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GIM Padova: Disarmare la morte, liberare la vita

gennaio 2003

Disarmare la  morte liberare la vita

veglia I° GIM - Padova 11 gennaio 2003

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                Breve momento di silenzio, per entrare nel clima della preghiera.

 

 Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

 

            

 

 

Dalla Prima lettera di San Giovanni Apostolo (3, 10-18)

           Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello.

         Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per qual motivo lÂ’uccise? Perché le opere sue erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste.

          Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna.

          Da questo abbiamo conosciuto lÂ’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui lÂ’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità.

 

Carità dell’osso

            “…Con una bella banconota tutta nuova, questa signora, altrimenti molto «distinta», mi indirizza queste righe che «suonano bene»: «Non mi mandi più simili libretti, con quelle orribili fotografie di lebbrosi. Ne ho, da due notti, dei sogni terribili. Eccole 10 franchi per loro; ma per amor di Dio (dove va a finire lÂ’amore di Dio!) che non ne senta più parlare».

            Le ho risposto: «Che Iddio faccia sì che i suoi cattivi sogni durino ancora, signora. È il bene più grande che io possa augurarle. Fino al giorno in cui queste fotografie che lei trova orribili (ah, se si potessero fotografare le anime!) non provocheranno più la sua ripugnanza, e meno ancora una pietà che lei è incapace di esprimere in altro modo che con un biglietto della Banca di Francia, ma un illuminato e coraggioso amore.

            Io le rimando la sua banconota, perché è mal donata e di essa, perciò, non saprei che farmene. Lei stessa la darà ad un Povero quando si sentirà capace, anche al prezzo delle sue confortanti insonnie, di aprire gli occhi sulla sua miseria e di tendergli le mani.

            Lei ha pensato di fare lÂ’elemosina? In verità, lei voleva nello stesso tempo sbarazzarsi di noi. Di noi e di loro».

            Carità, questa? Carità dellÂ’osso che si getta al cane.

            San Vincenzo, nel mandare una delle sue prime Figlie della Carità a visitare gli affamati, le diceva: «Ricordati che ti ci vorrà molto amore, perché i Poveri ti perdonino il pane che tu porti loro».

            Il primo segno dellÂ’amore è la giustizia. Il frutto della giustizia è la pace.

La Carità non è la pietà condiscendente di chi è sazio, un bel favore che soddisfi, ma un dovere che obbliga tutti noi.

Ama e tutto il resto verrà da sé.

Che il Buon Dio doni a tutti noi dei cattivi sogni, se questi ci conducono sulla strada dei nostri fratelli, che Egli ci faccia la grazia di essere angosciati dalla miseria del mondo, di modo che noi, gente terribilmente felice, possiamo farci perdonare il nostro benessere, imparando ad amare” (Raoul Follereau).

È questo, infatti, il primo ingrediente per la pace, perché ad amare sÂ’impara, ma per imparare bisogna sperimentare, bisogna lanciarsi nellÂ’avventura dellÂ’amore e non “a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità”, ogni giorno, nei piccoli gesti del quotidiano, cominciando dai “vicini” per arrivare ai più “lontani”, ai più emarginati, ai più dimenticati. È questo il fine ultimo dellÂ’Economia divina, cioè che tutti gli uomini siano una cosa sola, nellÂ’Amore. Solo così la Morte non chiuderà le porte alla Vita; solo così la fame, la peste, la spada, potranno non essere più; solo così il potere, del secondo cavaliere dellÂ’Apocalisse, di togliere la pace dalla terra, potrà essere reso vano; solo così sarà Economia di pace. Perché “la pace è possibile e doverosa, anzi è il bene più prezioso da invocare da Dio e da costruire con ogni sforzo mediante gesti concreti di pace da parte di ogni uomo e donna di buona volontà” (Giovanni Paolo II - leggi alcuni suoi contributi nel nostro sito). 

Disarmare la morte, quindi, per liberare la Vita, costruendo la Pace. E “dobbiamo sentirci tutti impegnati a compiere gesti di pace, perché ognuno di noi sa bene quale potrebbe e vorrebbe fare. Ognuno di noi, nel profondo, ha qualche rancore, qualche antipatia, qualche incomprensione, e sono quelle che dobbiamo superare. Si fa così la pace universale? Certo, si comincia da lì: e cominciando a educarsi e a educare con questi gesti, la pace si allarga a macchia d’olio e diventa possibile” (Renato Martino, presidente del pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”).

Basta volerlo! Basta crederci!

 

Amatevi

La Carità contro la bomba atomica:

ecco la guerra che comincia.

Ed è una lotta estrema.

Perché solo la carità riesce ad annientare

la bomba atomica nel cuore dellÂ’uomo.

Perché la bomba atomica assomiglia alla carità.

La sua potenza spaventosa consiste

nel non arrestarsi sulla strada della morte.

Un atomo distrugge un atomo,

e il seguente distrugge il successivo.

Ed è un seguito d’annientamenti,

indefinito, e, forse, infinito.

Chi scaglia una bomba non conosce

il numero dei cadaveri ch’egli stenderà

al suolo.

Così pure la carità.

Una buona azione, un gesto di vera fraternità,

crea la gioia.

 

E da questa gioia nasce unÂ’altra gioia.

Ed è un susseguirsi di felicità,

indefinito, e, forse, infinito.

Chi fa del bene non conosce mai

tutto il bene che ha fatto.

Bomba atomica o carità?

Catena di morte o catena dÂ’amore?

Bisogna scegliere.

E subito.

E per sempre.

Ce lÂ’aveva pur detto, duemila anni fa.

Ma perché l’aveva detto,

gli uomini lÂ’hanno crocifisso.

E perché i suoi discepoli lo ripetevano,

hanno ucciso i discepoli.

Ma non sono riusciti a soffocare

la voce dolce e divina

che, da duemila anni, ripete:

Amatevi!

                                       (Raoul Follereau)

 

 

 

Spunti per la riflessione personale:

·    Qual è il mio impegno concreto per la pace?

·    Sono in pace con tutti?

·    Amo con le parole o con i fatti?

·    R. Follereau definiva “veri lebbrosi”: gli egoisti, gli empi, coloro che vivono nellÂ’acqua stagnante, i comodi, i paurosi, coloro che sciupano la propria vitaÂ…

o        Ed io? Sono “sano” o “malato”?

o        E se sono malato, qual è la mia “lebbra”?

o        Cosa mÂ’impedisce di guarire?

o        Voglio guarire?

 

AVE MARIAÂ…

 

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