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DONARSI: “LA SCOPERTA DEL PROPRIO PROGETTO DI VITA”

Gim Venegono

Guidati dalla figura di Oscar Romero, una veglia di preghiera che aiuti a riflettere sul progetto di vita e a chiedere il dono dell'accetazione del progetto che Dio ha su di noi.

“Uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita”. (Mons. Oscar A. Romero)

 

 

Canto iniziale

Dal Vangelo di Luca 6,43-46      

“Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore. Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?

La scoperta del progetto di vita

Dal Messaggio del Santo Padre per le XXV GMG

Nel giovane del Vangelo, possiamo scorgere una condizione molto simile a quella di ciascuno di voi. Anche voi siete ricchi di qualità, di energie, di sogni, di speranze: risorse che possedete in abbondanza! La stessa vostra età costituisce una grande ricchezza non soltanto per voi, ma anche per gli altri, per la Chiesa e per il mondo. Il giovane ricco chiede a Gesù: “Che cosa devo fare?”. La stagione della vita in cui siete immersi è tempo di scoperta: dei doni che Dio vi ha elargito e delle vostre responsabilità. E’, altresì, tempo di scelte fondamentali per costruire il vostro progetto di vita. E’ il momento, quindi, di interrogarvi sul senso autentico dell’esistenza e di domandarvi: “Sono soddisfatto della mia vita? C'è qualcosa che manca?”. Come il giovane del Vangelo, forse anche voi vivete situazioni di instabilità, di turbamento o di sofferenza, che vi portano ad aspirare ad una vita non mediocre e a chiedervi: in che consiste una vita riuscita? Che cosa devo fare? Quale potrebbe essere il mio progetto di vita? “Che cosa devo fare, affinché la mia vita abbia pieno valore e pieno senso?”. Non abbiate paura di affrontare queste domande! Lontano dal sopraffarvi, esse esprimono le grandi aspirazioni, che sono presenti nel vostro cuore. Pertanto, vanno ascoltate. Esse attendono risposte non superficiali, ma capaci di soddisfare le vostre autentiche attese di vita e di felicità. Per scoprire il progetto di vita che può rendervi pienamente felici, mettetevi in ascolto di Dio, che ha un suo disegno di amore su ciascuno di voi. Con fiducia, chiedetegli: “Signore, qual è il tuo disegno di Creatore e Padre sulla mia vita? Qual è la tua volontà? Io desidero compierla”. Siate certi che vi risponderà. Non abbiate paura della sua risposta! “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1Gv 3,20)! Interrogarsi sul futuro definitivo che attende ciascuno di noi dà senso pieno all’esistenza, poiché orienta il progetto di vita verso orizzonti non limitati e passeggeri, ma ampi e profondi, che portano ad amare il mondo, da Dio stesso tanto amato, a dedicarci al suo sviluppo, ma sempre con la libertà e la gioia che nascono dalla fede e dalla speranza. Nonostante le difficoltà, non lasciatevi scoraggiare e non rinunciate ai vostri sogni! Coltivate invece nel cuore desideri grandi di fraternità, di giustizia e di pace. Il futuro è nelle mani di chi sa cercare e trovare ragioni forti di vita e di speranza. Se vorrete, il futuro è nelle vostre mani, perché i doni e le ricchezze che il Signore ha rinchiuso nel cuore di ciascuno di voi, plasmati dall’incontro con Cristo, possono recare autentica speranza al mondo! È la fede nel suo amore che, rendendovi forti e generosi, vi darà il coraggio di affrontare con serenità il cammino della vita ed assumere responsabilità familiari e professionali. Impegnatevi a costruire il vostro futuro attraverso percorsi seri di formazione personale e di studio, per servire in maniera competente e generosa il bene comune.

Uscire dal nido…il mio progetto di vita richiede un salto iniziale

Dal vangelo di Luca 9,57-62:

”Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.

Dall’omelia durante la Redditio Symboli dell’Arcivescovo di Milano Dionigi card. Tettamanzi . Milano -  Duomo, 27 marzo 2010 

Nonostante le difficoltà che incontra, Gesù continua il suo viaggio con una consapevolezza ancora più lucida e grande. Forse proprio da questa esperienza nasce il suo insegnamento: chi vuole seguirlo deve essere disposto a lasciare ogni sicurezza e comodità, deve affrontare le difficoltà e sostenere anche le delusioni. Con schietto realismo Gesù mette un confine ad ogni desiderio ingenuo e superficiale. E dunque la sequela di lui non è facile. Non può essere costellata di illusioni. Nasce da una chiamata di Dio e non semplicemente dalla propria buona volontà. È il Signore che agisce liberamente ed è Lui che sceglie. È certamente lodevole la generosità di quel tale che liberamente si offre a Gesù. Ma non basta. La grandezza della libertà consiste nell’essere docili all’ascolto della sua Parola e disponibili ad aderirvi. Pronti a distaccarci da quanto non consente una sequela sciolta e leggera. Penso, cari giovani, all’immagine che Gesù usa rivolgendosi a quell’uomo. Per poterlo seguire è necessario uscire dal proprio nido e non nascondersi dentro la tana. Questa simbologia è molto chiara: descrive un luogo protetto e sicuro, un luogo ben difeso e garantito, un luogo dove non può succederci nulla. Il nido caldo dice l’accudimento e la cura. La tana è il posto nel quale ci si rifugia quando fuori le sfide sono troppo dure, gli impegni pesanti e le domande scomode. Quando qualche minaccia incombe. Il discepolo, invece, è colui che ha la forza di esporsi e di stare sulla strada e dentro il mondo. Il nido, oggi, per un giovane, potrebbe essere la propria famiglia, le amicizie ristrette, il gruppo alla pari, le comunità cristiane. Questo nido potrebbe anche essere quello di un’esperienza di fede privata ed intimista, di una spiritualità chiusa e ripiegata su se stessa, che genera una pace interiore ma non diventa profezia per il mondo. E si manifesta poi in una preghiera preoccupata solo di sé e in una gestione del tempo piena delle proprie incombenze e dei propri affanni. A voi, carissimi giovani, dico: non rintanatevi! È vero: l’incertezza del futuro, la precarietà del lavoro, lo studio che non sempre offre prospettive sicure, le questioni etiche e sociali molto articolate potrebbero spingervi ad una chiusura comoda. Qualche volta, certamente, vi siete chiesti: “Ma chi me lo fa fare?”. Sì, vi capisco, ma oso ripetere: non rintanatevi! Coltivate il desiderio di mettervi in gioco accettando le sfide del mondo. Non fatevi intimorire dalle difficoltà. Scoprirete la vostra vocazione solo se oserete mettere la vostra intelligenza e il vostro entusiasmo fuori dal nido in cui tutto procede tranquillamente. Saprete trovare il vostro posto nel mondo e nel disegno di Dio solo se lascerete entrare Dio e il mondo nella vostra vita.

 

All’uomo appartengono i progetti del cuore,          

ma dal Signore veine la risposta della lingua.

Agli occhi dell’uomo tutte le sue opere sembrano pure,

ma chi scruta gli spiriti è il Signore.

Affida al Signore le tue opere

E i tuoi progetti avranno efficacia.

Il Signore ha fatto ogni cosa per il suo fine

E anche il malvagio per il giorno della sventura.

Il Signore ha in orrore ogni cuore superbo,

certamente non resterà impunito.

Con la bontà e la fedeltà si espia la colpa

ma con il timore del Signore si evita il male.

Il cuore dell’uomo elabora progetti

Ma il Signore che rende saldi i suoi passi.

(Proverbi 16, 1-9)

 

Breve momento di silenzio 

 Il mio progetto di vita consiste nel partire o in un tenace restare?

(Omelia del Card. Carlo Maria Martini durante la veglia per la pace del 29 gennaio 1991 durante la guerra del Golfo.)

Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo. Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore dacci la Pace!), stando al riparo. Non è neppure semplicemente assumere la finzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto, oppure invitando tutti e due a giungere a un compromesso. Così facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione. È il gesto di Gesù Cristo sulla croce, del Crocifisso. Egli è colui che è venuto a porsi nel mezzo di una situazione insanabile.. Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio. Ma la posizione di Gesù è quella di chi mette in conto anche la morte per questa duplice solidarietà; è quella di chi accetta la tristezza, l’insuccesso, la tortura, il supplizio, l’agonia e l’orrore della solitudine esistenziale. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio. Tale fede è difficile, per questo l’intercessione vera è difficile. Ma se non vi tendiamo, la nostra preghiera sarà fatta con le labbra, non con la vita. Non posso mai mettere sullo stesso piano assassini e vittime, trasgressori della legge e difensori della stessa. Però, quando guardo le persone, nessuna mi è indifferente, per nessuno provo odio o azzardo un giudizio interiore, e neppure scelgo di stare dalla parte di chi soffre per maledire chi fa soffrire. Gesù non maledice chi lo crocifigge, ma muore anche per lui dicendo:”Padre, non sanno quello che fanno, perdona loro”. Non abbiamo il diritto di restare in una situazione difficile solo fino a quando è sopportabile. Occorre volerci restare fino in fondo. Solo così siamo seguaci di quel Gesù che non si è tirato indietro nell’orto degli ulivi. 

Canto 
 
Quando il progetto della mia vita, una volta intuito si incarna completamento nel mio vivere e agire.
(Oscar Arnulfo Romero, otto giorni prima del suo assassinio. Da una intervista rilasciata al domenicano spagnolo Juan Carmelo Garcia). 
“Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza. Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale? Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benché alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano. Se uccidono me, resterà sempre il popolo ,il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.
 
Fratelli e sorelle non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
 
Momento di silenzio e condivisioni 
Quando il mio progetto di vita supera la mia vita stessa e diventa promessa anche per altri
Vedendo la nostra realtà ed il mondo di violenza, ci sembra di abitare in un posto infernale e senza possibilità di redenzione. Ci domandiamo: È servita a qualcosa la morte di Cristo? Vediamo popoli invasi da altre popoli più potenti, persone obbligate a tacere la verità, migliaia di Cristiani che continuano ad essere crocifissi come il loro maestro, e nuovamente ci domandiamo: È valsa la pena quel martirio, a che è servita la morte di Oscar A. Romero? La risposta l’aveva anticipata Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!»(Cf Gv 15 – 16)  La morte di Oscar Romero, come quello di Gesù –suo maestro- è stata ed è feconda. È servito e servirà come ispirazione e coraggio nella marcia verso la pace e la giustizia. Nessuna morte rimane sterile, se è preceduta da una vita di fede, di testimonianza e di servizio. La sua morte causa dolore e lacrime, ma la sua testimonianza ci porta ad amare la nostra vocazione e il nostro popolo. Un giorno tutto ciò che predicò diventerà realtà. Oscar Arnulfo Romero, dopo trent’anni dalla sua morte, continua a vivere nel mondo e nel popolo che egli amò e servì. “Se mi uccideranno, aveva detto con fede Mons. Romero, risorgerò nel popolo salvadoregno”. La profezia di Romero, il vescovo fatto popolo, si è realizzata fino ad oggi. Finché continueranno ad esistere persone e cristiani come Oscar Romero l’umanità potrà sempre sperare e credere alla vita. 

              Preghiera finale 

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,
le fotografie, le note disperate,
strappa dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: banchetta con la tua vita.

Canto finale 

Voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pianamente. Non so se potrò essere un’amica per gli altri. E se non potrò esserlo perché non è nel mio carattere, bisogna che affronti anche questo. In ogni caso non devi mai illuderti. Devi avere misura. (Etty Hillesum)

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