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GIM Pesaro: Gesù l'amato del Padre

ottobre 2008

VEGLIA OTTOBRE 2008 - PESARO


Gesu’ l’amato del Padre



1 parte

DISCEPOLI E AMICI DI GESÚ


Dal libro di Teresino Serra “ Camminare senza confini”


Ecco la comunità di Gesù. Gesù non volle compiere la sua missione da solo.

Volle una comunità, che avrebbe continuato la sua missione.

Scelse quelli che volle, non i migliori, non i più preparati, non i più importanti.

Scelse quelli che volle: gente semplice, gente che sudava per guadagnarsi da mangiare.

Gente del popolo perché avrebbe dovuto servire il popolo.

Lui li avrebbe istruiti, li avrebbe uniti, formati e trasformati.

Questi12 erano tutti diversi, ma avevano qualcosa in comune: si lasciarono “ sedurre” da quel Nazzareno e lo seguirono.

Tutti accettarono la novità di Dio che irrompeva nella loro storia personale e si aprirono al mistero del futuro.

Non vi chiamo servi ma amici”, dice loro fin dal primo momento, ad essi dedica la maggior parte del suo tempo, formandoli e trattandoli come compagni di missione. Li forma vivendo con loro la fatica di ogni giorno. Cammina con loro, prega con loro, suda con loro, soffre e si rallegra con loro.

A loro offre il regalo dell’amicizia perché dovranno lavorare da amici.

Nell’ Ultima Cena, Gesù consacra questa amicizia e apre loro il suo cuore rivelando quanto gli ha veramente amati. Gesù prega e ringrazia il Padre per i 12 discepoli e amici:


Erano tuoi e li hai dati a me. Io ho fatto conoscere loro il tuo nome. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me, io le ho date a loro; essi le hanno accolte e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io prego per loro, per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Padre Santo, custodiscili nel tuo nome, consacrali nella Verità, fa che siano perfetti nell’unità perché il mondo sappia che Tu li hai amati come Tu hai amato Me. Fa che l’amore con cui mi hai amato sia sempre in essi” [GV 17]

2 parte

UN TESTIMONE DEL NOSTRO TEMPO: TIZIANO TERZANI


Da un lato penso che non sia affatto facile riassumere la vita di Tiziano in poche righe anche se penso che sia importante cosa lui abbia fatto e come abbia vissuto, ma penso che possiamo ricercarlo da solo, la cosa importante sono state le parole che ha detto e che ha scritto e ancora di più il fatto che ha vissuto le sue idee.


Biografia dalle parole stesse di Tiziano Terzani Terzani.


Vengo da una famiglia molto povera e amo sempre dire che quando volevo andare al ginnasio non c’erano i soldi, quindi mi comprarono i primi pantaloni lunghi a rate, qualcosa che oggi è inconcepibile. Ero bravo ho studiato ho fatto il liceo e non avrei potuto continuare a studiare perché bisognava guadagnare ma vinsi una stupenda borsa di studio ed entrai in Normale a Pisa, mi sono laureato con 110 e lode , mi sono innamorato di questa donna che ancora è mia moglie tutt’oggi. Quindi al giornalismo sono arrivato tardi verso i 30 anni e avevo voglia di riscatto, parlavo gia 3 o 4 lingue e da poi siamo andati a vivere in Asia e ho passato tutta la mia vita in Asia, 30 anni di Asia”


Mio padre era comunista e mia madre democristiana. Ma a loro devo un profondo senso di tolleranza che poi in Asia mi è venuto naturale, di vedere la vera essenza della vita nell’ armonia degli opposti. Mi hanno dato una “ drittezza morale” diciamo, e no perché uno o l’altro fossero di uno schieramento, ma perché io penso che nel fondo del cuore di ogni persona sia ben chiaro cosa è Giusto e cosa è sbagliato, cosa è il bene e cosa è il male e che cosa dobbiamo fare secondo una regola che non sia né di un partito né di una religione ma del cuore che poi è uguale per tutti”


Tutta la mia vita ho visto rivoluzioni fallite in Russia, Cina , Cambodgia, Vietnam tutte sono state un incubo con grandi massacri e la creazione di tanta povertà., erano tutte rivoluzioni fatte fuori e invece forse la vera rivoluzione è iniziare a farne dentro di noi.”


3parte

PREGHIERA E RIFLESSIONE


Si è chiamati fuori e bisogna venir fuori dall’esistenza condotta fino a questo giorno;

si deve esistere nel senso più rigoroso di questa parola.

Il discepolo viene gettato dalla sicurezza relativa della vita

nell’assoluta mancanza di sicurezza.


D. Bonhoffer

  1. Quale nostro bisogno ci ha portato ad essere qui questa sera?

  2. In che cosa o verso cosa ci sentiamo “chiamati fuori”?

  3. Cosa pensiamo di questa comunità di amici a cui ci chiama Gesù?

  4. Quanto spesso ci fermiamo a pensare che il cuore, quindi la parte più profonda di ogni persona, è davvero uguale in tutti gli esseri del mondo?




VEGLIA GIM – DICEMBRE 2008 PESARO


Canto iniziale di ambientazione


Introduzione.

Abbiamo paura, come il re Acaz, ad entrare negli orizzonti, nella logica di Dio. Preferiamo rimanere nella nostra logica, nei nostri orizzonti. Questa sera Dio ci darà un segno, ci manifesterà la sua logica e i suoi orizzonti attraverso la testimonianza di PROFETI: profeti del dialogo, profeti della speranza, profeti della carità, profeti della solidarietà, profeti dell’annuncio missionario, …

Lasciamo che la parola di Isaia ci prepari a entrare nel clima dell’ascolto attraverso l’invito a non aver paura e attraverso la disponibilità a chiedere un segno, il segno dei profeti che ci parlano.

Lettura dal profeta Isaia (7:3-14)

3 Il Signore disse a Isaia: «Va' incontro ad Acaz, tu e tuo figlio Seariasùb, fino al termine del canale della piscina superiore sulla strada del campo del lavandaio.

4 Tu gli dirai: Fa' attenzione e sta' tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumosi, per la collera di Rezìn degli Aramei e del figlio di Romelia.

5 Poiché gli Aramei, Efraim e il figlio di Romelia hanno tramato il male contro di te, dicendo:

6 Saliamo contro Giuda, devastiamolo e occupiamolo, e vi metteremo come re il figlio di Tabeèl.
7 Così dice il Signore Dio: Ciò non avverrà e non sarà!

8 Perché capitale di Aram è Damasco e capo di Damasco è Rezìn.

Capitale di Efraim è Samaria e capo di Samaria il figlio di Romelia.

9 Ancora sessantacinque anni ed Efraim cesserà di essere un popolo.

Ma se non crederete, non avrete stabilità».

10 Il Signore parlò ancora ad Acaz:

11 «Chiedi un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure lassù in alto».

12 Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».

13 Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio?

14 Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.



Primo segno. TESTIMONE DI DIALOGO E DI VICINANZA

Frère Christian de Chergé.      I monaci di Notre Dame de l'Atlas in Tibherin (Algeria) avevano consacrato la loro vita al dialogo con l'Islam; pertanto avevano deciso, tutti, di continuare a restare nel loro monastero situato nella regione montuosa di Medea, anche in quel momento storico ad alto rischio. Il monastero, infatti, era un riferimento per la popolazione del posto e in special modo per i contadini, con cui i monaci avevano stretto relazioni feconde, attraverso la creazione di una cooperativa, l’assistenza medica offerta dal loro dispensario, il lavoro con le donne…Un modo di essere chiesa tra la gente, ed anche un importante luogo di preghiera: sia per molti cristiani che qui venivano, sia per la speciale relazione con un gruppo di sufi (mistici islamici).

    I Monaci, rapiti da terroristi armati la notte fra il 26 e il 27 marzo 1996, furono uccisi il 21 maggio 1996. Frère Christian de Chergé era il priore della comunità leggiamo uno stralcio di una sua lettera, scritta due anni prima del rapimento.


Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

 “La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca…

 “Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la «grazia del martirio», il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. Potrò così, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto”.


Pausa di silenzio seguita da un canto di meditazione




Secondo segno: TESTIMONE DI AMORE

Madre Teresa di Calcutta, "Se mai diverrò una santa, sarò certamente una santa "del nascondimento": mi assenterò in continuazione dal paradiso per recarmi sulla terra ad accendere la luce di quelli che si trovano nell'oscurità". Scrivendo questa frase, in una lettera del 6 marzo 1962 al direttore spirituale padre Neuner, Madre Teresa di Calcutta certamente non avrebbe mai pensato che - a poco più di cinque anni dalla morte (avvenuta il 5 settembre 1997) - sarebbe stata già fissata la data della propria beatificazione, presieduta da Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 19 ottobre 2003.


Nell’essere "povera tra i poveri" il suo atteggiamento fu sempre improntato alla speranza, come scrisse spiegando alle discepole le Costituzioni della Congregazione:

"La mia anima può essere nell'oscurità, ma io so che oscurità, difficoltà e sofferenza sono il test più sicuro della mia totale resa a Cristo". 

Alla luce di questa assoluta obbedienza, Madre Teresa ebbe sempre la chiara consapevolezza che la fede era il vero faro della propria vita, tanto da riuscire a guardare alle cose del mondo secondo la prospettiva di Dio e a intravedere anche negli eventi più insignificanti la sua mano. In una lettera alle sue Missionarie manifestava la convinzione che ella per prima mise in pratica durante tutta la vita:

"Cristo ti utilizzerà per compiere grandi cose a condizione che tu creda più nel suo amore che nella tua debolezza. Credi in lui, abbi fede in lui con cieca e assoluta fiducia perché lui è Gesù. Credi che Gesù, e soltanto lui, è la vita; e che la santità non è altro se non lo stesso Gesù che vive intimamente in te".

Il cuore della spiritualità di Madre Teresa di Calcutta sono state due frasi pronunciate da Gesù Cristo e tramandate dai Vangeli: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40) e "Ho sete" (Gv 19,28), l'implorazione di Gesù sulla croce, subito prima di morire. Queste ultime due parole campeggiano a fianco del crocifisso in ogni cappella della Congregazione per ricordare "che ogni missionaria è qui per saziare la sete di Gesù, sete di anime e di amore, di bontà e di compassione". E la sintesi che Madre Teresa faceva della sua vita spirituale e della sua missione può essere rappresentata da una sua rapida frase:

"Un'unione d'amore con Gesù, in cui il divino e l'umano si identificano completamente l'un l'altro. Tutto quello che Gesù mi chiede è di donarmi a lui con tutta la mia povertà e il mio niente".

L'azione in favore dei più poveri dei poveri si manifestava di conseguenza come un prendere coscienza del loro rappresentare - all'interno del "corpo mistico" della Chiesa - il sacramento di questo profondo bisogno di amore.

Un distillato della sua esperienza lo troviamo in una delle preghiere scritte da Madre Teresa

"Maria, Madre di Gesù, sei stata la prima a sentire Gesù gridare: "Ho sete!".

Tu sai bene quanto è vero e profondo il suo ardente desiderio per me e per i poveri.

Io sono tua - l'intera Congregazione ti appartiene - le sorelle, i padri, i fratelli, sia attivi sia contemplativi.

Illuminami, portami faccia a faccia con l'amore nel cuore di Gesù crocifisso.

Con il tuo aiuto, o Maria, voglio ascoltare la sete di Gesù e sarà per me una Parola di vita.

Stando vicino a te, gli darò il mio amore e sarò la causa della tua gioia, così da saziare la sete di Gesù".


Pausa di silenzio seguita da un canto di meditazione



Terzo segno: TESTIMONE DI SOFFERENZA

Carlo Marongiu. Una folla arrivata da tutta la Sardegna e da diverse parti d’Italia ha preso parte giovedì alle esequie di Carlo Marongiu, il vigile del fuoco di Narbolia affetto da Sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Per quasi undici anni Carlo ha combattuto contro la malattia che lo costringeva all’immobilità impedendogli di parlare ma non di comunicare. Con l’aiuto della moglie Mirella e dei familiari – che non l’hanno mai lasciato solo – aveva scritto, col movimento degli occhi e una lavagna trasparente con le lettere dell’alfabeto, la sua testimonianza di fede e di amore per la vita nel libro «Pensieri di uno spaventapasseri». In cui si afferma:

«La speranza non deve mai mancare nell’anima del malato – scriveva – e quando si affievolisce bisogna chiedere aiuto perché il Signore la ravvivi».

Nell’omelia funebre Sanna ha espresso la sua gratitudine a Dio «per aver conosciuto e stimato un uomo giusto, uno sposo e un padre esemplare, un malato di Sla che ha spostato le montagne con la fede e l’ironia. Il suo ricordo sarà benedizione per tutti coloro che dalla sua tenacia hanno avuto conforto nella lotta per la vita».

Tra campi di carciofi e viti di Vernaccia, a pochi passi da distese d'aranci, ogni notte e ogni ora, s'accende la luce della camera da letto di Carlo. Mirella si alza senza sbadigliare, ormai fa così da otto anni. Preme il tasto del lume e controlla che la macchina funzioni. Un respiro ogni quattro secondi. Un alito di fiato nel tempo di un amen. La camera di Carlo Marongiu è tutta azzurra e blu come il mare dove dieci anni fa accompagnava i figli Damiano e Ilaria, dove gli piaceva immergere quelle sue robuste braccia di pompiere oggi inchiodate al letto, pietrificate sopra il bianco dei cuscini per colpa della sla (sclerosi laterale amiotrofica), il male di Welby e Coscioni, la malattia incurabile che rende il corpo di marmo, lasciando alla mente lo sberleffo della coscienza. Mirella da otto anni si alza tutte le sacrosante notti, ma non se ne lamenta. «I momenti di sconforto esistono, ma sono sempre meno. Quel che vorrei è poter dormire per più di un'ora di seguito», è proprio una santa donna. Di lei Carlo ha detto:

«Qualcuno ha detto che io e Mirella siamo due pezzi di legno che uniti insieme formano una croce ed è vero, solo che fino a qualche tempo fa credevo di essere io il pezzo più lungo invece oggi sono convinto che è vero il contrario».

Fino a un anno e mezzo fa, le pupille di Carlo erano delle saette e, racconta Mario, «si riusciva proprio a chiacchierare e farsi delle grandi risate». Oggi si muovono più a fatica e nemmeno è rimasto più un briciolo di forza per sollevare le sopracciglia. Per questo l'amica Franca gli applica due pezzi di scotch che blocchino le palpebre alla fronte. Poi gli pone dinnanzi un pannello di plastica trasparente con le lettere dell'alfabeto. Se le pupille vanno verso la porta è sì, verso la finestra è no. Occorre arguzia per udire i monosillabi delle pupille. Ci vuole una forza titanica, a Carlo, per spostarle. «La D?» chiede Mario. Occhi verso la porta. Altra lettera. «Hai indicato la C?». Finestra. «La A?». Finestra. «La I?». Porta. «Dammi conferma. La I?». Porta tutta la vita. Altra lettera. «La C?». Finestra. «La G?». Finestra. «La N?» Finestra. Si cambia schema: Mario indica la fila di lettere B G N S. «Qui?». Finestra. C H O T. «Questa fila?». Porta. «C?». Finestra. «H?». Finestra. «O?». Porta. La parola è «Dio». All'unica domanda che abbiamo potuto rivolgergli sulle sue speranze di guarigione, ha risposto:

«Dio mi ha detto che ha grandi progetti su di me». Per comporre la frase, tra dettatura e pause, ha impiegato tre ore.


Pausa di silenzio seguita da un canto di meditazione




Quarto segno: TESTIMONE DI MISSIONARIETÀ

Daniele Comboni fin da giovane aveva sognato di essere missionario in Africa e per realizzare questa sua vocazione lascia i suoi anziani genitori e parte per l’Africa. Dal 1857 al 1881, anno della sua morte all’età di 51 anni, attraverserà per ben 8 volte il Mediterraneo per raggiungere l’Africa. Nel 1873 vi ritorna come vescovo di Khartoum e, in quell’occasione così si rivolge alla gente:

 Sono ben felice, o carissimi, di trovarmi finalmente reduce a voi dopo tante vicende penose e tanti affannosi sospiri. Il primo amore della mia giovinezza fu per l'infelice Nigrizia, e lasciando quanto vi era per me di più caro al mondo, venni, or sono sedici anni, in queste contrade per offrire al sollievo delle sue secolari sventure l'opera mia. Appresso, l'obbedienza mi ritornava in patria, stante la cagionevole salute che i miasmi del Fiume Bianco presso S. Croce e Gondocoro avevano reso impotente all'azione apostolica. Partii per obbedire: ma tra voi lasciai il mio cuore, e riavutomi come a Dio piacque, i miei pensieri ed i miei passi furono sempre per voi.

Ed oggi finalmente ricupero il mio cuore ritornando fra voi per dischiuderlo in vostra presenza al sublime e religioso sentimento della spirituale paternità, di cui volle Iddio che fossi rivestito or fa un anno, dal supremo Gerarca della Chiesa Cattolica, nostro Signore il Papa Pio IX. Sì, io sono di già il vostro Padre, e voi siete i miei figli, e come tali, la prima volta vi abbraccio e vi stringo al mio cuore. Vi sono ben riconoscente delle entusiastiche accoglienze che mi faceste; esse dimostrano il vostro amore di figli, e mi persuasero che voi vorrete essere sempre il mio gaudio e la mia corona, come siete la mia parte e la mia eredità.

Assicuratevi che l'anima mia vi corrisponde un amore illimitato per tutti i tempi e per tutte le persone. Io ritorno fra voi per non mai più cessare d'essere vostro, e tutto al maggior vostro bene consacrato per sempre. Il giorno e la notte, il sole e la pioggia, mi troveranno egualmente e sempre pronto ai vostri spirituali bisogni: il ricco e il povero, il sano e l'infermo, il giovane e il vecchio, il padrone e il servo avranno sempre eguale accesso al mio cuore. Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno pure le mie.

Io prendo a far causa comune con ognuno di voi, e il più felice de' miei giorni sarà quello, in cui potrò dare la vita per voi. - Non ignoro punto la gravezza del peso che mi indosso, mentre come pastore, maestro e medico delle anime vostre, io dovrò vegliarvi, istruirvi e correggervi: difendere gli oppressi senza nuocere agli oppressori, riprovare l'errore senza avversare gli erranti, gridare allo scandalo e al peccato senza lasciar di compatire i peccatori, cercare i traviati senza blandire al vizio: in una parola essere padre e giudice insieme. Ma io mi vi rassegno, nella speranza, che voi tutti mi aiuterete a portare questo peso con allegrezza e con gioia nel nome di Dio.


Pausa di silenzio seguita da dalla recita a due cori della preghiera che segue.


Preghiera

Dio ti benedica in questo tempo della tua vita:

tempo di preparare il cuore,

di rinnovare lo spirito,

di ritrovare la strada!

Tempo di Dio,

tempo benedetto,

tempo di consolazione,

di contemplare le stelle!

Anche tempo per sognare:

un’umanità rinnovata,

una terra libera dalla schiavitù,

una casa capace di accogliere la vita.

Tempo per chiedere un segno.

Tempo di andare insieme,

di fare comunione,

di costruire fraternità.

È il Dio che viene

Mai il mondo resta lo stesso!

Vieni Signore Gesù!

Vieni nella mia vita! Vieni. Amen.




Quinto segno: TESTIMONE DI IMPEGNO

Cari amici, vi scrivo con il cuore per salutarvi dopo 3 bellissimi anni in Italtel nel reparto Tecnico. E’ stata un’esperienza indimenticabile. Ho scelto di lasciare tutto e di seguire la strada per la ricerca della mia vocazione, in quanto mi sento chiamato ad essere sacerdote e servo dei poveri e dell’Africa, spero in baraccopoli. Sono stati 3 anni non solo di lavoro, ma anche di incontro con il Signore nel servizio e nell’amicizia con l’Africa.

"Seguitemi, vi farò pescatori di uomini". Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. (Mt 4,19-20)

Ho molta paura in questo momento di salto nel buio. Mi è stata chiesta questa prova. Confido in Lui e nella Sua Chiesa, nell’aiutarmi a discernere con umiltà e obbedienza la sua volontà.

Queste parole però sento dentro di me: "Coraggio, sono io, non abbiate paura". Quindi ho lasciato tutto, e senza niente mi metto alla sua ricerca.

Spero di rimanere in contatto con voi e spero ancora di più che in futuro potremo fare ancora qualcosa insieme, ma questa volta per aiutare sul serio chi ha bisogno.

Non so ancora bene quale sarà il destino, se in Seminario a Cremona o in un Istituto laico per lo studio della Teologia o in un Ordine Missionario. Comunque avrò ancora il mio telefono 349/8073784 e la mia email privata michele.kenya@libero.it 


Caro Padre Ottavio! chissà se ti ricordi di me, sono Lorena, quella ragazza di Trento che veniva al gruppo biblico a Bologna e aveva fatto il Cammino di Santiago a Pasqua...ricordi?
Ringrazio Dio di aver incrociato il tuo cammino. e proprio dai tuoi racconti di missione, dalle lacrime che ti spuntavano quando parlavi delle persone bellissime che hai incontrato in Messico, è sorta in me la voglia di partire per la missione. ho fatto un po’ di ricerche e ho trovato una missione di consacrate laiche di Roma, semplici e consapevoli del fatto che non si va lì a cambiare nulla, si parte para compartir, para vivir juntos nuestra fe, nuestra esperanza.

Il 21 novembre prossimo (2008) parto per la Sierra Tarahumara, rimarrò un anno a vivere con gli indios Raramuri nel piccolo villaggio Sisoguichi, a cinque ore di tornanti da Chihuahua. "LORENA MARTINELLO" <lorenasmart@hotmail.com>


Sono arrivata a Sisoguichi da qualche giorno e la prima impressione devo dire che e´ molto buona, meglio di ciò che speravo! Il freddo si fa sentire, e´ quel freddo secco che ti entra nelle ossa e ti fa apprezzare ancora di più il tepore del sole o della stufa a legna. Che salto nel tempo! Dall’autobus che dalla città mi portava sulla Sierra Tarahumara guardavo sfilare paesaggi stupendi e persone viste solo nei documentari. Cowboy che lanciano il cavallo al galoppo su per sentieri di montagna, o che stanno al trotto dietro a una mandria di pezzate rosse sulla strada polverosa piena di buche che porta al villaggio. Donne avvolte in scialli colorati, col fazzoletto in testa e il bimbo in groppa. Asinelli (proprio come Burrito disegnato dalla Disney nei Tres Caballeros!) carichi di legna secca che viaggiano in fila indiana lungo le praterie, Raramuri con il poncho, le gambe nude e piedi scoperti (ma come fanno con ste temperature siberiane???? Mi viene una congestione solo a vederli...) sono proprio impressionanti, muscolosissimi, tenaci, con il viso scavato dalle rughe anche se in realta’ hanno tutti meno di 50 anni!

Sabato pomeriggio, appena arrivata, tutti i raramuri stavano arrivando al villaggio dalle montagne circostanti per iniziare la festa. Domenica era Cristo Re, e loro al tramonto del sabato hanno sacrificato alcuni tori e gli uomini hanno iniziato a danzare, vestiti con i colori sgargianti dei matachines, andando avanti per tutta la notte a ritmo di tamburi e maracas. Nel frattempo avevano messo a cuocere lentamente la carne in grandi pentoloni senza sale ne’ condimenti, perché così piace agli dei. Il giorno dopo, alla fine della cerimonia, tutto il paese - Lorenuccia compresa- ha mangiato questa “prelibatezza”, chiamata tónari... ammetto che ingoiavo ogni boccone molliccio senza masticarlo perché mi faceva un po’ d’impressione, ma il brodo che si era formato era caldo e mi serviva proprio perché iniziavo a congelare! Quindi... ¡vaya con el tonari! Alle dieci iniziava la messa e i raramuri erano ancora in chiesa a ballare, vi rendete conto? Dalla sera prima, senza mai fermarsi... erano entrati in uno stato di trance credo, indotto anche dalla ripetitività del ritmo e dei passi di danza. Che fisico però, giovani, uomini e vecchietti instancabili che, dopo tutte queste ore di ballo, hanno continuato a danzare accompagnando la processione fino in cima alla montagna. E ho sperimentato perché si chiamano Piedi Veloci!


Pausa di silenzio seguita da un canto.


Preghiera conclusiva


Signore, Tu la fonte che fa scorrere il nostro fiume.

Tu sei come acqua e noi la ruota del mulino.

Tu sei come il vento e noi siamo la polvere.

Tu sei la primavera e noi siamo come un giardino verdeggiante.

Ogni nostro movimento, ogni momento, è testimonianza,

perché prova la presenza del Dio eterno;

così come il girare della ruota, anche se violento,

testimonia l’esistenza di una corrente d’acqua.

Preghiera di un mistico musulmano







Servizio :IMPEGNO CONCRETO VERSO I POVERI


« Non bisogna attendere di essere perfetti per cominciare qualcosa di buono »  (Abbé Pierre)

Ricordiamo la figura di Don Oreste Benzi, scomparso il 2 novembre 2007

Era strano vedere un sacerdote in tonaca nera fra la folla vociante e sguaiata delle notti di Rimini. E arrancandogli accanto – a 80 anni, alle due di notte don Oreste non era stanco – domandavi se non si sentiva a disagio, in quel caos. «A disagio? Qui sto benissimo. Faccio contemplazione. Cerco Cristo nella faccia di tutti quelli che incontro». È stata la profezia di don Benzi: per trovare Dio non occorre chiamarsi fuori dal mondo, o frequentare buone compagnie. In mezzo agli uomini invece, nelle loro notti avide o smarrite, a riconoscere cosa c’è davvero dietro quell’ansia di vivere – che cosa attendono e non trovano, nell’ebbrezza del buio e dell’estate, in fondo a nessun gioco o bicchiere. In mezzo agli uomini, tra di loro e anzi tra quelli che crediamo peggiori. A testa alta, sicuro – eppure sempre con quella mano aperta e tesa. Ci resterà, di don Benzi, il ricordo di un colloquio nel suo studio con una giovane prostituta africana appena sfuggita ai suoi protettori. Guardavamo in basso, e così abbiamo notato i piedi. Quelli della ragazza, neri, agili come di una gazzella inseguita, e irrequieti di paura. Quelli di don Oreste, le scarpe grosse con le suole consunte da prete di marciapiede. Immobili, piazzati a terra come colonne. Come di chi ha radici di una fede profonda, e non oscilla, e non ha paura di nessuno. (da “Avvenire”, 3 novembre 2007)

Dall’Omelia di Khartoum di S. Daniele Comboni

“Assicuratevi che l'anima mia vi corrisponde un amore illimitato per tutti i tempi e per tutte le persone. Io ritorno fra voi per non mai più cessare d'essere vostro, e tutto al maggior vostro bene consacrato per sempre. Il giorno e la notte, il sole e la pioggia, mi troveranno egualmente e sempre pronto ai vostri spirituali bisogni: il ricco e il povero, il sano e l'infermo, il giovane e il vecchio, il padrone e il servo avranno sempre eguale accesso al mio cuore. Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno pure le mie. Io prendo a far causa comune con ognuno di voi, e il più felice deI miei giorni sarà quello, in cui potrò dare la vita per voi.”

Gesto: facendo memoria degli eventi dell’anno che sta per concludersi, chiediamo perdono per avvenimenti che hanno negato la vita e per la nostra indifferenza

di: Luca Manganelli

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