifisso-

Il nome dell’istituto era già un programma di vita, ad un apostolato così arduo non poteva partecipare chiunque, ecco cosa chiedeva Comboni dalle candidate:
“La vita di una donna, che in modo assoluto e perentorio viene a rompere tutte le relazioni col mondo e colle cose più care secondo natura, deve essere una vita di spirito, e di fede. La missionaria, che non avesse un forte sentimento di Dio ed un interesse vivo alla sua gloria ed al bene delle anime, mancherebbe di attitudine ai suoi ministeri, e finirebbe per trovarsi in una specie di vuoto e d’intollerabile isolamento.”

Chiedeva che le missionarie avessero “il pensiero perpetuamente rivolto al gran fine della loro vocazione apostolica”, e questo doveva generare in loro “lo spirito di sacrificio”. “Si formano a questa disposizione essenzialissima col tener sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando di intendere ognora meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime”
Comboni voleva vere missionarie, “non con il collo storto perché in Africa bisogna averlo diritto ed essere disposte a tanti sacrifici e se necessario anche al martirio”. Voleva donne “sante e capaci”, perché la santità senza capacità non era sufficiente e viceversa.

Canto: Ogni mia Parola (p.40-E9)

Dal Vangelo di Giovanni 12, 24-26
In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

Breve silenzio + Risonanze


Giuseppa pronta per l’Africa

Erano passati sei anni ormai da quando Giuseppa e Maria Caspi avevano iniziato a far parte del sogno di Comboni nel nascente istituto. Sei anni nei quali solo un’anima allenata alla solitudine, alla preghiera, alla contemplazione poteva credere che quella era la strada maestra per compiere la volontà di Dio. Giuseppa ratifica la sua professione religiosa ed ora è finalmente pronta per partire per l’Africa.
È il 1877, per Comboni questo è il settimo viaggio verso l’Africa, ma il primo in cui porta con sé le sue suore. Il 10 dicembre Teresa Grigolini, Maria Caspi, Maria Giuseppa Scandola, Vittoria Paganini e Concetta Corsi, con monsignor Daniele Comboni ricevono, nella chiesa di San Tommaso, il Crocifisso dal cardinale Luigi di Canossa, come segno e simbolo della loro missione evangelizzatrice. Il 15 dicembre s’imbarcano a Napoli per Alessandria d’Egitto, e arrivano al Cairo il 19 mattina.
Comincia la traversata: sarebbe troppo facile leggere la storia di questo primo viaggio delle Pie Madri della Nigrizia verso l’Africa con la mentalità odierna, con l’attuale senso del tempo, riferendosi alla velocità con cui oggi attraversiamo città, paesi, continenti. Per comprendere in tutta la sua portata la sfida che questa impresa ha comportato per le sorelle, occorre tentare di seguire passo dopo passo il tragitto compiuto in procinto di affrontare un futuro ignoto non potendo contare su alcuna certezza tranne la passione del loro fondatore e una personale buona dose di coraggio ed entusiasmo. Il resto era cosa tutta da sperimentare e da costruire giorno dopo giorno, fatica dopo fatica.
Giuseppa, come le sue compagne, esperimenterà ben presto sulla sua pelle che non c’è corsia preferenziale per chi ha scelto di darsi completamente a una missione come quella.
Con questo spirito e in questo contesto entra nel vivo la grande avventura di Giuseppa, donna semplice, dietro la cui umiltà e riservatezza si nasconde una profondità di fede che nel corso della sua storia si rivelerà incrollabile e talmente contagiosa da lasciare traccia nell’animo di chiunque l’avrà incontrata.

Canto: Nigrizia o Morte (p.130- R5)

Sr Giuseppa Scandola – si porta una spiga-

Dal 1877 al 79 c’è un silenzio epistolare che ci impedisce di conoscere i sentimenti provati da Giuseppa nel terribile impatto con il Sudan: prima la carestia, poi le epidemie di tifo petecchiale e di vaiolo, soprattutto a Khartoum e a El Obeid, che già nel ’78 falcidiavano un quinto della comitiva imbarcata con loro. Da Khartoum giunge la prima lettera in famiglia nel novembre del ’79: “… questo è il luogo che di mia volontà mi son eletta, e son felice ora di possederlo; che Iddio mi guardi dal pentirmene …”

Scriveva a sua sorella Francesca “tu hai un figlio solo, ed io, se vedessi quanti moretti e morette che ho! Per necessità ho dovuto imparare a far loro da madre; in tre mesi ne abbiamo riscattato sette: tre ragazzi e quattro ragazze; tutti poveri schiavi maltrattati dai loro tiranni padroni e fuggiti ignudi alla Missione.”
“davvero io vorrei, che tu fossi sempre felice, di quella felicità di cui si può godere in questo mondo, la quale, per essere perfetta, non deve mai andar divisa dalla volontà di Dio sempre in ogni cosa”

Viste le condizioni della missione in cui si trova, Giuseppa medita sulla necessità di rinunciare alla propria volontà per un perfetto abbandono nelle mani di Dio. Continua scrivendo a Francesca: “Si, mia buona sorella, se tu t’avvezzerai a prendere tutte le cose come Iddio te le manda, sarai sempre felice”

A qualcuno che le chiede, lei risponde: “come fanno le suore? Fanno tanto bene, poverette, meno tre che non sono mai contente, né, credo io, lo saranno mai in modo alcuno, perché la radice del disgusto sta nella loro poca virtù, secondo me.... Speriamo, con la grazia di Dio, di andare perfezionandoci tutte, ed io in particolare, che ne ho più bisogno di tutte”.

Nella difficoltà scrive: “Pazienza, anzi ne sia Egli sempre lodato, purché ci dia la grazia di seguirlo fedelmente anche in mezzo ad una notte tanto oscura per la quale ci conduce al presente”

A suo fratello Antonio scrive: “Ebbene, speri anche quest’anno un’abbondante discesa di neve? … La neve è sempre buona, è infallibile sempre, viene benché sappia di non essere amata da nessuno, ma anzi rimbrottata; ed intanto essa feconda la terra e colla sua freschezza e umidità mantiene le radici ben disposte per la prossima primavera. Anche noi dobbiamo imitarla; dobbiamo essere cioè freddi ed indifferenti per tutte le cose di questo mondo; e se ci staccheremo delle cose virtuosamente, l’anima nostra resterà feconda al tempo stesso che il nostro corpo, a guisa di neve, si va sciogliendo; e come al giungere della primavera si scorgono quei bei prati pieni di fiori di mille colori, così apparirà agli occhi di Dio l’anima nostra, se attenderemo di arricchirla di tutte le virtù nel breve tempo che Iddio ci concede a tal effetto per la sua infinita misericordia”.  

Queste sono solo alcune sue parole estrapolate qua e là dalle sue lettere, Comboni stesso si accorgerà ben presto della statura interiore di Giuseppa Scandola, della solidità spirituale con la quale affrontava ogni cosa e non esiterà ad affermare che lei è la “suora più santa” che ha.

Le seguenti frasi di Comboni rispecchiano la radicalità spirituale con la quale venivano formate anche le suore: “La vita nostra è nelle mani di Dio. Ei faccia quel che vuole: noi l'abbiamo con irrevocabile dono sacrificata a Lui. Sia benedetto. Dalla sera alla mattina qui si muore. Non si ha tempo qui da prepararsi per morire; bisogna essere sempre preparati.” “L’onnipotenza della preghiera è la nostra forza” “al paradiso non si va in carrozza”… queste,più che belle parole, riflettono un atteggiamento di vita reale, un totale affidamento a Dio, la consapevolezza di essersi spogliati di tutti gli affetti più cari e dalle comodità,per seguire Gesù nella via della povertà più radicale e con il cuore sereno.

Dopo la morte del fondatore, Maria Bollezzoli (madre generale), educata anche lei alla scuola di vita del Comboni, scrive con convinzione profonda e con forza a tutte le sorelle dell’Istituto:
“Figlie carissime, coraggio, siate forti e coraggiose, non vi abbattete, non vi smarrite, ma costanti e intrepide mantenetevi al posto affidatovi dalla Provvidenza divina, non volgetevi indietro, camminate franche sulle orme tracciate dal magnanimo vostro padre. Sentite come egli dalla cima del monte dov’è ormai giunto vi grida avanti, avanti …”

Silenzio e condivisione: rimaniamo davanti al Signore in SILENZIO affinché Lui doni, anche a noi, di udire la Sua voce nell’intimo del  nostro cuore.

Domande per la condivisione: ognuno in clima di preghiera è invitato a condividere brevemente quello che il Signore gli sta dicendo questa sera attraverso la Parola di Dio e la vita di sr Giuseppa Scandola.

1. Sr Giuseppa è cresciuta in una famiglia che “temeva Dio”, per timore s’intende riverirlo, lodarlo, amarlo, servirlo. Com’è il tuo rapporto con Dio? c’entra in tutto ciò che sei e fai nel quotidiano?

2. Come cerchi la “volontà di Dio” nella tua vita? Come lo ascolti e coinvolgi nelle tue scelte?

3. C’è qualche tratto della vita di sr Giuseppa, di Comboni e della missione che senti appartenerti?

4. Con quale attitudine affronti le difficoltà della vita, i difetti degli altri, i momenti di buio, “le croci” come le chiamavano il Comboni e Giuseppa? A chi ti appoggi in quei momenti?


Padre Nostro + canto finale: Padre mio, mi abbandono a te (p.80- I 19)

Il Messaggio di sr Giuseppa Scandola
 Cinquantaquattro anni di età, di cui ventisei di missione, all’insegna di una donazione senza sosta. Nelle varie missioni dove via via la Provvidenza l’ha portata, guidata da un’unica stella: la volontà di Dio; mossa da un unico amore, che si espande in una donazione incessante, fino al dono supremo di sé, nel gesto dell’amore più grande per salvare la vita di un missionario p. Giuseppe Beduschi: questa, in sintesi la vicenda terrena di sr. Maria Giuseppa Scandola.
 Ciò che soprattutto sorprende in lei, accanto all’azione intensa, è un dono di orazione non comune, un’attrattiva alla preghiera, che colpisce gli abitanti dei Biàncari quando, passando vedono la bambina assorta davanti alla statua della Vergine Addolorata, mentre il gregge sta pascolando accanto a lei tranquillamente.
Quel dono non è che il preludio dei carismi di cui il Signore l’avrebbe arricchita più tardi, quasi a premio della sua profonda umiltà.
La parte più preziosa della vita di sr Maria Giuseppa Scandola è certamente la grande ricchezza interiore di cui ha permeato i suoi ventisei anni di missione, rendendoli fecondi di frutti duraturi.

VENERABILE SERVA DI DIO MARIA GIUSEPPA SCANDOLA

Nel pomeriggio del 12 giugno, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza privata il Cardinale Angelo Amato, S.D.B., Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ed ha autorizzato la Congregazione a promulgare il Decreto riguardante sr Maria Giuseppa Scandola.
Dice così la notizia del Bollettino della Sala Stampa Vaticana:

Decreto sulle VIRTU' EROICHE della Serva di Dio Maria Giuseppa Scandola (1849-1903), Suora professa italiana delle Suore Missionarie Pie Madri della Nigrizia.Con questo Decreto Sr. Maria Giuseppa Scandola diventa “Venerabile Serva di Dio”.  Ciò significa che può essere proposta alla devozione e all’imitazione dei fedeli.
Rendiamo lode al Signore.       Roma, 13 giugno 2014

 

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