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Essere persone di comunitá e pace

veglia di preghiera GIM 1 di Padova

Canto: P1

Dio annuncia la pace

Alla fine dei tempi il monte della casa del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli. Ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe, perchè ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri. Perchè l’insegnamento irradia da Sion, da Gerusalemme esce la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le nazioni... Trasformeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, e non si eserciteranno più nell’arte della guerra”... (Is 2,2-4).

In questo straordinario passaggio del profeta Isaia i popoli salgono a Gerusalemme per ascoltare la parola di Dio, per ricevere il suo insegnamento, per sapere come deve funzionare una società che voglia seguire le vie e i sentieri del Signore; e la prima cosa che dice loro Dio è che non facciano più la guerra, che trasformino tutti gli strumenti di morte in strumenti di vita, cioè che cambino radicalmente le strutture violente della nostra società. Insomma, il primo messaggio che lancia Dio ai popoli che vengono per ascoltarlo è che distruggiamo le nostre armi e che eliminiamo la guerra dalla storia. La priorità missionaria di Dio è la pace, è la vita, è l’instaurazione di una società pacifica e fraterna da cui siano banditi spade e cannoni.

La pace è anche la priorità missionaria di Gesù, come afferma san Paolo: “Gesù è venuto per annunciare la pace” (Ef 2,17). Gesù ‘è venuto’ sulla terra - cioè si è incarnato - con questo scopo prioritario: annunciare la pace. La pace è anche la prima parola del Risorto: “Pace a voi!” (Gv 20,19). Se Gesù si è incarnato, è morto ed è risorto per questo, per annunciarci la sua pace, la nostra preoccupazione principale sarà quella di capire come possiamo accogliere questa pace, in tutti gli ambiti: famiglia, relazioni umane, comunità, società, politica, economia, etc.

Risvegliare il sogno

Il nome ‘Cristo’ è la traduzione greca dell’ebraico ‘Messia’; l’elemento essenziale del messianismo biblico era che Dio avrebbe mandato il suo Inviato per liberare il suo popolo e per istaurare un Regno di pace e giustizia. Questo stesso sogno messianico – arricchito con la promessa della vita piena in Gesù Risorto - teneva viva la speranza dei primi cristiani, che aspettavano “nuovi cieli e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13). ‘Cristiano’, infatti, vuole dire ‘messianico’: noi siamo messianici perché crediamo nel sogno di Dio, crediamo che questo ‘sogno’ - questi ‘cieli nuovi e terra nuova’ – è l’orizzonte e la speranza che configura la nostra vita. Purtroppo, a volte abbiamo trasformato il titolo ‘Messia’ in un innocuo nome proprio, come se ‘Cristo’ fosse semplicemente il cognome di Gesù: Gesucristo. Così abbiamo de-messianizzato il cristianesimo; dobbiamo allora risvegliare questo sogno, e recuperare tutto il senso del nostro essere ‘cristiani’, ‘messianici’.

La comunità ‘messianica’

“Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,2-4).

Il tempo futuro, nell’Antico Testamento, indica il tempo messianico. Ma per i cristiani, che credono che il Messia è già venuto, il tempo messianico è il tempo presente. Noi dunque dovremmo dire: “Stiamo trasformando i nostri missili in vomeri, i nostri cannoni in falci, e non ci esercitiamo più nell’arte della guerra”. La comunità messianica è lo spazio in cui si disimpara la guerra e ogni pratica di violenza. E la violenza si disimpara imparando la nonviolenza, esercitandoci nella prassi di pace di Gesù e nel ‘comportamento bello’ delle prime comunità cristiane.

Purtroppo la realtà di oggi, in cui le nazioni ‘cristiane’ sono le più armate, sembrerebbe smentire questo sogno e questo impegno. Urge dunque ri-messianizzare le nostre comunità, risvegliare il sogno di Dio per riproporlo a tutta la società.

Domandiamoci: per noi il “comportamento bello” che ci ha insegnato Gesù – rinuncia alle armi, condivisione dei beni fra tutti, etc. - è solo un ideale poetico da contemplare in un momento di estasi mistica o uno stile di vita che dovremmo testimoniare nella nostra vita di tutti i giorni?

A volte il nostro impegno nella storia non produce risultati immediati, e questo potrebbe scoraggiarci; ma il Vangelo ci invita ad aver fede nel piano salvifico di Dio, che apprezza e fa fruttificare ogni piccolo gesto che vada in direzione del Regno. Come dice Giovanni Paolo II, “anche se imperfetto e provvisorio, niente di quello che si può e si deve fare… per rendere più umana la vita degli uomini andrà perduto né sarà stato vano”.

Lottare per la pace

  Non siamo molto abituati a legare il termine PACE a concetti dinamici. Raramente sentiamo dire: "Quell'uomo si affatica in pace" o "lotta in pace"… Più consuete, nel nostro linguaggio, sono invece le espressioni: "Sta seduto in pace", "medita in pace" e, ovviamente, "riposa in pace". La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante, più il comfort del salotto che i pericoli della strada.

Occorre una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Non annulla la conflittualità. Non ha molto da spartire con la banale "vita pacifica". Sì, la pace, prima che traguardo, è cammino. E per giunta, cammino in salita, con i suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Beato chi saprà continuare a camminare Con pazienza E senza gettare la spugna.

Silenzio

Canto: Q11

Essere pace “Se non sappiamo stare seduti in pace, se non ci concediamo pace, come possiamo condividerla con gli altri? Se siamo in pace, possiamo sbocciare come un fiore, e la nostra famiglia e tutta la società trarranno beneficio dalla nostra pace. Se invece non sappiamo stare seduti e sorridere, non ci sarà pace nel mondo. La pace nel mondo si costruisce sulla nostra capacità di sorridere, di stare seduti in pace con noi stessi, comunicando pace agli altri. La pace non è qualcosa che tu costruisci fuori di te: la pace è, prima di tutto, qualcosa che c’è o non c’è in te. Se sei in pace, irradierai pace, e il mondo sarà in pace. Fermarsi e sedersi è una condizione necessaria per comprendere l’altro. Se comprendete l’altro, cioè se lo prendete per mano, non potrete fare a meno di amarlo e non riuscirete più ad arrabbiarvi. Se non comprendiamo, é perché ci manca il contatto vero. Quando tocchiamo la situazione di un fratello, tutte le incomprensioni si dissolvono: capiamo, compren-diamo il motivo di tanti suoi atteggiamenti e lo sentiamo vicino. Spesso il movimento pacifista scrive eccellenti lettere di protesta, ma poi non sa scrivere una buona lettera d’amore. Ebbene, se noi non siamo in pace, non possiamo fare niente per la pace. Se non siamo in grado di sorridere, non possiamo aiutare gli altri a sorridere” (Tich Nat Han).

Prendere rifugio

“In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso” (Sal 30,2).

Avere un luogo in cui prendere rifugio e sentire pace, perché ci sentiamo accolti e amati, è uno degli aneliti più profondi del cuore umano. Sennonchè la società d’oggi, con il suo ritmo incalzante, vuole eliminare il rifugio dalla vita umana, perché lo considera un tempo improduttivo. E allora, di fronte ad un sistema che lascia sempre Dio ‘fuori’, e non ti dà tempo per meditare, dialogare e rifugiarti, pregare e prendere rifugio è l’atto più rivoluzionario che si possa compiere. Cercare un rifugio non vuole dire estraniarsi dalla realtà, ma al contrario significa entrare in contatto con la realtà più vera e profonda del nostro cuore, del Cuore di Dio e del cuore dei nostri fratelli. In verità, sono quelli che corrono tutto il giorno e non si fermano mai che sono completamente ‘fuori’, perché hanno perso il contatto con la realtà più autentica della vita.

Siate forti, rendete saldo il vostro cuore. Riprendete coraggio” (Sal 30,25).

Il rifugiarci ci dà forza, ci fa riprendere coraggio, ci dà le energie necessarie per camminare e lottare, e ci rende capaci di mantenere il sorriso, pur in mezzo a tante avversità. Rifugiamoci nel Signore, dunque! E a Lui chiediamo la forza e l’intelligenza di saper anche noi essere rifugio per gli altri, uno spazio di ascolto e accoglienza per i nostri fratelli più soli.

Coltiva e custodisci

Coltiva e custodisci

la tenerezza, che sempre sa cogliere

la fragile bellezza di ciò che esiste.

Coltiva e custodisci

il coraggio di fare col poco che hai,

 estraendo con pazienza,

anche dai tuoi fiori più amari,

cera e miele.

Coltiva e custodisci

lo Spirito, la quiete, la forza

e il cammino indicato dal balzo del cuore.

Coltiva e custodisci

la fiducia, quando il dolore ti rende indifeso

come un innamorato.

La tua vita resti una benedizione

anche nei momenti

in cui non puoi benedire

(Luigi Verdi)

Silenzio e risonanze

Video

Trovare se stessi

“Cieli azzurri, mari sconfinati: è l’orizzonte che Dio mette davanti ai nostri occhi. Ma che ne faremo di questo cielo stupendo? E cosa facciamo con questo mare infinito? Vogliamo buttarci dentro? O preferiamo chiudere gli occhi e allontanarci per paura di bagnarci? Anche Jonathan si pone questa domanda: il giovane gabbiano ama l’immensità dei mari, e decide di cominciare un nuovo cammino: lasciare quello che possiede. Non è nato per ‘possedere’. Sente che per avere pace deve incontrarsi con se stesso, capire cos’è quel fuoco che gli brucia nel cuore. La maggioranza dei suoi amici sanno solo svolazzare e poi tornare sulla spiaggia per mangiare. Non hanno imparato altro nella vita: voli brevi, voli per possedere. Questi gabbiani non sanno nulla della profondità delle acque nè della bellezza degli alti cieli. Per loro l’importante è mangiare quello che trovano nella discarica dei pescatori, e litigare per conseguire il pezzo più grosso. Ma a Jonathan questa vita non dice niente. Sente che lui è nato per qualcosa di più bello: è nato per volare. Qualcuno gli ha messo questa forza nelle ali che adesso deve scoprire, anche se non sa dove andare. I suoi non lo capivano. Sua mamma gli diceva: “Ma perchè non fai quello che fanno tutti gli altri?” E suo papà: “Studia come procurarti la pappa. Volare è carino ma non ti dà da mangiare. Noi dobbiamo pensare a sopravvivere”. E Jonathan rifletteva: “Sopravvivere: è solo a questo che possiamo aspirare? a mangiare carogna di pesce? Sono nato per questo? Nella vita dev’esserci pure qualcos’altro oltre che litigare per l’avanzo più grosso. Viviamo solo per possedere e consumare? No, io sono stufo di questi voli senza volo, di queste vite senza vita…” Nonostante qualche piccolo fallimento, Jonathan sentiva una voce nel suo cuore che gli diceva che poteva sperare in qualcosa di più grande, e capì che se voleva trovare la pace doveva dar fiducia a quella voce; così continuò a cercare e a volare. Anche tu, giovane, cerca la tua pace, non arrenderti: non avere paura di attraversare le nuvole…”.

Domande per riflettere

- Sono un cristiano/a ‘messianico/a?M’impegno a creare le condizioni perché Dio possa dar vita a una terra nuova e cieli nuovi?

- So prendere rifugio? Dove lo cerco?

- So essere rifugio per gli altri? Come riesco ad essere rifugio?

- Voglio sperimentare la bellezza degli alti cieli? Come? O mi accontento di sopravvivere?

Silenzio

Mottetto: “Dona la pace, Signore” (d7-T) 

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Padre Nostro

Canto finale: D13

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