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Mio Signore e Mio Dio (esercizi spirituali Duomo Milano)

 

“MIO  SIGNORE  E  MIO  DIO!”

 Duomo di Milano

20 – 21 – 22 novembre 2000

 

LÂ’INCONTRO

“Venite e vedrete”

(Gv 1,39)

 

Ingresso in preghiera

Invito al silenzio

Accoglienza della Parola

 

(in piedi)

 

Introduzione:

"Noi siamo nella Parola di Dio, essa ci spiega e ci fa esistere. E’ stata la Parola per prima a rompere il silenzio, a dire il nostro nome, a dare un progetto alla nostra vita. È in questa Parola che il nascere e il morire, l’amare e il donarsi, il lavoro e la società hanno un senso ultimo e una speranza." (C. M. Martini, "In principio la Parola"). Per questo siamo qui. Per questo desideriamo, in queste sere, dare spazio a questa Parola: perché parli nuovamente ai nostri cuori spesso delusi, illumini le nostre menti spesso confuse, consoli le nostre esistenze spesso smarrite. Siamo stanchi di parole. Desideriamo ascoltare quella Parola che sola, sappiamo, è in grado di dare speranza al nostro futuro. L'accogliamo, viva ed efficace, qui in mezzo a noi. L'accogliamo nel silenzio, nella gratitudine, nell'umiltà di chi vuole sottomettere ad essa la propria libertà e la propria vita.

 

Processione e intronizzazione della Parola

 

Luce dei miei passi

Nella tua parola noi
camminiamo insieme a Te
ti preghiamo resta con noi. (2 volte)

 

Luce dei miei passi
guida al mio cammino
è la tua parola.

 

Dialogo d'inizio

 Invitatorio (Salmi 34 e 119)

 

V. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

T. Amen.

V. Cari giovani, celebrate con me il Signore.

T. TÂ’invoco con tutto il cuore, Signore, rispondimi!

V. Guardate a Lui e sarete raggianti.

T. Luce sul mio cammino è la tua parola, Signore!

V. Gustate e vedete quanto è buono il Signore

T. Nella tua volontà è la mia gioia!

 

Invocazione dello Spirito

 

Rit. Cantato: Vieni, Spirito Creatore, vieni, vieni

 

(insieme)

Dio della luce, nella notte abbiamo accolto il tuo invito, ed eccoci alla tua presenza: manda il tuo Spirito Santo su di noi, perché attraverso l'ascolto delle scritture riceviamo la tua Parola, attraverso la meditazione accresciamo la conoscenza di te, e attraverso la preghiera contempliamo il volto amato di tuo Figlio Gesù Cristo, nostro unico Signore. Amen.

(dalla liturgia di Bose)

 

Rit. (due volte)

 

Tempo dellÂ’ascolto

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

1 35 Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l'agnello di Dio!”. 37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38 Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”. 39 Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

 

Meditazione

 

Questa sera vogliamo fermarci a riflettere su di un breve passo di S. Giovanni, dove si racconta la vicenda dei primi due discepoli che seguirono Gesù.

Prima osservazione: è usuale nell’azione di Dio l’apparente occasionalità di ciò che accade. Della scena narrataci dall’evangelista si potrebbe dire che tutto è avvenuto per caso: Giovanni stava “ancora là” accidentalmente: non aspettava nessuno in particolare e anche Gesù sembra passare di lì per caso. Forse questa apparenza di occasionalità è una traccia: indica che ciò che sta accadendo è un evento “non – nostro”: non siamo stati noi a pensarlo, né a realizzarlo. Accade: le cose di Dio accadono. È il Suo modo per insegnarci che si tratta di un dono. Anche i due discepoli hanno udito casualmente Giovanni che additava Gesù, eppure quella si è rivelata essere la loro grande occasione. Ciò potrebbe diventare una valida indicazione anche per la nostra vita: molte cose – magari alcune tra le più importanti – sembrano capitarci accidentalmente. Non sono costruite da noi: sono dono di Dio. Ho incontrato di recente due ragazzi che vogliono sposarsi e ho chiesto loro di raccontarmi come si erano conosciuti: lui mi ha spiegato che un pomeriggio, di domenica, non sapendo cosa fare, si era recato ad una mostra di formaggio al consorzio agrario e lì si erano incontrati. Queste occasioni sembrano accadere fortuitamente: in realtà sono un dono.

Giovanni non era lì per aspettare Gesù ma, non appena lo vede passare, reagisce fissando lo sguardo su di lui: chi è distratto o ripiegato su se stesso, chi è chiuso nei suoi piccoli problemi non vede nulla. L’incontro di Gesù è sempre un’improvvisata: la samaritana al pozzo non si aspettava certo di trovarvelo, ma l’ha incontrato lì. Per poter vedere bisogna uscire un po’ da noi stessi, dal nostro piccolo mondo, dalle preoccupazioni immediate.

C’è una seconda osservazione che ritengo importante: questi due discepoli, sentite le parole di Giovanni, lasciano il loro vecchio maestro e seguono Gesù. Perché? Erano scontenti di Giovanni?  Non è detto, ma sicuramente hanno visto che in Gesù cÂ’era qualcosÂ’altro, qualcosa in più. Io penso che la ricchezza dellÂ’incontro con Gesù sia una sorpresa, un “di più” che non ci si aspettava ma che, una volta compreso, fa impallidire tutto il resto. Ho conosciuto due giovani sposi che, sebbene avessero programmato di non avere subito un figlio a causa del mutuo da pagare, si ritrovarono inaspettatamente con un bambino: furono a tal punto colmi di gioia da domandarsi come avevano fatto a vivere senza di lui, prima che arrivasse. Lo stesso accade a proposito dellÂ’incontro con Gesù: non si riesce più a capire come fosse possibile vivere prima senza di lui. Ogni incontro richiede anche del coraggio: chi pretende di conoscere Dio senza impegnarsi, sbaglia: senza impegno non possono esserci incontro, comprensione, gratitudine.

Gesù si volta e, vedendo i due che lo seguono, pone loro una domanda: “che cosa cercate?”. Domanda che anche noi dovremmo continuare a porci per tutta la vita, anche se abbiamo già optato per la sequela: non dobbiamo mai smettere di interrogarci su questo problema. Ma, in realtà, cosa cerchiamo? Cosa ci aspettiamo? Si tratta di un quesito importante ed  inquietante allo stesso tempo, che ci tiene vivi.

Molto spesso cerchiamo troppe cose, rischiando di finire col non cercare nulla veramente. Bisognerebbe operare un progetto di ecologia dei desideri: siamo come alberi carichi di rami secondari secchi, che succhiando la linfa, impediscono ai rami più importanti – i desideri più profondi – di svilupparsi. Forse ciò accade perché stiamo seguendo due padroni: vogliamo tener dietro a Gesù, ma non oltre un certo prezzo, perché c’è un altro signore che ci domina: noi stessi. Infatti, a volte, dietro alla ricerca di Cristo si nasconde quella del proprio io. Ci sono anche persone che non cercano affatto, sostenendo di “star bene così”: rimandano la ricerca ad un futuro non ben precisato, imputando la loro inattività allÂ’eccessiva giovinezza e giustificando il rifiuto di qualsiasi impegno serio con il desiderio di sfruttare nellÂ’immediato tutto ciò di cui sia possibile godere. Così si finisce con lÂ’avere una vita piena di soprammobili e cianfrusaglie. Una ricerca che pretende di realizzare troppi sogni non è vera ricerca; bisogna semplificarsi un poÂ’: le aspirazioni possono essere tante, ma i desideri essenziali devono essere pochi. Ci sono poi persone che non cercano perché hanno paura di muoversi, intravedendo che la ricerca conduce a  volte là dove non vorrebbero. Oggi è molto diffuso anche lÂ’atteggiamento impaziente di chi vorrebbe subito capire, vedere, trovare quando invece Gesù dice: “Venite e vedrete”, esprimendosi con un futuro che lascia intendere una addestrata capacità di attendere. La vicinanza a Cristo deve essere continua: solo così lo si conosce ogni giorno; lo si conosce di nuovo e un poÂ’ più profondamente: non è mai abitudinario lÂ’incontro con Gesù.

Che cosa cercate? La ricerca giusta potrebbe essere quella della verità di noi stessi, della nostra vita o – meglio – di ciò che nel mondo realmente conta, così da costruire la nostra esistenza sulla roccia e non sulla sabbia. Un’altra domanda di grande importanza sembra oggigiorno particolarmente affievolita: quella di chi si interroga su come fare per costruire un mondo più giusto. Oggi questa problematica è appiattita: quasi fossimo stati tutti clonati dalla mentalità dominante. Ma il quesito fondamentale è ancora un altro: “chi sei, Signore?”. Certo, è importante chiedersi cosa Dio vuole che noi facciamo, ma se lo scopo della nostra vita è rimanere incantati davanti alla bellezza di Dio che ci viene raccontata – resa visibile – da Gesù Cristo, è la domanda riguardante l’identità di Dio quella che dovrebbe avere il primato. È questo ciò che intendono esprimere i due discepoli chiedendo a Gesù dove abitava: volevano sapere chi fosse, volevano conoscerlo e stare con lui. Quando questo desiderio emerge, tutto il resto della nostra realtà non sparisce, ma viene visto con uno sguardo diverso, da una prospettiva nuova.

La questione potrebbe però trovarsi ancora più in là: di fatto Gesù è già nostro compagno di strada da sempre, ma spesso non lo ri–conosciamo. Pensiamo a ciò che accadde ai due discepoli di Emmaus: il Signore era con loro, ma non se ne rendevano conto: i loro occhi non vedevano e non comprendevano. Come ha fatto Gesù a farsi riconoscere? In altri termini: è possibile sapere cosa dobbiamo fare perché i nostri occhi si aprano? Il Signore li ha guariti dalla loro cecità insegnando loro le scritture – la parola di Dio – che è sincera. Senza la parola non è possibile riconoscere il Dio che è con noi: ci passa accanto e non riusciamo a cogliere la sua fisionomia. Gesù si è rivelato anche quando ha spezzato il pane: l’eucaristia è il cuore dell’incontro col Cristo e, allo stesso tempo, rappresenta anche il modo in cui egli ha vissuto: come un pane spezzato. Dunque ci è possibile incontrare il Signore se anche noi siamo pane spezzato, che non si trattiene, ma si dona; che pensa agli altri e non solo a se stesso. Il Signore lo si incontra dove si spezza il pane, dove c’è comunità e carità.

Ho detto che dobbiamo avere il coraggio di conoscere Cristo seriamente e responsabilmente: nella parola, nel pane spezzato, ma anche – e soprattutto – nei suoi fratelli più piccoli: sono così numerosi da farci sentire spesso inermi di fronte alle loro difficoltà. Questo sconforto non deve però essere considerato come una valida giustificazione dellÂ’atteggiamento di indifferenza che spesso, purtroppo, anima molti di noi. Non dimentichiamo mai di considerarli fratelli - non nostri, ma suoi -. Questa è la strada per incontrare  il Signore e per camminare con lui.

Poiché siamo in un anno giubilare, devo concludere con una “frase giubilare”: pochi giorni or sono ne ho sentita una di Don Tonino Bello, il quale affermava che, secondo lui, le porte sante del Giubileo dovrebbero essere due: una per entrare nel cuore della Chiesa e unÂ’altra per uscire fuori nel mondo e incontrare il Signore che cammina sulle strade. 

Il silenzio, quando è vuoto, può far paura, o suscitare noia; quando è carico della parola di Dio, diventa gioia, stupore, meraviglia, lode, decisione di vita, preghiera e donazione di sé: viviamo dunque questo tempo di silenzio lasciamo che lo Spirito santo operi in ciascuno di noi.

 

 

Tempo della preghiera

 invocazioni

 Rit.: Kyrie, Kyrie, eleison! (cantato)

 - Kyrie, Parola rivelatrice del volto del Padre, eleison. (Rit.)

- Kyrie, Parola vera che illumini l'oscurità delle nostre menti, eleison. (Rit.)

- Kyrie, Parola forte che sostieni la debolezza dei nostri cuori, eleison. (Rit.)

- Kyrie, Parola efficace che rinnovi e risani le nostre esistenze, eleison. (Rit.)

- Kyrie, Parola fedele che sempre vieni a cercarci, eleison. (Rit.)

- Kyrie, Parola amica che ci dona la pace, eleison. (Rit.)

 

Actio

 Invito – appello dellÂ’Arcivescovo per il cammino “SENTINELLE DEL MATTINO”

 Conclusione

 V. Con le parole che Gesù ci ha insegnato, affidiamo la nostra vita al Padre che sta nei cieli e si prende cura del cammino di tutti i suoi figli.

T. Padre nostro

  

V. A Colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture, a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli.

T. Amen

 

V. Fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.

T. Amen.

 

V. Andiamo in Pace.

T. Nel nome di Cristo.

 

Canto finale

EMMANUEL

DallÂ’orizzonte una grande luce
viaggia nella storia
e lungo gli anni ha vinto il buio
facendosi Memoria,
e illuminando la nostra vita
chiaro ci rivela
che non si vive se non si cerca
la Verità...

 

Un grande dono che Dio ci ha fatto
è Cristo il suo Figlio

e l’umanità è rinnovata,
è in Lui salvata.
È vero uomo, è vero Dio,
è il Pane della Vita,
che ad ogni uomo ai suoi fratelli
ridonerà.

 

Rit. Siamo qui
sotto la stessa luce,
sotto la sua croce,
cantando ad una voce.
È l’Emmanuel, l’Emmanuel, l’Emmanuel.
È l’Emmanuel, Emmanuel.

 

La morte è uccisa,

la vita ha vinto,
è Pasqua in tutto il mondo,
un vento soffia in ogni uomo
lo Spirito fecondo.
Che porta avanti nella storia
la Chiesa sua sposa,
sotto lo sguardo di Maria comunità. Rit.

 

Noi debitori del passato
di secoli di storia,
di vite date per amore,
di santi che han creduto,
di uomini che ad alta quota
insegnano a volare,
di chi la storia sa cambiare,
come Gesù. Rit.

 

È giunta un’era di primavera,
è tempo di cambiare.
È oggi il giorno sempre nuovo
per ricominciare,
per dare svolte, parole nuove
e convertire il cuore,
per dire al mondo, ad ogni uomo:
Signore Gesù. Rit.                                                                                                          


II SERATA – 21 novembre 2000

 LA CHIAMATA

“Tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa”

(Gv 1,42)

 

 Ingresso in preghiera

Invito al silenzio

 Accoglienza della Parola

Introduzione

La Parola di Dio sta di fronte a noi come Parola che "chiama". Ad essa rivolgiamo tutta la nostra attenzione, ad essa apriamo tutto il nostro cuore. Non ci siano in noi ostacoli alla sua forza; non trovi in noi resistenze. La nostra libertà si disponga a lasciarsi interpellare e ad essa si abbandoni con fiducia e senza condizioni.

Canto

Un padre vero sei per noi

 

Frutto d’eterno amore è la vita che mi dai;

Padre dellÂ’universo, tu non mi abbandoni mai;

sulle strade che percorro sei speranza e verità,

sei la luce che mi giuderà.

 

Ma tu Signore come un Padre sei

Tu doni ai figli tuoi la libertà

di scegliere la propria strada,

la via della felicità.

E se il cammino oscuro si farà

Ed il peccato ci sorprenderà

Eterna fonte di perdono

Sarai per chi riscoprirà

Che un Padre vero sei per noi.


Dialogo d'inizio

Invitatorio (Salmi 105 e 77)

V. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

T. Amen.

V. (Cari giovani) Lodate il Signore, invocate il suo nome.

T. La mia voce sale a Dio finchè mi ascolti!

V. Proclamate tra i popoli le sue opere.

T. Mi vado ripetendo le tue opere!

V. Ricordate le meraviglie che Egli ha compiute.

T. Ricordo le tue meraviglie di un tempo!

 

Invocazione dello Spirito:

 

Rit. Cantato: Spiritus Jesu Christi, Spiritus caritatis, confirmet cor tuum; confirmet cor tuum.

 

(insieme)

Dio nostro, Padre della luce, tu hai inviato nel mondo la tua parola attraverso la legge, i profeti e i salmi, e negli ultimi tempi  hai voluto che lo stesso tuo Figlio, Parola eterna presso di te, facesse conoscere a noi te, unico vero Dio: manda ora su di noi lo Spirito Santo, affinché ci dia un cuore capace di ascolto, tolga il velo ai nostri occhi e ci conduca a tutta la verità. Te lo chiediamo per Cristo, il Signore nostro benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

(dalla liturgia di Bose)

 Rit. (due volte)

 

Tempo dellÂ’ascolto

 Dal Vangelo secondo Giovanni  1,40-51

1 40 Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41 Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)” 42 e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”. 43 Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi”. 44 Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. 45 Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. 46 Natanaèle esclamò: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”. 47 Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità”. 48 Natanaèle gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”. 49 Gli replicò Natanaèle: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!”. 50 Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!”. 51 Poi gli disse: “In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo”.

 

Meditazione

 

Il passo evangelico proposto questa sera è la continuazione di quello di ieri. È costituito da tre quadretti che svolgono il medesimo tema: cominceremo con alcune osservazioni di superficie per poi passare ad un’analisi più profonda e più globale.

Uno dei due discepoli di ieri sera (i due che, per caso, avevano sentito dire a Giovanni il Battista a proposito di Gesù - che per caso passava di lì - “Ecco l’agnello di Dio”) si chiamava Andrea; dell’altro non ci viene detto il nome. Qualcuno sostiene che l’omissione del nome stia ad indicare che noi tutti siamo invitati a metterci nei panni del compagno di Andrea. Quest’ultimo, dopo aver incontrato Gesù, si imbatte in suo fratello Simone (il verbo greco potrebbe significare sia “andò a cercare” sia “incontrò per caso”. Mi piace di più la seconda.) e gli racconta quello che gli è capitato: chi incontra Gesù non può trattenersi dall’annunciarlo. Quando ci accade qualcosa di bello non riusciamo a fare a meno di renderne partecipi gli altri; questi ultimi potrebbero crederci o non crederci, ma la loro reazione non modifica la nostra voglia di raccontare ciò di cui abbiamo fatto esperienza.

Nessuno dei discepoli parla di ciò che ha lasciato: Andrea non ci dice “sapete, ho lasciato il mio vecchio maestro Giovanni…”: a nessuno interessa quello che abbiamo lasciato: ciò che importa è quello che abbiamo trovato. “Abbiamo trovato il Messia”, dice Andrea a Simone, e lo porta da Gesù. Un’osservazione curiosa: in questo quadretto Simone non parla: si lascia condurre senza dire nulla, non dialoga con Gesù e, anche quando questi gli cambia il nome, non reagisce in alcun modo.

Secondo quadretto: il giorno seguente Gesù aveva stabilito di andare in Galilea: strada facendo, s’imbatte in Filippo. Non aveva scelto deliberatamente di percorrere quella strada per incontrarlo: l’ha incontrato e basta. Lo incontra e gli propone di seguirlo: c’è chi si sente chiamato perché ha ricevuto la testimonianza di qualcuno; c’è chi, invece, è chiamato dal Signore in persona. Così si conclude, lapidario, il secondo quadretto.

Filippo incontra Natanaele e, a sua volta, gli racconta ciò che ha trovato: “colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. Natanaele è l’unico a porre un’obiezione: “da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”. Di fronte alla chiamata è possibile avere delle obiezioni, e quella di Natanaele è molto seria: come può il Messia di cui hanno parlato Mosè e i profeti, il Messia glorioso che deve imprimere al mondo una svolta, essere questo figlio di falegname? Come può il Messia venire da un paese sconosciuto? Se Dio si manifesta nel mondo, dovrà scegliere luogo prestigioso, di grande centralità. Come può provenire da una famiglia senza storia?

La novità di Gesù è proprio questa: Dio è stato un uomo che ha vissuto per 30 anni a Nazaret senza che nessuno lo conoscesse. Questo significa che Dio è presente anche nellÂ’anonimato del quotidiano: non c’è solo dove avvengono  miracoli, non solo sulla croce della morte e resurrezione, ma anche nella vita di ogni giorno. Gli apocrifi, non tollerando questa realtà (sembra impossibile che un Dio stia 30 anni senza parlare, senza agire, ecc.) attribuiscono a Gesù una serie di miracoli operati in età infantile. Invece la grande novità è proprio questa: il figlio di Dio era un uomo comune. Se fosse stato figlio di un imperatore, anziché di un falegname, non avrebbe suscitato in noi alcuno stupore: sarebbe stato “dalla parte di sempre”. LÂ’obiezione di Natanaele diventa ragione della nostra fede: noi crediamo perché il figlio di Dio si è mostrato così, come figlio di Giuseppe, falegname di Nazaret. Filippo, di fronte allÂ’obiezione di Natanaele, gli risponde “vieni e vedi”. Che altro può fare oltre a mostrargli ciò in cui lui stesso crede?

Gesù, nel frattempo, sa già di Natanaele: è lui che lo ha visto per primo. “Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità”: è la prima volta che Gesù esprime una qualità di qualcuno. Definisce Natanaele come un uomo in cui non c’è doppiezza, raggiro o diplomazia: un uomo “tutto d’un pezzo”, diremmo noi. È una grande lode: questo dovremmo poterlo dire di ogni cristiano, qualsiasi ruolo egli svolga nella nostra società. Dovremmo essere uomini sinceri e trasparenti, invece si ha spesso l’impressione di vivere tra individui che usano la parola più per nascondere che per dire. Natanaele ha anche la fortuna di ricevere un segno che fa crollare la sua obiezione: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”. Dio ci conosce da sempre, anche se sembra capitarci davanti all’improvviso.

Parlando di Gesù, Andrea aveva detto a Simone “Abbiamo trovato il Messia”. Filippo lo descrive come “colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. Le cose migliori su Gesù, però, vengono da Natanaele, il discepolo che aveva posto obiezione: “ Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!”. Gesù, quasi prendendolo in giro: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!”.

Ora andiamo un poÂ’ più a fondo. Abbiamo detto che Andrea e Filippo, dopo aver conosciuto Gesù,  raccontano questa loro esperienza alle persone che incontrano. Potremmo affermare che ci troviamo di fronte ad un caso di “missionarietà per contagio”. Credo che questo sia il metodo missionario più incisivo: trasmettere la fede comunicando le proprie idee, intervenendo laddove si discute con il proprio parere. Oggi non capita spesso, perché noi programmiamo tutto, anche la missione: “Vado in Africa a fare il missionario…” E, nel frattempo, cosa facciamo se incontriamo qualcuno sulla nostra strada?

In questo brano tre verbi ricoprono una particolare importanza: “chiamare”, “seguire” e “vedere”.

“Chiamare” è il verbo utilizzato dall’evangelista per spiegarci come Gesù si è rivolto a Simone: “ti chiamerai Cefa”. Certo, Gesù conosce il nome del figlio di Giovanni: Dio ama gli uomini uno ad uno e li comprende nella loro individualità. Egli però non si accontenta del nome che abbiamo: ce ne dà un altro. Questo suo “cambiare il nome” implica un corrispondente mutamento dell’intera persona: il nome che portiamo, e che ci è stato dato dagli uomini serve soltanto a farci distinguere dagli altri; Dio ci guarda da un punto di vista diverso: di noi vede la funzione che abbiamo, il ruolo che ci compete di svolgere nel suo regno, la vocazione che lui vuole darci. Dio cambia il nome a tutti, nella misura in cui a ciascuno di noi è affidato un grande incarico, che occupa il centro della nostra vita. Qual è il nostro incarico? Quale nome ci daremmo? Come ci piacerebbe che Dio ci chiamasse? Anche Maria, all’annunciazione si è ritrovata con un altro nome: l’angelo l’ha chiamata “piena di grazia”, perché l’identità profonda di Maria consisteva nell’essere segno dell’amore gratuito di Dio.

Il secondo verbo era “seguire”. “Seguire” significa innanzitutto “camminare”,–non si può seguire nessuno restando fermi– ma indica anche l’azione dell’“andare dietro a qualcuno”, ricalcando le orme di chi ha già percorso la via. “Seguire” non significa certo “precedere”. A volte, però, alcuni seguaci camminano davanti al maestro, pregandolo poi di realizzare i propositi che loro hanno fatto. Costoro dimenticano che i progetti vengono dal Signore: è lui che traccia la strada, non noi. Un importante aspetto che caratterizza nella loro globalità tutti gli uomini che sono “al seguito” di Gesù è il fatto di ritrovarsi a vivere insieme: non perché lo abbiano appositamente scelto, ma perché hanno tutti deciso di seguire il medesimo Signore, di fondare la loro comunità sull’unica sequela.

LÂ’ultimo verbo era “vedere”. “Vieni e vedi”; “ti ho visto quando eri sotto il fico”, ma anche “Vedrai cose maggiori di queste!” e, infine,  “vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo”. Il figlio di Dio che è venuto nel mondo ha aperto il cielo. Per vedere Dio non ci basta guardare in alto: dobbiamo guardare Gesù. Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. (Gv 1,18). Proseguendo nella lettura del Vangelo, emerge chiaramente come i discepoli abbiano compreso in modo sempre più approfondito lÂ’identità di Gesù, fino alla sua morte e resurrezione, proseguendo il cammino insieme a lui; hanno capito che era figlio di Dio proprio perché, sebbene crocifisso, aveva manifestato un amore resistente fino allÂ’ultimo: non ha usato violenza e ha saputo perdonare. Gesù rende testimonianza ad un Dio che è amore. Giovanni, terminando il racconto della morte di Cristo, conclude affermando che tutti “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”(Gv 19,37b): la morte in croce è la più alta espressione dellÂ’amore di un Dio che si spende completamente per noi. Gesù, parlando alle folle, disse che quando sarebbe stato innalzato, avrebbe attirato tutti a sé. (Gv 12,32) Cosa c’è nel crocifisso di così attraente? Di solito gli uomini sono affascinati dalle cose belle, dalla verità, dallÂ’amore. Il crocifisso è un uomo che muore amando, espressione di un amore più forte dellÂ’odio che riceve, più intenso della violenza che subisce. Il figlio di Dio venuto nel mondo non ha voluto cambiare subito le cose: ha preferito condividere le nostre situazioni quotidiane, quelle più profonde e più vere: è morto così come muoiono gli uomini; ha amato ed è stato abbandonato nello stesso modo in cui, spesso, vengono abbandonati gli uomini che amano; lÂ’amore sembra una scelta perdente: lui lÂ’ha scelto, e ci è sembrato un perdente. Ha condiviso con lÂ’uomo il male del mondo, lo scandalo che, così di frequente, anche oggi ci fa persino dubitare della stessa esistenza di Dio, nella misura in cui la verità non sempre trionfa. Con la sua vita ci ha insegnato che lÂ’uomo è fatto per amare ed essere amato. Questa realtà ci attrae e ci spaventa: abbiamo paura di amare Dio e di amare gli altri uomini, perché comprendiamo che lÂ’amore porta con sé un rischio grande. Il crocifisso ci dice lÂ’amore può far paura, ma è lÂ’unica realtà che risorge, vincendo la morte.

Ieri sera la domanda chiave era “che cosa cercate?”. Questa sera ve ne propongo un’altra. Noi apparteniamo al numero di questi chiamati, se pure in modalità diverse: chiediamo allora al Signore: “perché hai chiamato me e non altri?”. Forse la risposta del Signore potrebbe essere: “ti ho chiamato per caso”. Questo indicherebbe che Dio ci ha invitati liberamente, indipendentemente dai nostri meriti. Quella che ci è stata donata dall’appello che Dio ha rivolto a noi è una fortuna grande: tenerla solo per sé significherebbe lasciarla affievolire e morire, quindi essere contagiosi è d’obbligo.

 

Tempo della preghiera

 Invocazioni

 Rit. cantato:  Misericordias Domini in aeternum cantabo

 - "Ti chiamerai Cefa": Signore Gesù donaci di credere che la tua Parola è davvero capace di cambiare la nostra vita.(Rit.)

- "Seguimi": Signore Gesù donaci di credere che il fidarci di te è la sorgente della vera libertà e della vera gioia.(Rit.)

- "Io ti ho visto": Signore Gesù donaci di credere che davvero tu "ci scruti e ci conosci", che davvero "ti sono note tutte le nostre vie", che davvero "poni su di noi la tua mano". (Rit.)

- "Vedrai cose maggiori di queste": Signore Gesù donaci di credere che il Tuo Regno è in mezzo a noi e che la tua Pasqua è la forza che vince il mondo. (Rit.)

- "Vedrete il cielo aperto": Signore Gesù donaci di credere nel futuro che tu prepari per l'uomo e per ciascuno di noi; donaci di credere nella promessa della Vita senza fine con te. (Rit.)

 

Padre nostro

 Actio

 Ripresa dellÂ’invito dellÂ’Arcivescovo per il cammino “Sentinelle del Mattino”

 

Congedo ( Ef 3, 20-21 e 1Ts 5,23-24)

  

V. A Colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli!

T. Amen.

 V. Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo.

T. Amen.

 

V. Andiamo in pace.

 

Canto finale

Jesus Christ you  are my life, Alleluia!

  

III SERATA – 22 novembre 2000

LA RISPOSTA

“Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”

(Gv 6, 69)

 

Ingresso in preghiera

Invito al silenzio

 

Accoglienza della Parola

Introduzione

Dare una risposta coraggiosa alla tua Parola: è questo ciò che tu Signore ci chiedi questa sera. Da essa abbiamo udito l'immenso amore con cui ci hai creati, ci hai cercati e salvati. Da essa siamo interpellati a diventare testimoni di questo annuncio di speranza. Smaschera i nostri alibi, vinci le nostre paure, allarga i confini del nostro cuore. Donaci, Signore, questa sera di saper dire un "sì" alla tua Parola, capace di farci comprendere più chiaramente qual è la vocazione alla quale ci chiami, così da essere un segno di speranza per la Chiesa e per il mondo.

 Canto

Vivere con te vicino

Vivere con te vicino è render grazie per questo tempo

crescere nel tuo volere è riconoscere che c’è un progetto:

forte come la trama che unisce i giorni del mondo intero,

umile come un invito che poi sconfigge ogni mia paura.

 

Vivere con te, Signore, è raccontare di casa in casa

cosa ti ho visto fare per la salvezza dei miei fratelli:

pane donato ai molti perché dia frutto l’amore dato,

libero nel tuo patire, ed è una strada che porta al Padre.

 

Vivere con te vicino è farti posto nel mio presente;

sento, se incontro il male, che tua è la forza per non lasciare.

Ecco, con questa forza trasformi gli uomini in testimoni:

dicono , per me e per tutti,

che questa attesa si compie adesso!


 

Dialogo d'inizio

 

Invitatorio (Sal 18 e 31)

 

C. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

T. Amen.

 C. Amate il Signore, voi tutti suoi santi.

T. Ti amo, Signore, mia forza!

 C. Siate forti, riprendete coraggio, voi tutti che sperate nel Signore.

T. Tu, Signore, sei luce alla mia lampada!

 Invocazione dello Spirito:

 Rit. Cantato: Veni Sancte Spiritus, tui amoris ignem accende. Veni Sancte Spiritus, Veni Sancte Spiritus

  (insieme)

Signore, noi ti ringraziamo, perché ci hai riuniti alla tua presenza, per farci ascoltare la tua Parola: in essa ci riveli il tuo amore e ci fai conoscere la tua volontà. Manda il tuo Spirito Santo  ad aprire le nostre menti e a guarire i nostri cuori solo così il nostro incontro con la tua Parola sarà rinnovamento dell'alleanza, e comunione con te e il Figlio e lo Spirito Santo, Dio benedetto nei secoli dei secoli. Amen,

(dalla liturgia di Bose)

 Rit. (due volte)

 

Tempo dellÂ’ascolto

 Dal Vangelo secondo Giovanni  6,59-69

6 59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. 60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”. 61 Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? 63 É lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 64 Ma vi sono alcuni tra voi che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65 E continuò: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. 66 Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. 67 Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. 68 Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 69 noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

 Meditazione

 Durante la prima serata di questi esercizi spirituali abbiamo meditato sullÂ’incontro dei discepoli con Gesù; ieri abbiamo considerato il tema della chiamata; questa sera ci proponiamo di affrontare quello della risposta. Il passo di Vangelo proclamato è la conclusione del sesto capitolo di Giovanni: lÂ’evangelista ci dice che a molti dei discepoli il linguaggio di Gesù era sembrato duro. Duro perché incomprensibile e difficile da realizzare. In che cosa consiste la difficoltà di quel linguaggio? Che cosa ha detto Gesù di così arduo in questo brano? Egli ha fatto sostanzialmente due affermazioni, che riguardano la sua identità: ha detto di essere “il pane vivo, disceso dal cielo” (gv 6,51) e ha aggiunto “il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (gv 6,51). Si tratta di due dichiarazioni problematiche.

Innanzitutto: come può egli essere “il pane vivo, disceso dal cielo” se viene da Nazareth? Noi conosciamo i suoi genitori: come può dio manifestarsi in una famiglia così povera, umile e anonima? I suoi discepoli di questo mormoravano. Se il Figlio di dio si fosse incarnato in un grande palazzo e si fosse manifestato come discendente di un imperatore, tutto sarebbe stato molto più ovvio, più confacente alla logica umana, e la sua vicenda non avrebbe suscitato nei discepoli alcuno stupore.

Anche la seconda affermazione di Gesù è difficile: dovremmo essere noi a dare la vita per dio; in realtà accade esattamente il contrario. Questo rovesciamento delle parti –un continuo paradosso– suscita scandalo negli increduli e, al contempo, diventa motivo di gioia nel credente. Ricordiamo tutti la scena della crocifissione, quando i passanti e i  soldati insultavano Gesù dicendogli di scendere dalla croce e salvarsi. (vd. Mt 27,40; Mc 15,30; Lc 23,37.39). Un Figlio di dio che salva se stesso non rappresenta una grande novità: Cristo invece, con la sua morte, ha dimostrato come la verità di dio consista nellÂ’amarci per primo, nellÂ’essere innanzitutto “per noi”. Il primato del suo amore sulla nostra risposta profila una verità teologica di grande consistenza e determina un capovolgimento di prospettiva difficile da accettare e realizzare nel nostro quotidiano: il fatto che Gesù abbia donato la sua vita per la salvezza del mondo implica la necessità di un comportamento analogo da parte di chi, dichiarandosi suo discepolo, lo considera in tutto un modello di vita. Anche noi siamo chiamati a spendere completamente la nostra esistenza investendola fino in fondo in qualcuno. Se questo ci sembra un progetto difficile da attuare, proviamo ad immaginare la situazione opposta: che senso avrebbe vivere ripiegati su noi stessi? Soltanto lÂ’amore ci realizza pienamente come individui, anche se ciò comporta la scelta di donarsi, rischiare, di mettersi a repentaglio. Di nuovo, ciò che scandalizza molti diventa la ragione stessa per cui noi crediamo e la più alta espressione della bellezza del nostro dio. 

Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Forse ci sorprende il fatto che a comportarsi in questo modo siano stati proprio dei discepoli: persone che l’avevano seguito da vicino considerandolo, fino a un certo punto, adatto a loro e rispondente ai loro progetti. Persino i discepoli, trovatisi di fronte ad un uomo che capovolgeva il loro modo di concepire dio, decidono di tirarsi indietro. Questo significa che nella sequela non c’è nulla di ovvio o di scontato: a buon ragione Gesù aveva chiesto agli apostoli del primo giorno che cosa stessero cercando (gv 1,38): seguire il Figlio di dio significa non presumere mai di essere arrivati, essere sempre vigilanti, sempre in cammino, sempre consapevoli del nostro bisogno di essere perdonati da lui: caratteristica fondante della vita “da discepolo” non è tanto la capacità di camminare sempre e costantemente senza mai deviare, quanto il coraggio di ricominciare da capo dopo ogni deviazione. L’unica certezza nella sequela è la fedeltà di Cristo: i discepoli potranno anche abbandonarlo, ma non verrà mai preclusa loro la possibilità di riprendere il cammino, perché il suo amore è più ostinato di ogni nostra opposizione.

Questo brano evangelico mette in risalto anche la grande libertà di Gesù: di fronte al rifiuto dei suoi, egli non scende a compromessi attenuando i toni del suo discorso, ma si dichiara pronto a rimanere solo, nel caso in cui anche i Dodici avessero deciso di andarsene. La sua verità non ha prezzo, non è riducibile, non può essere oggetto di patteggiamento.

Da chi attinge questo coraggio? Da dove trae Gesù una libertà tanto grandiosa da consentirgli di non avere timore della solitudine? Io penso che questo segreto ci sia stato rivelato in unÂ’altra affascinante pagina di Vangelo, nella quale il Cristo risponde ai suoi discepoli – che sÂ’illudevano di averlo capito– “Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.” (gv 16,32)  Questa é la radice del coraggio di Gesù: egli può stare solo perché sa di non essere solo. Potranno abbandonarlo gli uomini, potranno crocifiggerlo e fare di tutto per convincerlo che la sua verità e inutile. Il Padre sarà sempre con lui. Questo è anche il segreto della nostra vita: se riusciremo a stare saldi, sarà solo in virtù di un dio che non ci lascia mai soli. LÂ’amore incorruttibile del Padre é la radice di ogni libertà e di ogni sicurezza.

In questo passo di Vangelo avete anche sentito parlare di “carne” e di “spirito”. “É lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla” dice Gesù. Non dobbiamo cadere nell’errore di chi sostiene che “spirito” sia sinonimo di “anima” e che la parola “carne” indichi invece la nostra realtà corporale. Questi termini propongono due possibili modi di essere dell’uomo: vive secondo la carne chi è chiuso in se stesso e pretende di conquistare – o di inventare– da solo la verità; vive secondo lo spirito chi, invece, è aperto ad accogliere la verità che viene da dio. L’antitesi carne/spirito è il fulcro attorno al quale si snoda –ad esempio– l’incontro con Nicodemo: egli credeva di aver capito Gesù con le sue sole forze, con la dottrina della sua teologia di stampo tradizionalistico; “Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito.” (gv 3,5-6)

“Rinascita” è sinonimo di conversione e rigenerazione: è l’atteggiamento di chi ricomincia da capo. Questo termine ci ricorda anche che non possiamo rinnovarci autonomamente: nessuno di noi è venuto al mondo solo con le proprie forze. La vita e la verità sono doni che ci vengono offerti gratuitamente: chi vive secondo la carne rifiuta la gratuità pretendendo di realizzarsi senza alcun genere di aiuto; chi vive secondo lo spirito è aperto a dio, si lascia rigenerare da lui e accoglie la sua verità anche se questo comporta una modifica dei propri progetti di vita o della stessa concezione di dio. Gesù ha mostrato ai discepoli un’immagine del Padre ben diversa da quella che loro si erano costruiti: l’immagine di un dio che sceglie di dare la vita per il mondo. “Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”.

Ben diversa è la risposta di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” Sembra quasi che i verbi “credere” e “conoscere” siano stati invertiti: noi di solito pretendiamo di conoscere una realtà per poter professare la nostra fede in essa. Forse Pietro ci sta dicendo che è possibile comprendere la bellezza della relazione con dio solo fidandosi. Soltanto vivendo il progetto cristiano personalmente è possibile coglierne il fascino immenso: chi valuta dall’esterno i pro e i contro, saggiando il terreno nel timore di muovere il passo; chi cerca di tenere sempre aperta una via di fuga, una possibilità di ripensamento, non crederà mai.

“Tu hai parole di vita eterna”. Cosa significa nel Vangelo di Giovanni l’espressione “vita eterna”? Il riferimento non è alla vita che comincia dopo la morte, ma a quella che già ora possiamo sperimentare in dio: l’esistenza di chi vive per amare. Nella prima lettera di Giovanni si dice: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte.” (1gv 3,14). L’esistenza nell’amore è quella “vita eterna” che già ora, nonostante il nostro peccato, possiamo gustare: è il centuplo che ci è stato promesso; è la vita che raggiungerà il suo compimento oltre la morte.

“Tu hai parole di vita eterna” Quali parole? Il Vangelo ne è pieno. Se qualcuno mi chiedesse di sceglierne tre in particolare, indicherei:

1.       La risposta di Gesù a Filippo che voleva vedere il Padre.

 Â“Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”.Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?” (gv 14,8-9)

Solo nella vita e nelle parole di Gesù noi troviamo lo spazio per vedere il padre: solo il figlio ha reso visibile il dio invisibile.

2.       “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi””. (gv 8,31-32)

Perché, in alcune circostanze, potremmo cadere nell’errore di credere che la libertà consista nel fare, di volta in volta, ciò che ci piace e ciò che ci torna utile. Noi intendiamo la libertà come “libertà di cambiare”; Gesù dice che la libertà affonda le sue radici nella fedeltà alla parola e alla sequela. Girovagare senza meta non significa essere liberi.

3.       La terza parola pregnante che voglio ricordarvi è la vicenda  della lavanda dei piedi: questo gesto di umile servizio non ha nascosto la grandezza di Gesù, ma lÂ’ha messa in risalto. Ancora una volta la prospettiva divina sul valore dellÂ’umiltà è rovesciata rispetto a quella umana. (gv 13,2-17)

Termino offrendovi due immagini tratte dal Vangelo di Giovanni: innanzitutto quella della samaritana, la quale, andando al pozzo per cercare acqua da bere, aveva come unico scopo la soddisfazione di un bisogno; quando incontra Gesù, dimentica la brocca –le sue necessità personali– e corre a raccontare ciò che le era accaduto. La seconda immagine è quella di Tommaso: in fondo é il discepolo che meglio esprime anche i nostri dubbi: dice di voler vedere e toccare, per poter credere;  quando Gesù gli compare davanti, però, sembra quasi dimenticarsene: crede in lui ed esclama la sua professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”. (gv 20,28)

 

Silenzio

 Tempo della preghiera

 Invocazioni

 Rit. cantato: Il Signor è la mia forza, e io spero in lui. Il Signor è il salvator. In Lui confido, non ho timor, in Lui confido, non ho timor. 

 - Ti affidiamo, Signore Gesù, le nostre libertà che in queste sere si sono lasciate attirare e plasmare della forza della tua Parola. (Rit.)

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il cammino di tutti i giovani che hanno vissuto la gioia e responsabilità della giornata mondiale della gioventù. (Rit.)

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il cammino di purificazione e di conversione della tua Chiesa in questo anno di grazia. (Rit.)

- Ti affidiamo, Signore Gesù, tutti gli sforzi che ogni giorno tanti uomini e donne compiono per edificare un mondo di pace e di giustizia. (Rit.)

- Ti affidiamo, Signore Gesù, il dolore, la sofferenza, lo smarrimento di coloro che la vita ha provato duramente e l'indifferenza umana non ha saputo sostenere. (Rit.)

 Padre nostro

 Actio

Ripresa dell’invito dell’Arcivescovo per il Cammino “Sentinelle del Mattino”

 Mandato e Benedizione  (Sal 78 e 96)

 C. Cari giovani, riceverete ora la benedizione con il Libro dei Vangeli. A voi è affidata la Parola di vita eterna affinché, radicata nei vostri cuori, porti frutti di rinnovamento e santità.

T. Signore, sia su di noi la tua grazia!

 C. Annunciate di giorno in giorno la salvezza del Signore.

T. Ciò che abbiamo udito e conosciuto non lo terremo nascosto,

perché lo sappia la generazione futura!

 

C. A tutte le nazioni dite i suoi prodigi.

T. Diremo le lodi del Signore e le meraviglie che Egli ha compiuto,

perché ripongano in Dio la loro fiducia!

  

C. Il Signore sia con voi.

T. E con il tuo spirito. Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.

C. Vi benedica Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito santo.

T. Amen.

 

C. Ricevete il Vangelo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

T. Gloria a Te, Signore, Verbo di Dio!

 

 

Canto finale

 Cristo  nostra pace

 Cristo nostra pace, guida nel cammino,

tu conduci il mondo alla vera libertà,

nula temeremo se tu non sarai con noi.

 Cristo nostra pace, dono di salvezza,

riconciliazione strumento di unità,

con il tuo perdono vivremo sempre in te.

 

Cristo Salvatore nostro Redentore,

la tua dimora hai posto in mezzo a noi,

tu pastore e giuda sei dell’umanità


 

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